Palermo. Raid vandalici nei luoghi del ricordo delle vittime di mafia

Domenica sfregiato un murale dedicato a Paolo Borsellino e rubate alcune statuette che rappresentano le vittime, nel cortile del complesso dello Spasimo
Il murale dedicato a paolo Borsellino sfregiato

Il murale dedicato a paolo Borsellino sfregiato – Fotogramma

Due raid vandalici a Palermo che hanno avuto come obiettivo le vittime di mafia riaccendono lo sdegno di cittadini e istituzioni, alla vigilia dell’anniversario dell’omicidio di mafia di Libero Grassi. Nella tarda serata di domenica 28 agosto all’interno del cortile del complesso dello Spasimo, dove è installato “L’Albero dei tutti”, opera di Gregor Prugger, prodotta dalla Fondazione Falcone con la provincia autonoma di Bolzano, curata da Alessandro De Lisi e realizzata in occasione del trentennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio, in ricordo delle vittime della mafia, ignoti hanno rubato 23 statuette che ne rappresentano proprio alcune. Non si registrano danni all’albero.

E, sempre ieri sera, la scoperta che qualcuno ha vandalizzato il murale di TvBoy che si trova fra le vie Alessandro Paternostro e Lungarini che ritrae Paolo Borsellino. Il fatto, secondo una prima ricostruzione, sarebbe avvenuto nella notte fra sabato e domenica. A essere preso di mira il volto del giudice ucciso dalla mafia, sfregiato con un punteruolo.

Avvenire

INCHIESTA Trent’anni di mafia rivisti nel “Padrino”

Un saggio di Enrico Deaglio solleva molti interrogativi su depistaggi e latitanze eccellenti Con tanti rimandi al film di Coppola e al romanzo di Puzo

L’installazione “Branco” di Velasco Vitali, realizzata nel maggio scorso nell’Aula Bunker di Palermo in occasione della rassegna #SpaziCapaci promossa dalla Fondazione Falcone / Fondazione Falcone

Quando chiude questo libro di Enrico Deaglio dedicato alla mafia ( >>>Qualcuno visse più a lungo. La favolosa protezione dell’ultimo padrino, Feltrinelli, pagine 284, euro 19,00) il lettore torna a una frase che ha incontrato a pagina 227: «Sono passati trent’anni. Cosa si può sapere dopo trent’anni? Probabilmente nulla». In realtà le tante sentenze emesse dalle corti d’assise, grazie al lavoro ciclopico della magistratura siciliana, ci dicono molto. Ma, come sempre accade di fronte a fenomeni criminali così ampi e profondi, molti interrogativi riemergono e con gli anni si moltiplicano. Proprio questi interrogativi sono il cuore del libro. C’è una domanda principale che lo percorre come un’eco continua: perché ci sono voluti quindici anni e una dozzina di innocenti condannati all’ergastolo per scoprire che il racconto di Vincenzo Scarantino sulla strage di via D’Amelio era un depistaggio? Intorno a questo interrogativo di fondo, un corollario di altre domande senza risposta. Perché nel luglio 1979, nel carcere di Rebibbia, si suicida (fu vero suicidio?) Antonio Gioè che, con Giovanni Brusca, aveva azionato il telecomando di Capaci? Perché Giuseppe Graviano, uno dei principali protagonisti della strategia stragista del ’92-’93 e mandante dell’omicidio di don Pino Puglisi, fino al 1994 ha vissuto una latitanza di «circa dieci anni, in totale tranquillità» (parole dei giudici di Reggio Calabria) ad Omegna, ridente paesino sul lago d’Orta da dove si spostava abitualmente per fare shopping e frequentare ristoranti di lusso a Milano? Perché Graviano non fu mai «notato dalle forze dell’ordine, nonostante fosse solito spostarsi in compagnia di svariati soggetti?» (sono sempre i giudici di Reggio a scriverlo in sentenza). Come mai in quei dieci anni a nessuno è venuto in mente di cercarlo ad Omegna, ancorché lì Graviano fosse ostentatamente accolto da un parente di un pezzo grosso della banda di Brancaccio, di cui Graviano era capo incontrastato? E pensare che ad Omegna Graviano riceveva frequenti visite di parenti ed amici che arrivavano in treno e in auto da Palermo. Illuminando questi interrogativi irrisolti, Deaglio è cronista di trent’anni di mafia. Le stragi infinite dei primi anni ’80 (tempi in cui poteva accadere che, nella stessa via di Palermo, in quattro mesi fossero uccise dodici persone!). Gli omicidi eccellenti. La guerra dei corleonesi con lo sterminio di intere famiglie perché – diceva Riina – «non doveva rimanere nulla del loro seme». La Pizza connection e i legami, per il mercato della droga, con i cugini d’America. I rapporti col finanziere Michele Sindona e la sua morte per avvelenamento nel carcere di Voghera (come evitare il richiamo all’avvelenamento, all’Ucciardone, di Gaspare Pisciotta, omicida confesso del leggendario bandito Giuliano?). Il martirio di don Puglisi che, nel regno dei Graviano, a Brancaccio, si ostinava a sognare «che i bambini andassero a scuola e le bambine non si prostituissero ». L’assalto al cielo, contro le istituzioni dello Stato e il massacro dei suoi migliori servitori, fino alle stragi del ’92 e ’93.

