Europei di Atletica. Jacobs scende in pista per il riscatto

La semifinale di Marcell Jacobs è in programma alle ore 20:45. Giupponi bronzo nei 35 km marcia
 Jacobs scende in pista per il riscatto

Ansa

 tutto pronto per il debutto di Marcell Jacobs gli Europei di atletica leggera in corso a Monaco di Baviera. Il campione olimpico scenderà in pista nella seconda giornata e si giocherà tutto in una sera: dopo aver risparmiato le batterie di lunedì grazie al suo piazzamento tra i primi dodici delle liste stagionali, correrà nella terza delle tre semifinali e poi nell’eventuale finale. In semifinale sarà in quarta corsia, accanto al francese da 9.99 Meba Mickael Zeze (in quinta). Per Jacobs è l’occasione del riscatto dopo Eugene, dove non è riuscito ad essere protagonista a causa di vari problemi fisici.

La semifinale di Marcell Jacobs è in programma alle ore 20:45 e poi l’eventuale finale alle ore 22:15. L’evento sarà visibile in diretta tv sui canali della Rai (semifinale su Rai Sport e finale su Rai 2) e sarà disponibile anche in diretta streaming su Rai Play.

Intanto è arrivata la prima medaglia per l’Italia: è il bronzo nella 35 km di marcia di Matteo Giupponi, che conquista il podio in 2h30:34 dopo una gara condotta nelle posizioni di vertice.

Avvenire

Europei, l’Italia campione è rientrata a Roma

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(ANSA) – FIUMICINO (ROMA), 12 LUG – L’Italia campione d’Europa di calcio è arrivata a Roma. L’A319 dell’Alitalia, volo AZ 9001, proveniente da Londra Luton è atterrato all’aeroporto di Fiumicino alle 6:06.    Un boato quando Mancini e Chiellini sono apparsi in cima alle scalette dell’aereo. È quello tributato dalle decine di operatori aeroportuali che si sono radunati sotto il velivolo con applausi e cori. Il più scatenato Bonucci, che ha intonato “I campioni dell’Europa siamo noi”. Foto ricordo e ringraziamenti a tutti gli azzurri, apparsi entusiasti e commossi. I campioni d’Europa sono stati accolti da un maxi striscione di Aeroporti di Roma con la scritta “Grazie azzurri” e da uno dei commissari di Alitalia, Daniele Santosuosso. I calciatori e lo staff sono stati prelevati direttamente sottobordo dell’aereo e sono saliti sul pullman che ha poi lasciato alle 6.30 lo scalo romano, sottonutrita scorta delle forze dell’ordine, da un varco decentrato diretti in hotel. Da lontano fino alla piazzola del velivolo gli echi delle trombe dei circa 300 tifosi nella zona arrivi, che però non hanno potuto vedere gli azzurri transitare. (ANSA).

Calcio. Azzurri campioni d’Europa, la vera Regina è l’Italia

Gli azzurri di Mancini sconfiggono la malasorte e la paura di non farcela e ribaltano l’Inghilterra passata in vantaggio dopo soli due minuti. Un Paese in festa per una vittoria attesa dal 1968
L'esultanza degli azzurri dopo la decisiva parata di Donnarumma che ha regalato la Coppa europea all'Italia

L’esultanza degli azzurri dopo la decisiva parata di Donnarumma che ha regalato la Coppa europea all’Italia

Il pianto degli italiani. Di rigore. Centoventi minuti abbondantissimi dopo il canto degli italiani. In quell’abbraccio carico di lacrime tra il ct Mancini e il capo delegazione Vialli c’è tutto. La tensione, la forza, la paura di perdere il traguardo a pochi metri. Donnarumma l’uomo in più, il portiere pararigori. Suo il merito di avere neutralizzato due penalty proprio ai rigoristi inseriti da Southgate alla fine del secondo tempo supplementare. Finisce così 4-3 per gli azzurri dopo l’1-1 dei 120 estenuanti minuti. «Siamo stati bravi, abbiamo preso il gol subito ma piano piano abbiamo preso la partita. I ragazzi bravissimi. Questa vittoria è importante per tutta la gente, per tutti i tifosi. Spero che in Italia stiano festeggiando. Ora siamo davvero felici» ha detto faticando a domare una emozione alle stelle il ct Mancini, artefice di questo meraviglioso successo che cancella l’umiliazione della mancata qualificazione agli ultimi Mondiali e restituisce agli italiana orgoglio e felicità. Un riscatto nazionale anche per una pandemia che dell’Italia ha fatto uno dei Paesi più martoriati. Così quando capitan Giorgio Chiellini alza la Coppa è una intera nazione a rialzarsi non solo idealmente.

 

 

Non solo simbolica anche la presenza in tribuna a Wembley del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che con differente calore rispetto all’iconico predecessore Sandro Pertini aveva dato inizio all’esultanza dopo il gol del pareggio di Bonucci. Quello che rimetteva le cose a posto dopo l’inizio traumatico che insieme alla pioggia battente e al tifo sfrenato del dodicesimo uomo londinese, il pubblico, sembrava davvero in grado di far evaporare il sogno azzurro. Ed è tutto anche in quel «Guarda mamma» urlato dall’ultimo entrato Florenzi mostrando la medaglia di campione d’Europa appena ricevuta. Ma il primo a ricevere la medaglia dalle mani del presidente Uefa Ceferin è stato Spinazzola, in campo con le stampelle dopo l’infortunio al tendine d’Achille. Un’immagine destinata anch’essa a entrare nella storia. Di questa nazionale e di questa Italia che rivede la luce. Azzurra e tricolore.

