Cristianesimo, Ebraismo, Islam onorano l’Addolorata

di: Luigi Bressan – Settimana News

addolorata

In questo mese di maggio (in mezzo a crisi sociali, pandemiche, economiche e ora anche belliche) il mio pensiero riconoscente va a Maria, madre del Salvatore, che con lui ha condiviso il cammino di fede e di sacrificio.

Vorrei partire dal martirio di una città ucraina quasi interamente distrutta, di ben mezzo milione di abitanti, che porta il suo nome: Mariupol, cioè Mariapolis, nome ispirato da un’antica icona mariana là venerata e dall’incontro tra la cultura greca e quella slava.

Il tema della Mater doloris esprime, infatti, la compassione con chi soffre, il coraggio della fedeltà nel dolore, la fortezza della speranza in un futuro e, per chi è devoto a Maria, il ricorso alla sua intercessione. Ne vediamo alcuni aspetti.

L’Addolorata nel cristianesimo

Bibbia. Nel Vangelo di san Luca leggiamo che, quando Maria e Giuseppe presentarono Gesù Bambino a tempio, Simeone le disse: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2,35), una frase pregna di significato, ma anche di un oscuro segno premonitore; si annuncia retrospettivamente il suo ruolo di “mater dolorosa”. La frase – se intesa isolatamente – resta misteriosa, poiché la Bibbia parla sì di una spada lucente che squarcia il fegato (Gb 20,25) ma si tratta di una punizione da parte di Dio, mentre qui l’enigma ci invita ad attendere il tempo della sua spiegazione.

Nel Nuovo Testamento, parlando di spada, ci si riferisce all’arma ma anche alla parola di Dio, che impegna a fare una scelta (cf. Ef 6,17; Ap 1,15): la fedeltà ha un prezzo. Maria, associata alla missione del Figlio, lo ha assunto nella sua vita.

Altro momento biblico di sofferenza per Maria è l’ansia del non trovare Gesù che, raggiunti i dodici anni di età, avevano accompagnato a Gerusalemme: «Ecco, tuo padre e io, angosciati, di cercavano… Essi non compresero ciò che aveva detto loro» (Lc 2,48.50).

Il terzo momento, che è il vertice della condivisione anche nel dolore, è la presenza di Maria presso la croce di Gesù, anche se il solo evangelista Giovanni ne parla: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala» (Gv 19,25). L’evangelista non parla di grida, di lamenti, di strazio…. Ma è ovvio che vi era il dolore intenso di un cuore materno profondamente sensibile.

Tradizione del primo millennio cristiano. La devozione a Maria si sviluppò progressivamente e, nel primo millennio, prevalsero le immagini dell’Annunciazione, del Natale, della Madre col Bambino, dell’incontro con Elisabetta, Maria in trono… Tuttavia, non sono assenti riflessioni sulla partecipazione al dolore affrontato da Cristo.

Nel Vangelo apocrifo (ma pur sempre testimone di una pietà cristiana) di Nicodemo, che sembra essere del IV-V secolo, si parla anche di Maria sul Calvario, la quale «contristata, diede un gemito profondo: Ahimè! Poi disse rivolgendosi all’arcangelo: “O Gabriele, dove sei, che io possa dischiudere con te? Questo è l’augurio che tu mi hai rivolto. Perché non mi hai detto dei martìri senza misura del mio dolcissimo e dilettissimo figlio, e dell’ingiusta morte del mio unigenito? Perché non mi hai detto dell’inconsolabile afflizione dell’anima mia per il mio caro figlio?”… Ahimè, dolcissimo figlio, come ricorderò il tuo smisurato caritatevole amore? Ma fino alla morte saranno in me dolore e sofferenze, afflizioni, lacrime e sospiri inconsolabili… Chìnati o croce, in modo che io possa abbracciare e baciare mio figlio, il frutto delle mie viscere, il germoglio del mio cuore» (lb. X, cap. 4).

Maria mesta presso la croce è rappresentata in Santa Maria Antiqua (Fori Romani) e risale al secolo VIII. Sembra che il pittore stesso fosse cosciente che era la prima volta che si affrontava nell’arte un tale tema e rimase un caso quasi isolato.