A far da colonna sonora a questo racconto dell’orrore c’è un film di 50 anni fa: Il Padrino di Francis Ford Coppola che, con i suoi personaggi più che realisti, ‘divinatori’, aveva già raccontato tutto. «Nel Padrino c’è tutto», dice una celebre battuta di Tom Hanks in C’è posta per te. E così la pensa Deaglio, da sempre innamorato del film di Coppola. I mafiosi vincenti vengono da Corleone, il paese del Padrino, reso famoso nel mondo dal romanzo di Mario Puzo e dal film di Coppola. L’omicidio di Carmine Galante, tranquillamente seduto col sigaro in bocca in un ristorante di New York nel 1979, pare la trasposizione dalla finzione alla realtà della indimenticabile scena in cui Michael, recuperata una pistola nascosta nello sciacquone del bagno, uccide con due soli colpi Sollozzo e il capitano corrotto della polizia. La freddezza tranquilla di certe esecuzioni fa venire in mente il «lascia la pistola, prendi i cannoli», detto da Clemenza a Rocco Lampone dopo che costui ha appena sparato alla nuca di un loro uomo, sospettato di infedeltà. Lo schema organizzativo della ‘Commissione’ di Cosa Nostra è lo stesso di quello raccontato da Puzo. La scelta della famiglia Graviano di lasciare Brancaccio per la Milano degli affari ricorda il trasferimento dei Corleone dalla pericolosa New York al più tranquillo Nevada. Gli accordi tra mafia e mondo di economia e finanza, raccontati dal collaboratore Angelo Siino ci portano a Cuba, capodanno del 1959, quando i maggiori imprenditori americani, incrociando quasi senza accorgersene (solo Michael capisce) i barbudos di Castro che stanno prendendo il potere, si incontrano per stringere affari con i Corleone.

«Tutti si pentono, prima o poi; tutti o quasi», scrive a un certo punto Deaglio. E infatti il suo libro attinge con gusto narrativo ai racconti di tanti ‘dichiaranti’ (puntigliosamente indicati in Appendice). Non solo a quelli recepiti in sentenze definitive ma anche ai tanti racconti resi in processi ancora aperti o nel corso di ‘colloqui investigativi’ o captati durante le intercettazioni. Ma noi sappiamo che non tutti i ‘collaboranti’ (neppure quelli certificati dall’autorità giudiziaria) sono egualmente attendibili. E, alla fine, le loro voci sono come tanti strumenti di un’orchestra. Il risultato finale non è però un’armonica sinfonia, ma un tumulto cacofonico. Non invidiamo i magistrati siciliani e calabresi che in quella foresta di suoni han dovuto addentrarsi e orientarsi. Nonostante alcuni errori, anche gravi, che Deaglio puntualmente denuncia, il loro lavoro, nel complesso, è stato molto importante. L’avvertimento iniziale («cosa si può sapere dopo trent’anni?») forse va rovesciato: «Cosa si può sapere soltanto trent’anni dopo?». Forse solo le nostre e i nostri nipoti, quando saranno aperti certi archivi, quando la nebbia si sarà alzata e la polvere posata, saranno capaci di scrivere la storia di questi decenni di assedio mafioso allo Stato e alla libera vita dei cittadini onesti. Ma sarà compito degli storici, non dei tribunali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Trent’anni dopo «Borsellino, la sua morte ci riguarda» L’anniversario divide ancora Palermo

Trent’anni di dolore, di ombre, di processi e di speranza. Trent’anni, da quel giorno che rivive, nel cuore di chi c’era, come in quello di chi è arrivato dopo, con le sue sequenze drammatiche in rapida successione. Ieri, alla vigilia dell’anniversario della morte di Paolo Borsellino, l’Agesci ha organizzato la manifestazione ‘Costruttori di memoria operante’. La notte di via D’Amelio è stata rischiarata da canti e preghiere, durante la Messa celebrata dall’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. Ecco un passaggio del suo discorso a braccio: «Se vogliamo cogliere il senso di una ricorrenza come il trentennale delle stragi di Capaci e Via D’Amelio senza cadere nella retorica, dobbiamo intendere la memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come una provocazione che riguarda ognuno di noi da vicino e ci chiama a coinvolgerci in un progetto di liberazione individuale e collettiva. Parlando dei martiri della mafia, ho più volte ribadito l’esortazione a diventare loro ‘soci’, ovvero a credere con loro e come loro che l’amore è più forte della morte».

Erano le cinque di pomeriggio, meno qualche minuto, il 19 luglio 1992. Improvvisamente, Palermo venne scossa da un boato. Si sollevò una nuvola di fumo, visibile da tutti i punti di osservazione.

I palermitani furono subito turbati. Quasi due mesi prima avevano vissuto un trauma nazionale: il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, il magistrato Francesca Morvillo, e tre uomini della scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, assassinati in autostrada, all’altezza dello svincolo di Capaci, dal tritolo della mafia. Da quel tragico 23 maggio, gli occhi di tutti finirono sull’amico e ‘gemello’ di Falcone, l’uomo che ne aveva condiviso battaglie, successi e sconfitte. Si trattava del giudice Paolo Emanuele Borsel- lino, il magistrato che, nella percezione di molti, era più a rischio.

