Sulla nullità: boicottare il poco o riformare il molto?

cittadellaeditrice.com

(Andrea Grillo) Le parole di papa Francesco, rivolte ai vescovi italiani, sul “boicottaggio” della riforma del processo matrimoniale di dichiarazione della nullità non sorprendono. Sia perché era chiaro, già nell’agosto del 2015, che il mondo dei canonisti non aveva digerito la iniziativa e la velocità della sua realizzazione. Sia perché la logica della “semplificazione” contrasta con un mondo che – anche per le necessarie esigenze di giustizia – produce “complicazioni” in abbondanza. Insomma, anche nel piccolo orticello del “processo matrimoniale” accade ciò che è accaduto con Evangelii Gaudium dopo il 2013 o con Gaudium et Spes dopo il 1965: da un lato la apertura verso un cambiamento, dall’altro la chiusura e la inerzia del modello precedente. 

Quell’insopprimibile voglia di sposarsi

Addio Italia. Siamo davvero un Paese condannato all’estinzione? Le statistiche sembrano non lasciare spazio alla speranza. Non solo siamo il Paese europeo con il più basso tasso di natalità (8 per mille), secondo i dati Eurostat diffusi venerdì. Ma siamo anche il Paese in cui entro il 2031 i matrimoni religiosi dovrebbero scomparire (dossier Censis). Secondo le previsioni statistiche condensate in uno studio intitolato “Non mi sposo più”, entro il 2020 i matrimoni civili supereranno quelli religiosi – oggi già succede in alcune grandi città – e undici anni dopo le nozze all’altare potrebbero finire per diventare reperto storico.

Non finirà la voglia di progettare il futuro in coppia, ma – secondo quanto ipotizza il Censis – le relazioni tradizionali saranno sostituite dai nuovi modelli di convivenza. Difficile scorgere in queste previsioni statistiche – che in ogni caso previsioni rimangono – motivi per cui gioire. Anche le indagini sociologiche più laiche concordano sul fatto che relazioni meno stabili si traducono quasi sempre in un futuro più precario, responsabilità più effimere, impegno educativo più labile. Relazioni light insomma che finiranno per essere scompigliate dal primo soffio degli imprevisti e delle incomprensioni. E quando si disgrega la famiglia è l’intera società a subirne le conseguenze.
Ma che questo esito dei rapporti familiari sia davvero ineluttabile è tutto da dimostrare.

A mettere in dubbio i calcoli degli esperti non è soltanto il comune buon senso, che da sempre sa distinguere tra la verità dei numeri e quella della vita, ben più sfumata e meno inquadrabile in schemi così rigidi, ma anche analisi di altro tenore che parlano di un desiderio di famiglia e di natalità sempre vivo, del tutto opposto rispetto alle proiezioni nichiliste targate Censis. Basta scorrere per esempio i dati dell’ultimo rapporto Toniolo sui giovani in Italia per cogliere non pochi spunti di speranza e comunque per respirare un atteggiamento su matrimonio, famiglia e natalità che sembra contrastare con gli esiti nefasti del dossier diffuso qualche giorno fa.

Le aspettative di fecondità delle nuove generazioni – secondo le rilevazioni condotte nel settembre 2015 su un campione di 9.358 giovani tra i 18 e i 33 anni – includono una serie di domande dettagliate sui progetti familiari e sulle speranze di avere figli che evidenziano una netta frattura tra gli obiettivi rivelati e i tanti luoghi comuni sulla mancanza di progettualità delle generazioni più giovani.

«Oltre l’80 per cento degli uomini e delle donne – scrivono Emiliano Sironi e Alessandro Rosina che hanno curato questo capitolo del rapporto – vorrebbe una famiglia composta da due o più bambini. Tenendo conto di limiti e restrizioni, tale percentuale scende intorno al 60 per cento». Insomma, si sentono di concludere i ricercatori, se le giovani generazioni fossero messe nelle condizioni di realizzare i propri obiettivi su figli e matrimonio, attraverso adeguate politiche di sostegno per quanto riguarda il lavoro e l’accudimento dei figli, in Italia «non ci sarebbero problemi di bassa fecondità».

A contrastare la facile obiezione secondo cui i figli possono nascere anche al di fuori del matrimonio e che i giovani ipotizzano in modo crescente il proprio futuro relazionale secondo schemi diversi rispetto a quelli della tradizione, concorre – sempre nell’ambito del rapporto Toniolo – il capitolo curato da Sara Alfieri ed Elena Marta che mette in luce il ruolo della famiglia d’origine nelle transizione all’età adulta in un confronto tra cinque Paesi europei (Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania).

«I modelli a cui i giovani europei in maggioranza fanno riferimento – spiega Elena Marta, che è docente di sociologia di comunità all’Università Cattolica di Milano – sono quelli delle famiglie d’origine, che rimangono importanti punti di riferimento per le scelte fondamentali della vita, come il lavoro e il matrimonio».

Lo stereotipo del “no family” prevalente tra i giovani, a lungo propagandato da certa cultura, non si ritrova insomma nelle statistiche dell’Istituto Toniolo. «Anzi – fa notare ancora la docente – ci ha sorpreso il dato secondo cui l’atteggiamento dei giovani inglesi e tedeschi nei confronti della famiglia d’origine, sia molto più vicino ai nostri giovani di quanto si potrebbe immaginare».

Sullo sfondo rimane certo la complessità di una situazione fluttuante e difficilmente omologabile, quella dei giovani nel mondo globalizzato, che risulta improbabile illudersi di poter ingabbiare in rigide proiezioni statistiche. Almeno dal punto di vista sociologico, risulta infatti difficile cogliere elementi che possano fare pensare di tradurre questa varietà di tendenze e di auspici in un pronostico credibile sulla “fine del matrimonio”. Anzi.

avvenire

Nuovo rito del matrimonio, come cambia il modo di dire sì

di Silvia Migliorini
Più di 600 delegati delle 227 diocesi italiane erano presenti al Convegno Nazionale per la presentazione del Nuovo Rito del matrimonio, che si è svolto a Grosseto nella giornate di giovedì 4, venerdì 5 e sabato 6 novembre. Il Convegno, organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana, dall’Ufficio Liturgico nazionale, dall’Ufficio per la Pastorale della famiglia, Catechistico nazionale e dal servizio nazionale per la Pastorale giovanile, sul tema «Celebrare il mistero grande dell’amore» aveva lo scopo di riflettere sul Nuovo Rito del matrimonio che entrerà in vigore dalla prima domenica d’Avvento, il 28 novembre prossimo.

