La vera storia del Crocifisso di don Camillo

Settant’anni fa usciva il primo film della saga ispirata ai racconti di Giovannino Guareschi diretta dal regista francese Duvivier. Quello utilizzato sul set stava a Cinecittà, ora si trova a Brescello ed è una copia del Cristo custodito nella chiesa di Busseto: «I fedeli vengono qui e si confidano con lui, proprio come nel film», racconta il parroco don Luigi Guglielmoni

in Famiglia Cristiana

Della saga di don Camillo e Peppone si sa molto. Del “Crocifisso parlante” con il quale dialoga il pretone burbero e generoso inventato da Giovannino Guareschi in Mondo piccolo assai meno. Il 15 marzo 1952, settant’anni fa, usciva il primo film della saga che portò al cinema la bellezza di oltre 13 milioni di spettatori, risultando una delle pellicole più viste di tutti i tempi. Un successo che ben presto varcò i confini italiani sbarcando in Francia, Germania, Svezia, Stati Uniti, Inghilterra (dove la voce narrante era quella di Orson Welles) fino ad arrivare al Don Kamiro proiettato nel 1954 in Giappone.

E pensare che nessun regista italiano contattato dalla produzione accettò di girare Don Camillo: troppo controverso in termini politici, troppo rischioso in un periodo dove l’opposizione tra Pci e Democrazia Cristiana era all’apice della tensione. Dissero di no Mario Camerini, Vittorio De Sica, Luigi Zampa e Renato Castellani. Venne sondata anche Hollywood, dove la sceneggiatura fu molto apprezzata. Frank Capra si disse interessato ma era troppo impegnato in quel periodo. La scelta, alla fine, cadde sul francese Julien Duvivier che cambiò in parte la sceneggiatura, scatenando le ire di Guareschi che non era mai soddisfatto di come le sue indicazioni venivano realizzate nelle riprese.

Lo scrittore diceva che «il mio pretone e il mio grosso sindaco li ha creati la Bassa. Io li ho incontrati, li ho presi sottobraccio e li ho fatti camminare su e giù per l’alfabeto». Logico che il film dovesse essere girato nella Bassa parmense, bagnata dal Po e terra di grandi italiani, a cominciare da Giuseppe Verdi. Guareschi volle aprire il suo ristorante proprio accanto alla casa natale del Maestro, a Roncole di Busseto, per poter stare, diceva, “all’ombra di un grande”. Ora è sede dell’Archivio curato con grande dedizione dal figlio Alberto, custode tenero della memoria del padre che riposa nel piccolo cimitero di fronte insieme alla moglie Ennia (la Margherita dei suoi racconti) e la figlia Carlotta (la Pasionaria).

Dove girare dunque il film? Julien Duvivier non era convinto dei paesi indicati da Guareschi, come Fontanelle, Roccabianca (dove lo scrittore era nato nel 1908), Polesine, Busseto e decise di far perlustrare il circondario alla ricerca del paese giusto. «Ici, Ici voilà le pays», esclamò entusiasta il regista francese quando vide piazza Matteotti a Brescello, Reggio Emilia, dove è ancora possibile ammirare la campana Sputnik, il carro armato americano e la bicicletta di Don Camillo.

E il celebre Crocifisso che ora si trova nella chiesa ma arriva da Cinecittà come materiale di scena della saga e che qualche anno fa l’allora parroco di Brescello don Evandro Gherardi, ispirandosi proprio ai racconti di Guareschi, decise di portare in processione dal centro del paese fino alle rive del Po per chiedere a Dio la protezione dagli effetti devastanti delle piene del fiume e dalla siccità, un problema che quest’anno è diventato particolarmente drammatico. «Poi», racconta, «l’ho portato in processione, da solo, in una piazza vuota, nella Via Crucis del Venerdì Santo, durante il lockdown del 2020».

Duvivier nel suo peregrinare nella Bassa aveva visto il Crocifisso conservato nella Collegiata di San Bartolomeo a Busseto, la chiesa dove nel 1836 Verdi sposò la sua prima moglie, Margherita Barezzi, e se ne innamorò perché lo trovava perfetto per il film. Perché il Cristo ha la testa lievemente girata sul lato destro, come se stesse interloquendo con don Camillo e volesse voltare la testa quando il prete gli dice qualcosa su cui non è d’accordo, e un corpo longilineo e dalle lunghe braccia sottili, quasi per abbracciare tutti. Oggi svetta nella prima cappella a sinistra risalente al 1642 e restaurata nel 1846. Per questo sul sagrato della chiesa di Busseto ci sono i cartonati di don Camillo, interpretato dal mitico Fernandel, e Peppone, Gino Cervi.

«Si tratta», spiega il parroco di Busseto, don Luigi Guglielmoni, «di un Crocifisso ligneo, di grandi dimensioni, degli inizi del 1400, ottimamente conservato. Forse in origine era il Crocifisso dell’altare maggiore della bella chiesa iniziata nel 1339 per volere del marchese Uberto Pallavicino, poi ampliata e riconosciuta “Collegiata” con Bolla papale del 9 luglio 1436». Davanti all’icona c’è un cartello che spiega cos’ha a che fare con i film su don Camillo e Peppone.

«Il Crocifisso resta lì, in alto e silenzioso, invitando a sostare un momento e ad alzare lo sguardo oltre l’immediato», riflette don Luigi, «Guareschi è stato geniale nel far dialogare il Crocifisso con don Camillo. Ma quel Cristo in croce continua a “parlare” a quanti ogni giorno vengono ad accendere un cero, a consegnargli la propria croce e a cercare speranza».

Per girare il film, Vivier fece scolpire un Crocifisso sul modello di quello di Busseto in legno di cirmolo, un legno leggero perché Fernandel faceva fatica a portare pesi, con le teste di legno intercambiabili a seconda che nel film Gesù dovesse ridere, piangere o arrabbiarsi nei dialoghi con il prete. Finito il film, se ne erano perse le tracce. Poi è stato ritrovato in un magazzino di Cinecittà. I cittadini di Brescello hanno voluto riportarlo nella loro città, dove è stato restaurato e pulito e da cinquant’anni si trova nella chiesa parrocchiale, dove molti vanno a pregare e accendere un cero.

Busseto ha ispirato, Brescello ha conservato. Da oggetto di scena a oggetto di culto e di devozione popolare. Una storia che sarebbe piaciuta a Guareschi al quale San Giovanni XXIII, lettore avidissimo dello scrittore, voleva affidargli di scrivere un commento al Catechismo. Giovannino conobbe di sguincio l’idea papale. E se ne stupì.