Avvenire

Dai Italia, giocala con cuore impavido. Alle 21 la partita anche dai Chiostri parrocchia S. Agostino Reggio Emilia

LA NAZIONALE

Calling Londra, parla l’Italia. Missione possibile: scacco alla Regina. «Vogliamo divertirci», così Roberto Mancini. Wembley, Italia-Inghilterra, ore 21. Finale dell’Europeo segnato dal Covid, il primo itinerante, tra la retorica della ripartenza, stadi mezzi vuoti, mezzi pieni, ansie, sogni. Mancini è fiducioso. Ha twittato: «Siamo una squadra che ha avuto il coraggio di divertirsi. Manca l’ultimo passo. Facciamolo insieme ». Anche la Scozia indipendentista tifa per il Mancio. The National l’ha messo in prima pagina, versione Braveheart, titolando: «Sei la nostra ultima speranza». Inteso: di battere gli inglesi. Cuore impavido Mancini: «Se siamo arrivati fin qua ci sarà un motivo. Sarà una partita difficile dovremo essere concentrato sul nostro gioco».

Se bisogna dar retta agli inglesi – massì, il calcio l’hanno inventato loro – allora Wembley è il reparto maternità del pallone, la cattedrale di una religione che ha fatto discepoli in tutto il mondo. «A Wembley batte il cuore del calcio», ha detto una volta Pelè. Nel pentolone della vigilia bollono allusioni, dietrologie, tesi complottistiche che questa sera al triplice fischio finale diventeranno fuffa, nella migliore delle ipotesi, o alibi, nella peggiore. Cinquantatre anni dopo, aver vinto il nostro unico Europeo – era il 1968 – siamo pronti. Con un’altra piccola grande rivoluzione: quella del bel gioco. Mancini parla di «coraggio di divertirsi». Confermata la squadra-base, giocano i titolari scesi in campo contro la Spagna. Emerson terzino sinistro, Chiesa e- sterno d’attacco a destra. E Immobile centravanti. «Spero di vincere da ct quello che non ho vinto da giocatore». La strategia: recupero palla, verticalizzazioni improvvise. È il segreto dell’Italia che è arrivata fin qui. Il calendario ci offre un assist. L’11 luglio è un giorno indimenticabile nel grand romanzo azzurro. Trentanove anni fa – l’11 luglio 1982 – l’Italia di Bearzot vinceva il Mondiale più iconico di sempre.

La tradizione di sfide con l’Inghilterra comincia nel 1933 con un pareggio. Quattro decenni senza vittorie per noi. L’anno d’oro è il 1973. Due amichevoli, ma di enorme portata. La prima a giugno, al Comunale di Torino: 2-0 per l’Italia, la prima vittoria contro gli inglesi la firmano Anastasi e Capello. Nel novembre di quell’anno Capello – ancora lui – profanò per primo il tempio di Wembley e segnò un gol che scaldò di orgoglio le migliaia di italiani che lavoravano in Inghilterra, quando gli emigranti eravamo noi e non altri. Camerieri a chi? Ora gli inglesi ci temono, guardano con rispetto alla Nazionale di Mancini, eppure restano legati ai soliti luoghi comuni. Spaghetti, mandolino e catenaccio. Gary Lineker, ex campione, volto della BBC, 8 milioni di follower su Twitter, un po’ ci marcia: «L’Italia fa sempre l’Italia», ha detto. Arriviamo a questa finale stanchi, dopo quaranta giorni di bolla, sei partite giocate, due con la coda dei supplementari. L’Inghilterra ha la miglior coppia di attaccanti del torneo (Harry e Sterling, 4+3 gol finora), la difesa più solida (un solo gol subito, tra l’altro su punizione) e un paio di potenziali fuoriclasse (Foden e Grealish). E’ una squadra equilibrata, forte, ma con un gioco prevedibile. E quindi battibile. Il premier Boris Johnson ha promesso un giorno di festa, un Bank Holiday, se l’Inghilterra vincerà il torneo. Football’s coming home, come da ritornello inglese in queste settimane. A Londra aspettano il D-Day dal 1966, quando l’Inghilterra di Alf Ramsey, con Bobby Charlton e Geoff Hurst in campo, vinse l’unico titolo mondiale della sua storia. La pressione è altissima, a Wembley è annunciato il sold out. Circa un migliaio i tifosi partiti dal-l’Italia, almeno altri 5.000 i residenti in Inghilterra che tiferanno per il tricolore. Ma Wembley sarà un catino. Leonardo Bonucci è carico: «Il pubblico non ci spaventa ». Il presente è un Europeo da vincere. Il futuro è Italia. Mancini ha rinnovato il contratto fino al 2026, gli azzurri hanno già fissato i prossimi due obiettivi: a settembre la semifinale della Nations League con la Spagna, nell’inverno del 2022 il Mondiale in Qatar. Comunque vada Mattarella, che sarà in tribuna a Wembley, aspetta gli azzurri al Quirinale. È il giusto riconoscimento agli azzurri per quanto fatto finora, per l’entusiasmo messo in circolo, per il feeling ritrovato con gli italiani.

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Questa sera a Londra l’atto finale di Euro 2020 contro gli inglesi Solo 6mila tifosi italiani a Wembley ma gran parte d’Europa fa il tifo per gli azzurri Mancini dà la carica: «Divertiamoci insieme»

L’esultanza degli azzurri pronti per la finale di questa sera con l’Inghilterra Roberto Mancini in versione Braveheart sulla prima pagina del quotidiano indipendentista scozzese ‘The National’

Euro2020. Mattarella sarà alla finale a Wembley Italia-Inghilterra

Domenica sera a Londra la finale degli Europei di calcio. L’Inghilterra ha battuto ieri sera in semifinale la Danimarca
Mattarella con il ct della Nazionale di calcio, Roberto Mancini, in una foto d'archivio

Mattarella con il ct della Nazionale di calcio, Roberto Mancini, in una foto d’archivio – Ansa

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Sarà il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ad assistere alla finale di calcio degli europei nello stadio londinese di Wembley, dove domenica 11 luglio si sfideranno Italia e Inghilterra. Lo apprendono le agenzie di stampa da fonti del Quirinale.

 

Dopo il primo posto nel girone, dopo aver eliminato la Germania agli ottavi e dominato l’Ucraina ai quarti, l’Inghilterra ha battuto mercoledì sera in semifinale una stoica Danimarca ed è approdata per la prima volta nella sua storia all’ultimo appuntamento di un Europeo, dove si contenderà il trofeo con l’Italia di Roberto Mancini. La Nazionale di Southgate si regala una finale internazionale che mancava da 55 anni. Cioè dal successo mondiale del 1966, proprio a Wembley.

