Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme: «In Palestina si continua a morire e la vittoria della destra in Israele non lascia grandi speranze»

Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme: «In Palestina si continua a morire e la vittoria della destra in Israele non lascia grandi speranze»
GERUSALEMME-ADISTA. In Palestina si continua a morire tutti i giorni, ma nel silenzio dei grandi mezzi di informazione. La denuncia arriva da Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, in un’ampia intervista rilasciata ad Asia News a pochi giorni dalle celebrazioni del Natale

«Quest’anno molti fatti di sangue sono avvenuti nel silenzio», spiega Pizzaballa, che esprime le proprie «preoccupazioni» per la situazione politica in Israele, ma anche per la situazione migratoria e per l’evoluzione della questione palestinese.

«Non se ne parla più – nota il prelato – anche se quasi ogni giorno vi è qualcuno che muore». È, infatti, di quest’anno, il triste record di morti palestinesi a causa del contesto politico in Terrasanta. «La questione palestinese non è più al centro dell’attenzione della politica internazionale e dei media, il cui interesse pende per l’Ucraina e altre zone del pianeta. La questione palestinese sembra aver stancato i più» afferma Pizzabella, denunciando la superficialità di una certa comunicazione odierna che, seppur veloce, pare inadatta ad affrontare con la giusta profondità l’evolversi di situazioni complesse. Gli ultimi sviluppi politici israeliani, inoltre, lasciano ben poco sperare.

L’ultima tornata elettorale, infatti, ha visto uscire vincitori alcuni esponenti dell’estrema destra israeliana, come Itamar Ben Gvir, leader del partito Otzma Yehudit (Forza Ebraica), noto da tempo per le sue posizioni xenofobe e condannato in passato per incitamento al razzismo e sostegno a un’organizzazione terroristica. La sera del 21 dicembre, a pochi minuti dalla scadenza costituzionale, Benjamin Netanyahu ha annunciato il raggiungimento di un’intesa di governo, confermando la nascita dell’esecutivo più a destra della storia del Paese. «Ci sono riuscito [a formare il governo]» ha twittato il premier, evidentemente soddisfatto del neoformato esecutivo.

Non lasciano dubbi le considerazioni del patriarca a riguardo. «Parlare di prospettive con questo governo è complicato e abbiamo già espresso le nostre preoccupazioni per il linguaggio violento di alcuni esponenti della coalizione» ha affermato Pizzaballa. «Una tendenza a escludere sia all’interno della società ebraica sia nei confronti dei non ebrei nello Stato di Israele, oltre alla questione palestinese di cui non vogliono proprio sentir parlare», commenta l’alto prelato. Prospettive, dunque, che, nonostante ormai l’imminenza del Natale, non sembrano permettere nemmeno al patriarca di poter sperare in una svolta incoraggiante. L’instabile situazione della società israeliana sembra non trovare pace e Gerusalemme, nonostante il significato del suo nome, sembra destinata ancora ad essere città della discordia più che della pace. «Come Chiesa – assicura il patriarca – continueremo a non abbassare la guardia e a essere molto chiari».
adista.it

Pizzaballa (patriarca di Gerusalemme): la questione palestinese è dimenticata

Pizzaballa (patriarca di Gerusalemme): la questone palestinese è dimenticata

GERUSALEMME-ADISTA. Preoccupazione per la virata ancora più a destra della politica in Israele e per la rimozione della questione palestinese: l’ha espressa mons. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini nell’omelia della Messa di Natale.

«Con gli occhi vediamo che la violenza sembra essere diventata la nostra lingua principale, il nostro modo di comunicare – ha detto -. Vi è violenza crescente innanzitutto nel linguaggio della politica. Abbiamo già espresso le nostre preoccupazioni per l’orientamento che sta prendendo la politica in Israele, dove si rischia di rompere il già fragile equilibrio tra le diverse comunità religiose ed etniche che compongono la nostra società. La politica ha il compito di servire il paese e i suoi abitanti, di operare per l’armonia tra le diverse comunità sociali e religiose del Paese e tradurle in azioni concrete e positive sul territorio, e non fomentare, invece, divisioni o, peggio, odio e discriminazione.

Quest’anno, inoltre, abbiamo visto crescere tanta violenza nelle strade e nelle piazze palestinesi, con un numero di morti che ci porta indietro di decenni. È un segno del preoccupante aumento della tensione politica e del crescente disagio, soprattutto dei nostri giovani, per la sempre più lontana soluzione del conflitto in corso. La questione palestinese, purtroppo, sembra ormai non essere più al centro dell’attenzione del mondo. Anche questa è una forma di violenza, che ferisce la coscienza di milioni di palestinesi, lasciati sempre più soli e che da troppe generazioni sono in attesa di una risposta al loro legittimo desiderio di dignità e di libertà».