«Ai cattolici che si avvicinano al matrimonio – ha detto il Segretario generale della Cei, mons. Giuseppe Betori – la Chiesa italiana chiede di partire dalla celebrazione del rito, per un cammino verso una fede matura e consapevole … si tratta di un libro – ha continuato – che non si limita e non si esaurisce nella celebrazione, ma offre contenuti e percorsi sia per la preparazione al matrimonio, sia per la riflessione mistagogica, che oggi è più che mai necessaria per dare solidità umana e spirituale alle giovani coppie di sposi, esposte al rischio della superficialità, della fragilità e purtroppo sempre più spesso del fallimento». E proprio della preparazione al matrimonio si è molto discusso in seno al Convengo.

È stata ribadita la necessità di «accompagnare e non seguire» i fidanzati verso la scelta consapevole del matrimonio «come momento culminante di un itinerario, quando la coppia, libera e consapevole – ha detto don Andrea Fontana, direttore dell’Ufficio catechistico di Torino – decide di consacrarsi nell’amore stesso di Cristo, fedele ed indistruttibile, animato dallo Spirito Santo, realizzando ogni giorno la volontà del Padre, cioè la reciproca santificazione attraverso i gesti quotidiani d’amore e di comunione».

I corsi pre-matrimoniali – secondo quanto è emerso – devono configurarsi come progetti personalizzati in itinerari prolungati in cui la Chiesa mostri interesse, cordialità, accoglienza senza giudizio, si sappia mettere in ascolto avendo a cuore il cammino che i fidanzati stanno facendo, personalizzando a ciascuna coppia i contenuti… «ogni coppia – hanno spiegato Marialicia e Carmelo Moscato, responsabili della Pastorale familiare della Diocesi di Monreale – è unica e per questo deve potere ricevere un trattamento personalizzato al fine di fare incontrare la coppia con se stessa … non è importante che siano coinvolti nel gruppo ma che diventino sempre più coppia che si avvia al matrimonio».

«Il matrimonio – ha affermato Don Paolo Giulietti, direttore del Servizio Cei per la Pastorale giovanile – si distacca sempre di più dall’idea del contratto. Del gesto burocratico come potrebbe essere un matrimonio civile, perché restituisce tutto all’ambito dell’esperienza religiosa. Al tempo stesso il Nuovo Rito favorisce una visione del matrimonio meno folcloristica e romantica, perché trasposta più decisamente nel campo della fede … forse – ha concluso – il Nuovo Rito potrà aiutare a vivere in maniera diversa anche la decisione di sposarsi, come risposta ad una chiamata di Dio che viene dal battesimo e conseguentemente ad accettare il matrimonio come missione».

«Tra le tante novità del Rito la più pubblicizzata è stata la nuova formula “accolgo te” al posto di “prendo te” – ha spiegato don Giuseppe Busani, direttore dell’Ufficio liturgico nazionale – alcuni ritengono che sia meno incisiva della precedente. Non sono d’accordo – ribatte – perché la nuova formula sottolinea maggiormente un impegno fondato sulla grazia di Cristo».

Punto molto dibattuto è stato il secondo capitolo della pubblicazione del Nuovo Rito che prevede la celebrazione del Sacramento del matrimonio senza Eucaristia ma con la sola Liturgia della Parola: «un’opportunità in più offerta alle giovani coppie – ha detto Andrea Grillo, teologo e membro della Commissione istituita dalla Cei per la stesura finale del Nuovo Rito del matrimonio – da parte di una Chiesa che promuove e accoglie ogni storia di fede».

Grillo ha spiegato che la possibilità di celebrare il matrimonio con la sola Liturgia della Parola intende rimediare a due eccessi in cui le comunità parrocchiali possono cadere: «Ci potrebbe essere il rischio di pensare – ha spiegato – da una parte di avere un diritto acquisito a sposarsi in Chiesa e dall’altra di credere che il matrimonio in Chiesa sia il risultato di una selettivo concorso a numero chiuso. Tra una pericolosa indifferenza ed una selettiva diffidenza la Chiesa italiana ha voluto trovare una mediazione, proponendo di accogliere la coppia con una delicata e attenta attenzione pastorale. Il fatto che l’Eucaristia non venga celebrata nel corso del matrimonio, come libera scelta dei nubendi, non deve essere vissuta come mera sottrazione ma come opportunità che si vuole dare alla coppia per riscoprire un più intenso desiderio di Eucaristia».

Il parroco: «Aiuterà gli sposi a essere più consapevoli»
E’ stata consegnata nelle mani di don Paolo Gentili, parroco della comunità di Roselle, frazione di Grosseto, come rappresentante di tutti i parroci italiani al Convegno nazionale, la prima pubblicazione del Nuovo Rito del matrimonio. Mons. Giuseppe Betori, Segretario generale della Cei, ha voluto compiere questo gesto simbolico per significare un passaggio di consegne a coloro che, dal 28 novembre prossimo, data in cui il Rito entrerà ufficialmente in vigore, si avvarranno della novità da proporre alle giovani coppie di sposi e così… insieme a don Paolo anche due giovani fidanzati grossetani, Emanuele Lodde e Simona Rusconi, della parrocchia del SS. Crocifisso, hanno ricevuto, come prima coppia, il Nuovo Rito, in segno di accoglienza.

Don Paolo, entriamo nei dettagli. Quali sono le novità del Nuovo Rito del matrimonio, cioè in che cosa si differenzia rispetto a quello tradizionale?

