Lettorato alle donne, la prima volta a Prato (e in Toscana) dopo l’apertura di papa Francesco

Per la prima volta a Prato – e in Toscana – due donne riceveranno il ministero del lettorato. Lo conferirà il vescovo Giovanni Nerbini domenica 12 giugno, durante la messa delle 11,30, nella chiesa di San Pio X. I candidati in tutto sono tre: Teresa Cantileno e Sandra Minucci, e un uomo, Domenico Cifaldi.

Il lettorato prevede la lettura delle scritture durante la messa e la liturgia delle ore, ma anche la preparazione degli altri fedeli all’ascolto e alla comprensione. Si tratta di un ministero che nei secoli è sempre stato declinato al maschile. Papa Francesco ha però spalancato le porte alle donne. Poco più di un anno fa, nella lettera apostolica Spiritus Domini, il pontefice ha messo la novità nero su bianco, modificando un canone del Codice di diritto canonico.

Tale possibilità è stata colta al volo da don Petre Tamas, parroco di San Pio X a Prato, che racconta di aver trovato nell’autorizzazione papale l’idea e lo stimolo per riconoscere e intensificare l’attività di chi, come i tre nuovi lettori, già da anni si impegna in parrocchia. Da un lato, il sacerdote ha risposto a una necessità effettiva. Dall’altro, ha potuto riconoscere, specie alle due lettrici, il lavoro svolto a favore della comunità parrocchiale.

«La mia proposta a queste tre persone è nata dal fatto che io sono solo, anche se posso contare su una buona collaborazione dei miei parrocchiani – dice don Petre –. Non ho viceparroco, non ho diacono o sacrestano. Il lavoro è tanto e così, quando ho visto l’apertura del Papa, ho pensato di poter proporre il lettorato a Teresa, Sandra e Domenico, che studia teologia e ha una figlia grande. Teresa è un’insegnate – prosegue il parroco – e Sandra lo è stata». Due professioni assolutamente in linea con il ministero che eserciteranno e che comprende, nella preparazione dei fedeli, anche il catechismo.

Per Teresa Cantileno la proposta è giunta a sorpresa, dopo «undici anni di attività in parrocchia». Giovane docente di lettere all’Istituto Buzzi, ha 32 anni e spiega di aver accettato dopo «un cammino di discernimento, con l’aiuto dello Spirito Santo». «Mi accingo a questo passo con grande gioia – continua – e devo dire che ritengo giusto che la Chiesa dia spazio alle donne, con un maggiore coinvolgimento e riconoscimento nell’annuncio di Gesù». Sulla stessa linea, troviamo Sandra Minucci. «Vedo in questa apertura di papa Francesco il segnale di una scossa a tutta la Chiesa. Forse non eravamo pronti prima e forse non siamo abituati a un ruolo più evidente delle donne anche se, nella pratica, sono decenni che siamo attive e presenti».
tvprato.it

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Il cancelliere vescovile è donna

L’avvocata Alessia Urdan nominata dall’arcivescovo di Gorizia, Redaelli

Gorizia

L’arcivescovo di Gorizia, Carlo Roberto Maria Redaelli, ha annunciato ieri, nel corso di un incontro con i vicari episcopali e i direttori degli Uffici diocesani, la nomina di Alessia Urdan come nuovo cancelliere arcivescovile. Avvocata, originaria di Gorizia, assumerà l’incarico a partire dal 1 ottobre. Una nomina che si inserisce nel percorso di attenzione e valorizzazione al ruolo della donna nella Chiesa più volte richiamato e sollecitato da papa Francesco. Nata nel 1973, l’avvocato Urdan è sposata ed è madre di una figlia adolescente. Si è laureata in giurisprudenza nel 2002 all’Università degli studi di Modena e Reggio Emilia. Terminati gli studi accademici, ha intrapreso un percorso formativo a doppio binario, svolgendo da un lato la pratica forense e intraprendendo dall’altro lato lo studio del diritto canonico alla Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha conseguito la licenza in diritto canonico nel 2002 e la laurea in diritto canonico nel 2006. Nel 2002 ha conseguito presso la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti l’abilitazione a prestare la propria assistenza nei procedimenti volti ad ottenere la dispensa per matrimonio rato e non consumato. Superato nel frattempo l’esame di Stato, si è iscritta all’albo degli avvocati di Gorizia nel 2005. Al fine di completare il percorso formativo nell’ambito del diritto canonico si è iscritta allo studio rotale presso il Tribunale della Rota Romana conseguendo il titolo di avvocato rotale nel 2007. In un’intervista rilasciata al settimanale della diocesi di Gorizia, Voce Isontina, Urdan ha sottolineato come «assumere l’incarico di cancelliere sia un ulteriore “sì” a quella che sono convinta sia la strada segnata dal Signore per me: ho sempre sentito infatti il mio lavoro in ambito canonico come una vocazione. Quando il vescovo mi ha chiesto la disponibilità a coprire questo incarico, dopo un primo momento di sorpresa e timore, ho deciso di rispondere ancora una volta in modo affermativo mettendomi a disposizione» della Chiesa locale.