Pe, rilanciare soluzione due Stati per Israele-Palestina

 © EPA

L’Ue istituisca una conferenza internazionale per riportare in carreggiata la soluzione dei due Stati per il conflitto Israelo-palestinese.

Questa la richiesta espressa dal Parlamento europeo con una risoluzione approvata per acclamazione in cui si chiedeva “la fine del conflitto e dell’occupazione dei territori palestinesi attraverso la ripresa di autentici colloqui di pace”.

La bella del Natale è per tutti. Scoprila tra le vie e le piazze di

Nel testo gli eurodeputati esortano la comunità internazionale a sostenere Israele e Palestina nei negoziati che porterebbero a un accordo sullo status finale e il riconoscimento reciproco. Gli eurodeputati chiedono inoltre di “porre fine alla violenza dei coloni e agli attacchi indiscriminati dei gruppi armati palestinesi”.
Il Parlamento sottolinea inoltre che gli insediamenti illegali minano ulteriormente le prospettive di una valida soluzione a due stati, condanna fermamente il perdurare del terrorismo contro Israele e riconosce pienamente le legittime preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza.
Il testo chiede poi che si tengano le tanto attese elezioni presidenziali e legislative in Palestina ed esortano Israele a permettere che queste elezioni si svolgano a Gerusalemme Est.
Infine, il Parlamento riconosce il ruolo dell’Unrwa nel fornire servizi vitali ai profughi palestinesi e sottolinea che tutti i libri scolastici e i materiali scolastici sostenuti dai fondi dell’Unione europea debbano essere in linea con gli standard di pace e tolleranza dell’Unesco. (ANSA).

Archeologia. Ritrovato il sito della casa degli apostoli Pietro e Andrea?

Un mosaico ritrovato a El-Araj farebbe parte della basilica tardoantica costruita sull’abitazione dell’apostolo. Questo consentirebbe di confermare la vera posizione della città di Betsaida

Il mosaico con l'iscrizione greca che attesterebbe il luogo della casa di Pietro a Betsaida

Il mosaico con l’iscrizione greca che attesterebbe il luogo della casa di Pietro a Betsaida – El Araj Excavation Project

da Avvenire

È stata ritrovata la città di Betsaida, dove, secondo il vangelo di Giovanni, nacquero gli apostoli Pietro, Andrea e Filippo? Gli archeologi del Kinneret College (Galilea, Israele) e del Nyack College (New York, USA) ne sono convinti, dopo avere ritrovato un’iscrizione a mosaico databile al VI secolo nel sito di El-Araj, nel nord d’Israele.

IIl medaglione con un’iscrizione greca, scoperto dai ricercatori durante gli scavi di una basilica bizantina, fa riferimento al donatore “Costantino, servo di Cristo” e prosegue con una petizione a san Pietro “capo e comandante degli apostoli celesti”. Questo mosaico si aggiunge a una lunga lista di altri reperti del sito, che secondo l’équipe fornisce la prova definitiva che il sito sarebbe effettivamente la città di Betsaida, citata nei Vangeli, a nord del Lago di Tiberiade.

Il medaglione è statao trovato scavando a pochi metri dalla riva settentrionale del Mar di Galilea, ad El-Araj, riferisce il notiziario online della Biblical Archaeology Society. Non è la prima iscrizione a mosaico che il team, guidato dai professori Mordechai Aviam e Steven Notley, ha scoperto nella basilica bizantina. Tuttavia, potrebbe essere la più importante. L’iscrizione fa parte di un più ampio pavimento a mosaico nel diaconion della chiesa (una sorta di sacrestia), in parte decorato con motivi floreali.

Secondo Notley, “questa scoperta è il nostro più forte indicatore del fatto che Pietro era particolarmente associato con la basilica, che probabilmente era dedicata a lui, poiché la tradizione cristiana bizantina identificava abitualmente la casa di Pietro a Betsaida, e non a Cafarnao come accade oggi”.

Questa identificazione è supportata da molti diari di viaggio di epoca bizantina, tra cui quello dell’VIII secolo di Willibald, vescovo di Eichstätt, che si fermò a Betsaida per visitare la chiesa degli Apostoli, costruita sopra la casa di Pietro e del fratello Andrea. “Ora possiamo dire con certezza che questa è la chiesa visitata da Willibald, che per lui è Betsaida, quindi lo è anche per noi”, ha detto Aviam. Allo stesso modo, in precedenti interviste, Notley aveva affermato: “Non ci sono altre chiese nelle vicinanze menzionate dai visitatori bizantini in Terra Santa, e non c’è motivo di dubitare che questa sia la chiesa degli Apostoli”.