Secondo millennio. Con il secolo XI appaiono, un po’ in tutta l’Europa iniziando da sant’Anselmo a san Bernardo, numerosi testi di ascetica e di mistica che invitano a meditare sulla sofferenza di Maria.

Spesso, accanto alla meditazione della passione di Cristo, ci esortano a vedere e a considerare la partecipazione della Madre, e sorgono poeti come Jacopone da Todi e inni liturgici come lo Stabat Mater Dolorosa, del quale esistono varie versioni.

Un grande impulso lo dobbiamo all’Ordine dei Servi di Maria, sorto nel 1233. L’abito nero da essi adottato intende richiamare l’abito del lutto per «ricordare il dolore che la Vergine soffrì nell’amarissima passione del suo figlio» (Monumenta Ordinis BMV, n. 52).

Si deve anzitutto a loro lo sviluppo delle devozioni mariane corrispondenti come la Via Doloris (itinerario in sette stazioni con i “sette dolori” di Maria. Questa devozione è tuttora praticata nel santuario di Pietralba, in tre lingue: tedesco, italiano, ladino) o la Corona dei Sette Dolori (sette misteri con sette Ave Maria per ciascuno, che si pratica anche nella Basilica degli Angeli ad Assisi).

Spontaneamente si fissò il venerdì della prima settimana di Passione come “venerdì dei dolori di Maria” ma, nel 1688, intervenne papa Innocenzo XI per “liberare la Quaresima” e trasferire la celebrazione alla terza domenica di settembre. Nel 1914 questa ricorrenza venne fissata al 15 dello stesso mese.

Nel frattempo, erano sorte confraternite, iniziando dalla Fiandre, tanto che vi è un’approvazione papale del 1495. Esse svilupparono la devozione alla Madre Addolorata, per sostenere specialmente le donne di fronte alle fatiche della vita, alle guerre, alle carestie, e alle ondate di peste (a peste, fame et bello: libera nos, Domine). Innumerevoli sono i testi dei papi e dei teologi sulla devozione a Maria Addolorata. Il Marienlexicon, nell’edizione del 1994, enumera cinque Congregazioni religiose che si ispirano a Maria Addolorata.

L’arte pittorica non poteva mancare di rispondere a questa spiritualità. Si manifestò anzitutto con figure strazianti di Maria presso la croce o al momento della sepoltura di Gesù (iniziando con una Deposizione nel duomo di Aquileia).

Poiché, per alcune culture, non appariva – e non appare – possibile che una madre non svenga in tale situazione, si introdusse anche la devozione allo “svenimento di Maria” sul Calvario presso la croce, oppure nella deposizione del corpo o al momento della sepoltura di Gesù. E questo non soltanto nei paesi del Meridione latino, ma anche nelle Fiandre come testimonia una celebre Deposizione, dipinta prima del 1443 da Rogier Van der Weyden (ora al Prado di Madrid).

Una statuaria con Maria che accoglie sulle ginocchia e venera il corpo morto di Cristo sorse in Renania nel XIII secolo e ben presto si sviluppò in tutta Europa, con espressioni di alto livello artistico e di tensione drammatica, come nella “pietas Germanica”.

Raggiunse il suo culmine in Michelangelo Buonarroti che, a soli 25 anni, ci ha dato un modello insuperabile, di una bellezza estrema. Da allora quello che era chiamato il “Quadro della sera” (Vesperbild) divenne “La pietà”. Ma Michelangelo non era contento dell’opera e sentiva nel suo cuore una tensione a produrre altro; egli stesso diceva: «Non c’è nessuno dei miei pensieri dove la morte non sia scolpita». Eravamo nel 1555 quando stava lavorando alla Pietà Bandini. dove diede il suo volto a quel Nicodemo che sollevava il corpo di Gesù e, insieme, la Madre e la Maddalena; si sentiva partecipe in quel dolore. Ma volle ancora cimentarsi fino a una settimana prima della morte con lo stesso tema nella Pietà Rondanini: opera incompiuta ma possente; Maria cerca di sollevare il corpo di Cristo, ma in realtà è lui che la sorregge! Vera mariologia cristologica!