«La prima novità è la stretta connessione con il Battesimo – spiega – per questo nel primo capitolo, che è quello riferito alla celebrazione, è previsto che gli Sposi facciano memoria del loro Battesimo rinnovando le promesse, con il Sacerdote, vicino al Fonte battesimale».

Quindi gli sposi vanno insieme verso l’Altare… e dopo?

«Inizia la Liturgia della Parola che è stata ampliata nella scelta: sono 82 brani adesso tra Antico e Nuovo Testamento che possono essere scelti dagli sposi per la celebrazione. Questo perché gli sposi vivano con maggiore impegno il tempo della scelta per la preparazione della liturgia della Parola».

Si arriva, poi, al momento culminante che è quello della Liturgia del Matrimonio: che cosa è cambiato?

«Gli sposi possono scegliere se rispondere alle domande tradizionali del Sacerdote o declamare insieme una professione di fede, che le contenga tutte, in cui l’accento è posto, in modo particolare, sulla preghiera alla comunità, a cui è dato un ruolo rilevante, che li accompagni e li sostenga nel loro cammino di coppia. Si giunge, quindi, ad una nuova scelta: o pronunciare la formula nuova tanto pubblicizzata “Io accolgo te, come mia sposa, con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre nella gioia e del dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita” … oppure iniziare un dialogo vero e proprio tra gli sposi che inizia così “Vuoi unire la tua vita alla mia?”».

Quale significato assume il termine «accolgo te» che è stato sostituito al tradizionale «prendo te»?

«Ritengo che sottolinei il dono che l’altro fa di se stesso nella libertà… c’è una disponibilità ad accogliere tutto dell’altro, con i suoi pregi e difetti. È, poi, maggiormente sottolineata l’idea di vocazione al matrimonio, come risposta alla chiamata di Dio. Subito dopo il Consenso (prima era successivo al Padre Nostro), è il momento della benedizione nuziale… ciò sta a significare che la benedizione nasce direttamente dal sacramento del matrimonio. Nuova aggiunta, dopo gli scambi degli anelli, le litanie dei Santi, soprattutto dei santi che sono stati sposati».

E riguardo al Secondo capitolo, di cui si è molto parlato, in cui è offerta la possibilità a giovani coppie che da tempo hanno abbandonato il cammino ecclesiale, di sposarsi comunque in Chiesa ma con la sola Liturgia della Parola?

«Qualcuno ha pensato ad un rito di serie B… Non sono d’accordo. Ritengo che abbia lo stesso spessore dell’altro, ma senza il momento dell’Eucaristia. Il tutto nasce dall’esigenza di evitare il più possibile quei matrimoni in cui è palpabile la poca partecipazione da parte degli sposi e dei parenti. La Chiesa ha fatto questa scelta anche e soprattutto per risvegliare negli sposi il desiderio di Eucaristia, di comprendere in modo pieno e consapevole il senso del matrimonio in Chiesa».

La scheda: tutte le novità
Il nuovo rito del matrimonio (in realtà sarebbe più corretto parlare di «adattamento» del rito) entrerà in vigore dal 28 novembre. Il testo prevede tre riti distinti: il primo inserito nella Messa, il secondo inserito nella Liturgia della Parola (senza l’Eucaristia), il terzo riguardante il matrimonio in cui solo uno dei due sposi sia battezzato. Specie per le prime due tipologie, ci sono alcuni importanti cambiamenti rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi.

«Io accolgo te…»
La novità più grande riguarda la formula, che diventa «Io accolgo te, come mia sposa, con la Grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre nella gioia e del dolore, nella salute e nella malattia e di amarti ed onorarti per tutti i giorni della mia vita». Mai gli sposi possono anche scegliere una formula più complessa, costituita da un dialogo vero e proprio tra gli sposi che inizia così: «Vuoi unire la tua vita alla mia?»

Si inizia dal fonte battesimale
Un’altra novità importante riguarda l’inizio della celebrazione: il sacerdote accoglie la coppia vicino al fonte battesimale, dove i futuri sposi rinnovano le promesse battesimali prima di incamminarsi insieme verso l’altare.

Letture, scelta più ampia
Per la Liturgia della Parola, è stata ampliata la scelta a disposizione: adesso sono 82 i brani tra Antico e Nuovo Testamento che possono essere scelti dagli sposi per la celebrazione. Rinnovate anche le litanie dei santi, con uno spazio particolare dedicato ai santi sposati

Matrimonio senza messa
L’adattamento del rito introduce anche una possibilità in più: quella di celebrare il matrimonio senza l’Eucaristia, all’interno di una Liturgia della Parola. Una formula pensata per le coppie che esprimono il desiderio di sposarsi in Chiesa, ma non hanno alle spalle un cammino di vita cristiana. Non un’imposizione, ma una scelta in più a disposizione delle coppie.

La benedizione degli sposi
Nuova è anche la formula per la benedizione degli sposi. Il testo accentua la supplica affinché gli sposi, «segnati con il fuoco dello Spirito, diventino Vangelo vivo tra gli uomini». E introduce l’aspetto escatologico: «la profonda nostalgia» di Dio «fino al giorno in cui potranno, con i loro cari, lodare in eterno» il Suo nome.

– See more at: http://www.toscanaoggi.it

Ok, ma perché ci sposiamo (in chiesa)?

Se non ce lo siamo perso tra le scartoffie, emendamenti, convegni, adunate e questioni di principio, c’è il cuore della missionarietà del matrimonio cristiano

Ero lì che cercavo di impastare un polpettone in cui ammannire ai pochi interessati la mia fondamentale e autorevole opinione sul Ddl Cirinnà e sul Family day, peraltro la milionesima in circolazione tra web e social in questo periodo.
Un amico leggendo l’ennesima bozza del post, dopo un principio di indigestione che ha dissimulato con la solita eleganza, mi ha domandato: “Ma dì la verità, che cosa veramente, ma veramente, ti fa arrabbiare del Family day (e dintorni, ndr)?”.

Alla fine, laggiù in fondo al cuore, arrivo sempre allo stesso punto. Da anni. C’è un problema collaterale, diciamo così, a tutta questa questione; un problema che trovo molto serio e abbastanza scansato.