Tra la fine degli anni 80 e gli anni 90 una equipe archeologica aveva individuato nella vicina Et-Tell sia il luogo della biblica Betsaida. Il team che sta scavando a El-Araj ritiene che la scoperta della basilica bizantina e dei reperti ad essa associati spinga la bilancia delle prove decisamente nella loro direzione. Il team archeologico e i traduttori dell’iscrizione, Leah Di Segni e Yaakov Ashkenazi, pubblicheranno a breve un articolo scientifico sul mosaico.

Betsaida è citata più volta nel Nuovo Testamento. Il Vangelo di Marco narra il miracolo della guarigione di un cieco, il Vangelo di Luca colloca nelle sue vicinanze il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Nel Vangelo di Matteo Gesù rimprovera Betsaida poiché non s’è convertita nonostante abbia assistito a numerosi miracoli.

“Uno degli obiettivi di questo scavo – ha spiegato Aviam, direttore archeologico dello scavo – era quello di verificare se nel sito fosse presente uno strato del I secolo, che ci permettesse di suggerire un candidato migliore per l’identificazione della Betsaida biblica. Non solo abbiamo trovato resti significativi di questo periodo, ma abbiamo anche trovato questa importante chiesa e il monastero che la circondava”. I resti romani che sono stati scavati confermano la testimonianza di Flavio Giuseppe (Antichità Giudaiche 18:28) secondo cui il villaggio divenne una piccola polis chiamata Julias (Giulia). La città sarebbe stata distrutta da un terremoto nell’anno 749 mentre l’arrivo dell’islam nella regione ne avrebbe accelerato la decadenza.

Gli scavi riprenderanno in ottobre, quando sarà completata la pulizia dell’intera chiesa con l’obiettivo di rispondere alla domanda sulle sue diverse fasi e forse di scoprire ulteriori iscrizioni

Il sito di el Araj/Beit haBek si trova nella riserva naturale di Beteiha. Il progetto di scavo di El Araj è un progetto congiunto del Kinneret Institute for Galilee Archeology del Kinneret College e del Nyack College. Lo scavo è sostenuto dal Center for the Study of Ancient Judaism and Christian Origins (CSAJCO), dal Museum of the Bible, dalla Lanier Theological Library Foundation e dalla HaDavar Yeshiva (HK).

Israele. Cessate il fuoco a Gaza, dopo 43 morti e centinaia di feriti

Regge la tregua tra Israele e Jihad mediata dall’Egitto ed entrata in vigore ieri sera dopo tre giorni di ostilità
Una donna stende il bucato, tra le macerie. Gaza City, 8 agosto

Una donna stende il bucato, tra le macerie. Gaza City, 8 agosto – Reuters

Avvenire

Nella notte ha retto la tregua raggiunta tra l’esercito israeliano e i miliziani palestinesi della Jihad islamica e nella Striscia di Gaza non si sono registrati attacchi né lanci di razzi.

Al terzo giorno di intense ostilità, dopo almeno 43 morti palestinesi, tra cui 15 bambini, domenica è scattato il cessate il fuoco, mediato dall’Egitto. L’auspicio è che l’intesa metta fine a quelli che sono stati i peggiori combattimenti nella Striscia di Gaza dalla guerra di 11 giorni che l’anno scorso ha devastato l’enclave palestinese, governata da Hamas.

 

“È stato raggiunto il testo dell’accordo di tregua mediata dall’Egitto“, ha annunciato per primo in una nota Muhammad al Hindi, a capo del dipartimento politico della Jihad islamica a Gaza fissando alle 23.30 ora locale (le 22.30 di domenica in Italia) l’entrata in vigore del cessate il fuoco. Poco dopo, il premier israeliano Yair Lapid ha confermato l’intesa, ringraziando l’Egitto “per gli sforzi” di mediazione, ma avvertendo allo stesso tempo che “in caso di violazioni, lo Stato di Israele si riserva il diritto di rispondere con forza”. Come previsto, i minuti subito antecedenti alla tregua sono stati segnati dall’ultima raffica di razzi dalla Striscia e da attacchi israeliani.

Da venerdì, le Forze di difesa dello Stato ebraico (Idf) avevano lanciato l’operazione ‘Breaking Dawn’ con pesanti bombardamenti aerei e di artiglieria sulle postazioni della Jihad islamica a Gaza. Come rappresaglia, il gruppo armato palestinese ha lanciato circa mille razzi. Il bilancio delle vittime, diffuso dal ministero della Salute di Gaza, ha registrato almeno 43 morti, di cui 15 bambini e quattro donne, e altri 311 feriti palestinesi. Da parte israeliana, invece, i feriti risultano due, più un cittadino straniero di cui non siconosce ancora la nazionalità. Secondo Israele, molte delle vittime civili nella Striscia di Gaza sarebbero state causate dai razzi dei jihadisti.