Le nostre chiese più umilmente hanno pale e statue dell’Addolorata di non così intenso valore, ma quante lacrime sono state versate davanti a quella madre (spesso in abito violaceo, con una o cinque o sette spade nel petto): madre che ha sofferto e che consola! Fu la Spagna a darci in questo campo le opere migliori sul piano artistico.

Quanto coraggio l’Addolorata ha dato a coloro che a lei hanno rivolto il cuore: nelle preghiere in casa, nelle chiese, nelle processioni, nelle novene!

L’Addolorata nel protestantesimo

I riformatori protestanti non hanno preteso di modificare quanto il Vangelo dice circa la condivisione di Maria nelle sofferenze di Cristo, ma insistito sulla mediazione unica del Signore, negando che si potesse ricorrere a lei per una intercessione. Non sono ignorate tuttavia le sofferenze di Maria.

Citerò due poetesse protestanti che invitano a riflettervi. Maria Suzanne de Dietrich (1891-1981) tra l’altro scrive: «“Tutte le generazioni mi chiameranno beata” [Lc 1,48]. Parole misteriose sulle labbra di questa donna umile. Parole veraci: i secoli l’hanno confermato. Maria, quanto discreta e segreta fu la tua vita! Un solo Evangelista, per lo spazio di un istante, solleva il velo che ti nasconde ai nostri occhi. Uno solo seppe esaltare la madre del Figlio di Dio. Ci è stato detto che una spada ti trapasserà l’anima, ma nessuno ha fissato il ricordo delle tue lacrime. Come se tanto dolore fosse senza interesse… Nel silenzio ti sei lasciata trafiggere tu che sei madre a cui guardano tutte le creature. In questo silenzio tu vuoi celare con te, Maria, tutte quelle che, di secolo in secolo, accetteranno la segretissima missione di serve del Signore. Grazie del volontario annientamento» (Da: Maria, mistero di silenzio).

Un altro testo ci viene da Klara Schlink (1904-2001) che, nel 1947, promosse una Sororità Mariana Ecumenica assumendo il nome di Basilea: «Soprattutto per Maria si avvera la parola “Beati voi che ora piangete, perché riderete”… Più grande è l’elezione, e più profondo è il dolore. Per questo il cammino di Maria ha potuto compiersi soltanto nella pienezza della sofferenza. Maria è stata sommersa nel dolore; ma proprio per questo ella possiede anche la pienezza della gloria…. Lassù la sua grande gioia è che, presso il trono di Dio, Gesù viene onorato e adorato… Sì, soffrire con lui crea la gloria» (da: Maria, la via della madre del Signore).

L’Addolorata nelle Chiese orientali

Premesso che, in genere, anche gli orientali del primo millennio – come in Occidente – insistono soprattutto sulle benedizioni concesse da Dio a Maria di Nazareth, non è ignorata però la sua sofferenza.

Iniziamo con un testo del celebre patriarca Fozio (810-893): «Quale madre, infatti, non soffrirebbe al vedere il figlio, soprattutto quando si tratta del migliore degli uomini, sottoposto alla condanna dei malvagi? Per la purissima Madre del Verbo questo divenne un dolore più amaro e più acuto di ogni spada… Vedendo con i suoi occhi di madre la passione come uno spettacolo che si svolgeva davanti a lei si sentiva ferita e divisa come da una spada» (Da: Questioni ad Anfilochio, n. 76).

Va notato, al riguardo, che più di un orientale considera che la spada di cui anche Maria sarebbe stata colpita era la tentazione della sfiducia di fronte a un figlio che soffriva tanto, mentre Fozio esclude esplicitamente che ella fosse agitata dal dubbio.

Il monaco Simeone Metafraste (X secolo) immagina un lamento da parte di Maria stessa: «Quali aneliti sepolcrali, quali inni funebri ti canterò? Io non sono più l’urna che contiene la manna, perché la manna che nutre le anime è versata nel sepolcro. Non sono più il roveto che non si consuma, perché tutta sono consumata dal fuoco spirituale del tuo sepolcro. Non sono più il candelabro d’oro… Ora non so perché tutte queste cose sono confuse e perché il miele per me è mescolato all’assenzio. Ora, infatti, sono condotta a morire con te, ad essere sepolta con te… Perché non mi si spezza il petto, perché non posso scolpire un più segreto sepolcro in modo da accoglierti ancora una volta nelle mie viscere e seppellirti nel profondo del mio cuore?» (Da: Il lamento di Maria).