“Sappiamo quando sarà difficile contro l’Italia ma siamo arrivati fin qua e ora vogliamo conquistare questi campionati europei in casa” ha detto l’attaccante e capitano dell’Inghilterra Harry Kane dopo il successo, ai supplementari, contro la Danimarca.

La partecipazione del presidente della Repubblica alla finale europea è stata decisa nelle ultime ore, dopo aver valutato attentamente le questioni sanitarie legate all’evolversi della pandemia. L’alternativa era che a volare a Londra fosse il premier Mario Draghi: in ogni caso, la presenza delle istituzioni italiane, viene spiegato, non è mai stata messa in dubbio, nonostante le parole del presidente del Consiglio sull’inopportunità di giocare la finale in Inghilterra, cuore dei contagi della variante Delta.

Storica rimane la partecipazione di un altro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, alla finale del Mundial del 1982: indimenticabile quel ‘Non ci prendono più, non ci prendono più’ sul 3 a 0, l’abbraccio con il ct Enzo Bearzot e la partita a carte con Causio e Zoff sull’aereo da Madrid a Londra.

Berlino nel 2006 fu invece una ‘notte magica’ per l’allora capo di Stato Giorgio Napolitano, che andò anche a salutare i giocatori all’ultimo allenamento per poi godersi la partita sugli spalti e alzare la coppa nella festa negli spogliatoi. Andò meno bene a Mario Monti, premier nel 2012, presente alla finale degli europei in Polonia-Ucraina con l’Italia che fu battuta dalla Spagna.

Europei. Il sogno è realtà. L’Italia elimina la Spagna ai rigori e vola in finale

Jorginho spiazza il portiere spagnolo e segna con eleganza. Ed è subito finale

Jorginho spiazza il portiere spagnolo e segna con eleganza. Ed è subito finale – Reuters

Delirio azzurro a Wembley. Qui Londra, a voi Italia. L’Italia va in finale, la Spagna scende dalla giostra e si ferma qui. 120 minuti per fissare il risultato sull’1-1, gol Chiesa e Morata, due juventini, poi i rigori, ultimo atto di una semifinale che resterà nella storia.

Ecco la sequenza finale. Partiamo male, Locatelli sbaglia. Fermi tutti: Dani Olmo – il migliore in campo – calcia altissimo. Ristabilito l’equilibrio. Segna Belotti, Gerard Moreno lo imita. 1-1. Tocca a Bonucci. Che spiazza Unai Simon. Gol di Thiago Alcantara. 2-2. Implacabile Bernardeschi, Italia avanti. Donnarumma respinge il tiro di Morata. Il rigore decisivo tocca a Jorginho. Gol. Con il saltello, con una classe immensa. Italia in finale. Sarà la quarta finale in un Europeo per gli azzurri. Ma l’immagine più bella era arrivata prima dei calci di rigore. Mancini che sorride. Parla ai giocatori e sorride, li sgrava di ogni peso superfluo, consegna loro la leggerezza necessaria per presentarsi tranquilli davanti al dischetto.

Diciamolo: non è stata solo una partita, ma un film, teso, emozionante, crudele nel suo consegnare la verità all’ultima scintilla del fuoco, i calci di rigore. A giocare meglio è stata la Spagna, che ha dominato per un’ora, è stata trafitta dal raggio di sole di Chiesa e – con caparbietà, con qualità – ha ripreso in mano la partita, trovando il pareggio con una giocata di Morata. L’Italia è rimasta spiazzata dalla mossa iniziale di Luis Enrique, quella di schierare il «falso nueve» – nella tradizione virtuosa dell’idea di Pep Guardiola e della tradizione che ha fatto grande la Roja – togliendo a Bonucci e Chiellini un punto di riferimento e trovando la superiorità numerica a centrocampo. Poi si è ripresa, ha avuto dieci minuti di buon calcio dopo il gol di Chiesa, ma non ha saputo affondare il colpo del ko. A Wembley sono in sessantamila, il colpo d’occhio è da calcio pre-Covid. Prevalenza di italiani sugli spalti, di sicuro sono i più rumorosi.

L’omaggio a Raffaella Carrà arriva durante il riscaldamento, con gli altoparlanti che mandano a palla «A far l’amore comincia tu». La partenza dell’Italia è faticosa. A centrocampo – il piedistallo delle nostre vittorie – l’Italia è in affanno, la Spagna domina perché pressa altissima. La mossa manda in tilt gli azzurri. Verratti non trova le distanze, Barella fatica a recuperare palla, lì davanti Immobile litiga col pallone e scivola pian piano nell’abulia. La partita vive di strappi improvvisi, l’occasione migliore ce l’ha la Spagna. Dani Olmo vince un contrasto in mezzo all’area e calcia di prima intenzione, a salvare gli azzurri è Donnarumma: riflesso da gatto, manona aperta a deviare il tiro. Solo nel finale arriva il sussulto azzurro: Insigne libera Emerson sulla sinistra, il tiro dell’esterno sbatte sulla parte alta della traversa.

Nella ripresa la partita prende un altro respiro, più alto. Il gol dell’Italia arriva all’improvviso, ed è davvero un gioiello. Nasce nel solco della tradizione italiana, quella tanto abiurata del contropiede. L’azione parte addirittura da Donnarumma, passa per Verratti, accelera nel lancio in profondità di Insigne per Immobile. A quel punto la deviazione di Laporte – in anticipo sul nostro centravanti – favorisce l’inserimento di Chiesa. L’azzurro controlla sulla sinistra, si accentra e piazza – pure lui, come un destino che si compie – l’ormai celebre «tiro a giro», il marchio di fabbrica di Insigne.