Secondo la Jihad islamica l’accordo “contiene l’impegno dell’Egitto” a lavorare per il rilascio di due prigionieri del gruppo: Bassem al-Saadi e Khalil Awawdeh. Saadi, una figura di spicco nell’ala politica della Jihad islamica, è stato recentemente arrestato in Cisgiordania; il suo arresto è stato tra i fattori che hanno scatenato l’ultima escalation di tensioni. Anche il militante della Jihad islamica Awawdeh è detenuto da Israele.

Il nodo del rilascio dei prigionieri

Prima dell’annuncio ufficiale dell’accordo, Lapid aveva comunicato che gli obiettivi dell’operazione erano stati raggiunti e non aveva senso continuare: per Idf, l’intera “alta dirigenza dell’ala militare della Jihad islamica a Gaza è stata neutralizzata”. Tra gli alti esponenti del movimento armato uccisi risultano Tayseer al-Jabari, comandante nel Nord della Striscia e Khaled Mansour, comandante nel Sud. Israele aveva spiegato l’avvio venerdì dell’operazione “preventiva” contro la Jihad islamica, col rischio di un pianificato attacco imminente.

Tuttavia, questa mattina il ministro della Sicurezza pubblica israeliano, Omer Bar Lev, ha smentito che l’accordo preveda il rilascio di due membri di alto profilo del gruppo armato attualmente detenuti in Israele.

Gaza: accordo su cessate il fuoco questa sera alle 20

Una fonte israeliana – ha riportato Haaretz – ha confermato che i colloqui in corso tra le parti, mediati dall’Egitto, sulla guerra in corso a Gaza, prevedono un cessate il fuoco per questa sera, anche se i dettagli devono essere ancora finalizzati.

Fonti palestinesi citate da media internazionali hanno riferito che è stato raggiunto un accordo per le 20 (ora locale) di stesera.

(ANSA). 

Tensione. Raid israeliani contro la Jihad a Gaza: 15 morti, oltre cento feriti

Prosegue il lancio di razzi dalla Striscia verso le zone sud di Israele
Il fumo provocato dalle esplosioni dei raid israeliani nella Striscia di Gaza

Il fumo provocato dalle esplosioni dei raid israeliani nella Striscia di Gaza – Ansa

Fonte: Avvenire

È salito a 15 il bilancio dei morti a Gaza per gli attacchi israeliani; i feriti sono 125 (dato aggiornato sabato pomeriggio). Tra gli uccisi anche una donna di 23 anni che si trovava dentro casa a Khan Younis nel sud della Striscia: nello stesso episodio ferite 6 persone, tra cui 3 minori. Prosegue il lancio di razzi da parte della Jihad verso le zone del sud di Israele e in particolare nelle comunità ebraiche a ridosso della Striscia: un razzo ha colpito una casa a Sderot, ma non ci sarebbero feriti.

 

Un’operazione «per rimuovere una minaccia concreta nei confronti di cittadini israeliani e nelle zone vicino a Gaza». L’ha definito così, il premier israeliano Yair Lapid, l’intervento dell’esercito israeliano a Gaza contro la Jihad islamica, intervento definito “Breaking Dawn”, «l’arrivo di un nuovo giorno». Un’operazione che fa seguito all’arresto, avvenuto martedì scorso, di Bassen a-Saadi, leader della Jihad islamica in Cisgiordania, sorpreso da un’unità speciale israeliana durante una visita notturna alla famiglia, nel campo profughi di Jenin. Un altro leader della Jihad islamica, il comandante del nord della Striscia Taysir al-Jabari, è tra i 15 membri del gruppo armato rimasti uccisi ieri nei raid aerei israeliani. Secondo il ministero della Sanità di Hamas, che governa l’enclave palestinese, si contano invece sette morti, compresa una bambina di cinque anni, e almeno 40 feriti. Colpito anche un palazzo di dieci piani. Contemporaneamente, una «allerta speciale» è stata dichiarata sul fronte interno israeliano ed è stato deviato il traffico aereo. L’Iron dome, il sistema di difesa missilistico, è stato schierato per coprire fino a 80 chilometri all’interno di Israele, quindi comprese Tel Aviv e Modin.

«Il governo di Israele non permetterà ai terroristi di stabilire l’agenda nella Striscia di Gaza e minacciare i nostri cittadini. Chiunque cerchi di colpirci sappia che lo raggiungeremo», ha sottolineato il premier Lapid. «Noi non cerchiamo un conflitto, ma non esiteremo a difendere i nostri cittadini, se necessario», gli ha fatto eco il ministro della Difesa Benny Gantz. La replica della Jihad islamica non si è fatta attendere. «Tel Aviv e tutte le altre città israeliane sono nel nostro mirino», ha fatto sapere il leader politico del gruppo, Ziad Nahaleh. «Andremo in battaglia. In questa campagna non ci poniamo alcuna linea rossa. Tel Aviv sarà un nostro obiettivo. Colpiremo tutte le città degli occupanti. Nelle prossime ore essi vedranno la nostra reazione». Secondo Nahaleh tutte le fazioni armate dei palestinese devono unirsi in questo sforzo.