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L’avvocata canonista Alessia Urdan

Gesù e le donne




Settimana News

di: Andrea Lebra

gesu donne

«Vorrei ricordare l’intenzione di preghiera che ho proposto per questo mese di ottobre, che dice così: “Preghiamo perché i fedeli laici, specialmente le donne, partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità della Chiesa”. Perché nessuno di noi è stato battezzato prete né vescovo: siamo stati tutti battezzati come laici e laiche. I laici sono protagonisti della Chiesa. Oggi c’è bisogno di allargare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa, e di una presenza laica, si intende, ma sottolineando l’aspetto femminile, perché in genere le donne vengono messe da parte. Dobbiamo promuovere l’integrazione delle donne nei luoghi in cui si prendono le decisioni importanti. Preghiamo affinché, in virtù del battesimo, i fedeli laici, specialmente le donne, partecipino maggiormente nelle istituzioni di responsabilità nella Chiesa, senza cadere nei clericalismi che annullano il carisma laicale e rovinano anche il volto della Santa Madre Chiesa» (papa Francesco, Angelus dell’11 ottobre 2020).

Il titolo è intrigante e richiama indubbiamente l’attenzione. Il contenuto è uno studio assolutamente rigoroso che presenta, con un linguaggio semplice e senza complesse disquisizioni esegetiche, i rapporti che Gesù era solito intrattenere con le donne e il mondo femminile. Ne è autrice Christine Pedotti, teologa femminista francese, cristiana di confessione cattolica, giornalista e direttrice del settimanale Témoignage chrétien, fondatrice con Anne Soupa del Comité de la Jupe e della Conférence Catholique des Baptisé-e-s Francophones per lottare, rispettivamente, contro la discriminazione nei confronti delle donne e l’emarginazione nei confronti dei laici nella Chiesa.

Parlo del libro Gesù, l’uomo che preferiva le donne, appena edito da Rizzoli Libri (pp. 224) con la traduzione di Andrea Zucchetti, uscito in Francia nel settembre 2018 con il medesimo titolo Jésus, l’homme qui préférait les femmes.

Dieci capitoli, densi di stimoli, che l’autrice ha scritto dopo aver letto con scrupolo e serietà i testi evangelici dove compaiono figure femminili, osservando minuziosamente ogni relazione che Gesù allaccia con loro, ogni occasione di incontro, ogni scambio di gesti e di parole. Testi letti e interpretati tenendo presente il prezioso e affidabile lavoro compiuto negli ultimi decenni dai biblisti che consente di «stabilire con un alto grado di probabilità ciò che appartiene a Gesù e ciò che, più verosimilmente, è una retroproiezione dell’esperienza delle prime comunità di credenti» (p. 11). Ma soprattutto, testi letti e ascoltati con occhi e orecchie non condizionate da due millenni di interpretazioni in larga parte maschili.

Si può affermare che Gesù si comporti con le donne in modo diverso da come è solito comportarsi con gli uomini?

Questa la risposta. «In più di un’occasione Gesù sembra più a suo agio e più rilassato con le donne, mentre è regolarmente infastidito, irritato, dai suoi contemporanei maschi e in particolare da quella che definisce ipocrisia nelle loro pratiche religiose». «In compenso, non troviamo la benché minima parola spregiativa nei confronti delle donne; al contrario, osserviamo da parte di Gesù una costante benevolenza, una particolare attenzione, una forma di tenerezza nei loro riguardi» (p. 14). Il che autorizza ad affermare che non solo Gesù amava profondamente le donne, cercandone e apprezzandone la compagnia, ma che, anzi, le preferiva agli uomini (p. 14).