Papa Francesco: «Gesù e Buddha: costruttori di pace e promotori della nonviolenza»

«Anche Gesù visse in tempi di violenza. Egli insegnò che il vero campo di battaglia, in cui si affrontano la violenza e la pace, è il cuore umano […]. Egli predicò instancabilmente l’amore incondizionato di Dio che accoglie e perdona e insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici […], tracciò la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia». Riportiamo il discorso completo che il Pontefice ha tenuto Sabato 28 Maggio alla delegazione di autorità del Buddhismo in Mongolia

Illustri Signori!

Con grande cordialità e stima do il benvenuto a voi, Leader Buddisti dalla Mongolia, e a S.E. Mons. Giorgio Marengo, Prefetto Apostolico di Ulaanbaatar, che vi accompagna. Esprimo la mia gratitudine per la vostra prima visita in Vaticano quali rappresentanti ufficiali del Buddismo mongolo. Essa si propone di approfondire le vostre relazioni amichevoli con la Chiesa Cattolica, per promuovere la comprensione e la collaborazione reciproca al fine di costruire una società pacifica. L’occasione è particolarmente significativa, poiché quest’anno ricorre il 30° anniversario della Prefettura Apostolica nel vostro bel Paese, come pure delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Mongolia.

La pace è oggi l’ardente anelito dell’umanità. Pertanto, attraverso il dialogo a tutti i livelli, è urgente promuovere una cultura della pace e della nonviolenza e lavorare per questo. Questo dialogo deve invitare tutti a rifiutare la violenza in ogni sua forma, compresa la violenza contro l’ambiente. Purtroppo, c’è chi continua ad abusare della religione usandola per giustificare atti di violenza e di odio.

Gesù e Buddha sono stati costruttori di pace e promotori della nonviolenza. «Anche Gesù visse in tempi di violenza. Egli insegnò che il vero campo di battaglia, in cui si affrontano la violenza e la pace, è il cuore umano […]. Egli predicò instancabilmente l’amore incondizionato di Dio che accoglie e perdona e insegnò ai suoi discepoli ad amare i nemici (cfr Mt 5,44) […], tracciò la via della nonviolenza, che ha percorso fino alla fine, fino alla croce, mediante la quale ha realizzato la pace e distrutto l’inimicizia (cfr Ef 2,14-16)». Perciò, «essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1 gennaio 2017, 3).

Il messaggio centrale del Buddha era la nonviolenza e la pace. Insegnò che «la vittoria si lascia dietro una scia di odio, perché il vinto soffre. Abbandona ogni pensiero di vittoria e sconfitta e vivi nella pace e nella gioia» (Dhammapada, XV, 5 [201]). Sottolineò inoltre che la conquista di sé è più grande di quella degli altri: «Meglio vincere te stesso che vincere mille battaglie contro mille uomini» (ibid., VIII, 4 [103]).

In un mondo devastato da conflitti e guerre, come leader religiosi, profondamente radicati nelle nostre rispettive dottrine religiose, abbiamo il dovere di suscitare nell’umanità la volontà di rinunciare alla violenza e di costruire una cultura di pace.

Sebbene la presenza di comunità più formali di fedeli cattolici nel vostro Paese sia abbastanza recente e il loro numero esiguo ma significativo, la Chiesa si impegna pienamente a promuovere una cultura dell’incontro, seguendo il suo Maestro e Fondatore il quale ha detto: “Amatevi come io vi ho amato” (cfr Gv 15,12). Rafforziamo la nostra amicizia per il bene di tutti. La Mongolia ha una lunga tradizione di pacifica convivenza di diverse religioni. Il mio auspicio è che questa antica storia di armonia nella diversità possa continuare oggi, attraverso l’effettiva attuazione della libertà religiosa e la promozione di iniziative congiunte per il bene comune. La vostra presenza qui oggi è in sé stessa un segno di speranza. Con questi sentimenti, vi invito a continuare il vostro dialogo fraterno e le buone relazioni con la Chiesa Cattolica nel vostro Paese, per la causa della pace e dell’armonia.

Grazie ancora per la vostra gradita visita; e spero che il vostro soggiorno a Roma sia ricco di gioia e di interessanti esperienze. Sono anche certo che il vostro incontro con i membri del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso vi darà l’opportunità di esplorare le vie per promuovere ulteriormente il dialogo buddista-cristiano in Mongolia e nella regione.

Auguro a voi e a coloro che rappresentate, nei diversi monasteri buddisti in Mongolia, abbondanza di pace e di prosperità.

Il principio Gesù

Si intitola Il principio Gesù. Nuove prospettive dai colloqui con Wilhelm Klein (Cittadella Editrice, 2021), il volume con cui Giuseppe Trentin (professore emerito di teologia morale presso la Facoltà teologica del Triveneto) riprende il filo di alcune riflessioni sulla figura e il pensiero filosofico, teologico e spirituale di Wilhelm Klein sj (1889-1996), già avviate in una precedente pubblicazione (Il principio Maria. Nuove prospettive dai manoscritti di Wilhelm Klein, Cittadella Editrice, 2019).
Lo studio cristallizza e prosegue idealmente il dialogo iniziato nell’autunno del 1967 in Germania, a Bonn – dove il giovane studente italiano si recò su consiglio di Bernard Häring, che lo aveva presentato per il dottorato al suo amico Franz Böckle – e coltivato per trent’anni nelle conversazioni estive che i due teologi si concedevano durante il passeggio pomeridiano lungo la riva del Reno e nel parco antistante l’Università. Le pagine oggi pubblicate restituiscono in forma di dialogo una serie di annotazioni che sono frutto, in parte, di un corso di esercizi spirituali ignaziani, svolto nell’estate del 1970 con l’accompagnamento di Klein e, in parte, di una serie di colloqui avvenuti in tempi e circostanze successive.
L’opera, inoltre, riprende e rielabora due articoli pubblicati nella rivista della Facoltà teologica del Triveneto Studia patavina (nel 2007 e 2009) con l’intento di avviare una prima riflessione e interpretazione del pensiero teologico-spirituale di Klein e di stimolare una ricerca più approfondita e articolata a partire dai suoi manoscritti e colloqui, oggi riportati nel sito dell’Università di Friburgo (qui).

– Professor Giuseppe Trentin, che cosa emerge qui di nuovo rispetto al precedente volume da lei pubblicato?