Le prime notizie offrirono lo scarno e drammatico resoconto di un attentato dinamitardo. «È stato coinvolto un magistrato» si disse. Non si disse ancora che il luogo dell’esplosione era via Mariano D’Amelio, una strada residenziale e tranquilla, oggi, a pochi passi dall’hub dei vaccini anti-Covid della Fiera del Mediterraneo. Passò un tempo angosciato, fino al tragico dispaccio che diede una forma compiuta alla strage. Paolo Borsellino era morto. Era al citofono, davanti al palazzo abitato dalla mamma, Maria Pia Lepanto, e dalla sorella, Rita, quando la bomba di Cosa nostra esplose. Con lui vennero spazzati via gli agenti della scorta: Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. È sopravvissuto soltanto l’agente Antonio Vullo con le sue ferite, nel corpo e nell’anima.

Sarà proprio Vullo a rivivere, per sempre, gli ultimi istanti. Il giudice che scende dalla macchina, che si accende la sigaretta e che va incontro alla sua morte. A trent’anni di distanza, Toni Vullo racconta ancora, come se fosse ieri, con la stessa intensità: «Ho visto il giudice che suonava al citofono esterno del palazzo. Aveva una faccia contratta, era preoccupato. Erano giorni difficili. Poi, si è scatenato l’inferno».

Tanti gli appuntamenti in agenda anche oggi. Alla commemorazione sarà presente il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, che incontrerà le ragazze e i ragazzi che partecipano all’iniziativa ‘Coloriamo via d’Amelio’, organizzata dal Centro Studi Paolo e Rita Borsellino. Stamattina, alle dieci, il capo della polizia Lamberto Giannini deporrà una corona d’alloro all’interno dell’ufficio scorte della Questura; alle undici, in Cattedrale, la messa officiata dall’arcivescovo. In serata si svolgerà invece la tradizionale fiaccolata da piazza Vittorio Veneto in via D’Amelio organizzata dal Forum 19 luglio.

«Sono passati trenta lunghi anni senza verità – dice Salvatore Borsellino, fratello del giudice –. Sono stati celebrati numerosi processi ma ancora attendiamo di conoscere tutti in nomi di coloro che hanno voluto le stragi del ’92-93. Abbiamo chiaro che mani diverse hanno concorso con quelle di Cosa Nostra per commettere questi crimini ma chi conosce queste relazioni occulte resta vincolato al ricatto del silenzio. Ora chiediamo noi il silenzio. Silenzio alle passerelle. Silenzio alla politica».

L’ultima sentenza del tribunale di Caltanissetta, nel processo sul depistaggio, ha dichiarato prescritte le accuse a due poliziotti, assolvendo il terzo. Un pronunciamento che ha provocato la reazione di Maria Falcone, sorella di Giovanni: «Come sorella di Giovanni Falcone e come cittadina italiana, provo una forte amarezza perché ancora una volta ci è stata negata la verità piena su uno dei fatti più inquietanti della storia della Repubblica».

«Uno Stato che non riesce a fare luce su questo delitto non ha possibilità di futuro. Dopo trent’anni di depistaggi e di tradimenti noi non ci rassegniamo e continueremo a batterci perché sia fatta verità sull’uccisione di nostro padre – ha detto, qualche settimana, fa Fiammetta Borsellino, indomita figlia del magistrato –. È per questo motivo che la mia famiglia ha deciso di disertare le cerimonie ufficiali sulle stragi del ’92, non a caso mia madre non volle funerali di Stato, proprio perché aveva capito…».

Diverse le domande ancora senza risposta. Che fine ha fatto l’agenda rossa, il diario su cui il giudice annotava le cose importanti? C’è il marchio insanguinato della mafia, ma è stata davvero solo Cosa nostra a organizzare la strage o ha potuto contare sul concorso di altre entità?

Punti interrogativi che rinnovano l’angoscia di tutti e il dolore di chi perse qualcuno che amava. Trent’anni dopo, come se fosse ieri.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’arcivescovo Corrado Lorefice: «Se vogliamo cogliere il senso di una ricorrenza senza cadere nella retorica, dobbiamo intendere la memoria come una provocazione che riguarda ognuno di noi da vicino e ci chiama a coinvolgerci in un progetto di liberazione»

Sopra: Salvatore Borsellino alza al cielo l’’agenda rossa’, riferimento a quella del fratello, sparita. In alto: una commemorazione.Sopra: via D’Amelio dopo la strage/ Ansa

Il caposcorta di Borselino. «Una strage che attende ancora giustizia»

L’anniversario della strage di via D’Amelio, il ritratto intimo del giudice dal suo “angelo custode”, all’epoca costretto a restare a casa per una malattia
Il luogo della strage del 19 luglio 1992

Il luogo della strage del 19 luglio 1992 – .

Sono passati trent’anni dalla strage di via D’Amelio. Palermo fu sconvolta da un’altra esplosione, a poche settimane dalla strage di Capaci in cui erano morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e la scorta: Rocco Dicillo, Antonio Montinaro,Vito Schifani. Erano ancora calde le lacrime del 23 maggio, quando il 19 luglio del 1992 la violenza della mafia portò via Paolo Borsellino e i suoi “angeli custodi”: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.Trent’anni di ricerca della verità, di processi e di ombre che, ancora, si addensano sulla strage. Pochi giorni fa, c’è stata la sentenza sul depistaggio: il tribunale di Caltanissetta ha dichiarato prescritte le accuse contestate a due dei tre poliziotti imputati, mentre un terzo è stato assolto. Un evento che è stato commentato duramente dai parenti delle vittime di mafia. Sia Maria Falcone, sorella di Giovanni, che Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, hanno espresso, con toni diversi, la loro amarezza. «Ancora una volta ci è stata negata la verità piena su uno dei fatti più inquietanti della storia della Repubblica», ha detto la sorella del giudice Falcone. Il giudice Antonio Balsamo, oggi presidente del Tribunale di Palermo ed ex presidente della Corte d’assise di Caltanissetta, ha lanciato un appello: «Credo che un modo fortemente significativo di rendere onore alla memoria di questi grandi italiani, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sia di farsi carico di un impegno di ricerca della verità senza compromessi da parte di tutte le istituzioni e dello Stato». (R.P.)