Le donne dei Vangeli «parlano, reclamano, esigono, supplicano, discutono, e Gesù le osserva, parla con loro, le tocca, le consola, le ammira» (p. 47).

Gesù dà visibilità alle donne e le rispetta anche quando esercitano mestieri degradanti

I nomi propri femminili che troviamo nei Vangeli sono pochissimi. Sono però tante le donne menzionate, pur non avendo un nome proprio. Queste le percentuali di figure femminili presenti nei Vangeli canonici: 40% in Luca, il 30 % in Marco, il 25% in Matteo e il 25% in Giovanni (p. 21).

Nei Vangeli, ancorché scritti in contesti sociali profondamente patriarcali, non troviamo nessuna parola offensiva riguardo alle donne, nei confronti delle quali anche ai tempi di Gesù giravano parecchi detti niente affatto lusinghieri, come la preghiera di benedizione che ogni pio ebreo doveva recitare al mattino perché Dio non lo aveva fatto né schiavo né donna.

Non solo nessuna parola offensiva o spregevole nei confronti delle donne, ma anche – come emerge dal racconto della peccatrice che unge e bacia i piedi di Gesù in casa di Simone il fariseo (Lc 7, 36-50) – profondo rispetto per le donne considerate come oggetti sessuali e frequentate, possibilmente in segreto, da uomini paganti.

Gesù, poi, «non presenta nessuna caratteristica dello scapolo incallito, estraneo e indifferente al mondo femminile». In lui nessuna traccia benché minima di misoginia (p. 64). Le sue relazioni con le donne che incontra sono, al contrario, estremamente benevole, e soprattutto non collimano con le consuetudini della società del suo tempo (p. 65).

Gesù vede le sofferenze delle donne

Gesù vede e partecipa alle sofferenze delle donne: le comprende e, mosso dalla compassione, vi pone rimedio senza che gli venga richiesto (p. 73). È quanto emerge dall’episodio della risurrezione del figlio unico della vedova di Nain (Lc 7,11-17), ma soprattutto dall’avvincente racconto della guarigione della donna curva (Lc 13,10-17).

C’è una persona sofferente da 18 anni (come il numero di anni in cui gli israeliti furono schiavizzati dai moabiti, come si legge al capitolo 3,14 del libro dei Giudici) di una forma molto grave di artrite deformante che la costringe a stare e a camminare sempre curva, con lo sguardo rivolto verso il basso. È una donna. Non ha un nome. Forse per ricomprendere nella scena la condizione delle donne ebree ai tempi di Gesù che erano consapevoli del loro dovere di piegarsi alla volontà degli uomini da cui dipendevano (prima i padri e, in seguito, i mariti raramente scelti in modo libero).

Gesù sta insegnando nella sinagoga, in giorno di sabato. Vede la donna curva, impossibilitata a restare eretta. Senza essere interpellato, prende l’iniziativa. Interrompe il suo discorso, la chiama a sé e la libera dall’artrite che la deformava sia fisicamente che psicologicamente.

L’intervento di liberazione messo in atto da Gesù restituisce dignità alla donna. La donna è rimessa in piedi: è liberata da ciò che la schiaccia. È dritta e alza il capo, come conviene ad ogni essere umano: finalmente è in grado di guardare il cielo, di lodare Dio e di relazionarsi con i suoi simili. Alla donna viene riconosciuto il diritto ad esistere come soggetto libero che può vivere in pienezza il suo essere “figlia di Abramo” (p. 79).

Gesù ammira la fede delle donne fino a modificare la concezione della sua missione

Gesù ammira e segnala ai suoi discepoli come esempio da imitare la vedova che, nonostante la morte del marito l’abbia lasciata nell’indigenza, lascia cadere nella cassetta delle offerte del tesoro del tempio i pochi spiccioli che aveva per vivere (Lc 21,1-4). «Un buon esempio dell’attenzione che Gesù dedica agli ultimi, quelli che vengono ignorati e che nessuno ritiene importanti, prime tra tutte le donne e tra queste le vedove, di certo le più sfavorite dalla sorte» (p. 69).