Il primo volume si sofferma prevalentemente sulla figura di Maria, simbolo della creazione nella quale s’incarna e prende forma il Creatore; il secondo, invece, si concentra prevalentemente sulla figura di Gesù di Nazareth, che Wilhelm Klein interpreta e definisce un po’ sorprendentemente “Dio in Maria”, il “Creatore nella creazione”.

– Sono due espressioni alquanto inconsuete in ambito teologico…

Klein se ne serviva per esprimere una verità che gli stava particolarmente a cuore e nella quale egli intravvedeva la trama di tutta la narrazione biblica: creazione, incarnazione e redenzione, “Alles dasselbe”, tutto la stessa cosa, come egli amava ripetere. Affermazione, questa, che potrebbe sorprendere chi è abituato a interpretarle nella loro successione logica, cronologica, in riferimento al tempo, alla storia. E, in effetti, non a caso è sempre stata un punto cruciale di confronto, in parte anche di divergenza, tra lui, filosofo di formazione, e Karl Rahner, rinomato teologo e suo confratello. Non per questo veniva meno la grande stima che Karl Rahner nutriva nei suoi confronti anche come teologo.

– Karl Rahner diceva di Wilhelm Klein: “È forse il teologo più significativo del Novecento”.

Esatto, proprio questo egli confidò una volta agli studenti di teologia al tempo del suo insegnamento a Münster. Siccome, però, nessuno di loro lo conosceva, a uno che chiedeva cosa mai egli avesse scritto, pubblicato, Rahner rispose: nulla. Era la pura verità.

E questo è senz’altro il motivo per cui anche oggi in ambito teologico nessuno sa chi sia Wilhelm Klein, ne ha mai sentito parlare, se si eccettua una ristretta cerchia di teologi che, dopo la sua morte, ha raccolto in quattro densi volumi e pubblicato, per altro solo a uso privato, una serie di commenti biblici che risalgono agli ultimi anni (1958-61) del suo ministero come padre spirituale del Collegio germanico-ungarico di Roma.

– Il principio Gesù, dopo il principio Maria: che cosa significa questo passaggio?

Nelle mie intenzioni significa che non si può conoscere e parlare di Gesù se non si conosce e si parla anche di Maria. Il termine “principio” da me scelto per entrambi i volumi è ovviamente da interpretare in senso analogico. Parlare di principio in riferimento a Gesù, il Messia, il Cristo, il figlio di Dio, non è la stessa cosa che parlarne in riferimento a Maria, madre di Gesù, donna di Nazareth, figlia di Sion. Nella scelta di quel termine c’è un po’ di provocazione e cioè l’invito a cogliere il significato teologico, oltre che storico, delle figure di Gesù e di Maria.

Non si comprende il fenomeno storico del cristianesimo se non si parte dal principio, dalla storia di Gesù e Maria di Nazareth. E, viceversa, non si comprende la storia di Gesù e Maria di Nazareth se non si parte ancora una volta dal principio, dal significato teologico che si nasconde nella narrazione della loro storia.

– L’agape è sempre al centro delle meditazioni: potremmo dire che è ciò che avvolge e unisce tutto?

Si può dire, l’agape avvolge e unisce tutto e tutti, è il principio, il fine e il senso della storia. Il problema semmai – come si diceva – è come intendere la storia e soprattutto l’agape che la innerva, ne è per così dire il sistema nevralgico che permette di coglierne le contraddizioni e interpretarle teologicamente. A questo proposito, ricordo ancora come fosse ieri il mio primo incontro con Wilhelm Klein a Bonn nell’estate del 1967.

– Come avvenne quel primo incontro con Klein?

S’informò sulla mia provenienza e sul motivo della mia presenza in quella città, a quei tempi capitale della Germania occidentale. Gli risposi che stavo lavorando al mio dottorato e studiando il concetto di agape a partire dal pensiero del teologo luterano svedese Anders Nygren. E lui prontamente: “È un bel tema – osservò – non dimenticare però che l’agape non si studia, si vive”. “Ho forse sbagliato tema?” gli chiesi, alquanto perplesso e, per la verità, anche un po’ incuriosito. “No, il tema è importante e sempre attuale – rispose –. Quello però che stai studiando non è propriamente l’agape, è la storia e il significato di una parola di origine greca che, nel cristianesimo, ha assunto particolare rilevanza ed è tuttora al centro del messaggio di Gesù”.

La teologia ne ha sempre parlato lungo i secoli e ne parla ancora, ricorrendo peraltro nelle diverse lingue ad altre parole: carità, amore…, che rischiano però nel contesto odierno di offuscarne, se non di rimuovere, il significato profondo che, nella narrazione biblica, rimanda alle grandi verità della creazione, dell’incarnazione, della redenzione.

– Nella seconda parte del libro sono ripresi due contributi già pubblicati: che cosa c’è di nuovo nelle aggiunte e integrazioni da lei apportate?

Qui ho tentato di esporre un po’ più sistematicamente il pensiero di Klein, recuperando anche altri spunti di riflessione che ho trovato nei miei appunti a distanza di oltre cinquant’anni dal mio primo incontro con lui. Ho anche tentato di coglierne alcuni risvolti antropologici, oltre che teologici, ma sempre a partire da una serie di intuizioni spirituali il cui centro è costituito dal mistero di Maria, atto puro della creazione, nella quale il Creatore si è creato, si crea e continuerà sempre a crearsi una natura umana che gli permette, per così dire, di superare l’infinita distanza che lo separa dalle creature ed entrare in tal modo nella storia del cosmo e degli uomini aprendola a orizzonti sempre nuovi di senso e creatività».

– Che cosa ci insegna Wilhelm Klein?

Sintetizzando un po’, potrei dire che Klein ci insegna a parlare in modo relativamente più semplice e comprensibile di Gesù Cristo e ovviamente anche di Dio, ma sempre a partire dalla nostra società e cultura, che qualcuno descrive come già post-cristiana e altri addirittura post-teistica. 
Fonte: Settimana News

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Archeologia. Nuova sinagoga scoperta a Magdala

È la prima volta che si trovano due sinagoghe del tempo di Gesù nello stesso centro urbano
I banchi della nuova sinagoga recentemente scoperta

I banchi della nuova sinagoga recentemente scoperta – Università di Haifa

Avvenire

Vedere emergere dalla terra dei banchi di pietra lungo i lati di una stanza e realizzare rapidamente che si è di fronte, un’altra volta, alla scoperta di una sinagoga del primo secolo, il tempo di Gesù. È quanto è successo nei giorni scorsi a Dina Avshalom-Gorni, archeologa dell’Autorità Israeliana per le Antichità.