Da secoli, i credenti – e di conseguenza poi tutti gli altri e gli “anti” – hanno spesso ridotto o hanno accettato di ridurre la questione matrimonio e famiglia a un minestrone fatto di consuetudini, esigenze sociologiche e problematiche di diritto (canonico e non), con un discreta colata di moralismo sessuale.A volte, per inciso, senza una vera conoscenza della morale cattolica e della sua proposta.
Se stai leggendo e stai pensando: “Perché, caro il mio polpettonaro, c’è forse altro?” abbiamo un problema.

Domande.
Perché due persone, un uomo e una donna, si dovrebbero sposare (in chiesa) oggi? Perché tu che leggi (non) ti sei sposato? O (non) pensi di farlo o (non) ti stai chiedendo se? Perché celebri quel matrimonio? Perché accompagni quei due giovani che dicono di volersi sposare? Etc

In queste domande, se non ce lo siamo perso tra le scartoffie, gli emendamenti, le sentenze, i convegni, la casistica, le adunate e le questioni di principio, c’è il cuore della missionarietà del matrimonio cristiano. Dentro e fuori la Chiesa.

 

vinonuovo.it

Parrocchie del centro storico Reggio Emilia: Corsi per fidanzati in preparazione al matrimonio 2015-16

GIovani-fidanzati

Parrocchie del centro storico

Corsi per fidanzati in preparazione al matrimonio

2015 – SANTO STEFANO (città)

Lunedì  5 Ottobre “Il sacramento del matrimonio” – rel. diacono Enrico Grassi

Lunedì 12 Ottobre “La parola di Dio fondamento del matrimonio” – rel. coniugi Fortelli

Lunedì 19 Ottobre “La relazione e le sue difficoltà”- rel. dott. Soliani

Lunedì 26 Ottobre “La conoscenza della fertilità” – rel. dott. Soliani

Martedì 3 Nov. “I corrosivi del matrimonio, ovvero essere buoni osservatori”- rel. coniugi Cavalca

Lunedì 9 Novembre “Il dialogo nella coppia” – rel. coniugi Bedogni

Lunedì 16 Novembre “I figli dono di Dio” – rel. diacono Enrico Grassi

2016 – SANT’AGOSTINO

Lunedì  4 Gennaio “Il sacramento del matrimonio” – rel. diacono Enrico Grassi

Lunedì 11 Gennaio “La parola di Dio fondamento del matrimonio” – rel. coniugi Fortelli

Lunedì 18 Gennaio “La relazione e le sue difficoltà”- rel. dott. Soliani

Lunedì 25 Gennaio “La conoscenza della fertilità” – rel. dott. Soliani

Lunedì 1 Feb. “I corrosivi del matrimonio, ovvero essere buoni osservatori”- rel. coniugi Cavalca

Lunedì 8 Febbraio “Il dialogo nella coppia” – rel. coniugi Bedogni

Lunedì 15 Febbraio “I figli dono di Dio” – rel. diacono Enrico Grassi

2016 – SANTO STEFANO (città)

Lunedì  4 Aprile “Il sacramento del matrimonio” – rel. diacono Enrico Grassi

Lunedì 11 Aprile “La parola di Dio fondamento del matrimonio” – rel. coniugi Fortelli

Lunedì 18 Aprile “La relazione e le sue difficoltà”- rel. dott. Soliani

Martedì 26 Aprile “La conoscenza della fertilità” – rel. dott. Soliani

Lunedì 2 Mag. “I corrosivi del matrimonio, ovvero essere buoni osservatori”- rel. coniugi Cavalca

Lunedì 9 Maggio “Il dialogo nella coppia” – rel. coniugi Bedogni

Lunedì 16 Maggio “I figli dono di Dio” – rel. diacono Enrico Grassi

 

–         Tutti i corsi si terranno alle ore 21 presso le Parrocchia di Santo Stefano e di San’Agostino. Al termine di ogni corso si terrà un momento di festa e condivisione in cui verrà anche rilasciato l’attestato di partecipazione.

–         le prenotazioni si fanno presso la parrocchia in cui si tengono i corsi o presso il responsabile degli stessi diacono Enrico Grassi cell. 3389805145

–         il corso è gratuito ma si può collaborare “volontariamente” con offerta al fine dello stesso!

MATRIMONIO E FAMIGLIA, DOPO IL SINODO

In un paio di recenti occasioni, prima all’Università di Vienna (15 ottobre 2014) e poi alla Catholic University of America di Washington (6 novembre 2014), il cardinal Kasper ha pubblicamente ribadito che gli schemi correnti del tipo “progressista/conservatore” male si applicano a papa Francesco. Non classificabile all’interno di una qualche scuola accademica di teologia, uomo pratico che all’astrazione delle idee preferisce l’incontro diretto con le persone, il papa argentino sfugge a simili catalogazioni. Per quanto immediate ed efficaci sul piano giornalistico, quelle semplificazioni risultano ingannevoli quando applicate tout court alla sua figura di pastore o al suo pensiero teologico.

1. Un papa radicale per una chiesa radicale?

Si vede confermato questo convincimento specie se si volge retrospettivamente lo sguardo alla condotta – silente, ma nient’affatto indifferente – del vescovo di Roma nei giorni del sinodo straordinario. Oppure se si rilegge il suo discorso per la conclusione dell’assemblea sinodale, discorso che qualcuno ha giudicato «uno dei più importanti del suo pontificato», fino ad oggi.

In quest’ultimo testo papa Bergoglio sottolinea, riguardo al processo sinodale, la positività del cammino compiuto insieme, ora con momenti di entusiasmo, ora con segni di affaticamento (quando, precisa, il più forte si è sentito in dovere di aiutare il meno forte). E nondimeno stigmatizza le opposte tentazioni – pure verificatesi, inutile nasconderlo – di irrigidirsi in una chiusura a riccio o di annacquare il vangelo della croce, vuoi per assecondare le proprie paure di cambiamento, vuoi per coprire le ferite sanguinanti con falsa pietà, senza guarirle. Cecità nei confronti della realtà, cecità nei confronti della verità. Pane trasformato in pietra, pietra trasformata in pane, dice il papa. Rifiutando queste secche alternative, conclude, la chiesa si dovrà sforzare di essere fedele al suo Sposo, senza paura di sedere a mensa con pubblicani e prostitute. Invocando su se stessa il dono di quella misericordia che è proprietà fondamentale di Dio, la saprà esercitare non come cedimento populista né come debolezza pastorale nei confronti dei fratelli caduti.