Boato a Wembley. E’ il 2° gol per Chiesa all’Europeo, il 3° nelle sue 31 presenze in maglia azzurra. E’ passata un’ora e a questo punto la partita cambia pelle, diventa più frenetica. E a dimostrazione che il calcio è uno sport semplice – bisogna fare gol – quando Luis Enrique inserisce un centravatni di nome e di peso, Morata, il logorante e avvolgente tic-toc della Spagna riacquista un senso. Il gol del pareggio spagnolo è da manuale del calcio. A trenta metri dalla porta Morata chiede triangolo a Dani Olmo, scatta per ricevere il pallone, si porta a rimorchio tutta la difesa azzurra e – arrivato davanti a Donnarumma – lo trafigge con una rasoiata sul primo palo.

Ai supplementari la partita a scacchi si è trasformata in una battaglia di nervi. La stanchezza si è fatta sentire, sono aumentati gli errori in fase di impostazione. Cambiava ancora la sceneggiatura del film, cambiavano gli attori. Alla fine c’erano dodici giocatori subentrati in campo, una nuova compagnia di giro. Sono gli azzurri a rischiare di più, la difesa dell’Italia sbanda; eppure i più stanchi dovrebbero essere gli spagnoli, reduci da un ottavo (con la Croazia) e un quarto (con la Svizzera) che sono duraturi 120 minuti. Si va avanti per inerzia, fino ai rigori. Sarà Jorginho a segnare quello decisivo e regalarci la finale, domenica a Wembley, contro la vincente di Danimarca-Inghilterra.

Avvenire

 

Europei: Italia in finale, Spagna battuta ai rigori

L’Italia va in finale a Euro 2020.
Nella semifinale di Wembley, ha battuto la Spagna 5-3 dopo i rigori.

I tempi regolamentari si erano chiusi 1-1, cosi’ come i supplementari (reti di Chiesa e Morata). Questa la sequenza dei rigori: Locatelli (parato), Dani Olmo (alto), Belotti (gol), Gerard Moreno (gol), Bonucci (gol), Thiago Alcantara (gol), Bernardeschi (gol), Morata (parato), Jorginho (gol). (ANSA).

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Calcio, Europei semifinale. La sfida infinita tra Italia e Spagna

SEMIFINALE

da Avvenire

Carramba, che semifinale. Omaggiando l’immensa Raffaella Carrà potremmo anche definire Italia-Spagna la sfida del “Tuca Tuca”, suono onomatopeico che rimanda al Tiki-Taka e inquadra con nitidezza questo incrocio nobile all’insegna del bel gioco e del palleggio come filosofia di vita. Si gioca alle 21 nella cattedrale postmoderna di Wembley, le previsioni annunciano pioggia fino a pochi minuti dal fischio d’inizio, tira aria di corrida. «La Spagna è una grande squadra – dice il ct Roberto Mancini –. Ma se noi siamo arrivati fin qua significa che l’abbiamo meritato. Le percentuali di vittoria? Sono a metà». L’Italia si presenta all’appuntamento cavalcando l’onda del trionfale quarto di finale vinto col Belgio venerdì sera, la Spagna ci arriva dopo essere sgattaiolata via da quel labirinto sinistro che sono i calci di rigore.

Il percorso dell’Italia racconta di cinque vittorie ( Turchia, Svizzera, Galles, Austria e Belgio), quello della Spagna è più tormentato e più faticoso: due pareggi (Svezia e Polonia) e un roboante 5-0 alla Slovacchia nel girone, poi due partite chewing-gum da 120 minuti, vincendo ai supplementari l’ottavo con la Croazia e ai rigori il quarto con la Svizzera. Le discese ardite e le risalite, come si dice in spagnolo?

Scorre un fiume di miele nelle dichiarazioni della vigilia. Della serie: lui è più bello di me. «Le squadre di Luis Enrique giocano bene a calcio – spiega Mancini –, è la sua forza e questo dimostra la sua bravura». Ping pong di complimenti per i due allenatori. Luis Enrique riconosce al collega di aver dato alla Nazionale identità e credibilità. «L’Italia è una squadra molto difficile da affrontare, sarà una partita molto divertente e intensa, con due squadre che fanno gioco. E il merito è di Mancini». Olé.

La verità è che da tempo non ci sentivamo così pronti. A far bella figura, non solo a vincere. Il centrocampo azzurro – Barella, Jorginho, Verratti – non ha eguali per qualità e dinamismo; la difesa ha trovato in Donnarumma – un solo gol subito su azione fin qui – il portiere- saracinesca nel solco della tradizione e in Chiellini il vecchio pirata incerottato a cui affidarsi nei momenti di difficoltà; gli esterni d’attacco – Chiesa e Insigne – frullano ghirigori di fantasia. La speranza – parafrasando lo scrittore spagnolo Montalban – è che il centravanti Ciro si svegli verso sera. «Mi fido di Immobile, è ancora Scarpa d’Oro, no? E comunque in un Europeo o un Mondiale accade spesso che il più criticato sia quello che poi risolve la partita o il torneo». Claro que sì: Italia-Spagna è anche la sfida di due uomini-gol in cerca di riscatto. Come Immobile anche Morata è stato subissato dalle critiche all’inizio del torneo, ma Luis Enrique l’ha sempre difeso. La formazione dell’Italia sarà la stessa che è partita con il Belgio. Al posto di Spinazzola ecco Emerson Palmieri, terzino del Chelsea vincitore della Champions. Intanto la buona notizia della vigilia arriva proprio da Spinazzola, infortunatosi al tendine d’Achille della gamba sinistra nel quarto contro il Belgio. L’esterno è stato operato ieri a Turku dal professor Lempainen. Tornerà in campo tra sei mesi. Subito dopo l’o- perazione “Spina” ha telefonato ai compagni di squadra per l’in bocca al lupo. Bonucci ha prontamente risposto all’incitamento dell’amico. «Abbiamo una motivazione in più per vincere, perdere Leonardo è stato un duro colpo. C’è tanta voglia di respirare l’aria di Wembley, c’è voglia di vivere questa gara con trasporto, con passione, con umiltà. E con la voglia di portare a casa il risultato». Anche la Spagna ha un’assenza pesante: l’esterno offensivo Sarabia. Al suo posto gioca uno dei tanti talenti a disposizione di Luis Enrique, Dani Olmo. Nell’ultimo decennio dalla Spagna abbiamo preso lezioni di calcio. Solo una vittoria per gli azzurri, a Euro 2016, ottavo di finale a Saint Denis, 2-0 per noi, gol di Chiellini e Pellè, c’era Conte in panchina. Ora i professori siamo noi. L’occasione è unica, la Storia ha preso una curva diversa, inaspettata e sorprendente: per la prima volta – contro la Roja – i favoriti sono gli azzurri. Stasera si sfidano due Nazionali rifondate dopo i diversi fallimenti a Russia 2018, rivoluzionate con un cambio generazionale, reimpostare nel software di gioco e nella mentalità. A conferma del buon lavoro fatto da Mancini e Luis Enrique – comunque vada a finire – Italia e Spagna si rivedranno a settembre, nella semifinale di Nations League. È la terza semifinale dell’Europeo che giochiamo da quando – 1960 – esiste il torneo. Nel 2012 l’Italia di Prandelli superò 2-1 la Germania, Balotelli fece il Bonzo di Riace ed esultò a petto nudo: in finale ci arrendemmo alla Spagna. Nel 2000 l’Italia di Zoff superò ai rigori – vedi alla voce “Mo’ je faccio er cucchiaio”, copyright Francesco Totti – l’Olanda: in finale fatale fu il Golden-gol di Trezeguet ai supplementari. Nel 1968 infine fu una monetina benedetta contro l’Urss a spedirci in finale, dove battemmo nella ripetizione della partita la Jugoslavia. Cinquantatre anni fa il destino ci fu complice, ora Mancini confida nel vento amico.