Siamo a Migdàl (in ebraico “torre”), la città da cui ha preso il nome Maria Maddalena, la discepola di Gesù di cui ci parlano i Vangeli. Già nel 2009 gli scavi nell’area archeologica tenuta dai Legionari di Cristo hanno portato alla luce una sinagoga del primo secolo. La scoperta generò un grande interesse da parte degli studiosi, soprattutto a causa di una pietra, finemente decorata, i cui motivi rimandano al tempio di Gerusalemme. Questa volta le circostanze sono fortuite, perché il ritrovamento è avvenuto in uno “scavo di salvataggio” dovuto al fatto che sono in corso dei lavori stradali. Prima di costruire si fanno sondaggi per verificare di non obliterare dei resti importanti, ed ecco che è emersa un’altra sinagoga con la stessa pianta di quella ritrovata una dozzina di anni fa.

La pietra di Magdala con la Menorà (candelabro a sette braccia)

La pietra di Magdala con la Menorà (candelabro a sette braccia) – Ministero del Turismo Israele

È la prima volta che si trovano due sinagoghe del tempo di Gesù nello stesso centro urbano e più in generale le sinagoghe di primo secolo si contano sulle dita delle mani o poco più. Questa volta l’impulso per gli studiosi è dato proprio dalla duplicazione; secondo il professor Adi Erlich, dell’Università di Haifa, che ha la responsabilità scientifica dello scavo: “La sinagoga che stiamo scavando adesso è vicina alla strada residenziale, mentre quella del 2009 era circondata da una zona industriale”. Magdala era un grande centro sul lago di Galilea. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio, esagerando con i numeri, parla di quarantamila abitanti e di duecentotrenta navi nel porto cittadino. Anche considerando numeri di molto inferiori siamo comunque di fronte a un centro importante. Due sinagoghe in due diverse aree dell’abitato dicono quanto la presenza di questa istituzione fosse pervasiva nella quotidianità degli ebrei al tempo di Gesù. Del resto leggiamo nei Vangeli, e l’archeologia lo ha confermato, dell’esistenza di sinagoghe anche in villaggi molto piccoli della Galilea. Possiamo chiederci il motivo di (almeno) due sinagoghe a Magdala: esigenze di spazio? Legame con il territorio fino al punto di avere sinagoghe di quartiere? Legame con le diverse realtà sociali che componevano il giudaismo del tempo? Tutte questioni su cui si concentreranno gli approfondimenti futuri e che sono stimolate da questo ritrovamento.

La sinagoga si presenta a pianta quadrata, con banchi di pietra su tutti i lati; il punto focale della sinagoga stava nel centro della sala. Al tempo di Gesù le sinagoghe erano spazi multifunzionali dove la gente poteva riunirsi. Sappiamo che tra le attività svolte in sinagoga c’erano la lettura e lo studio della legge, la Torà. Ma sappiamo anche che qui la comunità si radunava quando c’erano da prendere decisioni importanti, come avvenne a Tiberiade quando gli abitanti dovettero decidere quale atteggiamento tenere nella rivolta antiromana nel 66 d.C. Nella sinagoga si amministrava la giustizia, si raccoglievano contributi per opere di carità e in alcune era possibile accogliere gli stranieri.

Perché Natale è proprio oggi

Il Natale è la festa che nella tradizione cristiana celebra la nascita di Gesù, che però non nacque davvero il 25 dicembre. Le fonti storiche sulla vita di Gesù, cioè i Vangeli, non indicano una data precisa, e non sappiamo con certezza quando i cristiani abbiano cominciato a festeggiare il Natale: sicuramente almeno dal 336 d.C., come è indicato nel Cronografo del 354, una specie di calendario che è il primo documento a contenere un riferimento al Natale.

Quella del 25 dicembre alla fine fu scelta come data simbolica per ricordare la nascita di Gesù e cristianizzare le feste pagane che si celebravano nell’Impero Romano, i Saturnali e la festa del cosiddetto “Sole Invitto”.

Cos’erano i Saturnali, cioè il Natale prima del Natale
I Saturnali, Saturnalia in latino, si celebravano dal 17 al 23 dicembre in onore del dio Saturno, il corrispettivo del greco Crono. Come nelle antiche feste che nel tempo si sono trasformate nel Carnevale, durante i Saturnali le comuni regole sociali venivano invertite: tra le altre cose, capitava che i padroni servissero a tavola i loro schiavi. Come molte persone oggi pensano che il Natale sia il giorno più bello dell’anno, così pensava il poeta Catullo del 17 dicembre.

Molte tradizioni dei Saturnali si sono trasmesse al Natale cristiano: tra queste lo scambio dei regali, che quindi è più antico delle tradizioni cristiane. Avveniva il 19 dicembre, cioè il Sigillaria. Si donavano e si ricevevano cose semplici, simboliche, dato che scambiare oggetti di valore sarebbe stato contrario allo spirito della festa. Ai bambini venivano regalate statuette di pasta dolce – i sigilla – a forma di bambole e animali.

Alla fine del Terzo secolo il calendario civile romano indicava come solstizio d’inverno il 25 dicembre. In tutte le antiche culture dell’emisfero boreale il solstizio d’inverno viene festeggiato perché è il giorno dopo il quale le giornate ricominciano ad allungarsi, e per questo è legato alle divinità solari.

Sempre nel Terzo secolo, il 25 dicembre nell’Impero Romano si festeggiava anche il dio del Sole Invitto, che riuniva in sé vari dei solari di diverse religioni: il greco Helios, il siriano El-Gabal e il persiano Mitra.

Negli ultimi secoli dell’Impero Romano, prima che il cristianesimo diventasse la religione ufficiale, non erano rari questi culti che sovrapponevano varie divinità creando nuove religioni molto aperte. In particolare la religione del Sole Invitto era una di quelle che già prima dell’affermarsi del cristianesimo si avvicinava al monoteismo.

Il 25 dicembre fu scelto come giorno della nascita di Gesù – dopo aver preso in considerazione date come il 18 novembre, il 28 marzo e il 20 maggio – per “coprire” la festa del Sole Invitto e avere un’ulteriore argomentazione per convincere i pagani a convertirsi: non avrebbero perso la loro festa una volta diventati cristiani. La figura di Gesù era proposta a questi pagani come quella del “vero” Sole.