In definitiva, puntualizzava Kasper nella sua lecture per la consegna della medaglia intitolata al patrologo Johannes Quasten (1900-1997), se una scelta di campo va individuata, di papa Francesco si deve dire che «egli non rappresenta una posizione liberale, ma una posizione radicale, intesa – nell’accezione originale della parola – come un ricollegarsi alle radici, alla radix», nella convinzione che questo ritorno alle fonti dell’esperienza cristiana è, di fatto, aprire nuove strade, scorgere possibilità impensate, «costruire un ponte verso il futuro».

Ai lettori più attenti non sarà sfuggito che, così dicendo, Kasper a Washington riprendeva esattamente una formulazione retorica dall’Introduzione del suo Il vangelo della famiglia, qui riferita ai compiti della chiesa cattolica oggi 1, là applicata al pontefice che ne regge le sorti. Tradizione sì, senza tradizionalismi. Radicalità sì, senza radicalismi.

Ma allora, possiamo chiederci, che spazio hanno ottenuto, a posteriori, le tesi del «teologo del papa» su matrimonio e famiglia, nella Relatio synodi finale? Il «papa delle sorprese» può dirsi rappresentato, come asseriscono i media, dai passi indicati come necessari dalla «teologia in ginocchio» del cardinale tedesco e/o dalla sintesi cui è provvisoriamente approdata l’assise conciliare? Si è trattato lì di radicalità evangelica o di cosmesi superficiale?

Non possiamo in questo breve spazio approntare un confronto sistematico che espliciti punto per punto contatti e differenze, elaborando un giudizio circostanziato e definitivo sugli effetti del discorso kasperiano sul Sinodo 2. Ci limiteremo invece a uno sguardo a volo d’uccello (§ 2), individuando qualche linea di tendenza, e poi (§ 3) indagheremo che cosa ne è stato, al Sinodo, dei «quattro passi» elencati da Kasper nell’Epilogo de Il vangelo della famiglia. Ci condurranno nel breve percorso anche i testi de Il matrimonio cristiano: di questo vero e proprio trattatello sistematico la relazione introduttiva al concistoro dello scorso febbraio rappresenta, se vogliamo, l’estrema sintesi.

2. Percorsi paralleli sul vangelo della famiglia

L’impianto complessivo dell’argomentazione, tanto nei testi di Kasper quanto nella Relatio synodi, segue una identica triplice scansione: 1) ascolto/sguardo sulla situazione attuale, specialmente sulle sue criticità; 2) ascolto/sguardo sul dato della rivelazione cristiana; 3) confronto fra le due prospettive per discernere nuove vie.

Il primo passaggio di questa rodata metodologia, ossia l’istantanea sociologico-psicologica della realtà di matrimonio e famiglia così come si lascia fotografare oggi, è molto più elaborato e complesso nella relazione conclusiva sinodale che nella relazione introduttiva kasperiana. Nondimeno, il Kasper de Il matrimonio cristiano si dilunga in proposito in una analisi molto più sviluppata, che mantiene – a distanza di quasi quarant’anni – una sua sorprendente attualità.

Quando volge lo sguardo al dato neotestamentario, secondo dei tre passaggi, il documento sinodale richiama la paradigmaticità dell’atteggiamento di Gesù (n. 14) e distingue, nella pedagogia divina, tre (meglio: quattro) tappe fondamentali: l’alleanza sponsale inaugurata nella creazione, poi rivelata nella storia di Israele, riceve la pienezza del suo significato salvifico in Cristo e si compirà definitivamente nelle nozze escatologiche dell’Agnello (nn. 15s.). Queste stesse scansioni storiche appaiono organizzate in modo lievemente diverso ne Il vangelo della famiglia: l’ordine del creato e la ferita del peccato sono pensati già in prospettiva anticotestamentaria, l’ordine della redenzione in Cristo muove dal dettato dei vangeli spingendosi fino agli apporti dell’epistolario paolino, l’accenno alla simbologia escatologica di Apocalisse si allarga sul tema del celibato per il regno, toccando il tópos della famiglia come chiesa domestica, cui è dedicata un’intera sezione 3.

Dato che non costituisce un trattato né un saggio di teologia, è comprensibile che la Relatio synodi – a differenza degli scritti di Kasper – non si incarichi di scorrere lo sviluppo della riflessione e della statuizione dogmatica nei diciannove secoli che intercorrono fra l’epoca apostolica e il Vaticano II. Di fatto, si concentra esclusivamente sui documenti magisteriali emanati dall’ultimo concilio e dagli ultimi pontefici. Riassume poi il “vangelo della famiglia” nel votatissimo n. 21 (con 181 placet di approvazione), cui fa seguire immediatamente il più controverso n. 22 (22 anche i non placet) sugli elementi validi e positivi presenti nel matrimonio naturale (sotto tale dicitura sono incluse in senso lato unioni civili, matrimoni tradizionali, convivenze) concependolo, nonostante limiti e insufficienze, come orientato ovvero orientabile a uno sviluppo, cioè alla pienezza del matrimonio cristiano (cfr. anche il n. 27). Vi si individua così una capacità di evoluzione, un divenire potenzialmente positivo. Infine, nei nn. 23-25, dopo aver ribadito la bellezza e la positività maturante dell’esperienza e della testimonianza dei matrimoni riusciti, per i casi di fragilità e di fallimento il Sinodo individua un approccio pastorale e misericordioso.