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Stasera a Wembley gli azzurri cercano la finale. Mancini: «Se siamo arrivati fin qua significa che l’abbiamo meritato. Immobile?

È ancora Scarpa d’Oro Ingiusto che allo stadio ci siano pochi tifosi»

Il ct Roberto Mancini sul campo di allenamento degli azzurri prepara la gara di stasera contro le Furie Rosse di Luis Enrique allo stadio londinese di Wembley /

Reuters/David Klein

EUROPEI Questa Italia ha già vinto. Siamo i più belli d’Europa

Se non ora, quando? Forse lo vinceremo, questo Europeo. O forse no. La verità è che abbiamo già vinto, il resto sarà una conseguenza, una carezza o uno schiaffo che poco cambieranno la sostanza delle cose. L’Italia che l’altra sera ha battuto il Belgio ha onorato il calcio, traducendo in bellezza l’idea del suo condottiero – Roberto Mancini – e certificando un nuovo status nel panorama calcistico internazionale. Sorpresa delle sorprese: siamo i più belli d’Europa. Lo siamo già. Senza aspettare quest’ultimo giro di giostra. Non ci credeva nessuno. E invece siamo la squadra più coraggiosa, più spettacolare, più squadra, più tutto. Siamo l’Italia che attacca e che impone il proprio gioco, controvento alla tradizione che la vuole “squadra femmina” come scriveva Gianni Brera; smentendo quell’Europa impantanata a vecchi ricordi che derubrica ancora gli azzurri alla voce “catenaccio e contropiede”.

Eravamo la bozza di un progetto, siamo diventati un modello. Donnarumma, Barella, Insigne, Verratti, Chiesa, Spinazzola, Berardi, Pessina, ragazzi di casa esplosi all’ombra dei due totem, Bonucci e Chiellini. Una generazione è sbocciata, all’improvviso ma non per caso. Un gruppo è cresciuto, lentamente e poi in un attimo, l’attimo che si snoda in poche settimane e custodisce questo torneo. I giovani hanno ribadito la loro freschezza, i veterani hanno messo in gioco la loro esperienza. Il calcio trova la sua sublimazione nella fortunata coincidenza di molti destini. Lo sa bene Mancini, che quei destini li ha plasmati, guidati, indirizzati verso un orizzonte sconosciuto. E in fondo la parabola dell’Ita- lia somiglia al “tiro a giro” di Insigne, il colpo da artista con cui lo scugnizzo del Napoli ha steso il Belgio. Talento, lavoro quotidiano, coraggio: mescolare bene, senza agitare.

L’entusiasmo in Italia è alle stelle. Feste e caroselli nelle piazze, come non avveniva da tempo. Il quarto col Belgio è stato seguito da 15 milioni 483 mila telespettatori con il 65,2% di share, dunque ben oltre la metà degli italiani che hanno guardato la tv. Boom di ascolti. E di fiducia. Basti dire che la partita contro l’Austria – una settimana fa – aveva fatto registrare il 61,1% con 13 milioni 275 mila spettatori. Due milioni in più – l’altra sera – si sono piazzati davanti al televisore per quella che l’Équipe ha definito “La lezione di italiano”. Siamo tornati in cattedra, con autorità e personalità. È la “Mancio’s Revolution”.

Gli azzurri hanno fin qui vinto tutte e cinque le partite del torneo: 3-0 alla Turchia e alla Svizzera, 1-0 al Galles, 2-1 all’Austria e 2-1 al Belgio. Undici gol fatti, 2 subiti, di cui uno solo su azione. Andando sempre in vantaggio, spostando i confini del territorio di conquista. È una marcia trionfale quella della gestione Mancini: 15 partite consecutive vinte tra qualificazioni e fase finale degli Europei. Nessun’altra squadra ci era riuscita in precedenza nella storia del torneo. Contro i Diavoli Rossi abbiamo centrato la 32ª partita senza sconfitte. Una striscia lunghissima, una traccia nella storia. Due parole anche sulla compostezza del ct. Ha dimostrato che si può vincere anche senza urlare, senza buttarla in caciara, senza per forza trasformare ogni partita – fin dalla vigilia – in una battaglia epocale, tra il Bene e il Male.