Dopo l’arresto, martedì, del 62enne Bassen a-Saadi, la tensione era andata crescendo. Da Gaza la reazione delle Brigate al-Quds, ala militare della Jihad islamica, era stata immediata: «Israele – ha avvertito – è responsabile della sua vita. Pagherà un duro prezzo se dovesse diventare un martire». Di conseguenza l’esercito israeliano aveva elevato lo stato di allerta nel territorio israeliano vicino a Gaza. A-Saadi era stato arrestato sette volte e aveva passato un quarto della sua vita in carcere. Tra i fondatori della Jihad islamica in Cisgiordania, secondo l’esercito israeliano era diventato un punto di riferimento nella organizzazione di attentati nella regione, in particolare nell’area di Jenin e Nablus.
Dopo il suo arresto, nel timore di ritorsioni dei gruppi radicali, da martedì Israele, che ha richiamato 25mila riservisti, aveva chiuso le strade intorno all’enclave palestinese. Altrettanto noto alle forze israeliane era Taysir al-Jabari, ucciso ieri, che era tra l’altro responsabile del coordinamento tra la Jihad islamica e Hamas. Secondo l’esercito israeliano, al-Jabari aveva ordinato il lancio di centinaia di razzi durante l’operazione Guardiano delle mura. «Esortiamo tutte le parti alla calma», ha sottolineato ieri un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale Usa. Mentre Abu Mazen condanna i raid, Israele ha avvertito l’Egitto (che da domani inizierà a mediare tra Israele e i palestinesi di Gaza) che qualsiasi reazione di Hamas ai raid di ieri porterà a un’importante escalation militare. L’operazione di Israele, che ha anche avvertito di movimenti «sospetti» di Hezbollah al confine con il Libano, potrebbe essere solo all’inizio.

Nyt, ‘reporter palestinese uccisa da un proiettile israeliano’

 © EPA
– Il proiettile che ha ucciso la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh è partito dalla posizione in cui si trovava un convoglio militare israeliano, molto probabilmente da un soldato di un’unità d’élite.
Lo sostiene il New York Times dopo un’indagine durata oltre un mese.
Le prove esaminate dal giornale americano mostrano che non c’erano palestinesi armati vicino alla reporter di Al Jazeera quando è stata colpita nel campo di Jenin in Cisgiordania. Circostanza che smentirebbe le dichiarazioni dell’esercito di Israele secondo cui se fosse stato un soldato israeliano a colpire la giornalista l’avrebbe fatto per errore.
Secondo il New York Times inoltre, sono stati 16 e non cinque, come sostenuto dall’esercito israeliano, i colpi partiti dal convoglio lo scorso 11 maggio. L’indagine non è stata in grado di dimostrare se il soldato che ha sparato abbia notato che Shireen Abu Akleh e i suo colleghi indossavano giubotti anti-proiettili con su scritto ‘press’, ‘stampa’.
Il 26 maggio, l’Autorità Palestinese ha dichiarato che la sua indagine, che includeva l’autopsia e un esame forense del proiettile, aveva stabilito che la reporter di Al Jazeera era stata uccisa da soldati israeliani. Il governo ha accusato inoltre Israele di averla uccisa intenzionalmente, citando il fatto che era stata colpita alla testa da dietro nonostante indossasse un giubbotto che la identificava come giornalista.
Israele ha condotto un’indagine parallela e ne ha chiesta una congiunta con l’autorità palestinese per fare esaminare il proiettile da un gruppo di esperti internazionali. Richiesta che è stata rifiutata dal governo palestinese. I risultati dell’indagine israeliana non sono stati ancora resi noti.
(ANSA).

Israele verso il voto, il governo scioglie la Knesset

 © EPA

La maggioranza del premier Naftali Bennett ha deciso di interrompere l’attuale legislatura.

Lo ha fatto sapere l’ufficio di Bennett, secondo cui la legge di scioglimento della Knesset sarà proposta al Parlamento la settimana prossima.

Una volta approvata la legge, il governo di transizione che condurrà alle elezioni sarà guidato da Yair Lapid, attuale ministro degli Esteri, come previsto dagli accordi di maggioranza. (ANSA). 