 

 

«Io li voglio ricordare per come li ho conosciuti anche se quello che ho visto quel 19 luglio non sono bei ricordi. Vedere quei pezzi di carne bruciata…Quello è un giorno che mi ha segnato tantissimo, ma sono convinto che loro sono ancora qui. Forse quando avranno finalmente giustizia saliranno in Cielo. Un giorno, proprio qui, cominciai a sentire un fortissimo profumo dei gelsomini, poi arrivò una fortissima folata di vento e finì. Per me loro sono qui».

Si commuove l’assistente capo della Polizia, Emanuele Filiberto, mentre in via D’Amelio, sotto l’ulivo memoria della strage, ricorda “il mio amico Paolo” e i suoi colleghi, Agostino Catalano, Claudio Traina, Walter Eddie Cosina e Emanuela Loi, “la mia sorellina”. Lui era il caposcorta del magistrato ma in quel mese di luglio era in malattia per un’operazione, «ma volevo rientrare al più presto». Cinquantaquattro anni, in Polizia da 30 anni, dal 1990 nel servizio scorte, ancora oggi tutela le persone più a rischio. E tutti i giorni passa per via D’Amelio, dove l’ulivo piantato dalla famiglia Borsellino si riempie continuamente di foto, lettere, disegni. «Per noi è un luogo sacro. Ci vengo molto spesso. Gli accendo una sigaretta… Paolo fumava tantissimo. La accendo, la appoggio sui quei sassi, e mi sembra di vederla aspirare».

E in questa lunga chiacchierata ricordi tristi si accompagnano a quelli allegri. «Un giorno entrai nella sua stanza e mi bloccai. “Ma perché mi guardi così?”. “Dottore mi sa che per lei è arrivato il momento di smettere di fumare”. “E perché?”. “Perché ne ha una in bocca e una accesa in mano”». Parlare con lui è conoscere anche il Borsellino privato. «Ricordo benissimo il primo giorno. Arrivai a casa sua, suonai il campanello e mi aprì la signora Agnese. Le dissi: “Buon giorno mi chiamo Emanuele Filiberto e sono il caposcorta di suo marito”. Mi rispose: “Scusi come ha detto che si chiama?”.

Pensai: “È la solita storia del principe Emanuele Filiberto…”. Allora lei chiamò. “Paolo, Paolo”. Arriva lui con in mano una tazzina di caffè. “Agnese cosa è successo?”. “Può dire lei a mio marito come si chiama?”. “Dottore buon giorno, come ho detto a sua moglie mi chiamo Emanuele Filiberto…”. “Hai visto Paolo, il ministero dell’Interno ti ha mandato un principe”. Mi fissò, poi guardò Agnese e disse: “E tu Agnese tieni un principe davanti alla porta? Si accomodi, le offro la prima tazzarella di caffè”. E da lì è nata un’amicizia incredibile, per me è stato un secondo padre, il mio fratello maggiore, un amico». E i ricordi si accavallano nel tempo. «Avevamo tante cose in comune, il mare, la barca, la squadra del cuore, l’Inter. Proprio nel 1992 mi disse che aveva intenzione di andare a vedere una partita a Milano. “Sabato alloggiamo alla Pinetina, dove si allena la squadra, la domenica andiamo a San Siro a vedere la partita e poi rientriamo a Palermo”. “Beato lei dottore”.

 

 

“Forse non hai capito, tu verrai con me”. Mi rese felice. Ma purtroppo non si è realizzato questo suo sogno. Erano le ultime partite del campionato. Non abbiamo avuto tempo… ». Perché arriva la bomba di Capaci e cambia tutto. «Non aveva più il sorriso di prima. La preoccupazione gliela leggevamo in faccia. Un giorno mentre lo riportavamo a casa mi fissò negli occhi e mi disse: “Emanuele pigghiati i picciotti, vatinne e non bienere più. Vattene e non tornare più”. “Dottore ma cosa sta dicendo?”. “Senti a me, vattene e non tornare più”. Mi ha traumatizzato il modo con cui lo aveva detto ». Ma Emanuele e gli altri ragazzi non se ne vanno. «Gli dissi, “dottore di cosa si tratta?”. “È arrivato il tritolo per me, ecco perché ho detto andatevene”. “Tritolo, bombe? Come quella di Capaci?”. “Sì, ecco perché te lo ripeto di nuovo, andatevene, io devo continuare”.

La mia risposta fu: “Se lei continua, anche noi continuiamo con lei”». Un lavoro difficile, in una città dove si protestava per le auto blindate che correvano a sirene spiegate. «Noi eravamo in emergenza, non potevamo tenere ferma in mezzo al traffico la personalità che scortavamo. Dovevamo utilizzare i segnali acustici e questo infastidiva la gente che però doveva anche capire il nostro rischio». E i poliziotti sapevano bene i rischi che correvano. «Ogni giorno nel momento del cambio, passavo le consegne ai colleghi e tra di noi c’erano abbracci continui, “noi siamo rientrati, anche voi dovete rientrare stasera”. Invece quel giorno i ragazzi sono usciti dall’ufficio, sono partiti dall’abitazione estiva di Borsellino, sono arrivati qui…».