Le altre tradizioni natalizie
Nel corso del tempo e con la diffusione del cristianesimo, il Natale si è arricchito di molte altre tradizioni a loro volta provenienti da altre celebrazioni del solstizio d’inverno.

L’albero di Natale, per esempio, arriva dalla tradizione germanica della festa del solstizio d’inverno, chiamata Yule; nelle lingue scandinave il periodo del Natale si indica tuttora con espressioni che derivano chiaramente da questo termine, “jul” in svedese, danese e norvegese, “Jól” in islandese. Altri elementi tradizionali pagani sono passati alla festa di Capodanno, invece che al Natale: tra questi i fuochi e i falò che venivano accesi per il solstizio.

La storia dietro Babbo Natale invece è più complessa. L’Enciclopedia Britannica spiega che questa figura è nata a partire da quella di San Nicola di Bari – anche noto come San Nicola di Myra, città nell’attuale Turchia in cui era vescovo; il suo corpo fu portato a Bari dopo la morte – che si celebra il 6 dicembre. Il culto di questo santo è sempre stato legato all’idea dei doni recapitati ai bambini, e nel tempo la sua figura si è evoluta in quella di Babbo Natale, passando per il Sinterklaas olandese, portato nella colonia americana di New Amsterdam, poi diventata New York, e lì trasformatosi in Santa Claus.

Con il diffondersi della cultura americana nel mondo, dopo la Seconda guerra mondiale, Babbo Natale è diventato popolare anche in Italia, dove nella maggior parte delle regioni ha preso il posto di Gesù Bambino, Santa Lucia o San Nicola nel portare i doni ai bambini.

Il Post

Gesù secondo i Vangeli

gesu vangeli

Settimana News

«La gente, chi dice che io sia?» (Mc 8,27). Questa domanda di Gesù ai discepoli – ogni volta così necessaria anche alla nostra coscienza, per non dimenticare certi valori fondamentali legati al messaggio cristiano –, questa domanda può essere presa come base della lettura del nuovo libro del card. Ravasi: Biografia di Gesù secondo i Vangeli (Raffaello Cortina editore, Milano 2021, pp. 256, € 19,00).

Come leggere i Vangeli

Noi non conosciamo il Vangelo. Crediamo di conoscerlo, perché ne ascoltiamo i passi durante la liturgia; ma non lo conosciamo, non ne comprendiamo la bellezza, l’arte dei rimandi o la dolcezza della parola di Gesù, semplice e alta, che gli stessi discepoli, a volte, non comprendevano.

Il Vangelo va letto interamente, come qualsiasi altro libro: una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra, una pagina dopo l’altra, un capitolo dopo l’altro; lentamente e attentamente, chiudendo la porta del cuore e della mente a ciò che è esterno, nel silenzio interiore ed esteriore. Una lettura così, è già preghiera, per la quale occorre la stessa disposizione interiore raccomandata da Gesù: «Quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt, 6, 6).

Ma il Vangelo contiene anche dei punti oscuri, all’interpretazione dei quali il cardinal Ravasi ha dedicato già un libro: Le pietre di inciampo del Vangelo [Mondadori, Milano, 2015]. La parola della croce, infatti, «è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano […] è potenza di Dio» (1Cor, 1,18); è una parola che “scandalizza”, la «pietra di inciampo che fa incespicare e cadere» (pag. 4).

Ora, con questo nuovo libro teologicamente denso, ma chiaro e accessibile, Ravasi ci viene incontro nella lettura e nella meditazione di questa parola. Il libro è anche una breve storia dei Vangeli, della loro formazione, delle comunità cristiane a cui sono rivolti, delle loro fonti e dei loro autori. Ravasi ne delinea il contesto in cui si collocano, ne traccia la trama per tematiche, per quadri, per movimenti (pur con i necessari tagli), fornendo anche dati archeologici, e richiami alle arti che in vario modo li hanno interpretati. In questo contesto deve essere inserita la figura di Gesù: la sua nascita, i suoi discorsi, le sue preghiere, il suo rapporto con il potere politico e religioso, ecc.

Gesù, fede e storia

Il Gesù dei Vangeli è, indubbiamente, il Gesù della storia, che percorre le strade predicando il Regno di Dio, circondato da folle immense di gente povera e di malati con ogni sorta di malattie; che parla loro con il linguaggio del loro mondo, «fatto di terreni aridi, di semi e seminatori, di erbacce e di messi, di vigne e di fichi, di pecore e di pastori, di cagnolini, di uccelli, di gigli, di cardi, di senape, di pesci, di scorpioni, serpi, avvoltoi, tarli, di venti, scirocco e tramontane, di lampi balenanti e piogge o arsure» (p. 163).

E la sua parola – sdegnosa verso i ricchi, verso il potere politico e religioso, verso quelli che mercanteggiano nella casa del Padre, verso l’apparenza e l’ipocrisia – reca a quelle folle gioia e conforto. Quale cuore non consolano queste dolcissime parole: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt, 11,28-30)!

Quali parole più rivoluzionarie di quelle del “discorso sul monte”! Quale racconto più bello di quello delle parabole! E chi, almeno una volta, non ha recitato quella umanissima preghiera che lui stesso ci ha insegnato! I Vangeli sono scritti stupendi, che infondono gioia e conforto a tutti, di ogni credo e ideologia, perché «la persona di Gesù non è un mito o un simbolo o un’idea che ha mosso un gruppo di adepti, bensì una figura storica» (p. 97), vero uomo tra gli uomini.

Il Gesù della storia, però, non può essere separato dal Gesù della fede; il Gesù dal Cristo, che solo la fede può farci conoscere veramente. In Gesù-Cristo, “divinità” e “umanità” è una sola realtà. Se, infatti, nell’angoscia del Getsèmani e nella morte egli si rivela pienamente uomo, risorgendo è il Dio vittorioso sulla morte.

«Il realismo della crocifissione, per i Vangeli, è una forte prova dell’incarnazione: Cristo passa attraverso il terreno proprio dell’uomo, quello del limite, della morte, della finitudine, divenendo fratello di tutti gli uomini e di tutte le donne» (p. 227). Incarnazione e Resurrezione (i misteri della fede) sono, in fondo, uno solo; in essi solamente si rivela le vera identità di Gesù. I Vangeli non trascurano la storia, ma la rielaborano teologicamente, trasformando i dati reali in segni d’una realtà che li trascende. Essi sono legati alla storia e alla fede: due realtà indivisibili.