Cisgiordania: un palestinese ucciso da esercito Israele

 © ANSA

(ANSA) – TEL AVIV, 19 GIU – Un palestinese è stato ucciso oggi nei pressi della barriera di separazione nei pressi della città di Qalqilya, in Cisgiordania.

Lo riferisce il ministero della sanità locale, citato dall’agenzia Wafa che identificato l’uomo in Ahmed Taysir Ghanem di Nablus.

Secondo l’esercito, citato dai media, il palestinese stava tentando di danneggiare la barriera. (ANSA).

Israele e la nuova diaspora da Russia e Ucraina dovuta alla guerra

Conflitto nel cuore dell’Europa ha impresso una nuova spinta a un flusso e un fenomeno in atto da alcuni decenni. Per le autorità di Tel Aviv una sfida solo in parte prevista e organizzata

israele nuova diaspora ucraina russia

Agi

AGI – L’invasione russa dell’Ucraina ha spinto finora oltre 20 mila tra ucraini e russi, spesso di origini ebraiche, a fuggire in Israele ma il trend è in atto da anni, se non decenni. La guerra ha impresso una nuova spinta a questo flusso, aprendo opportunità, ma allo stesso tempo, data la complessità geopolitica, gli equilibri e la rilevanza delle forze in campo in uno scacchiere più ampio, incontra qualche problema e pone nuove sfide alle autorità israeliane.

La Aliyah, o Legge del Ritorno – che regola l’assorbimento degli immigrati ebrei in Israele, con tanto di ministero dedicato – riconosce a chi abbia i requisiti (almeno un nonno di religione ebraica o la conversione all’ebraismo in una comunità riconosciuta ufficialmente) una serie di benefici, dall’hotel una volta sbarcati, all’affitto di un appartamento per alcuni mesi.

Procedure burocratiche più semplici

Sul tema dei ‘titoli’ da vantare per poter ottenere la cittadinanza ci sono battaglie legali che sono finite anche davanti alla Corte Suprema. Nel caso più recente della guerra ucraina, è stata creata una procedura ‘espressa’ in modo da facilitare l’arrivo dei civili in fuga.

Dal 24 febbraio, in tre mesi, sono arrivati almeno 20 mila da Ucraina e Russia, praticamente equamente divisi (rispettivamente 10.019 e 9.777), ha riferito il ministero per l’Aliyah. La presenza di folte comunità ebraiche in entrambi i Paesi coinvolti nella guerra e la necessità quindi di mantenere buoni rapporti sia con Kiev che con Mosca è stata la motivazione addotta dallo Stato ebraico per presentarsi, almeno inizialmente, come mediatore ‘neutrale’. Una posizione andata via via modificandosi con il passare delle settimane, e che lo ha portato ad assumere un atteggiamento più marcato a favore dell’Ucraina, prima con il voto a favore della sospensione della Russia dal Consiglio dei Diritti Umani all’Onu e più di recente con l’annuncio dell’invio di equipaggiamenti difensivi (caschi e giubbotti anti-proiettili) alle organizzazioni civili e ai soccorritori ucraini.

La postura ha fortemente irritato Mosca, con possibili e temute ripercussioni – finora non avvenute – rispetto al teatro siriano e al coordinamento tra i due Paesi: le forze armate israeliane compiono regolarmente raid aerei in Siria (l’ultimo venerdì all’alba, il secondo in una settimana), avvertendo però Mosca in modo da non incorrere in incidenti con le forze russe presenti sul terreno.

La Russia e i Paesi circostanti da sempre sono un serbatoio d’immigrazione – spesso ambiziosa e con un’alta formazione universitaria – per Israele: dagli albori negli Anni ’60, quando le autorita’ erano pronte a pagare governi stranieri per permettere agli ebrei di trasferirsi, la svolta ci fu con il crollo dell’Urss che portò nel giro di vent’anni all’assorbimento nello Stato ebraico di un milione di immigrati, una cifra impressionante per un Paese che all’epoca contava cinque milioni di abitanti in tutto.

Cervelli in fuga

Molti di questi ‘cervelli in fuga’ finirono nel settore dell’hi-tech (nel 1998 quasi la metà degli addetti era di origini russa) e l’arrivo di questa comunità russofona ebbe un forte impatto sul Paese destinatario, modificandolo economicamente (il sorgere della cosiddetta ‘Start-Up Nation’) ma anche socialmente.

Nonostante questo passato, l’arrivo del nuovo flusso di immigrati non è indolore. C’è chi non può o non riesce a dimostrare di avere i requisiti in base alla Legge del Ritorno e quindi ottiene un visto turistico che tuttavia gli impedisce di lavorare, ricevere i sussidi governativi e registrare i figli a scuola.