Martedì sera a Wembley (ore 21), contro la Spagna, ci giochiamo l’ingresso in finale. È la settima volta che incrociamo gli spagnoli agli Europei, è un film che abbiamo già visto tante volte. È la quinta volta consecutiva, Italia vs Spagna appuntamento fisso nel menù delle ultime quattro edizioni del torneo: 2008 quarti, 2012 girone e finale, 2016 ottavi e ora, 2021, semifinale. L’ultima volta che siamo andati in semifinale risale a nove anni e due edizioni fa: 2012, si giocava in Polonia e Ucraina, battemmo la Germania nella giornata che consacrò SuperMario Balotelli. In finale trovammo – rieccoci – la Spagna e finì male: 4-0 all’Italia di Prandelli e tutti a casa, umiliati dal tiki taka e smontati, pezzo per pezzo. Ora i favoriti siamo noi, la Spagna che – ai rigori – ha eliminato la Svizzera non ci vale. Furie (poco) Rosse (sicuro). Pensateci: è da una vita che non arriviamo ad una partita ad eliminazione diretta da favoriti. È (anche) da questi particolari che si giudica una Nazionale. All’estero ci guardano con rispetto, riconoscono il valore del “Rinascimento” di Mancini e fa niente se qualcuno se la ride di gusto per la ridicola sceneggiata di Immobile, che crolla in area, reclama rigore, si dimena a terra e si rialza solo quando Barella segna l’1-0. Nello studio della Bbc si sono sganasciati dalle risate e non hanno risparmiato nulla al Ciro nazionale. «È stato patetico e imbarazzante», ha detto l’ex bomber inglese Alan Shearer mentre il suo collega Gary Lineker se l’è cavata con ironia: «Un recupero incredibile», ha sghignazzato.

A Casa Italia intanto si fanno i conti. Con l’approdo in semifinale gli azzurri si sono messi in tasca 150mila euro a testa (lordi), come da accordo trovato nei giorni scorsi tra il presidente della Figc Gravina e i capispogliatoio, Bonucci e Chiellini. Il bonus per la vittoria del torneo sale a 250mila euro. Ma l’eventuale trionfo – come è noto – non ha prezzo. «Questo concetto di bellezza che stiamo diffondendo con questi ragazzi e che sta contaminando tutto il Paese – dice Gravina – non è soltanto legato al calcio che stiamo giocando, ma anche alla qualità dello stare insieme e al sentimento di amicizia». E altri due amici praticamente fraterni, Mancini e Gianluca Vialli, sono in missione assieme, anche per riscattare una delusione vissuta in campo 29 anni fa con la Sampdoria a Wembley.

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La forza della Nazionale è quella di un gruppo che unisce giovani e veterani e che è cresciuto prima lentamente, e poi in un attimo L’entusiasmo dei tifosi è alle stelle: in 15,5 milioni hanno seguito davanti alla tv la vittoria sul Belgio

Mancini sta già pensando a domare la Spagna

Euro 2020. Italia-Belgio stasera. Mancini guida la carica degli “oratoriani” azzurri

Tanti i calciatori di questa Nazionale, pronta per la sfida con il Belgio, che devono la loro personalità e la formazione al campetto della chiesa del paese in cui sono nati e cresciuti
Italia-Belgio stasera. Mancini guida la carica degli "oratoriani" azzurri

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Agli Europei di Polonia-Ucraina 2012 scesero in campo i “pretoriani” di Cesare, Prandelli. Galoppata fino alla finale di Kiev, persa nettamente contro la Spagna, ma comunque vicecampioni d’Europa con una Nazionale che visse momenti di gloria, soprattutto negli attimi di fantasia creati dai due nevroromantici per antonomasia, il “black italian” Mario Balotelli e la peste di Bari Vecchia, Antonio Cassano. Ragazzi di strada, ribelli, sognatori da incubo e fuggitivi, assai distanti dallo spirito di questa Italia di Euro 2020 che questa sera, ai quarti, punta a eliminare il Belgio del gigante buono Lukaku e ad arrivare alla finale di Wembley dell’11 luglio.

 

 

Per centrare l’obiettivo servono tutte le risorse a disposizione, a cominciare da quel valore aggiunto che forse sta nella forza degli ‘oratoriani’. «La mia prima squadra è stata l’Aurora, la formazione dell’oratorio di San Sebastiano, a Jesi». È lì, agli inizi degli anni ’70, nella sua città natale che è cominciata la favola di Roberto Mancini: l’ascesa inarrestabile del baby prodigio del Bologna e poi del n. ’10’ della Samp dell’unico scudetto vinto (1990-’91) con il suo fratello doriano ed eterno compare in azzurro, Gianluca Vialli. Nel campetto della chiesa il primo ad accorgersi delle doti straordinarie del futuro campione e ct della Nazionale fu don Roberto Vigo.

L’idolo di Belotti è don Sergio, mentre Bastoni è «un esempio di fede» per don D’Agostino


 

Una storia che Mancini alla vigilia degli Europei ha raccontato, con timidezza fanciullesca, entrando nei Giardini Vaticani, confrontandosi anche sul tema della fede con don Dario Viganò nella trasmissione di Rai 1 A sua immagine. E questa Nazionale è davvero a sua immagine, quella dell’ex ragazzo di Jesi che a don Viganò ha ribadito «quanto sia stata importante la mia formazione oratoriale». Il gusto del gioco – «del Giuoco», sottolinea il commentatore di Rai Sport ed ex azzurro Eraldo Pecci, cresciuto anche lui all’oratorio di Cattolica – fine a se stesso in un tempo come l’adolescenza, in cui anche il talento si comporta da quel perfetto amateur tanto caro a papa Francesco.

Prima di lui, il “Papa dello sport” è stato Giovanni Paolo II che, anche per spirito agonistico, era assai affine a san Giovanni Bosco, il padre fondatore della cultura oratoriale. «Quando vedo i giovani tutti occupati nel gioco son sicuro che il demonio ha un bel da fare, ma non riesce a nulla».