E la voce di Emanuele si blocca, per l’emozione del ricordo. «Quando sono arrivato anche io, ho visto Lucia (la figlia di Borsellino, ndr), e ci siamo abbracciati. L’unico corpo che era quasi integro era proprio quello di Paolo, perché i ragazzi nel momento dell’esplosione lo circondavano, come sempre. Non facevamo mai avvicinare nessuno. Lo hanno protetto fino all’ultimo. Quando è stata trovata la mano di Emanuela aveva ancora la pistola in pugno». Ricordi che uniscono «dolore e rabbia. Noi il nostro lo avevamo fatto. Avevamo fatto da tempo la richiesta per la zona rimozione, non certo il 19 mattina». Così i mafiosi avevano potuto tranquillamente parcheggiare la 126 piena di tritolo. «Dopo l’attentato mi proposero di fare domanda di trasferimento ma davanti alla macchina da scrivere mi sono bloccato perché mi sono ritornate in mente le parole di Paolo quando mi disse “io devo continuare”. Mi alzai e non ho fatto domanda. Dopo le stragi mi sarei sentito un vigliacco ad andare via. E fino a oggi non sono mai andato via dalle scorte».

E allora parliamo di Emanuela. «Era una ragazza fantastica, bella, solare, rideva sempre. Siamo tutti e due del 1967 e abbiamo frequentato il corso assieme a Trieste. Poi il trasferimento a Palermo. Lei al commissariato Libertà e io al commissariato Zisa. E poi insieme nel servizio scorte. Emanuela voleva fare la maestra, le piaceva studiare. In questo mi ha aiutato, così come io poi l’ho aiutata per le tecniche con le auto in movimento. I primi tempi cadeva sempre, poi è diventata bravissima. Al commissariato Libertà la mandarono a fare vigilanza. La fece anche al presidente Mattarella. Non so se sa che mentre dormiva, sotto casa sua c’era Emanuela. Una volta il collega che doveva darle il cambio non era potuto venire.

Allora le portai un panino. Stava parlando con due bambini filippini e coi genitori. Prese il panino, lo divise in due e lo diede ai due bambini. Questa era Emanuela. Amava tanto i bambini. Anche Paolo amava i bambini». E proprio sui giovani sono le ultime riflessioni. «Quando Paolo incontrava i ragazzi e parlava del cambiamento, diceva che erano loro che avrebbero sconfitto la mafia. Io parlo tantissimo con le mie figlie, parlo di Emanuela, parlo di Paolo. Loro mi fanno tante domande. Vanno ricordati ogni giorno non solo il 19 luglio. Se tu credi in lui, se credi in quei ragazzi che sono morti per tutti noi, bisogna ricordarli sempre. Ricordare che Paolo è stato un grandissimo uomo, un grandissimo padre di famiglia, un grandissimo magistrato. Mi piacerebbe che quest’anno in questa via ci fossero tantissimi bambini, perché saranno le idee dei bambini con le stesse idee di Paolo ad andare avanti. Solo così il consenso ai mafiosi non lo daremo più, perché saranno i bambini a distruggere i mafiosi».

Avvenire

Protagonisti. Morvillo, non solo la signora Falcone ma toga per gli ultimi

Nel suo “Francesca” Felice Cavallaro inserisce il rapporto tra i due nel contesto più ampio della storia
Francesca Morvillo e Giovanni Falcone

