Russia. È morto Mikhail Gorbaciov, padre della «perestrojka»

Aveva 91 anni. Il decesso in una clinica di Mosca «dopo grave e lunga malattia», come riferisce la Tass. Tra i protagonisti della fine della Guerra Fredda, nel 1990 vinse il Nobel per la pace
È morto Mikhail Gorbaciov, padre della «perestrojka»
All’età di 91 anni, e dopo una lunga malattia, si è spento Mikhail Sergeeevic Gorbaciov, l’ultimo segretario del Pcus, il primo e unico Presidente dell’Urss, il premio Nobel per la Pace. Soprattutto, l’uomo che più di ogni altro credette nella possibilità di riformare l’Unione Sovietica a partire dalla perestrojka (la ristrutturazione dei suoi meccanismi interni) e dalla glasnost’ (la trasparenza dei processi decisionali) fino a farne un Paese in pace con l’Occidente e avviato sulla strada di una concreta modernizzazione. Gorbaciov era diabetico e aveva problemi ai reni, in luglio era stato ricoverato in ospedale per una serie di dialisi che non hanno dato l’effetto sperato. Lascia una figlia, Irina, e il ricordo dell’amore sempre ribadito per la moglie Raissa, morta nel 1999, che in certi anni con la sua personalità fu quasi il marchio della nuova stagione sovietica.
Quel che colpisce, in queste prime ore dall’annuncio, è il sentimento diviso che accompagna, in Russia, l’addio al vecchio leader. C’è una parte dei russi, minoritaria, che associa a Gorby una stagione di grandi speranze e aspettative, di slancio verso un futuro che si pensava brillante e comunque diverso dai lunghi anni grigi della stagnazione brezhneviana. E c’è una parte, purtroppo più ampia, che invece manifesta nei suoi confronti un rancore per noi occidentali quasi incomprensibile e quasi lo accusa di essere responsabile della fine dell’Urss e di tutti i drammatici problemi successivi.
In realtà Gorbaciov, arrivato giovanissimo (54 anni) alla segreteria generale del Pcus (cioè alla massima carica politica del Paese) nel 1985, non aveva fatto altro che prendere atto della crisi irreversibile del sistema sovietico, come prima di lui aveva fatto il suo grande sponsor, quello Jurij Andropov che, passato nel 1982 dalla guida del Kgb a quella dell’Urss intera, aveva subito varato una purga con cui erano stati silurate decine di funzionari di partito, al centro come in periferia. Gorbaciov, arrivato in cima, aveva fatto la sua parte, dimissionando l’eterno Andrey Gromyko, per 28 anni ministro degli Esteri, a favore del riformatore Eduard Shevardnadze. Era chiaro il suo ragionamento: per riformare e cambiare l’Urss (già nel 1988 fu promulgata la cosiddetta Legge sulle cooperative, che per la prima volta dalla Nuova Politica Economica di Lenin ammetteva la proprietà privata nel commercio e nei servizi) bisognava mettere fine alla Guerra Fredda e all’enorme spreco di risorse che essa comportava.
Ora sarebbe facile sottolineare le ingenuità (fidarsi dei dirigenti che poi avrebbero tentato il golpe nel 1991), gli errori (le repressioni nei Paesi baltici), gli obiettivi mancati. Quel che deve restare, invece, è la memoria di un uomo che, con pochissimi alleati, tentò un’impresa titanica, la riforma non violenta di una superpotenza in profondo declino, l’abbattimento del muro di Berlino, il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan. Forse l’impresa era troppo grande, per lui come per chiunque altro. Ma con quel che succede oggi, in Russia e altrove, criticare Gorbaciov sarebbe davvero troppo.
Avvenire