Gli oligarchi, un caso a parte

E c’è anche chi non è ebreo ed è finito in Israele grazie a qualche rete di supporto familiare o amicale ma non intende restarci a vita. Caso a parte sono gli oligarchi russi che da qualche anno hanno ‘scoperto’ una nuova patria (o quantomeno una nuova cittadinanza) oltre a un ambiente ottimale per fare affari.

È il caso di Roman Abramovich, ma anche di Leonid Nevzlin, ex comproprietario con Mikhail Khodorkovsky del colosso energetico russo Yukos, e dei co-fondatori di Alfa Bank, German Khan e Mikhail Fridman. Oltre a questi, negli ultimi tre mesi, sono arrivati altri milionari a rinfoltire le fila: secondo Mark Oigman, ebreo moldavo a capo della SmartGen, sentito da Globe and Mail, sono oltre 5 mila sui 40 mila che ritiene siano arrivati in Israele dalla fine di febbraio.

Con lo scoppio della guerra e l’adozione da parte dell’Occidente di dure sanzioni economiche contro il Cremlino e i suoi alleati, i soldi ‘russi’ sono diventati un problema per lo Stato ebraico che, pur non seguendo legalmente i passi di Usa e Ue, allo stesso tempo è cauta e monitora movimenti e transazioni bancarie, così come spostamenti di aerei privati e yacht, in modo da impedire ai chi è finito sulla ‘lista nera’ di eludere le misure restrittive.

Di tale prudenza, che si traduce nella mancanza di una politica chiara in merito, ne fanno le spese più in generale gli immigrati ma anche investitori e start-up che stanno cercando di ricollocarsi nel Paese. Secondo il sito specializzato Calcalistech, in tre mesi gli immigrati fuggiti dalla Russia hanno portato nelle banche israeliane un miliardo di shekel (280 milioni di euro) e un importo simile è quello attualmente trattato dagli istituti, una goccia nel mare rispetto a quanto i ‘nuovi israeliani’ cercano di portare nel Paese, spesso senza successo.

Cisgiordania: medici, ucciso un palestinese in scontri

 © EPA

(ANSA) – TEL AVIV, 09 GIU – Un palestinese è stato ucciso, e almeno altri 3 feriti, durante scontri con l’esercito israeliano ad Halhul, non lontano da Hebron in Cisgiordania.

Lo ha annunciato, citato dall’agenzia Wafa, il ministero della sanità palestinese che ha identificato l’uomo in Mahmoud Fayez Abu Ayhour di 27 anni.

Secondo la stessa fonte Ayhour è stato colpito allo stomaco da un proiettile ed è morto in ospedale per la ferita. Manca al momento la versione dell’esercito israeliano. (ANSA).

Roma: alla Sapienza, negata a Amnesty International un’aula per presentare il rapporto su Israele

Roma: alla Sapienza, negata a Amnesty International un’aula per presentare il rapporto su Israele

Adista
Avrebbe dovuto svolgersi il 22 marzo, in un’aula della facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza di Roma la presentazione del rapporto di Amnesty International, pubblicato il 1° febbraio, sul crimine di apartheid commesso da Israele nei confronti della popolazione palestinese. A poche ore dall’evento, tuttavia, la concessione dello spazio autorizzato sette giorni prima è stata ritirata. «Il 28 marzo – riferisce un comunicato di Amnesty datato 4 aprile – il presidente di Amnesty International Italia, Emanuele Russo, ha scritto alla prof.ssa Antonella Polimeni, rettrice dell’Università La Sapienza, lamentando che sia stata presa tale decisione in uno spazio che dovrebbe valorizzare la libertà d’informazione e di ricerca. Il giorno successivo la rettrice ha replicato dichiarando che la Facoltà di Lettere e Filosofia si è trovata costretta ad annullare l’iniziativa poiché gli organizzatori non hanno consentito la possibilità di un contraddittorio».

Amnesty International Italia ha però chiarito che non si trattava di un dibattito politico, ma della presentazione di un rapporto con numeri, fatti, circostanze, che in ogni caso potevano essere approfonditi nel corso di un’eventuale discussione successiva alla presentazione.«Peraltro – conclude il comunicato – com’è prassi dell’organizzazione, il rapporto in questione era stato inviato per commenti alle autorità israeliane ben prima della pubblicazione. Queste avevano preferito avviare un’azione di discredito 24 ore prima del lancio del rapporto, azione che è tuttora in corso».

Archeologia. Nuova sinagoga scoperta a Magdala

È la prima volta che si trovano due sinagoghe del tempo di Gesù nello stesso centro urbano
I banchi della nuova sinagoga recentemente scoperta

I banchi della nuova sinagoga recentemente scoperta – Università di Haifa

Avvenire

Vedere emergere dalla terra dei banchi di pietra lungo i lati di una stanza e realizzare rapidamente che si è di fronte, un’altra volta, alla scoperta di una sinagoga del primo secolo, il tempo di Gesù. È quanto è successo nei giorni scorsi a Dina Avshalom-Gorni, archeologa dell’Autorità Israeliana per le Antichità.