Francesca Morvillo e Giovanni Falcone – archivio

Avvenire

Una donna in toga, tra le prime in Italia. Una magistrata minorile attenta all’importanza dell’educazione per togliere manovalanza alla mafia. Una donna sensibile che trova parole di conforto per mogli e madri degli uccisi dalla criminalità organizzata. Una ragazza di buona famiglia che per amore lascia il primo marito e si lega a una delle toghe più in vista e più nel mirino di Cosa Nostra. Fino a morire con lui. Tutto questo è stata Francesca Morvillo. Ma poco si sa ancora di lei. Ricordata sì a ogni anniversario della strage di Capaci, ma quasi relegata nell’ombra proiettata dall’illustre consorte. In questo trentesimo anniversario dell’attentato di Capaci l’interesse su di lei si è risvegliato. Ne è prova il libro di Felice Cavallaro Francesca. Storia di un amore in tempo di guerra( Solferino, pagine 304, euro 18,50). Il giornalista del Corriere della sera, esperto di mafia, inserisce il rapporto tra i due nel contesto più ampio della storia. I due si conoscono, infatti, nel 1979, anno in cui a Palermo matura «un terremoto all’interno del potere politico e nella relazioni sotterranee con la mafia», scrive Cavallaro. Una scia di morti che prosegue per anni: giornalisti, politici, magi-strati, poliziotti. Tanto che nell’estate dell’82 l’Ora, quotidiano nel quale Cavallaro ha esordito, raggiunta quota 100 omicidi, titola con un ‘1’ seguito da due bocche di lupara a formare gli zeri. Al primo incontro, a Trapani, in casa di amici del marito di lei, ne seguono alcuni casuali, altri voluti. Lui le fa regali: una paperella di onice (oggetti che Falcone amava collezionare), poi un’altra, trovata sulla Fifth Avenue di New York. Poi Il nome della rosa. Lei gli aveva, infatti, suggerito di rilassarsi con un bel romanzo, quando lui le aveva detto di essersi letto le sue relazioni di lavoro, piene di proposte sull’importanza delle reti sociali per aiutare giovani e famiglie. Il corteggiamento, garbato ma insistente, va avanti e lei ne è turbata. Il fratello, magistrato nello stesso ufficio di Falcone, subodora qualcosa. Così come la collegaconfidente Silvana. Alla fine Francesca lascia il marito e inizia a costruire una vita (fatta di scorte, pericoli, ma anche momenti felici) con il suo Giovanni. Non facile per l’educanda con il cerchietto sui capelli che il padre, severo magistrato, non faceva uscire la sera perché troppo pericoloso. Per la maestra che andava a fare il doposcuola a quei ragazzi del Cep e dello Zen («quartieri nemmeno degni di un nome vero», commenta). Laureata in Giurisprudenza a soli 22 anni, concorso in magistratura nel 1968, anno della morte del padre, alla prima udienza indosserà la sua toga. Ritroverà i ragazzi difficili alla sbarra a parlare di genitori ‘in villeggiatura’, cioè in carcere all’Ucciardone. Ma non per questo vanno chiamati delinquenti, rimprovera a un agente al Malaspina, il carcere minorile dove esercita la sua attività. Dalle pagine emerge, insomma, la sua sensibilità sociale. Come in uno dei primi incontri con Falcone, nel 1980, al centro ‘Arrupe’, dove padre Ennio Pintacuda lancia il movimento ‘Città per l’Uomo’. Lì con Giovanni parla di ragazzini spariti, probabili vittime di una mafia sempre più spietata. «Che mondo è?», dice. «È il tempo che ci è dato da vivere, diceva Aldo Moro », risponde lui. «E noi possiamo cambiarlo? », incalza Francesca. «Quien sabe. Ma ci possiamo provare. Insieme». A quell’«insieme» lei trasale. «Cioè?», chiede. «Tutti insieme», si affretta a precisare Falcone cercando di dissimulare che quell’«insieme» significava «noi due». Eppure quel «tutti insieme» e l’inespresso «noi due» andavano di pari passo. Perché la coppia per oltre un decennio ha condiviso l’impegno a resuscitare la speranza di tutti i «palermitani onesti» che un cartello del 1983, appena assassinato il generale Dalla Chiesa, aveva dichiarato morta. Lui conducendo le sue indagini internazionali al cuore dell’economia mafiosa e gestendo al meglio i primi pentiti. Lei cercando di aiutare i ragazzi vittime della mafia, anche se esecutori di crimini. Due modi diversi di togliere acqua a Cosa Nostra. La svolta nella loro vita arriva dopo l’ennesimo attentato, il 29 luglio 1983. In via Pipitone salta in aria il magistrato Rocco Chinnici. Al suo posto arriva Caponnetto. Il resto è storia del pool antimafia. Ma alla macrostoria il libro intreccia la narrazione di vicende private e intime. Dopo il fallito attentato dell’Addaura nel 1989, tornata in città, Francesca lascia un foglio, vergato tra le paperelle dello studio: «Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore». Vivi, entrambi, lo sono rimasti nel cuore di tutti.

Mafia e religiosità popolare

feltrinelli festa estate
di: Andrea Lebra

Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore, non di uomini e donne di onore; di servizio, non di sopraffazione (papa Francesco, omelia del 15 settembre 2018 nel corso della celebrazione eucaristica nella memoria liturgica del beato Pino Puglisi).

Offerte d'estate
Risponde del reato – previsto dall’art. 405 del codice penale – di turbamento di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di una confessione religiosa chi, in occasione della processione in onore di un santo, ordina, per ben due volte e senza che ve ne sia ragione alcuna, ai portatori dell’impalcatura sulla quale poggia la statua del santo di fermarsi davanti all’abitazione di un noto boss mafioso in segno di ossequio e di rispetto nei confronti della sua famiglia.
IBS Happy days

Ai fini dell’integrazione del reato ciò che viene in rilievo è la dimensione spirituale del bene protetto, la cui tutela consiste nell’impedire che la funzione religiosa possa essere distolta da comportamenti che offendono o sono in contrasto con la sensibilità religiosa dei fedeli che vi partecipano e con i valori espressi dalla fede da essi professata.

È quanto stabilito dalla terza sezione penale della Corte di Cassazione con sentenza n. 2242 del 2022, confermando quanto deciso dalla Corte d’appello di Palermo il 19 giugno 2020 e dal Tribunale di Termini Imerese il 23 ottobre 2018.

Al di là dei profili prettamente giuridici, il contenuto della sentenza è di notevole rilevanza sociale e contribuisce a consolidare l’idea che il sentimento religioso, fermo restando il principio costituzionale della laicità dello Stato, è da considerare tra i beni costituzionalmente rilevanti.

L’episodio, all’origine della pronuncia della Corte di Cassazione, non è il primo, mentre risulta essere la prima volta che la medesima Corte considera reato la riprovevole e ambigua usanza, riscontrabile in alcune zone del Sud Italia, di far sostare le processioni religiose popolari davanti all’abitazione di boss locali della malavita come segno di omaggio e di rispetto nei loro confronti.

In genere, il fercolo (o vara), cioè la lettiga sulla quale è poggiata la statua del santo, viene leggermente inclinato (a mo’ di inchino) in direzione dell’abitazione, su indicazione della persona incaricata dall’autorità religiosa o dal comitato dei festeggiamenti a dare indicazioni sui movimenti da effettuare durante la processione.