Quando, infatti, li leggiamo, il Gesù storico non dico che ci sfugge, ma è talmente fuso con il Cristo, che non distinguiamo più l’uno dall’altro. E non capiremo quei due grandi misteri, se non ci lasciamo travolgere dalla sua parola umile e alta, umana e divina. Se, infatti, le sue parole sono profondamente umane, com’è profonda la sua preghiera prima della passione, o le sue parole d’addio (Gv, cc. 14 e 17)!

Senza la fede, non possiamo ri-conoscere Cristo, per il quale occorre uno sguardo diverso, più profondo.

Dentro la Trinità il volto dell’uomo

La professione di fede del credente – il Credo – nella sua parte centrale (la più lunga) riassume questo Gesù tra storia e fede. E con quali versi di stupefacente profondità teologica e fervore di credente, Dante, nell’ultimo canto del Paradiso ci ha lasciato un’immagine viva dell’umanità e divinità di Cristo: «O luce etterna che sola in te sidi, | sola t’intendi, e da te intelletta | e intendente te ami e arridi! || Quella circulazion che sì concetta | pareva in te come lume reflesso, | da li occhi miei alquanto circunspetta, || dentro da sé, del suo colore stesso, | mi parve pinta de la nostra effige».

Commenta Carlo Ossola: «L’epifania della Trinità ha, al proprio centro, il nostro volto: nel cuore del mistero stesso risiede un nucleo a noi noto; paradossalmente il lungo cammino verso l’essenza della Trinità ci restituisce a noi stessi» [Dante, La Divina Commedia; a cura di Carlo Ossola; Marsilio editori, Venezia, 2021; pag. XV].

In un bellissimo commento al verso 108 del canto XXXI del Paradiso, relativo al pellegrino che finalmente può vedere il volto di Cristo impresso nel lino, J.L. Borges (L’artefice, 1960) dice: «Se davvero sapessimo come fu, possederemmo la chiave delle parabole e sapremmo se il figlio del falegname fu anche figlio di Dio […]. Abbiamo perduto quei lineamenti […]. Possiamo scorgerli e non riconoscerli. Il profilo di un ebreo nella galleria sotterranea è forse quello di Cristo; le mani che ci porgono alcune monete a uno sportello forse ripetono quelle che i soldati, un giorno, inchiodarono alla croce. Forse un tratto del volto crocifisso si cela in ogni specchio; forse il volto morì, si cancellò, affinché Dio sia tutti».

Alle donne che, due giorni dopo la morte di Gesù, si recano al sepolcro e lo trovano vuoto, due uomini dicono: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc, 24, 5). Ecco: il Gesù-Cristo non cerchiamolo tra i morti, perché egli è vivo; e se non possiamo conoscerne il volto, possiamo almeno vederlo riflesso nei poveri che abbiamo sempre con noi, e presente nell’eucaristia.

Il suo messaggio di pace e d’amore non offende nessuno, perché è un messaggio umano che tutti comprendono, come comprendono il dolore, perché egli è “l’uomo dei dolori”; e il dolore unisce, forse, più dell’amore, perché è identico a tutti.

Scrive Salvatore Natoli in L’uomo dei dolori [EDB, Bologna, 2020, p. 24]: «Nell’immagine dell’uomo dei dolori vi è qualcosa che può attrarre anche chi non crede poiché nella mitezza di quel volto si può scorgere la superiore sapienza di chi non risponde al male con il male – s’intende quello inflitto – perché replicarlo vorrebbe dire mantenerlo in circolo, mentre non rispondervi significa neutralizzarlo svelandone la vanità. “L’uomo dei dolori” […] è un’immagine della pietà fatta per spezzare la “durezza del cuore”».

In questo periodo di Avvento e di preparazione al Natale, consiglierei a tutti – credenti e non – la lettura di questa splendida biografia, perché tutti possano conoscere meglio questa figura che, comunque si voglia considerare, ha rivoluzionato la storia e il pensiero, e i credenti, almeno, possano riscoprire il vero significato della sua Natività.

  • Gianfranco RavasiBiografia di Gesù secondo i Vangeli, Raffaello Cortina editore, Milano 2021, pp. 256, € 19,00.

Natale, i miracoli di Gesù (nella sabbia). La mostra è stata inaugurata a Jesolo dal patriarca Moraglia. Scultori in arrivo da tutto il mondo

Jesolo ( Venezia)

Monumentale, all’apparenza granitico, indistruttibile. In realtà costruito con il più effimero e impalpabile dei materiali, la sabbia. Anche quest’anno a Jesolo i più geniali scultori di sabbia sono giunti da tutto il mondo per dare forma al ‘Sand Nativity 2021’, dodici gigantesche composizioni dedicate al Natale e – in questa edizione particolare – ai miracoli di guarigione compiuti da Cristo: dal servo del centurione alla resurrezione di Lazzaro, dal lebbroso al sordomuto, dall’indemoniato al nato cieco… Dodici capolavori, che solo pochi giorni fa erano altrettanti ammassi informi di sabbia scaricati dai Tir nella centrale piazza Trieste. È lì che gli artisti, selezionati in Europa e in America dal direttore artistico, lo statunitense Righard Varano, hanno scolpito per giorni le mille tonnellate di sabbia dorata, la stessa che in estate rende tanto famoso il litorale adriatico.

La storia è affascinante a partire dalla sabbia stessa, nata 25 milioni di anni fa dalle Dolomiti che emersero dal mare, poi nel corso delle ere geologiche i sedimenti marini si compattarono sotto il loro stesso peso e si trasformarono nei Monti Candidi, una roccia unica al mondo per bellezza e colore. La dolòmia nei millenni si sgretolò in ghiaia e viaggiò trasportata dai fiumi fino al mare, diventando sabbia finissima dalle caratteristiche uniche al mondo. «Visti al microscopio, i granelli hanno la forma di triangolini aguzzi estremamente piccoli, che una volta compressi insieme all’acqua si incastrano tra loro marmorizzandosi – spiega Massimo Ambrosin, fin dalla prima edizione del 2002 organizzatore dell’evento –: allo sguardo danno l’impressione di una roccia solida, ma restano sabbia e guai sfidare le leggi della fisica, gli scultori lo sanno bene». Altezze ardite, figure imponenti, elementi architettonici e naturalistici, non manca nulla, ma il tutto è tenuto insieme esclusivamente da acqua e abilità artistica, non una sola goccia di colla viene usata. Eppure i grandi quadri resteranno intatti fino al 6 gennaio, quando le ruspe aggrediranno le sculture facendole franare di nuovo in un milione di chili di sabbia, da ripulire e riutilizzare il prossimo Natale.