Nel campo iconografico prevale l’immagine di Maria col Bambino, spesso anche seduta in trono. Dal XII secolo si inizia però a rappresentare Maria piangente sotto la croce di Cristo oppure Maria in lacrime, sia pure in un dolore composto, in un’anta contrapposta all’icona del Figlio crocifisso.

Una tale espressione artistica si fece più intensa nel XV secolo. Siamo nell’epoca del cosiddetto rinascimento bizantino, in cui ci sono innovazioni e si tende a superare la stile ieratico precedente.

Un’evoluzione simile si riscontra anche fuori dell’ambito bizantino-slavo, raggiungendo l’Etiopia, sotto l’influsso dei sassanidi. Si tratta però sempre di esempi rari prevalendo infatti l’immagine di Maria col Bambino, madre della tenerezza.

Una forma speciale di icona è quella di Maria dolente che sorregge il figlio morto con i segni delle piaghe; tecnicamente è chiamata “Lo sposo”, tanto è viva la condivisione nell’affrontare la sofferenza e nel sostenersi reciprocamente.

Nell’ora della tristezza sappiamo rivolgere lo sguardo anche a colei che, pur colma di grazie e così vicina al Salvatore, non è stata risparmiata dal dolore, ma con dignità ha saputo assumerlo, convinta, in una fede cristocentrica per cui, come scrisse san Pietro: «Nella misura in cui partecipate alle sofferenze del Cristo, rallegratevi, perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare» (1Pt 4,13). Nemmeno il dolore è solo distruzione, perché ci unisce e, in Cristo che ha vinto la morte stessa, diventa fonte di vita.

L’Addolorata nell’Ebraismo

Alcuni anni fa il noto studioso ebreo, David Flusser (1917-2000), scrisse un’ampia riflessione sulla sofferenza di Maria, donna ebrea e dichiarò: «Nessuno mi potrà negare il diritto di cantare un sommesso inno di lode all’ebrea Maria, con il pericolo di essere, nel bene e nel male, frainteso da coloro che non terranno conto delle mie sbarre dorate [intende riferirsi a pregiudizi e limiti reali di parlare di un’altra religione che non sia la sua] … musulmani, ebrei e cristiani di ogni tendenza, liberali e conservatori, perfino atei, tutti quanti accettano l’esistenza di Gesù, ammetteranno che Maria sua madre lo collega al popolo ebreo… era un’ebrea ed è vissuta da ebrea… Maria è collegata anche al dolore degli ebrei… ciò è testimoniato dagli stessi Vangeli… anche allora l’antisemitismo era alle volte assassino… Maria è una donna addolorata ebrea; non profana la sua memoria, anzi la nobilita, il fatto di considerarla anche, molto concretamente, come una madre ebrea angosciata e sofferente fra le madri ebree che hanno provato gli stessi sentimenti e hanno egualmente sofferto» di fronte a condanne ingiuste dei figli, alla loro tortura e uccisione (cf. D. Flusser, Mary. Images of the Mother of Jesus, in Jewish and Christian Perspective).

Partendo dal Calvario, pensiamo alla Shoah e alla sofferenza di tante madri del passato e del presente con figli messi a morte. Commentando una tale situazione, la teologa polacca Stanislawa Grabska rilevava che anche Gesù era ebreo e così Maria e aggiungeva: «Forse non sono andati al gas anch’essi, assieme al loro popolo, durante quei terribili giorni» del Grande Male?

L’attenzione a Maria addolorata non sminuisce minimamente le sofferenze altrui, ma esorta ad una più intensa e attiva solidarietà.