Il fatto

Il 31 maggio del 2016, nel corso di una processione religiosa a Corleone, L.G., in qualità di capo-vara della processione e imparentato con le famiglie Bagarella e Riina, senza che ve ne fosse ragione alcuna (viabilità, calca dei fedeli, necessità di rinfrancare i portatori della statua) ordinò ai portatori del fercolo di San Giovanni evangelista di “sostare” davanti alla casa della moglie e dei familiari di Totò Riina.

Le soste, ognuna di pochi secondi e alla presenza del parroco Domenico Mancuso, furono due: l’una in corrispondenza del civico 22 di via Scorsone (strada poi intitolata al giudice Cesare Terranova assassinato nel 1979 dalla mafia corleonese), l’altra immediatamente dopo il civico 24 della stessa via.

Motivo? Ossequiare la famiglia del defunto capo dell’associazione di tipo mafiosa denominata “cosa nostra”.

Al momento del passaggio della processione l’abitazione – sempre chiusa in occasione del medesimo evento negli anni precedenti – era insolitamente illuminata, le finestre aperte e vi erano affacciate due sorelle della moglie di Riina, Ninetta Bagarella, e una sorella dello stesso Totò Riina.

Il fatto fu denunciato alla Procura distrettuale antimafia dai poliziotti e dai carabinieri presenti per motivi istituzionali alla processione che, dopo l’accaduto, abbandonarono senza indugio e in segno di dissociazione quella che, da iniziale manifestazione di una devozione popolare in onore di un santo, si era trasformata in una plateale e provocatoria volontà di riaffermare l’influenza sul territorio di una nota famiglia mafiosa.

«Dinanzi al ripetersi di tanti delitti, e così efferati, in tutto il suolo della nostra Italia, e in alcune regioni in modo parti­colare, dobbiamo prendere sempre più coscienza, ognuno per la parte e per la responsabilità che lo riguarda, di quanto presenti, forti e tracotanti siano le forze del male che operano nella nostra società, per tutelare e difendere i loschi interessi di potenti fazioni, variamente denominate, terrorismo, ca­morra, mafia… che possono permettersi di affrontare aperta­mente lo Stato, offendere e umiliare le sue istituzioni, col­pire i suoi uomini migliori…

Si sta sviluppando invece – e ne siamo costernati spettatori – tutta una catena di violenze e di vendette tanto più impor­tanti perché, mentre così lente e incerte appaiono le mosse e le decisioni di chi deve provvedere alla sicurezza e al bene di tutti – siano privati cittadini che funzionari e autorità dello Stato – quanto mai decise, tempestive e scattanti sono le azioni di chi ha mente, volontà e braccio pronti per colpire… Sovviene e si può applicare una nota frase della letteratura latina: «Dum Romae consulitur… Saguntum expugnatur», mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici! E questa volta non è Sagunto ma Palermo. Povera Palermo!» (Palermo, Chiesa di San Domenico, 4 settembre 1982, funerali di Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro, parole del vescovo di Palermo Salvatore Pappalardo).

Sulla base della puntuale e concorde ricostruzione della vicenda da parte dei due rappresentanti delle Forze dell’ordine, il giudice monocratico del tribunale di Termini Imerese condannò L.G. alla pena ritenuta di giustizia. Condanna confermata dalla Corte di Appello di Palermo e resa, ora, definitiva dalla Corte di Cassazione.

La turbatio sacrorum

Prima di entrare nel merito delle motivazioni della suprema Corte, è utile soffermarsi brevemente sul reato contestato all’imputato.

Si tratta del reato di cui all’articolo 405 del codice penale, rubricato Turbamento di funzioni religiose del culto di una confessione religiosa, che recita testualmente: «Chiunque impedisce o turba l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di una confessione religiosa, le quali si compiano con l’assistenza di un ministro del culto medesimo o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico, è punito con la reclusione fino a due anni. Se concorrono fatti di violenza alle persone o di minaccia, si applica la reclusione da uno a tre anni».

Si è soliti riferirsi ad esso con il più sintetico termine turbatio sacrorum, idoneo a richiamarne le radici storiche rinvenibili nel diritto romano tardoantico.

La ratio del reato in questione va individuata nella tutela della libertà di culto, nella sua dimensione collettiva e di fenomeno sociale aggregativo.

Esso può essere perfezionato da due distinte condotte antigiuridiche: l’impedimento della funzione religiosa, consistente nell’ostacolare l’inizio o l’esercizio della stessa fino a determinarne la cessazione, oppure la turbativa della funzione stessa, che si verifica quando il suo svolgimento non avviene in modo regolare.

Lo scopo è quello di tutelare ogni funzione religiosa, di qualunque confessione. Nella nozione di funzione religiosa non rientra solo la celebrazione eucaristica, ma ogni tipo di esternazione del culto (matrimoni, funerali, battesimi, processioni e altre funzioni religiose specifiche).

Per assumere rilievo dal punto di vista penale, la condotta deve essere compiuta in determinate circostanze di tempo e di luogo, cioè durante l’esercizio di funzioni, cerimonie o pratiche religiose del culto di una confessione religiosa, che si compiono con l’assistenza di un ministro del culto o in un luogo destinato al culto, o in un luogo pubblico o aperto al pubblico.

