A Lampedusa, tra arrivi ed emergenze. L’addio del parroco: «Il cuore resta qui»

Totò Martello, sindaco di Lampedusa e Linosa, scruta il cielo nuvoloso e mormora: «C’è brutto tempo». Le condizioni meteo avverse ostacolano i viaggi della speranza e della disperazione. Qui è sempre opportuno guardarlo, il cielo, per capire cosa accadrà. Ma gli sbarchi ci sono stati e ci saranno ancora nell’isola che raccoglie storie come pesci nella rete dell’umanità. Solo una settimana fa circa in cinquecento hanno poggiato il piede sulla terraferma: erano di origini subshariane, egiziane e marocchine. Nei giorni scorsi, il viavai dei barchini, con il loro carico di fragilità, è stato incessante.

«Attualmente, abbiamo più di quattrocento persone nell’hotspot e aspettiamo a breve la nave quarantena che svuoterà la struttura – dice il sindaco Martello –. Chi continua a dire che i migranti portano il contagio del Covid compie una speculazione politica. Speriamo che si possa procedere anche per vaccinarli, dovrebbe accadere presto. Si parla giustamente dell’Afghanistan e sono il primo a dire che bisogna sostenere, a tutti i livelli, l’impegno della comunità internazionale di fronte al dramma che si sta vivendo laggiù, ma è altrettanto giusto ricordare che ci sono altri territori e Paesi nei quali vengono quotidianamente negati i diritti umani e diritti fondamentali come quello alla salute, all’istruzione, al cibo. Noi non possiamo essere lasciati soli, ecco l’appello che non mi stancherò di ripetere».

Tanti giungono, qualcuno parte, come don Carmelo La Magra, 42 anni, il parroco che è diventato un simbolo e che si è congedato con un post su Facebook, annunciando l’arrivo di don Carmelo Rizzo. Lui andrà a Racalmuto. Ora, don La Magra racconta: «Potrei fare un resoconto infinito, ho passato a Lampedusa cinque anni, ma, per l’intensità, è come se fossero stati trenta. Cosa mi porto addosso? I volti delle persone che ho incontrato, i lineamenti delle donne, degli uomini, dei bambini. Porto con me la loro fatica, la sofferenza ineluttabile, le danze gioiose per essersi salvati. Non li dimenticherò mai». Tutto è viaggio che si snoda dentro e fuori: sulle strada e nel cuore. «Non scorderò mai la mia Lampedusa – dice don Carmelo –. Il mio impegno non è certo finito. Lascio una comunità provata dal Covid. La pandemia ha intaccato dinamiche di relazione che erano molto salde ed è un’ottima scusa per rinchiudere i migranti nell’hotspot. Un dispiacere forte? Le vittime del naufragio del trenta giugno scorso non sono state ancora recuperate. Mi ferisce la motivazione: costerebbe troppo. E se lì sotto ci fossi io o se ci fosse un italiano qualunque, cosa direbbero?». Nove corpi attendono, adagiati a circa novanta metri di profondità.

Qui, per forza di cose, la speranza è un’onda che oltrepassa la disperazione. Sulla pagina Facebook di don La Magra, da circa un mese, campeggiano i sorrisi di una madre e di sua figlia. La mamma approdata in cerca di salvezza, la bimba nata nel poliambulatorio perché il miracolo di una venuta al mondo ha dribblato perfino la fretta dell’elisoccorso nel lembo di terra in cui le mamme partoriscono altrove, per mancanza di un punto nascite. La didascalia di don Carmelo ha benedetto quell’amore con parole semplici e toccanti: «Ogni tanto la vita manda all’aria gli schemi degli uomini e ti fa nascere dove non si nasce. Benvenuta al mondo piccola Maria, lampedusana di nascita come non se ne vedevano da tempo».

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Dopo cinque anni («ma è come se fossero stati trenta»), don Carmelo La Magra lascia l’isola per Racalmuto.

«Il dispiacere più forte? Le vittime del naufragio del 30 giugno non recuperate per ragioni economiche»

Il Cardinale Montenegro “difende” Baglioni: «Triste insultare chi non la pensa come te»

Italia

lasicilia.it

Il prelato ad Agrigento ha parlato, pur senza nominarlo, della polemica che ha visto coinvolto il direttore artistico del Festival di Sanremo sulla questione immigrazione: ««Le storie di sofferenza ci stanno dividendo fra noi». «Le storie di sofferenza ci stanno dividendo fra noi. E’ triste vedere che manifestare il proprio pensiero ha come risposta l’insulto di chi non la pensa come te. Quando ci sono i problemi che riguardano gli uomini, nonostante i pareri diversi, dovremmo essere capaci di dialogare per trovare una soluzione». Lo ha detto l’arcivescovo di Agrigento