L’ammirazione delle donne da parte di Gesù è rinvenibile anche nella «splendida confessione di fede, una delle più belle dell’intero Vangelo» (p. 92) testimoniata dall’episodio della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-44). Spetta ad una donna, Marta, la sorella di Lazzaro e Maria, professare la fede in modo straordinariamente cristallino in Gesù: “Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo» (Gv 11,27). Commenta la direttrice del Témoignage chrétien: «La considerazione e la stima che Gesù nutre per lei dimostrano come, per lui, il genere al quale appartiene non è un ostacolo alla comprensione della fede» (p. 97).

Ma è soprattutto l’anonima donna straniera che chiede la guarigione della figlia malata a mettere in crisi Gesù. Il Vangelo (Mc 7,24-30 e Mt 15,21-28) puntualizza che era non solo greca, ma anche di origine pagana, in quanto proveniente dalla Siria e dalla Fenicia. Avendo la consapevolezza di essere stato mandato solo per “le pecore perdute della casa d’Israele”, Gesù in un primo tempo dichiara di non poter far nulla per lei. Ma, di fronte alla sua insistenza e in presenza della fiducia che la donna pone in lui, accetta di “cambiare idea” quanto al modo di concepire la propria missione: il suo Vangelo non è riservato ai soli credenti d’Israele, ma ha una dimensione universale (p. 89).

Gesù ama condurre discussioni teologiche con le donne

Il dialogo con Marta in occasione della morte di Lazzaro non è l’unico esempio delle discussioni teologiche che Gesù amava condurre con la gente che incontrava.

Un’intensa e grande conversazione teologica di Gesù con una donna la troviamo nel Vangelo di Giovanni (4,1-42): «senza alcun dubbio la più riuscita» (p. 101). Avviene in territorio straniero, in Samaria, nell’ora di mezzogiorno, accanto ad un pozzo, il luogo per eccellenza degli incontri amorosi.

Una donna samaritana sta per attingere l’acqua dal pozzo. Gesù le si avvicina e le chiede da bere. Segue un dialogo vivace, al termine del quale la donna capisce di essere in presenza di un autentico profeta. Che abbia forse finalmente incontrato al pozzo «l’autentico uomo della sua vita, o più precisamente l’uomo che dà la Vita?» (p. 105). Ne approfitta per porgli una domanda: dove bisogna adorare Dio? Al tempio di Gerusalemme, come sostengono gli ebrei di Giudea e Galilea o sul monte Garizim, come ritengono i Samaritani? «Inaspettatamente, sotto i panni di una donna dai facili costumi, Gesù scopre una teologa» (p. 105).

Dio è Spirito – le dice Gesù – e coloro che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. La donna, che sembrerebbe soddisfatta della risposta, si spinge oltre e pone un’altra domanda sulla venuta e sull’identità del Messia. La risposta di Gesù – “il Messia sono io che parlo con te” – la sconvolge a tal punto che avverte l’impellente esigenza di lasciare la brocca accanto al pozzo e precipitarsi in città per dire a tutti gli abitanti di avere appena incontrato un uomo che potrebbe essere il Messia. Lei, la donna straniera, dalla situazione matrimoniale non regolare, diventa la messaggera del Vangelo di Gesù. Dunque, «è a una donna che Gesù affida totalmente la sua identità; è con una donna che ha una discussione teologica decisiva, e il meno che si possa dire è che a questa interlocutrice non manca certo la capacità di replicare» (p. 110).

Gesù libera le donne perché vede in loro persone non funzioni

La straordinaria modernità dimostrata da Gesù nel rapportarsi con le donne è testimoniata da altre due pagine dei Vangeli: l’accoglienza di Gesù nella casa di Marta e Maria (Lc 10,38-42) e l’episodio della donna adultera (Gv 8,1-11). Il primo testo è stato per lo più letto in senso allegorico. Marta, l’amica di Gesù, che si affaccenda per offrire degna ospitalità a Gesù, incarnerebbe la dimensione “attiva” della vita cristiana. Maria, anch’essa amica di Gesù che, seduta ai suoi piedi, ne ascolta la parola, della vita cristiana incarnerebbe, invece, la dimensione “contemplativa”. Tutti sarebbero chiamati ad essere un po’ Marta e un po’ Maria.