Esempi di turbatio sacrorum

Esempi di turbamento di funzioni religiose sono elencati dalla sentenza in esame. Così, nella giurisprudenza penale della Corte di Cassazione integra la condotta del turbamento:

  • il collocamento dei tavolini in strada al fine di imporre una sosta della processione dinanzi ad un esercizio commerciale (Sez. 6, n. 8055 del 01/03/2021);
  • il manifestare con grida all’interno della Chiesa, proferendo ingiurie alle autorità civili presenti a un funerale (Sez. 6, n. 28030 del 09/07/2009);
  • il semplice distogliere l’attenzione dei fedeli o il denigrare la figura del ministro del culto (Sez. 3, n. 621 del 11/05/1967; Sez. 3, n. 369 del 06/03/1967);
  • il gettare a terra l’ostia consacrata e calpestarla, generando un trambusto tra i detenuti presenti alla celebrazione dell’eucaristia in carcere (Sez. 3 n. 23337 del 15/06/2021);
  • nel pregare ad alta voce al fine di coprire la voce dei celebranti e degli altri fedeli e insultando e minacciando reiteratamente i celebranti e gli altri fedeli alle funzioni (Sez. 3, n. 3072 del 23/01/2017).
Contenuto della sentenza della Corte di Cassazione

Si può considerare turbata o impedita una processione a causa di due fermate di pochi secondi davanti ad una casa di un mafioso responsabile di efferati delitti, disposte da chi ha il compito di organizzarla?

Secondo le corti di merito e i giudici di legittimità, alla domanda si deve rispondere positivamente.

Al concetto di “turbamento” o di “impedimento”, infatti, va data una lettura non esclusivamente materiale, ma facendo riferimento al bene giuridico protetto.

Nel considerato in diritto della sentenza la Cassazione afferma testualmente: «il turbamento di una funzione/pratica/cerimonia religiosa rileva non solo (e non tanto) sotto il profilo materiale ma anche sotto quello della strumentalizzazione della funzione a scopi totalmente contrari al sentimento religioso di chi vi prende parte, ai valori da esso espressi, nei quali il sentimento religioso di ciascuno si riconosce e che la funzione intende evocare e onorare».

«Ciò che viene in rilievo è la dimensione spirituale del bene protetto la cui tutela consiste fondamentalmente nell’impedire che la funzione religiosa possa essere distolta e utilizzata per scopi che offendono o sono in contrasto con la sensibilità religiosa dei fedeli che vi partecipano e con i valori espressi dalla fede professata».

«Il fatto che – puntualizza la Corte – non sia stato effettuato il c.d. inchino costituisce una mera variabile che non esclude, in sua assenza, la materialità del fatto: l’inchino, semmai, l’avrebbe solo reso più grave».

Tutela del sentimento religioso e principio di laicità

La sentenza in esame è di interesse per altri due motivi.

Da un lato, ricorda che «il sentimento religioso, quale vive nell’intimo della coscienza individuale e si estende a gruppi più o meno numerosi di persone legate tra loro dal vincolo della professione comune, è da considerare tra i beni costituzionalmente rilevanti», come risulta dalla lettura coordinata di numerosi articoli della Costituzione italiana.

La sua protezione assume «il significato di un corollario del diritto costituzionale di libertà di religione, corollario che, naturalmente, deve abbracciare, allo stesso modo, l’esperienza religiosa di tutti coloro che la vivono, nella sua dimensione individuale e comunitaria, indipendentemente dai diversi contenuti di fede delle diverse confessioni».

Dall’altro lato, la sentenza riafferma che il principio costituzionale della laicità e non confessionalità dello Stato «non significa indifferenza di fronte all’esperienza religiosa», ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale.

Si può, al riguardo, fare riferimento a quanto esplicitato dalla famosa sentenza n. 24414 del 9 settembre 2021 con la quale le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione si sono pronunciate sulla possibilità di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche (cf. Il crocifisso nelle scuole: non obbligo ma facoltà, di Andrea Lebra, in Settimananews n. 39/2021).

La laicità italiana non è neutralizzante: non nega le peculiarità e le identità di ogni credo e non persegue un obiettivo di tendenziale e progressiva irrilevanza del sentire religioso, destinato a rimanere nell’intimità della coscienza dell’individuo.

La laicità della Costituzione italiana si fonda su un concetto inclusivo e aperto di neutralità e non escludente di secolarizzazione: come tale, riconosce la dimensione religiosa presente nella società e si alimenta della convivenza di fedi e convinzioni diverse.

Il principio di laicità non nega né misconosce il contributo che i valori religiosi possono apportare alla crescita della società; esso mira, piuttosto, ad assicurare e valorizzare il pluralismo delle scelte personali in materia religiosa nonché a garantire la pari dignità sociale e l’eguaglianza dei cittadini.

La nostra è una laicità aperta alle diverse identità che si affacciano in una società in cui hanno da convivere fedi, religioni, culture diverse: accogliente delle differenze, non esige la rinuncia alla propria identità storica, culturale, religiosa da parte dei soggetti che si confrontano e che condividono lo stesso spazio pubblico, ma rispetta i volti e i bisogni delle persone.

Ed è una laicità che si traduce, sul piano delle coscienze individuali, nel riconoscimento a tutti del pari pregio dei singoli convincimenti etici nella costruzione e nella salvaguardia di una sfera pubblica nella quale dialogicamente confrontare le varie posizioni presenti nella società pluralista.

settimananews
Sono arrivati i saldi estivi XL!
The Magic Saldi - Pittarello