Esplicitando prospettive propriamente pastorali (è il terzo passaggio), il documento riassuntivo dell’assemblea dei vescovi cattolici – qui davvero ricalcando da vicino le posizioni del cardinale tedesco – individua l’urgenza e la necessità di scelte coraggiose, di cammini pastorali nuovi che partano dalla realtà effettiva, di uno sguardo differenziato sulle diverse situazioni concrete (n. 45), per far incontrare innanzitutto il volto misericordioso di Dio e la carità materna della chiesa, che si traducono in esperienze di riconciliazione e di aiuto (n. 44). Citando Evangelii gaudium, viene lanciato l’appello ad ascoltare con rispetto, facendosi prossimo e diventando compagni di cammino (n. 46). Si richiama altresì a un discernimento particolare per accompagnare i divorziati risposati (n. 47) e si individua il bisogno di procedure canoniche più accessibili e agili, oltre che gratuite, per il riconoscimento dei casi di nullità – non senza citare la possibilità di dare rilevanza al ruolo della fede dei nubendi in ordine alla validità del sacramento (n. 48) 4. Si promuovono infine il discernimento e la cura pastorale nei confronti dei divorziati risposati, favorendo una qualche loro partecipazione alla vita della comunità ecclesiale (n. 51).

Ad uno sguardo di massima, i punti di contatto fra il pensiero di Kasper e le riflessioni condotte dai padri sinodali sembrano dunque configurare, pur con innegabili differenze di visuale e di approccio, un sostanziale parallelismo di percorsi. Cerchiamo ora di precisare, seppur di poco, il confronto.

3. Il peso della storia sulla teoria del vincolo

Quale accoglienza hanno ricevuto i passi che il cardinale suggeriva di compiere nell’Epilogo del suo Il vangelo della famiglia? Erano quattro i passi auspicati: possiamo seguirli uno a uno, nella loro esatta successione, concatenati come sono fra di loro 5.

1) Nella prima delle due tappe del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, quella straordinaria celebrata lo scorso ottobre, si è senz’altro cercato un linguaggio nuovo che, accantonando sia toni catastrofici e pessimistici sia la presunzione di giudicare prima ancora di capire, smuovesse dall’immobilismo miope di chi finge di non vedere i problemi sul tappeto. A favore di una spiritualità dell’amore coniugale, un amore che trova la sua massima espressione incarnata nell’intimità sessuale – questa la sua specificità –, si sono levate voci nel corso dell’assemblea sinodale e si trovano accenni positivi nel “lessico familiare” del documento conclusivo. E, con questo, si può dire compiuto il primo passo.

2) Il tono generale di quel documento riassuntivo, prima ancora di affermazioni di singoli, attesta di un profilo pastorale profondo, più integrato nello stile ecclesiale, sulla scia del Vaticano II: accantonate considerazioni rigoriste e legaliste, ha la meglio un atteggiamento di accompagnamento solidale, sostanziato per così dire di “pazienza ed empatia”. Consapevoli del tesoro loro affidato ma anche dei propri limiti, i pastori sono chiamati a compiere un cammino (anche di conversione, perché no?) accanto ai coniugi, guidando ma facendosi aiutare da (alcuni di) loro, in spirito di corresponsabilità, e altresì a rivolgersi con sguardo aperto anche alle persone che hanno visto tristemente fallire il loro progetto di vita insieme. Nel testo non fa la sua comparsa il termine oikonomía, forse troppo caratterizzato dalla tradizione bizantino-ortodossa, ma la sostanza del concetto così come inteso da Kasper nel secondo passo proposto – il superamento di una manicheistica alternativa fra rigorismo e lassismo – pare esserci tutta.

3) E quanto al bisogno di riorientare in senso spirituale e pastorale i procedimenti canonici su questioni matrimoniali? Abbiamo già visto che nella Relatio synodi gli accenni in questa direzione non mancano. Altra cosa è dire se siano sufficienti, dal momento che nelle parole di Kasper si potrebbe leggere una più sottile provocazione a riequilibrare, appunto in termini spirituali e pastorali, esigenze istituzionali e giuridiche con dimensioni individuali e private. Alcuni osservatori appuntano che la materia in oggetto – cioè matrimonio e famiglia – ingloba un insieme di questioni che non sono riducibili né alla ferrea logica oggettiva del dato istituzionale (il vincolo matrimoniale stabilito dal sacramento), né alla magmatica sensibilità affettiva-emozionale dei singoli (il soggetto autonomo e autodeterminantesi), ma casomai a un campo di compresenza e di tensione fra questi due ambiti. Potremmo dire: il campo della intersoggettività.

Le categorie e i capisaldi di riferimento – teologici, canonistici, pastorali – che una secolare tradizione ci ha consegnato per dire e praticare il vangelo della famiglia propendono per una intangibilità dell’aspetto istituzionale. Come ricorda lo stesso Kasper ne Il matrimonio cristiano, questo rivestimento culturale del dato evangelico era perfettamente funzionale a una famiglia centrata sulla sua vocazione pubblica e sociale: quale comunità economica e centro di produzione di beni e servizi, come spiegano storici e sociologi. Alla sensibilità occidentale contemporanea che, al contrario, esalta la libera scelta sovrana del soggetto, si attaglia maggiormente un modello di famiglia imperniato sulla sua vocazione privata e personale (l’integrazione affettivo-personale, anziché la vita professionale e la funzione produttiva). Il distacco lacerante fra le due prospettive storico-culturali – che si traduce in uno scacco, direbbe qualcuno, per la comunità ecclesiale – appare a prima vista incolmabile 6. Fra le due c’è un abisso, riconosce Kasper: da una parte una comprensione naturale-statica, dall’altra una di tipo più personale-storico-dinamico 7. Per esemplificare: di fronte a una crisi matrimoniale, la Relatio synodi sembrerebbe vedere solo la fragilità dei soggetti implicati e del loro cammino di fede, mai una criticità del vincolo, un suo divenire, una sua dinamica storica (cfr. n. 24) 8.