Cittadinanza agli immigrati l’alfabeto che unisce

Nella tradizione europea, forgiata dalle ideologie nazionalistiche e dalla retorica patriottica, l’appartenenza a una comunità statuale e l’accesso ai diritti di cittadinanza si basano sulla presunzione di una comune discendenza, fino a evocare legami di fratellanza (come nell’incipit dell’inno d’Italia) e consanguineità (si parla, non a caso, di jus sanguinis, quale criterio alla base di molti regimi di cittadinanza). Si può dunque facilmente intuire perché l’immigrazione rappresenta un fattore di disturbo, che allontana sempre più le nostre società dal mito dell’omogeneità – linguistica, culturale, etnica e religiosa – sul quale si è storicamente fondata l’identità nazionale. La ridefinizione dei confini della nazione, attraverso l’inclusione – totale o parziale – di nuovi membri nella comunità dei cittadini, è però un passaggio inevitabile per le società d’immigrazione che vogliano continuare a chiamarsi democrazie. È quanto sta avvenendo in Italia, divenuta, nell’ultimo quarto di secolo, uno dei più importanti poli attrattivi dello scenario migratorio internazionale, ‘patria’ d’elezione di milioni di migranti ormai insediati in maniera stabile e con un forte potenziale di crescita demografica (ogni 5 bambini che nascono in Italia, uno ha almeno un genitore straniero) in grado di mutare irreversibilmente i caratteri ereditari del popolo italiano.
Mentre le forze politiche dibattevano animatamente sulle ipotesi di riforma di una legge sulla cittadinanza ritenuta dai più anacronistica, centinaia di migliaia di immigrati stranieri hanno raggiunto l’anzianità di presenza necessaria per richiedere la naturalizzazione. Nel corso del 2014, le acquisizioni di cittadinanza italiana hanno raggiunto un numero che è circa dieci volte tanto quello che si registrava all’inizio del millennio. E soltanto nel biennio 2013-14 si sono avute più di 230mila nuove acquisizioni (trend confermato dai dati provvisori sul 2015 diffusi dall’Istat): una cifra superiore a quella degli sbarchi sui quali si è invece concentrata l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Secondo la stima elaborata dall’Ismu, nel prossimo ventennio potremmo avere quasi cinque milioni di ‘nuovi italiani’: in un paese decisamente ‘vecchio’ come l’Italia, è facile intuire quale potrà essere il loro impatto anche, per esempio, in termini elettorali. A sua volta, se fosse approvato, il progetto di legge in discussione in parlamento trasformerebbe in italiani fino a 700mila bambini e ragazzi nati in Italia o arrivati nei primi anni di vita.

La piena inclusione nella comunità degli italiani non è peraltro l’unica modalità attraverso la quale è possibile ampliare i ‘confini’ della cittadinanza, un obiettivo che si sta realizzando, nelle democrazie europee, anche attraverso l’arricchimento del paniere dei diritti fruibili dai non cittadini. In Italia, oltre la metà degli stranieri extra-Ue residenti possiedono uno status di lungo-soggiornante, che garantisce una quasi equiparazione coi cittadini nel godimento dei diritti civili e sociali, e soprattutto un diritto di soggiorno a tempo indeterminato. Inoltre, circa un milione e mezzo sono gli stranieri soggiornanti che godono dello status privilegiato di ‘cittadino europeo’, non in virtù di qualche merito personale o di qualche successo nell’integrazione, ma in nome di un progetto politico che ha progressivamente ampliato le frontiere dell’Unione europea fino a includervi alcuni dei paesi a più forte pressione emigratoria. Infine, tutti gli stranieri, indipendentemente dal loro status giuridico, beneficiano di alcuni diritti e protezioni – dal diritto/dovere all’istruzione nel caso dei minori a quello alle cure sanitarie –, loro riconosciuti in ragione del principio della dignità della persona, che faticosamente apre una breccia nelle legislazioni nazionali, sollecitate proprio dall’immigrazione a fare i conti coi limiti delle tradizionali teorie e pratiche della giustizia e della redistribuzione, formulate a partire dalla ‘finzione’ di società statual-nazionali dai confini chiusi.

L’immigrazione, però, non interpella le società nazionali unicamente nella loro capacità d’inclusione nel sistema dei diritti di cittadinanza. Essa le pone anche di fronte a sfide inedite, generate dal confronto con la diversità: diversità che hanno a che vedere con la cultura, la lingua, la religione e l’appartenenza etnica; ma anche col fatto stesso di essere migrante, appartenente contestualmente a due mondi diversi, a due diversi universi identitari, a due diverse ‘patrie’. Anche l’Italia si trova ormai di frequente investita da questioni e richieste ‘identitarie’, non sempre facilmente riconducibili alla logica dei diritti individuali universali, ma che a volte si spingono – così com’è avvenuto, con esiti diversi, in altri paesi europei – a rivendicare una forma di ‘cittadinanza multiculturale’, ossia il riconoscimento di diritti e trattamenti differenziati; minando così uno dei principi cardine delle democrazie europee – ‘la legge è uguale per tutti’ – e indugiando a una logica comunitarista, che attribuisce ai gruppi minoritari la facoltà di decidere ciò che è bene per i propri membri. Ed anche l’Italia vede via via crescere il numero di stranieri che, naturalizzandosi, diventano anche italiani, mantenendo la loro cittadinanza d’origine e ritrovandosi in una posizione addirittura sovraordinata rispetto a quella dei residenti storici (in quanto titolari di un doppio passaporto e, a volte, perfino dei diritti politici in due diversi paesi, come del resto avviene per milioni di ‘italiani’ residenti all’estero).