L’Addolorata nell’Islam

Forse non ci aspetteremmo che l’Islam parli di Maria addolorata, ma tale religione – dopo il cristianesimo – è quella che ha più riferimenti di tutte a Gesù e a sua madre. Un versetto del Corano riferisce appunto che alcune persone avevano rattristato Maria dicendole che Gesù era stato crocifisso, evento che, secondo il Corano, non è mai avvenuto: «E ancora per la loro incredulità e per aver detto contro Maria calunnia orrenda,7e per aver detto: Abbiamo ucciso il Cristo, Gesù figlio di Maria, Messaggero di Dio» (Corano, sura 4, vv. 156-157). Il libro sacro dei musulmani nega decisamente che Gesù sia stato ucciso: «Né lo uccisero né lo crocifissero, bensì qualcuno fu reso ai loro occhi simile a Lui» (4,157), ma afferma che «Iddio lo innalzò a sé » (4,158). Maria non sarebbe stata presente alla crocifissione del “sostituto” e quindi riteneva vero quanto le avevano detto ed era rimasta profondamente addolorata, chiusa nel silenzio. Del resto, Gesù non si vedeva più nelle strade e la denuncia quindi sembrava vera.

A questo proposito, uno dei più autorevoli storici nella tradizione Islamica, Ali ibn Muhammad ibn al-Athir (AD 1160-1233), scrisse che Dio intervenne e sostituì Gesù con un altro uomo che gli assomigliava; alcuni commentatori coranici suggerirono che quell’uomo fosse Giuda, il traditore.

Al-Athir spiegava che Allah aveva innalzato Gesù in cielo e che, dopo poco tempo, visto il dolore di Maria e la confusione sorta in seguito a quella crocifissione, invitò Gesù stesso a ritornare sulla terra per consolare Maria e spiegarle cosa era realmente avvenuto.

Gesù (‘Īsā), dopo averla incontrata, le chiese di radunare gli Apostoli e li inviò come messaggeri di Dio nel mondo. Qui possiamo riconoscere l’influsso delle narrazioni evangeliche sulla risurrezione di Cristo, sull’incontro con Maria con gli Apostoli nel Cenacolo e, infine, sul mandato di Gesù di andare a predicare la Buona Novella a tutte le nazioni.

Anche nel campo artistico dell’Islam abbiamo delle sorprese, tanto la storia è ricca di apporti. Sappiamo, da lettere dell’epoca, che il principe ereditario dell’immenso impero mogol (India) Muhammad Salim – che in seguito divenne uno dei più famosi imperatori del XVII secolo col nome di Jehangir (1605-1627) – forse riflettendo su questa interpretazione, o a motivo di una fusione tra arte e devozione personale, commissionò nel 1598 nel suo atelier di Lahore una miniatura della Deposizione di Cristo dalla Croce, oggi conservata al Victoria and Albert Museum di Londra. Il dipinto originario che la ispirò è un’opera perduta di Raffaello Sanzio, della quale però circolava già un’incisione di Antonio Raimondi, ed è questa che venne portata alla corte imperiale asiatica.

I pittori indiani, incoraggiati dal principe, arricchirono la stampa non solo di colori ma introdussero nuovi elementi presi dalle stampe europee sulla Risurrezione dei Morti alla fine dei tempi, una credenza accolta anche dai musulmani. Maria, madre di Gesù, appare in questa miniatura debole e prostrata dal dolore, ricordandoci quanto fosse partecipe della sofferenza di Gesù per il bene dell’umanità. Sembra unAddolorata: dipinta da un atelier musulmano per un committente musulmano.

La cooperazione degli artisti musulmani oggi continua. Alcuni anni fa una signora musulmana del Bangladesh, Soraya Rahoman, dipinse una Via Crucis completa, oltre alcune immagini della Madonna, per i cristiani di quel Paese. Vediamo Maria che incontra Gesù sul cammino del Calvario e che ne abbraccia il corpo in modo affettuoso quando è deposto dalla croce.

Maria ci invita al coraggio della speranza e di una fraternità solidale.

  • Luigi Bressan, arcivescovo emerito di Trento, Assistente Nazionale di Unitalsi, Socio Corrispondente della Pontificia Accademia dell’Immacolata.

Giornata cultura ebraica: Lamorgese, prezioso patrimonio

“Sono orgogliosa di poter inviare, da ministro dell’Interno, un messaggio di saluto e di augurio in occasione della XXI Giornata europea della cultura ebraica che si celebra oggi, 6 settembre, con l’adesione di 30 città europee e di 90 località italiane”. Con queste parole la titolare del Viminale Luciana Lamorgese partecipa idealmente alla manifestazione promossa in Italia dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei) per far conoscere e condividere percorsi e luoghi “che compongono il prezioso patrimonio culturale e artistico che fa capo alle principali comunità ebraiche”.