La teologia kasperiana ci sembra invece più propensa a individuare elementi di gradualità: una legge di crescita, di sempre maggiore comprensione e realizzazione dell’ideale, di approfondimento, che conosce le dimensioni della conversione e del rinnovamento 9. Nelle posizioni espresse dai padri sinodali, così come riassunte nella relazione finale, parrebbe invece prevalere ancora la logica precedente, che sgancia il matrimonio dalla fragilità delle sue connessioni a parametri privati, egoistici (strutturalmente instabili e non vincolanti), ma per converso non si cura davvero della qualità relazionale, dell’intensità affettiva nella sfera intima, della ricchezza emotiva della vita di coppia, liberata oggi dalle determinanti sociali, economiche e biologiche di un tempo.

4) Se il passo precedente rimane incompiuto, ne risulta pregiudicato anche il passo successivo, il quarto e ultimo. È riferito a uno dei temi più scottanti sul tappeto: la possibilità per i divorziati (risposati e non) di accedere – a precise condizioni e dopo un periodo di riorientamento – ai sacramenti della penitenza e dell’eucaristia, al di là di prassi tacite e ufficiose localmente tollerate: il documento sinodale ne tratta ex professo al n. 52 (che ha ricevuto peraltro il più ingente numero di non placet: ben 74!). Dopo aver sunteggiato le opposte posizioni in campo, si conclude in modo asettico che la questione attende ulteriori approfondimenti (come per l’escamotage della comunione spirituale, di cui si occupa il n. 53): segno che il coraggioso affondo di Kasper non ha convinto molti esponenti dell’episcopato.

4. Per concludere

C’è ancora tutto un lavoro da svolgere: parliamo di quel lavoro mai esaurito di inculturazione, che risponde alla logica della incarnazione.

Non è questione di annacquare un vangelo esigente, di istituzionalizzare gratuiti sotterfugi rispetto ai rigori della legge ecclesiastica, di prendere alla leggera l’impegno di tutta una vita, di escogitare ingannevoli sofismi e comode scorciatoie, magari esponendo i più deboli – basti pensare ai bambini – al capriccio della volubilità altrui, in un gioco autoassolutorio.

No, la questione è un’altra. La questione è, a nostro avviso, assumere responsabilmente l’umano così come si autocomprende oggi – non un humanum atemporale, astratto, immaginario, pretenzioso – e portarlo a contatto con il messaggio evangelico di sempre. Quindi il lavoro da svolgere è far risuonare credibilmente quel messaggio lungo la direttrice che incrocia tanto le opportunità reali (non sempre valorizzate) quanto i pericoli veri (questi ultimi più spesso lamentati e condannati) degli sviluppi postmoderni intervenuti nel costume, nell’antropologia, nella cultura, quando si tratta di vita di coppia, di matrimonio, di famiglia. Deve ancora generarsi in forma convincente, dicevamo, una nuova consapevolezza – dottrinale, giuridica, pastorale – della intersoggettività di quel quid che è la famiglia. Si potrebbe forse parlare di inter-relazionalità, riformulando Kasper: oggi l’essenza della persona e del matrimonio «non deve essere definita in modo naturale, ma in modo relazionale» 10. Dello svolgimento di questo incarico, che nel 1977 l’allora professore di dogmatica a Tubinga assegnava alla teologia, compaiono solo timide tracce nella Relatio synodi.

Del resto – e lo indicava lo stesso Francesco nel suo discorso conclusivo – era precedentemente stabilito che quello di trovare soluzioni concrete e di dare risposte praticabili è il lavoro che resta da fare da qui alla prossima assemblea sinodale: un percorso di discernimento e maturazione dovrà portare lì.

Fa ben sperare il fatto che i (nuovi) metodi di lavoro sinodali, messi in atto sotto la regia del papa in questa esperienza di dialogo ecclesiale ai massimi livelli, hanno consentito un effettivo esercizio di responsabilità collettiva da parte dei rappresentanti dell’episcopato mondiale. Quei metodi si sono dimostrati sufficientemente capaci di suscitare un franco dialogo e un confronto serrato che, sulla base di un insegnamento tradizionale riletto alla luce della realtà contemporanea, hanno gettato sul terreno nuovi semi di riflessione, che attendono di germogliare. Per inaugurare davvero un vissuto ecclesiale di incarnata radicalità evangelica.

_____________________________

Note

1. «La nostra posizione oggi non può essere un adattamento liberale allo status quo, ma una posizione radicale, che va alle radici, cioè al vangelo, e di là dà uno sguardo in avanti»: W. KASPER, Il vangelo della famiglia, Queriniana, Brescia 2014, 9.

2. La disomogeneità – anche solo di genere letterario e di finalità – dei diversi testi in campo, ovvero la relazione introduttiva di Kasper al concistoro del 20-21 febbraio 2014 e la relazione finale della IIIa Assemblea generale straordinaria del Sinodo dei vescovi, induce alla massima cautela chi volesse operare un confronto ponderato.

3. Anche qui, la periodizzazione storica è ancor più organica e dettagliata ne Il matrimonio cristiano (Queriniana, Brescia 2014). Si veda per esempio l’intera Appendice I per l’articolazione dell’inserimento del matrimonio tanto nell’ordine della creazione quanto nell’ordine della redenzione; o si veda l’Appendice II per il doppio tema della sacramentalità del matrimonio cristiano e della famiglia come chiesa domestica.

4. In realtà, lo diciamo per inciso, il tema della fede (meglio: di una iniziazione alla fede cristiana, da viversi con consapevolezza, libertà, maturità umana) ci pare l’articolo dirimente dell’intera questione, non solo del suo aspetto canonico: viene spesso presupposto, ma con esso sta o cade l’intero edificio del matrimonio sacramento.