L’autrice del saggio ritiene che l’episodio debba essere letto con uno sguardo diverso. Il posto della donna non è necessariamente e in modo pressoché esclusivo nelle faccende domestiche, come emerge dal comportamento di Marta. Gesù dimostra di apprezzare molto di più il gesto di Maria che in Israele era un privilegio riservato ai maschi: sedersi ai piedi del Maestro e ascoltare la sua parola. «Per dirla in termini contemporanei, in questo breve episodio Gesù libera le donne dalla loro assegnazione di genere… In ciò che lui dice si coglie un’esplicita prefigurazione dell’emancipazione femminile» (p. 124).

Nel secondo testo l’atteggiamento e le parole di Gesù nei confronti della donna sorpresa in adulterio è talmente sovversivo e imbarazzante che è stato cancellato dai manoscritti più antichi. Da come si rapporta con gli uomini che vorrebbero lapidare la donna (“chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”) e da come si relaziona con lei, Gesù dimostra di voler svincolare la donna dal potere degli uomini. «Per lui le donne non sono proprietà degli uomini, i quali di conseguenza non hanno diritto di vita e di morte su di loro» (p. 131). Non condannando la donna, Gesù «mette il suo errore sullo stesso piano di quello degli uomini che la accusano: un peccato comune, né più né meno, non più grande né più piccolo di altri. Un peccato che non viene negato – Gesù le dice infatti Và, e d’ora in poi non peccare più –, ma che non vale la morte della colpevole» (p. 131).

Gesù tocca e si lascia toccare dalle donne

Per l’uomo ebreo toccare una donna è una questione delicata. In certi periodi della loro vita le donne possono infatti essere considerate persone impure e chi viene a contatto con esse sarà impuro. Le norme che riguardano l’impurità femminile discriminano di fatto le donne, tenendole lontane dalla vita sociale e religiosa.

Emblematico, al riguardo, un breve episodio riportato dai tre Vangeli sinottici (Mt 9,20-22; Mc. 5,25-34; Lc 8,43-48). Una donna che soffre di emorragia mestruale da dodici anni e che è perfettamente consapevole che non le è permesso toccare nessuno, si avvicina furtivamente a Gesù, con la certezza che sarà guarita se riuscirà anche solo a sfiorare il lembo del suo mantello. Nel momento in cui il tentativo le riesce, ella avverte l’arresto del flusso di sangue e la guarigione dal male.

Gesù si accorge che qualcuno l’ha toccato e che una forza è uscita dalla sua persona. La donna guarita, invece di dileguarsi in mezzo alla folla, si getta ai suoi piedi e confessa di essere stata lei a “toccarlo”. “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace”, le dice Gesù. Commenta Christine Pedotti: «Il termine figlia denota una grande tenerezza e mostra, casomai ce ne fosse bisogno, che Gesù comprende e approva il suo gesto. Nel racconto, Gesù si lascia toccare dalla donna, in senso stretto come in senso figurato, e la restituisce alla vita sociale; potremmo forse dire, persino, che le dà la vita: la rimette al mondo» (p. 141).

L’altro episodio, su cui si sofferma la scrittrice francese, è l’unzione di Gesù a Betania da parte di una donna anonima (Mt 14,3-9 e Mc 26,6-13). Un racconto straordinario che i due evangelisti collocano all’inizio del racconto della passione di Gesù. Quello compiuto dalla donna – versare sul capo di Gesù un intero vasetto di alabastro, pieno di profumo di nardo di grande valore – «è un gesto di alta levatura spirituale e teologica: pone una donna più vicina che mai al disvelamento del senso della morte di Gesù» (p. 149). Mentre i discepoli sembrano incapaci di comprendere ciò che sta per accadere a Gesù, è una donna che ne profetizza la morte. Non potendolo fare a parole, lo fa compiendo un gesto molto eloquente riservato normalmente ai morti.

Le donne apostole del Cristo risorto

Secondo tutte le testimonianze evangeliche, le donne discepole – e in primo luogo Maria di Magdala – hanno sempre seguito Gesù con continuità e perseveranza, a differenza dei discepoli che lo hanno abbandonato nel momento dell’arresto al Getsemani. Alla sua morte in croce erano presenti e dunque testimoni. Al momento della sepoltura avevano osservato dove Gesù era stato posto da Giuseppe d’Arimatea e da Nicodemo.

Le donne accanto alla croce non solo «rappresentano anche tutte le donne gravate, nei secoli, dal peso delle sventure che hanno travolto i loro figli e i loro mariti» (p. 161) ma rivelano anche «pienamente il ruolo sociologico di chi deve rassegnarsi a subire, senza poter agire» (p. 162).