Se per un verso la doppia cittadinanza sembrerebbe esasperare il significato strumentale della naturalizzazione (non è raro, del resto, che la cittadinanza italiana, faticosamente conquistata, sia poi utilizzata dagli immigrati come lasciapassare per migrare in un altro paese europeo), per l’altro riflette la realtà di un mondo globalizzato, sempre più distante dalla visione nazionalistica di società protette dai recinti statuali e basate su una fedeltà esclusiva dei cittadini verso uno e un solo Stato. L’idea di cittadinanza radicata nel sentire comune la rappresenta come un attributo ascritto o addirittura innato, o al più come un privilegio concesso dai ‘proprietari dello Stato’ a chi dimostri di meritarlo. Ma nel suo significato più autentico la cittadinanza non è solo accordata per via politica e istituzionale, ma prende corpo nell’interazione quotidiana, attraverso le pratiche partecipative che vedono soggetti diversi concorrere alla costruzione del bene comune. E, ancora, oltre che un viatico per l’accesso a una serie di diritti e di opportunità, la cittadinanza è un istituto che custodisce valori, principi e visioni del mondo, riaffermando il dovere di rispettarli e trasmetterli alle nuove generazioni. Nel riflettere sul rapporto tra immigrazione e cittadinanza, occorrerebbe tenere conto di tutte queste dimensioni, nobilitando un dibattito oggi appiattito sugli aspetti tecnici e procedurali (del tipo ‘quanti anni sono necessari per diventare italiani’) e prigioniero di opposte strumentalizzazioni, e prestando molta più attenzione al processo che ‘trasforma’ un immigrato in cittadino.

Si tratta, a ben guardare, di un’occasione formidabile – o forse addirittura profetica – per rivitalizzare le forme di partecipazione civica e politica e la consapevolezza del significato della cittadinanza democratica, nel confronto con chi s’è lasciato alle spalle regimi assolutistici e società illiberali. E per interrogarci sui contenuti dell’identità collettiva, ovvero sui valori che regolano la convivenza, sui criteri con cui disciplinare l’ammissibilità di comportamenti non conformisti, e sui principi cui deve ispirarsi lo stesso dialogo con l’alterità e sugli elementi non derogabili, che delimitano il quadro entro il quale può esprimersi lo stesso contributo dei migranti e dei gruppi minoritari alla costruzione di una nuova idea di società e di cittadinanza.

Avvenire

Immigrazione 8mila profughi via da Idomeni Trasferiti nel nord della Grecia

La polizia greca ha cominciato all’alba a sgomberare il campo improvvisato di migranti e rifugiati di Idomeni, alla frontiera con la Macedonia, dove si trovano più di 8.400 persone. Il portavoce del servizio greco di coordinamento della crisi migratoria, Giorgos Kyritsis, ha reso noto che l’evacuazione si svolge “lentamente” e “con calma”. I primi due pullman hanno già abbandonato l’accampamento verso qualcuno dei nuovi centri aperti dalle autorità nel nord della Grecia.

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Varie centinaia di poliziotti hanno bloccato l’accesso al campo, che versa in condizioni squallide, e già durante la notte hanno chiesto ai media e ai volontari di abbandonare la zona. La polizia, con l’aiuto di interpreti, ha cominciato nella notte a informare i rifugiati dell’operazione di trasferimento. Secondo la televisione pubblica greca, il clima per ora è tranquillo e molti rifugiati aspettano con calma i pullman che li trasferiranno. “L’operazione è cominciata verso le 6 e si svolge a ritmo lento e con calma, non è necessario usare la forza”, ha dichiarato il portavoce, che lunedì aveva avvisato che lo sgombero sarà “graduale” e potrebbe durare anche “dieci giorni”. ido2_51159443.jpg

Nel corso della giornata di ieri, 2.500 persone erano già state portate in strutture organizzate. Negli ultimi quattro mesi, tra 9mila e 14mila rifugiati e migranti hanno alloggiato nel campo di Idomeni, al confine tra Grecia ed Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia; circa il 40% di loro sono bambini.

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Save the Children lancia l’allarme minori e chiede alle autorità greche di assicurarsi che l’evacuazione in corso nel campo informale di Idomeni nel nord della Grecia avvenga in modo pacifico e che ai bambini venga fornita la protezione di cui hanno bisogno durante tutto il procedimento. L’Organizzazione esprime anche preoccupazione circa la mancanza di servizi di base e specializzati, in particolare per i minori che viaggiano soli, nelle strutture in cui rifugiati e migranti verranno trasferiti. “Le autorità responsabili del processo di ricollocamento devono tenere in considerazione il superiore interesse di ogni famiglia o bambino: più facile a dirsi che a farsi in un processo dove vengono ricollocati in massa gruppi di persone vulnerabili”, afferma Amy Frost, Responsabile della risposta alla crisi dei rifugiati in Grecia di Save the Children.

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Avvenire