5. Cfr. KASPER, Il vangelo della famiglia, cit., 71-76.

6. La distinzione, da cui poi sviluppa la contrapposizione, fra sfera pubblica e sfera privata, così come la sentiamo noi oggi, è caratteristica di un’epoca piuttosto recente. Per un esempio concreto, si pensi solo a quell’epifenomeno che è la casa moderna, lo spazio abitativo della famiglia così come lo intendiamo noi: esso è sconosciuto al mondo antico. Fino a tutto il Medioevo la casa era costituita fondamentalmente da un unico vano, più o meno ampio, scarnamente arredato, nel quale vivevano insieme non solo i membri del gruppo familiare, ma anche i collaboratori e gli apprendisti coinvolti nelle attività commerciali o artigianali del capofamiglia, che ivi si svolgevano (con una assoluta promiscuità di persone – e, se del caso, persino di animali). Solo nell’Olanda rinascimentale, cioè a partire dal XVII secolo, cominciano a realizzarsi abitazioni in cui l’attività lavorativa (configurandosi come questione pubblica) non si svolge più all’interno della dimora familiare (che tende a specializzarsi in focolare degli affetti, regno della privacy). «Ha origine qui la storia di una doppia privatizzazione: quella della famiglia rispetto alla società e quella, all’interno della famiglia stessa, tra i suoi membri» (G. Postiglione).

7. ID., Il matrimonio cristiano, cit., 19.

8. Fa eccezione il n. 59, che all’affettività e all’amore riconosce una capacità di crescita nel tempo e un percorso di maturazione progressiva – senza che questo però venga detto del legame coniugale in quanto tale. Anzi, il testo in alcune sue forme dà l’impressione di un certo imbarazzo nel dover riconoscere che anche all’interno del legame coniugale, e non solo prima di esso, l’affettività non si dà a vivere se non come dinamica di maturazione!

9. «Questa legge della gradualità mi pare una cosa importantissima per la vita e per la pastorale matrimoniale e familiare»: KASPER, Il vangelo della famiglia, cit., 31.

10. ID., Il matrimonio cristiano, cit., 21.

© 2014 by Teologi@Internet
Forum teologico diretto da Rosino Gibellini
Editrice Queriniana, Brescia (UE)

Colloquio interreligioso su complementarietà uomo-donna

Inizia lunedì 17 novembre, in Vaticano, con l’intervento di Papa Francesco, il Colloquio interreligioso internazionale sul tema “La complementarietà dell’uomo e della donna”. Il servizio di Sergio Centofanti  – radiovaticana

L’importante evento durerà tre giorni ed è promosso da ben quattro dicasteri vaticani: la Congregazione per la Dottrina della Fede e i Pontifici Consigli per la Famiglia, Dialogo Interreligioso e Unità dei Cristiani. Introdurrà i lavori il cardinale Gerhard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Si tratta di un raduno di studiosi e leader religiosi, ebrei, cristiani, musulmani e di altre confessioni – afferma un comunicato degli organizzatori – “al fine di proporre di nuovo la bellezza della naturale unione dell’uomo e della donna nel matrimonio”. I relatori svilupperanno vari aspetti di questa complementarità “per sostenere e rinvigorire il matrimonio e la vita familiare”. Ci saranno anche dei testimoni che “attingeranno alla saggezza della loro tradizione religiosa e dall’esperienza culturale per dare testimonianza alla forza e alla vitalità della complementarità dell’uomo e della donna”.

Papa Francesco era intervenuto sul tema della complementarietà uomo-donna l’11 aprile scorso, incontrando la Delegazione dell’Ufficio internazionale cattolico dell’infanzia (Bice). In quell’occasione, il Pontefice aveva ribadito “il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare nella relazione, nel confronto con ciò che è la mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre, e così preparando la maturità affettiva”.

“Ciò comporta al tempo stesso – aveva proseguito – sostenere il diritto dei genitori all’educazione morale e religiosa dei propri figli”. E a questo proposito aveva espresso il suo “rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani – aveva esclamato – non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX – aveva detto con forza – non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del ‘pensiero unico’”. E citando la frase di un grande educatore, che si riferiva a progetti concreti di educazione, concludeva: “A volte, non si sa se con questi progetti … si mandi un bambino a scuola o in un campo di rieducazione”.

Il cardinale Gerhard Müller – di cui l’Osservatore Romano anticipa alcuni stralci della sua relazione al Colloquio – afferma che “il maschile ha bisogno del femminile per essere compreso, e così è per il femminile”. “Dalla presenza del figlio – osserva il porporato – proviene una luce che ci può aiutare a descrivere la complementarità dell’uomo e della donna. Il rapporto dei genitori con il bambino, dove ambedue si aprono al di là di se stessi, è un modo privilegiato per capire la differenza tra l’uomo e la donna, nel loro ruolo di padre e madre. La complementarità non si comprende, allora, quando guardiamo all’uomo e alla donna in modo isolato, ma quando li consideriamo nella prospettiva del mistero verso cui la loro unione si apre e, in modo concreto, quando guardiamo il maschile e il femminile alla luce del rapporto con il figlio”.

“Si potrebbe aggiungere – prosegue il cardinale Müller – che il femminile si caratterizza per una presenza costante, che sempre accompagna il figlio. In tedesco, infatti, quando una donna è incinta, si dice che porta un bambino sotto il cuore (dass sie ein Kind unter dem Herzen trägt). La filosofia contemporanea ha parlato del femminile come dimora, come presenza che avvolge l’uomo dall’inizio e l’accompagna sulla strada, come sensibilità singolare per la persona come dono e per la sua affermazione. D’altra parte, il maschile è caratterizzato, riguardo al figlio, come la presenza di qualcuno ‘nella distanza’, in una distanza che attira e, così, aiuta a percorrere il cammino della vita. Ambedue, maschile e femminile, sono necessari per trasmettere al figlio la presenza del Creatore, sia come amore che avvolge e conferma la bontà dell’esistenza malgrado tutto, sia come chiamata che da lontano invita a crescere. Il primo luogo in cui la differenza sessuale appare nella vita delle persone è appunto l’esperienza di filiazione. La nostra origine, il nostro primo luogo di contatto con il mistero, si rivela nell’unione dei nostri genitori, da cui ci proviene la vita. Il maschile e il femminile rendono visibile per ogni bambino che viene a questo mondo, in modo sacramentale, la presenza del Creatore. Il bene di questa differenza è la grammatica essenziale perché il bambino possa essere educato come uomo aperto al mistero di Dio”.