Titolo della mostra di quest’anno è ‘I miracoli di sabbia’, dedicati alla pandemia e trasformati in preghiera per la salvezza dell’umanità dal Covid. A inaugurare l’opera è stato il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, che l’8 dicembre l’ha benedetta. Era stato proprio il patriarca ad ottenere che il presepe del Papa a Roma nel 2018 fosse la ‘Sand Nativity’ partita da Jesolo a bordo di numerosi Tir e scolpita in piazza San Pietro dagli stessi scultori ingaggiati da Richard Varano. «La sabbia è qualcosa di evanescente e portentoso», aveva commentato allora Moraglia, «immaginare che per alcune settimane il Mistero eterno vivrà effigiato proprio in miliardi di granelli di sabbia…». Un miracolo d’arte che si ripete anche quest’anno. C’è tutta l’imponenza di Gesù che, severo, guarisce l’orecchio del servo del grande sacerdote, ferito da Pietro durante l’arresto del Messia. C’è la devozione del centurione, che tanto aveva creduto. La pietà per il sordomuto e per il paralitico destano la stessa meraviglia nel pubblico di sabbia, che fa corona ai due scenari, e nel pubblico vero. Un intero scorcio architettonico incornicia la perfezione della ‘Guarigione dell’emorroissa’, impressionante per maestosità e realismo. I drappi e le vesti sembrano vera stoffa nel quadro della ‘Suocera di Simone’ e nel cieco guarito, ma spettacolare è ‘L’indemoniato’ che si contorce negli spasimi mentre i diavoli lo tormentano e Gesù li costringe a una furiosa resa. Di sabbia sono anche le bende che coprono le membra deformi del lebbroso. Infine – e qui hanno lavorato non uno ma tre artisti insieme – al centro della piazza c’è la Natività, capace con la sabbia di sprigionare una luce accecante. Tutto ciò che è ritratto attorno alla Sacra Famiglia raggiunge l’apice del virtuosismo descrittivo, dalla paglia che accoglie la neo mamma al manto dell’asino e del bue, dal vello delle pecore ai volti dei Magi, dal volto innamorato e stanco per il parto di Maria, alla paterna devozione di Giuseppe che bacia la mano del neonato.

Chiude la serie, eccezionalmente, la scultura dedicata a medici, infermieri e forze dell’ordine che in questi due anni tanto hanno fatto per noi contro la pandemia. E, per la prima volta, c’è anche l’angelo monumentale fatto da Marco Martalar, che si definisce ‘scultore del legno e artista del bosco’, con gli abeti abbattuti dalla tempesta ‘Vaia’: «Anche quei legni arrivano da lassù come la sabbia, è l’incontro tra la montagna e il mare». In 18 edizioni (l’anno scorso causa Covid non si è potuto) grazie alle offerte libere dei milioni di visitatori si sono raccolti 750mila euro, interamente devoluti in concrete opere di solidarietà nel mondo povero. Ma per Jesolo il Presepe di Sabbia rappresenta anche un grande investimento sociale: «Una cittadina che viveva solo in estate, ora si risveglia in inverno e attrae un tale numero di visitatori che in quei giorni gli esercenti hanno incassi persino maggiori che nel periodo estivo », commenta il funzionario comunale. Il che in periodo di grande crisi si traduce in posti di lavoro e giovani che ‘la stagione’ la fanno al mare. Il mare d’inverno.

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Dalla guarigione dell’emorroissa alla resurrezione di Lazzaro, la vita di Cristo in piccoli grandi capolavori

La guarigione dell’emorroissa

Gesù modello d’empatia integrale

(Fonte Fonte_globalworship_tumblr_com)

L’empatia di Gesù è evidente e presente in molti passaggi del Nuovo Testamento. è riscontrabile in maniera chiara nella narrazione della guarigione dei due ciechi di Gerico (Mt 20,29-34). In tale circostanza l’empatia autentica di Gesù davanti ai due uomini che implorano la guarigione, è percepibile nelle sue azioni e parole. Pertanto, è fondamentale, per il nostro cammino di crescita come credenti, comprendere e riconoscere come Gesù possa essere modello di empatia integrale: cioè di empatia cognitiva, affettiva, compassionevole, prosociale, salvatrice e spirituale.

Empatia cognitiva: Gesù comprende profondamente la difficile situazione sociale in cui versano i malati emarginati che si rivolgono a lui per essere sollevati dalle loro sofferenze e guarire dalle loro malattie. Perciò, Gesù vede e si rende conto del dolore dei due ciechi di Gerico che soffrono per il rifiuto e l’intolleranza della «folla che li rimproverava» (v. 31). Gesù “si mette nei loro panni”. Pertanto, al loro grido (v. 30), sceglie di fermarsi e di porsi in ascolto delle loro sofferenze (v. 32).

Empatia emotiva: Gesù accoglie con empatia i malati. Egli sente con le sue emozioni e i suoi sentimenti la loro sofferenza. Pertanto, con la sua domanda: «Che cosa volete che io faccia per voi?» (v. 32), Gesù dimostra un’accoglienza incondizionata e un ascolto empatico, lasciandosi toccare il cuore dal grido di disperazione e dall’angoscia di questi uomini: «Signore, che i nostri occhi si aprano!» (v. 33).

Empatia compassionevole: La comprensione empatica, cognitiva e affettiva della sofferenza dei ciechi commuove profondamente Gesù fin “nelle sue viscere”. Tale sentimento scatena in lui una compassione e una motivazione viscerale per dare un senso e una speranza alla loro vita. Pertanto, l’espressione «Gesù ne ebbe compassione» (v. 34), che si ritrova anche in altri passaggi del Nuovo Testamento, rivela in maniera chiara questa empatia compassionevole di Gesù.

Empatia salvatrice, spirituale e prosociale: La compassione di Gesù lo porta a compiere azioni e gesti autenticamente empatici, volti a sollevare questi uomini dalla loro sofferenza; ma anche per dare testimonianza della salvezza del regno del Padre celeste. Perciò, nel caso dei due ciechi, l’empatia salvatrice, spirituale, prosociale di Gesù si manifesta nell’atto di guarigione: «Toccò loro gli occhi ed essi all’istante ricuperarono la vista e lo seguirono» (v. 34).