Un'”occasione di incontro e condivisione – spiega la ministra – rinnovata di anno in anno grazie all’impegno intelligente e costante nel nostro Paese dell’Unione della comunità ebraiche italiane” che insieme alle comunità locali racconta attraverso eventi su tutto il territorio nazionale – nel rispetto delle restrizioni imposte dall’emergenza Covid-19 – gli itinerari dell’ebraismo italiano.

In questo 2020 segnato dalla pandemia le celebrazioni, sottolinea il ministro nel suo saluto, “acquistano un valore di testimonianza ancora più intenso”, confermando la volontà di “mantenere salda una rete di collegamenti tra i luoghi della memoria che hanno segnato segmenti importanti della storia dei popoli del Vecchio Continente”.

La Giornata europea della cultura ebraica ha lo scopo di promuovere storia e tradizioni culturali attraverso l’apertura gratuita di tutti i luoghi ebraici ai cittadini.Il programma di quest’anno, che per la prima volta parte da Roma, sede della comunità ebraica più antica della Diaspora, la più popolosa d’Italia, combina appuntamenti in streaming ed eventi in presenza tutti incentrati sul tema “Percorsi ebraici”. (ANSA).

L’ebraismo dalla A alla Z

Teologo e docente nei licei Paul Petzel, giornalista e traduttore, nonché membro del comitato di redazione della rivistaStimmen der Zeit Norbert Reck, i due studiosi hanno commissionato a persone molto esperte del mondo giudaico – rabbini e studiosi della materia – lo studio di cinquanta parole chiave dell’ebraismo (a ognuna sono riservate due o tre pagine del testo). Il risultato del loro lavoro è stato discusso, rivisto, modificato, rifatto dagli stessi autori, dai redattori o da altri esperti. Il frutto finale raccolto nel volume va quindi attribuito a una molteplicità di “mani” che ne hanno arricchito enormemente il contenuto.

Lo studio di ogni voce (ad es. alleanza, circoncisione, croce, ebreo-giudeo, Gesù di Nazaret, grazia, ira di Dio, “Ma io vi dico” – Le antitesi, perdono, regole alimentari, Torah, vendetta, YHWH ecc.) viene articolato in una breve esposizione preliminare, a cui segue la discussione e l’indicazione di prospettive. Conclude l’articolo una stringata bibliografia, quasi tutta in lingua tedesca (vengono però indicate le opere tradotte in italiano). Alle pp. 137-138 sono elencati i nomi dei trentatré collaboratori, unitamente alla sede istituzionale di attività.

Il sottotitolo indica chiaramente lo scopo di questo volume. Delicato in tedesco (Da Abba a Ira di Dio. Illuminare gli errori – Comprendere il Giudaismo), è stato volutamente indurito in italiano, data l’importanza di una retta comprensione della religione ebraica e della pericolosità delle “pre-comprensioni” errate o incomplete esistenti nel mondo mediatico e culturale in genere, per non parlare degli stereotipi presenti a tutti i livelli della società, spesso digiuna della materia importante di cui si parla. Un libro utile, di veloce consultazione, sodo nei contenuti.

Paul Petzel – Norbert Reck (a cura), L’ebraismo dalla A alla Z. Parole chiave per rimuovere errori e luoghi comuni. Edizione italiana a cura di Gianluca Montaldi (Religione e religioni s.n.), EDB, Bologna 2018, pp. 144, € 15,00. 9788810604731

in Settimana News

Giornata della Memoria 2016: dalla Shoah un seme di speranza

Alberto Mieli è uno degli ultimi deportati romani nei campi di sterminio nazisti ancora in vita. È un bisnonno che ama la sua famiglia e ne è teneramente riamato. Con il trascorrere del tempo è riuscito a superare il comprensibile rifiuto di parlare degli indicibili orrori vissuti negli anni della sua giovinezza, e ha capito che raccontare il suo passato diventava una medicina per la sua anima e un dono prezioso per gli altri, in particolare per le nuove generazioni, che hanno tanto bisogno di “memoria” per costruire il futuro.