Il gioco che salva dalle tentazioni e i pericoli della strada l’hanno sperimentato oltre al ct Mancini e il gemello del gol Gianluca Vialli («sono figlio di Grumello e dell’oratorio del Cristo Re») di molti dei suoi azzurri. A cominciare dalla grande rivelazione di questo Euro 2020, Manuel Locatelli. All’oratorio di Pescate (Lecco) lo chiamavano ‘Zizou’, «già come Zidane», ha raccontato divertito tante volte ricordando gli esordi. È lì che Locatelli ha cominciato a fare le cose per bene: sotto la guida paterna ha tirato i primi calci passando presto nella premiata cantera dell’Atalanta per finire a 11 anni nelle giovanili del Milan. Un «predestinato» alla maglia rossonera, che invece gli viene avventatamente tolta, costringendolo a ricominciare la scalata alle vette del grande calcio. Ripartenza del ‘Loca’ dal laboratorio permanente di Sassuolo. Una “retrocessione” avrebbe pensato qualsiasi ventenne ambizioso di Serie A, ma Manuel è uno abituato a «lavorare come Oriali» (canta Ligabue in Una vita da mediano. Già, il Lele Mundial dell’82, ora team manager della Nazionale, anche lui battezzato calcisticamente all’oratorio di via Grandi a Desio. Max Allegri stravede per l’oratoriano Locatelli e lo vorrebbe alla Juventus, ma servono 40 milioni di euro. Cifre distanti anni luce dai lampioni del campetto dell’oratorio dove si gioca gratis e per amore di Dio. Mancini che in gioventù è stato parzialmente vittima dei “blocchi azzurri” (i convocati erano in prevalenza ju- ventini, milanisti o interisti) non c’ha pensato due volte ad affiancare Locatelli al compagno di squadra, il ragazzo di Calabria Mimmo Berardi. E il ct è stato ripagato da prestazioni splendide dal Manuel di Pescate che si è tolto anche lo sfizio di segnare alla Tardelli uno dei due gol realizzati fin qui, e ora sogna il terzo al Belgio.

Tra i due, a Sassuolo è spuntato Giacomo Raspadori, il più giovane del clan azzurro con i suoi 20 anni. I primi li ha trascorsi all’oratorio di Castel Maggiore, nel bolognese, «ma lì si parlava e si faceva quasi solo basket». Disciplina formativa ma Giacomino c’ha pensato un attimo e ha subito virato sul campo di pallone della Progresso. La squadra in cui ha cominciato a dare segnali di quello che ora viene accostato al «nuovo Totò Di Natale», «mi hanno dato anche dell’Aguero», dice orgoglioso Raspadori, «ma sono paragoni troppo forti per uno che ha appena iniziato ». Umiltà e consapevolezza manciniana, la stessa che fa dire al ct, messo a confronto con lo storico selezionatore Vittorio Pozzo: «Lui ha vinto due Mondiali e una Olimpiade, io ancora niente».

Tanti gol in maglia granata ma zero titoli per il cuore Toro Andrea Belotti che è rimasto sempre il ragazzo di Dossena, il paesino della Val Brembana. È qui che predica e fuma il suo buon sigaro toscano quello che il ‘Gallo’ Belotti chiama «l’eroe della mia vita». È l’arciprete don Sergio Carrara, il parroco che quando sulla ‘Gazzetta dello Sport’ lesse la dichiarazione del bomber del Torino si commosse.

Dalle intense emozioni via skype, scambiate in tempi di lockdown, tra don Marco D’Agostino e il suo ex allievo al Liceo Vida di Cremona, l’azzurro Alessandro Bastoni, è nato il libro Se aveste fede come un calciatore (San Paolo Edizioni). Qui è il giovane campione che diventa punto di riferimento del suo Prof. il quale quando lo interroga sul cosa si prova a dover marcare Cristiano Ronaldo, Bastoni candido risponde: «Don Marco, dalla difesa non passa nessuno». Una sicurezza quella del difensore dell’Inter campione d’Italia che ha fatto confessare a don D’Agostino: «Se avessi la stesa fede di Bastoni quando scende in campo, probabilmente la mia vita sarebbe diversa».

È stata sicuramente un’infanzia diversa quella vissuta in oratorio da molti degli azzurri che stanno tentando l’euroimpresa, uniti dalle origini su quei campetti polverosi di provincia e dagli insegnamenti fondamentali di qualche curato di campagna. La pratica cristiana e la fede in Dio fanno parte dell’allenamento quotidiano del centrale della Lazio Andrea Acerbi. Cresciuto nell’humus oratoriale della Voluntas Brescia, la sua storia di rinascita, dopo essere guarito dal tumore, Acerbi l’ha raccontata nell’autobiografia Tutto bene (Sperling & Kupfer). Pagine toccanti in cui rivive il percorso a ostacoli contro tutti gli avversari incontrati nel suo cammino. Il calcio è una fede per Acerbi, ma il suo credo in Dio è quello che lo guida sempre: «Prego due volte al giorno, al mattino e alla sera. Ma non per questo sono diventato un santo. Di casini ne combino ancora, ma adesso grazie a Dio so chi sono».

Ha personalità da vendere Matteo Pessina, che dall’oratorio di Monza si porta dietro la cifra rara del ‘doppio passo’: prima del calcio viene lo studio. Latinista per passione il ‘Gerrard’ dell’Atalanta è iscritto alla facoltà di Economia della Luiss di Roma. Pessina, con Raspadori (studente alla facoltà di Scienze Motorie) seguono le orme dei veterani laureati, la roccia difensiva Giorgio Chiellini e il secondo portiere Salvatore Sirigu. Quest’ultimo, cresciuto a La Caletta di Siniscola (Nuoro) era partito giocando in attacco per la squadra dell’oratorio della chiesa della Madonna di Fatima che «miracolosamente », dice lui, lo ha trasformato in un portiere. Uno dei migliori portieri d’Europa che ancora rimpiangono al Paris Saint Germain. Mancini ha fatto entrare in campo Sirigu nella gara con il Galles (forse l’ultima in azzurro per il 34enne portiere del Toro) al posto di Gigio Donnarumma per far capire una volta di più che «in questa Nazionale, non ci sono riserve, sono tutti titolari». Ciò che conta è il gruppo, lo stare bene insieme nel reciproco rispetto dei ruoli impartiti.