L’empatia integrale di Gesù diventa quindi un modello ispirante per la praxis morale del discepolo di Cristo. Infatti, ci invita integrare sempre di più l’empatia cristiana, interiorizzando i valori del Vangelo e dell’amore-carità che contribuiscono allo sviluppo del nostro giudizio morale. Dobbiamo essere anche convinti che l’empatia di Gesù curi e guarisca le nostre ferite personali e relazionali. Così, davanti alle fragilità dei nostri fratelli e sorelle, arricchiti e fortificati da questa crescita umana e spirituale, potremo anche noi essere testimoni dell’empatia integrale di Gesù e della sua Speranza salvatrice.

Mario Boies, C.Ss.R., M.Ps. – (Fonte: alfonziana.org)

The Chosen: una serie su Gesù che esiste grazie alla Rete

Nelle rassegne stampa l’udienza generale di Francesco dell’11 agosto scorso è stata molto citata anche a motivo di un “fuori programma”: il cellulare acceso passato al Papa per rispondere a una chiamata urgente. Dalle testate specializzate di area anglofona si è appreso invece un altro dettaglio: l’incontro, a fine udienza, tra Francesco e «nientemeno che “Gesù”», come scrive il “National Catholic Reporter” ( bit.ly/3yIJSr0 ), ovvero l’attore Jonathan Rumie, che interpreta il Cristo nella serie tv “The Chosen”. Rumie, che è cattolico, insieme al regista e coautore Dallas Jenkins, che è evangelicale, e al distributore Neal Harmon, che è mormone, era a Roma per promuovere la fiction. Della quale non ho potuto vedere che pochi fotogrammi, ma che, stando ai dati, piace: giunta alla seconda stagione sulle sette previste dichiara già, complessivamente, 300 milioni di visualizzazioni. Anche don Mauro Leonardi, in un recente post sul suo blog “Come Gesù” ( bit.ly/3DHtWJ9 ), e il professor Armando Fumagalli, che ne ha scritto il 31 luglio su “Vita e Pensiero Plus” ( bit.ly/3gWE4nD ), danno un giudizio tutto sommato positivo della serie (per quanto mostrato sinora), pur evidenziandone gli inevitabili limiti. Quello che si può sottolineare anche senza conoscerla è che questa fiction esiste e viene vista grazie alla Rete. È attraverso la Rete che la distributrice, Angel Studio, ha reperito, con un grande e riuscito crowdfunding, i finanziamenti necessari (10 milioni di dollari per stagione), sfuggendo così ai condizionamenti dei grandi distributori internazionali. Ed è attraverso la Rete che la si può vedere: sulla pagina Facebook e sul canale YouTube (con abbondanti materiali di contorno), sul sito ( bit.ly/3zEAKox ) e persino attraverso una app dedicata. Se, come scrive Fumagalli, “ The Chosen” «sta crescendo come un’onda montante», mostrando che «c’è oggi spazio per progetti internazionali che rispettino davvero la sensibilità dei credenti», è anche merito della Rete.

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Il senso di una nascita: 25 Dicembre

Oggi è il giorno più corto dell’anno o anche la notte più lunga dell’anno. Da dopodomani, insomma, le giornate ricominceranno a crescere. Per questo nell’antichità romana in queste date c’era la festività del sole (Sol invictus) e per questo avrete sicuramente sentito dire da alcuni che Gesù non è nato il 25 dicembre ma che è stata la Chiesa a stabilire quella data per dare un senso cristiano ad una festa pagana. Le cose però non sono così: sono semplicemente molto più semplici. È vero che da dopodomani il sole comincia a crescere, ma è anche vero che Gesù è nato in una data come il 25 dicembre (giorno più, giorno meno).
Ma andiamo con ordine.
L’inverno astronomico inizia con il solstizio d’inverno, ossia il momento in cui il Sole, nel suo moto apparente lungo l’eclittica raggiunge il punto di minima altezza.

Il solstizio d’inverno, tuttavia, non cade sempre il 21 dicembre. Nel nostro emisfero, l’orario preciso in cui tale fenomeno si verifica ritarda di anno in anno di circa sei ore, compensati poi con l’uso dell’anno bisestile. Per questo il solstizio d’inverno può cadere tra il 21 ed il 22 Dicembre. Quest’anno il solstizio d’inverno avviene il 21 dicembre, cioè oggi. Quindi, contrariamente a quanto si pensi la notte più lunga dell’anno non è quella di Santa Lucia, il 13 dicembre (potere di una rima) ma oggi. Oltretutto quest’anno si aggiunge anche una circostanza rarissima: la congiunzione (apparente) di Saturno e Giove. Secondo Keplero era stato questo fenomeno astronomico ad apparire ai Magi, ed è quella che poi è diventata famosa con il nome di “stella cometa”.
È però anche vero che Gesù molto probabilmente è nato veramente in una data subito dopo il 21 dicembre, cioè quando il sole aveva cominciato a crescere (apparentemente) nel cielo boreale: il 25 dicembre sarebbe dunque una data perfetta.

Come facciamo a saperlo? Perché quando l’arcangelo san Gabriele incontra Maria le dice che Elisabetta, la madre del Battista, è incinta del sesto mese (Cfr Lc 1,36) e Luca ci racconta che il concepimento di Giovanni avvenne subito dopo il servizio al Tempio di Zaccaria (cfr Lc 1,24). Ora, noi siamo in grado di sapere quando avvenne tale servizio poiché Zaccaria apparteneva alla classe sacerdotale di Abia (Cfr Lc 1,5), ed il loro turno avveniva nella quarta settimana di settembre: lo sappiamo perché i turni delle calendarizzazioni sono stati scoperti relativamente poco tempo fa. Quindi Giovanni Battista venne concepito il 24 settembre (c’è una festa liturgica in oriente con tale data), l’Annunciazione, ovvero l’incontro tra Maria e Gabriele il 25 marzo: e, se si aggiungono nove mesi, ecco la data del 25 dicembre.

Potrebbe essere una pura coincidenza. Però non sembra strano al credente che Dio Padre, essendo anche Dio Creatore, abbia voluto far nascere il proprio Figlio, nuovo sole, quando nella sua terra (l’emisfero boreale) il sole iniziava a crescere. D’altra parte proprio nell’antifona maggiore di oggi si chiama Gesù, “Astro nascente”.

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