Aiutato dalla buona penna dell’affezionata nipote Ester ci conduce così con semplicità attraverso i ricordi della sua vita, dall’infanzia serena, all’esclusione dalla scuola perché ebreo, al graduale peggioramento delle condizioni di vita della sua famiglia e al deteriorarsi dei rapporti sociali in conseguenza delle leggi ‘razziste’ del fascismo.Eravamo ebrei, questa era la nostra unica colpa. La concretezza delle esperienze della vita quotidiana aiuta – forse meglio di studi dotti e documentati – a capire quale terribile ingiustizia e offesa alla dignità delle persone si stesse consumando in Italia e in Europa con l’ascesa delle ideologie razziste e totalitarie. Un crescendo che alla fine esplode nell’abominio delle deportazioni e dei campi di sterminio, dove la dignità delle persone veniva distrutta sistematicamente e brutalmente ancor prima della distruzione della loro vita fisica. Anche questo viene raccontato con le circostanze e gli episodi della vita quotidiana nei campi e con i sentimenti che li accompagnano.

Come è stato possibile tutto ciò? Ma il racconto suscita spontaneamente anche un’altra domanda. Come è stato possibile che un giovane sia riuscito a sopravvivere a una vicenda così terribile e densa di orrori disumani? Alle torture e alle sofferenze fisiche, ma anche a quelle morali e spirituali? E come è possibile che ci presenti oggi una memoria che è allo stesso tempo terribile nel suo semplice realismo, ma anche del tutto priva di sentimenti di odio e di vendetta? Anche il racconto finale della vicenda di due giovani olandesi incontrati nel campo di sterminio, che dopo la guerra identificano un criminale nazista e lo denunciano alla giustizia, ma rinunciano a vendicarsi sui suoi figli, è come un’appendice e un’integrazione al racconto personale di Mieli, che si iscrive bene in questa logica delle ricerca della ricostruzione di un mondo umano, non più dominato dall’odio.

Certamente, come dice il titolo stesso – “Eravamo ebrei…” – le leggi razziste, la persecuzione e lo sterminio degli ebrei sono un filo conduttore essenziale del racconto; ma esso abbraccia con piena umana comprensione e compassione anche i compagni di sofferenza che ebrei non sono, come i giovani ungheresi fuggitivi che vengono impiccati o il prete cattolico belga che viene immobilizzato in forma di crocifisso e ucciso con la stessa croce di legno che si era costruito per pregare… Insomma è l’umanità comune che viene calpestata, uccisa e distrutta dalla follia dell’odio. In questo senso il racconto di Mieli mi pare straordinario – posso dire “miracoloso”? – e mi pare un dono preziosissimo di sapienza e di speranza per il nostro tempo.

E certamente Alberto Mieli è un privilegiato per aver potuto percorrere tutto l’arco di una lunga vita in cui ha vissuto la prima esperienza della gioia, poi l’addensarsi delle nubi dell’odio, fino alla tragedia dell’imperversare più assurdo del male, ma poi soprattutto per aver potuto ancora vivere il ritorno alla vita e all’amore. Così la memoria dell’orrore dell’antisemitismo, dell’odio razziale, delle innumerevoli vittime della Shoah, della violazione totale della dignità delle persone, entra profondamente nel nostro cuore, come monito da non dimenticare proprio per aiutarci a continuare a costruire insieme un mondo di rispetto reciproco, di dialogo, di rispetto e di pace.

Auschwitz raccontato dalla nipote. Il libro di Alberto Mieli ed Ester Mieli, ‘Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa’ (Marsilio, pagine 126, euro 15,50) è la biografia di Alberto scritta da sua nipote Ester. Alberto, oggi novantenne, è uno dei pochi ebrei italiani deportati dai nazisti a essere ancora in vita. A 16 anni venne portato ad Auschwitz. Un libro testimonianza ricco di racconti inediti, che ha la prefazione di padre Federico Lombardi (che pubblichiamo per intero) e la postfazione del rabbino capo Riccardo Di Segni. È stato presentato ieri sera al museo Maxxi di Roma con gli interventi, oltre che del rabbino Di Segni, dell’ex ministro Mara Carfagna, di Roberto Giachetti e Riccardo Pacifici.

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