 

L’abbraccio tra il ct della Nazionale Roberto Mancini e Gianluca Vialli

L’abbraccio tra il ct della Nazionale Roberto Mancini e Gianluca Vialli – Ansa

 

E dopo tanta sofferenza in campo la tensione si scioglie nell’abbraccio di fratellanza tra Mancini e Vialli che, dall’alto della sua esperienza di vecchio bomber azzurro e di hombre vertical, proclama in stile oratoriano: «L’importante non è vincere, è pensare in modo vincente: la vita è fatta per il 10 per cento di quel che ci succede e per il 90 per cento di come lo affrontiamo».

Venerdì 2 Luglio alle ore 21 in S. Agostino Reggio Emilia visione della partita dell’Italia agli Europei

Alle ore 21 del 2 luglio 2021 sarà possibile vedere insieme nel chiostro della Parrocchia cittadina di S. agostino a Reggio Emilia la partita  Belgio – Italia, che è la partita valida per i quarti di finale degli Europei 2021. La sfida tra la Nazionale di Roberto Martinez e gli Azzurri di Roberto Mancini si gioca domani, venerdì 2 luglio alle ore 21, nell’Allianz Arena di Monaco di Baviera. Dentro o fuori per la Nazionale Italiana, che in caso di vittoria potrebbe incontrare la Svizzera o la Spagna.

Bomba o non bomba (sempre scan­dalistica quella italica), gol o non gol (solo 4 segnati in 4 partite), sia­mo comunque arrivati alla semifinale di Varsavia

E si sappia, non era affatto una meta scontata per questa Nazionale di scapigliati messi insieme da Cesare Pran­delli che qui, in fatto di romanticismo fa concorrenza persino a Chopin. Ci aspetta un “notturno” con fuoco, co­munque vada, da ricordare, contro la beethoveniana Nationalmannschaft. In­tanto ogni polacco di buona volontà, cal­cistica si intende, ha ascoltato il proprio orgoglio e ha deliberato: «Tiferemo tutti per l’Italia e contro la Germania». Tante le ragioni in gioco sulla sponda della Visto­la che lambisce la perla dello Stadio Na­rodowy. Parlando con Jakub, studente u­niversitario e tassista, riemerge prepo­tente, anche nelle ultime generazioni, quella ferita ancora aperta dell’insurre­zione di Varsavia dell’agosto del ’44. «I te­deschi – dice con occhi di tigre – , in quei giorni qui hanno ucciso 100mila polac­chi. Forse loro hanno dimenticato, noi no». “Loew and peace”. Abbiamo ripetuto dal primo giorno di questo bellissimo Euro­peo che il calcio non divide, semmai uni­sce i popoli (o li assortisce, in qualche ma­niera, come ha fatto la Uefa per Polonia-Ucraina 2012). E come predicano i due saggi ct, Prandelli e Loew, «il calcio è un gioco che deve regalare gioia ed emozio- ni alla gente».

Fuori dunque la politica da­gli stadi e anche le sempre più oscure tra­me dei mercati finanziari, avvelenati dal­lo spread, che sembrano aver imposto la Germania di frau Merkel come l’unico Paese di Serie A della Ue. Tutti gli altri, Italia compresa, retrocessi al misero rango di società cadette, costan­temente sull’orlo del fallimento. «Noi non siamo la Grecia, né come economia e tan­to meno in campo. Abbiamo sempre bat­tuto la Germania e vinto un Mondiale più di loro (4 i titoli iridati dell’Italia)», pun­tualizza Fabio da Cassino, arrivato fin qui insieme allo sparuto gruppo di connazio­nali (non più di 2mila) che saranno anco­ra in minoranza stasera sugli spalti, dove sono attesi 30mila supporters dalla Ger­mania. E se i tedeschi hanno il complesso del­l­’Azzurro, noi abbiamo il tabù degli Euro­pei e siamo fermi a quell’unico titolo del 1968. Questa semifinale va dunque con­siderata come la vera sfida della nuova e­ra azzurra o di quella che Loew riconosce come «il cambiamento culturale del cal­cio italiano». Ma l’azzimato e sempre com­posto ct tedesco appena gli ricordano che la Germania con noi non vince mai, per un attimo si scalda e lancia una serie di piccati «Nein, Nein, Nein…» .
Cesare è meno negazionista: «La storia è importante, ma ora bisogna fare i conti con la realtà». Loew è sicuro dei suoi, ma è sbalordito di «come l’Italia abbia reagi­to bene agli scandali» e ha chiesto ai suoi di tenere d’occhio Pirlo, perché «è un gran­de campione che va limitato». Si scontra­no il miglior attacco di Euro 2012, 9 gol (3 di Gomez) quello tedesco, contro la dife­sa meno perforata, 2 reti subite dall’Italia in 390 minuti. Ma è una sfida che si po­trebbe decidere a centrocampo, nel con­fronto al fosforo tra i playmaker Pirlo e O­zil e quello tra l’energico Schweisteger contro l’universale De Rossi. Capitan futuro ha la schiena a pezzi, ma vuole esserci assolutamente: «Sono parti­te in cui non si può mancare», dice De Ros­si che scambia spiccioli di serenità con il suo ct che anche ieri si è concesso l’ormai tradizionale mezz’ora di pennichella. È un’Italia che ha recuperato le energie e tutti e tre gli infortunati (Chiellini, De Ros­si e Abate). Cesare non dorme, ma sogna «una notte storica, perché quando sogno, lo faccio in grande e immagino cose ma­giche».

Per magia, si parla sempre meno di Balo­telli e sempre di più di questo centro­campo di fantasia e di fini palleggiatori che può suonarle anche all’orchestra sinfonica di Loew. Potrebbe partire Dia­manti dal primo minuto (al posto di Cas­sano) e rientrare Chiellini in difesa, spo­stato a sinistra al posto di Balzaretti. Pic­cole modifiche però: «Questa Nazionale non cambia il suo modo di giocare perché significherebbe tornare indietro e cancel­lare il lavoro di due anni», spiega il ct. Un lavoro onesto e pulito che, come sei anni fa, può cancellare le scorie negative di un sistema calcio e di un Paese reale che ha tanto bisogno di tornare a sognare. Ad oc­chi aperti.

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