Siamo a Migdàl (in ebraico “torre”), la città da cui ha preso il nome Maria Maddalena, la discepola di Gesù di cui ci parlano i Vangeli. Già nel 2009 gli scavi nell’area archeologica tenuta dai Legionari di Cristo hanno portato alla luce una sinagoga del primo secolo. La scoperta generò un grande interesse da parte degli studiosi, soprattutto a causa di una pietra, finemente decorata, i cui motivi rimandano al tempio di Gerusalemme. Questa volta le circostanze sono fortuite, perché il ritrovamento è avvenuto in uno “scavo di salvataggio” dovuto al fatto che sono in corso dei lavori stradali. Prima di costruire si fanno sondaggi per verificare di non obliterare dei resti importanti, ed ecco che è emersa un’altra sinagoga con la stessa pianta di quella ritrovata una dozzina di anni fa.

La pietra di Magdala con la Menorà (candelabro a sette braccia)

La pietra di Magdala con la Menorà (candelabro a sette braccia) – Ministero del Turismo Israele

È la prima volta che si trovano due sinagoghe del tempo di Gesù nello stesso centro urbano e più in generale le sinagoghe di primo secolo si contano sulle dita delle mani o poco più. Questa volta l’impulso per gli studiosi è dato proprio dalla duplicazione; secondo il professor Adi Erlich, dell’Università di Haifa, che ha la responsabilità scientifica dello scavo: “La sinagoga che stiamo scavando adesso è vicina alla strada residenziale, mentre quella del 2009 era circondata da una zona industriale”. Magdala era un grande centro sul lago di Galilea. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, esagerando con i numeri, parla di quarantamila abitanti e di duecentotrenta navi nel porto cittadino. Anche considerando numeri di molto inferiori siamo comunque di fronte a un centro importante. Due sinagoghe in due diverse aree dell’abitato dicono quanto la presenza di questa istituzione fosse pervasiva nella quotidianità degli ebrei al tempo di Gesù. Del resto leggiamo nei Vangeli, e l’archeologia lo ha confermato, dell’esistenza di sinagoghe anche in villaggi molto piccoli della Galilea. Possiamo chiederci il motivo di (almeno) due sinagoghe a Magdala: esigenze di spazio? Legame con il territorio fino al punto di avere sinagoghe di quartiere? Legame con le diverse realtà sociali che componevano il giudaismo del tempo? Tutte questioni su cui si concentreranno gli approfondimenti futuri e che sono stimolate da questo ritrovamento.

La sinagoga si presenta a pianta quadrata, con banchi di pietra su tutti i lati; il punto focale della sinagoga stava nel centro della sala. Al tempo di Gesù le sinagoghe erano spazi multifunzionali dove la gente poteva riunirsi. Sappiamo che tra le attività svolte in sinagoga c’erano la lettura e lo studio della legge, la Torà. Ma sappiamo anche che qui la comunità si radunava quando c’erano da prendere decisioni importanti, come avvenne a Tiberiade quando gli abitanti dovettero decidere quale atteggiamento tenere nella rivolta antiromana nel 66 d.C. Nella sinagoga si amministrava la giustizia, si raccoglievano contributi per opere di carità e in alcune era possibile accogliere gli stranieri.

Covid: riapre scuola in Israele nonostante picchi infezione

Circa 2 milioni e mezzo di studenti (dall’asilo nido alle classi maggiori) hanno cominciato in Israele l’anno scolastico in presenza, nonostante i picchi di nuove infezioni nel Paese dovuti alla variante Delta e quindi i possibili ritorni sul sistema educativo.
Il premier Naftali Bennett ha ricordato che prima della riapertura degli istituti “è stata svolta la più grande campagna di test” della storia di Israele che ha visto in un giorno “due milioni di controlli” antigenici rapidi su tutti gli studenti.

Va ricordato che da pochi giorni nel Paese è prevista la vaccinazione con la 3/a dose a partire dai 12 anni in su e che a scuola si starà con la maschera. Gli insegnanti che non sono vaccinati devono presentare un test negativo due volte a settimana.
Il ministro dell’educazione Yifat Shasha-Biton ha spiegato che il modello della riapertura in presenza potrà essere “adattato sulla base del numero settimane e mesi”. (ANSA).

 © ANSA

Vini, Birre & Drink in 30 minuti alla tua porta! Ordina ora con Winelivery, L'App per Bere! Aimon Traghettilines DIARI SCOLASTICI IBS.IT British School Banner 2023 Kinderkraft Back to School! Talent Garden - Banner Master