Altro dato inconfutabile: secondo tutte le tradizioni evangeliche, sono le donne a testimoniare per prime e ad annunciare ai discepoli la risurrezione di Gesù. «Recatesi alla tomba per onorare una salma, si ritrovano destinatarie di una notizia così incredibile che i discepoli, in effetti, non ci credono» (p. 167).

Come intendere – si chiede Christine Pedotti – questa singolarità del messaggio evangelico, che fa delle donne autentiche apostole, cioè inviate dal Risorto stesso agli undici apostoli, per portare loro la “buona notizia”, l’Evangelo: Gesù Cristo è risorto ed è vivente per sempre?

«Le donne che ascoltano l’annuncio della risurrezione, che vedono per prime il Risorto, sono le stesse che erano vicine al luogo dell’esecuzione. Ritrovano colui che avevano visto soffrire e morire vivo e vittorioso sulla morte. In un certo senso, sono ricompensate per la loro lealtà. Sono rimaste fedeli nelle piccole cose, gli sono rimaste accanto, e ricevono in cambio un tesoro immenso: la notizia della risurrezione» (p. 168).

È qui – ritiene l’autrice – che va individuata la preferenza di Gesù per le donne. Gesù le ha amate e si è relazionato con esse con occhio di riguardo. Le donne corrispondono al suo amore e «ricevono cento volte ciò che hanno donato: un amore senza limiti e senza fine» (p. 169).

Ritorno delle donne al silenzio

«La presenza esclusiva delle donne, il ruolo primario che ricoprono nella scoperta della risurrezione e nel suo annuncio è un’evidenza che, va detto con chiarezza, non si è riflessa in alcun modo nell’organizzazione successiva della Chiesa, anche se, al tempo delle primissime comunità, furono trattate in modo paritario rispetto agli uomini, in netta contrapposizione con gli usi e le consuetudini dell’epoca» (pp. 169-170). Lo testimonia la lettera di Paolo ai Galati, scritta probabilmente nella prima metà degli anni cinquanta: “quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più maschio e femmina, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,27-28).

«In Cristo le differenze, che fino allora era assolute e determinavano una gerarchia tra giudei e miscredenti, uomini liberi e schiavi, maschi e femmine, sono abolite… E tuttavia non si può non constatare che gli usi non sono stati modificati di conseguenza… E le donne sono ritornate al silenzio, senza ricavare alcun privilegio dalla straordinaria predilezione che Gesù aveva dimostrato nei loro confronti» (pp. 170-171).

Come non rimanere sgomenti nel vedere la potenza liberatrice scaturita da Gesù e testimoniata dai testi evangelici infrangersi contro i muri delle incomprensioni e dei rifiuti teorizzati e praticati ancora oggi nella Chiesa da modelli culturali patriarcali e maschilisti?

Quanto ci vorrà ancora – si chiede la teologa femminista francese – perché le istituzioni ecclesiali che tramandano questi testi ne traggano coerentemente le conseguenze, rendendo «infine giustizia alle donne come Gesù stesso ha fatto?» (p. 187).

Ma perché Gesù preferiva le donne ?

Rimane da aggiungere un ulteriore argomento per dimostrare che Gesù – come suggerisce il titolo del libro – «preferiva le donne».

Lo si può scorgere nel mistero dell’incarnazione.

«Gesù era un uomo, di sesso maschile, non un angelo o uno spirito; un essere umano fatto di carne e sangue. Si può ipotizzare che preferisse la compagnia delle donne semplicemente perché era uomo ? Niente ci consente di affermarlo, salvo la sensibilità delle donne che leggono il Vangelo e osservano quest’uomo vivere, agire, parlare. Io – scrive l’autrice nelle ultime due righe del suo saggio – sono una di queste, e non ho alcun dubbio al riguardo: sì, Gesù preferiva le donne» (p. 196).

  • CHRISTINE PEDOTTI, Gesù, l’uomo che preferiva le donne, Traduzione italiana di Andrea Zucchetti, Rizzoli Libri 2020, pp. 224, € 18,00.

Il cristiano e la città. Essere donne oggi

Edward Hopper, «Intermission» (1963, particolare)

osservatoreromano.va

«Qual è l’immagine tipica della donna in una città? Cosa salta subito agli occhi di chi cammina frettolosamente per andare al lavoro o di chi attende ancora assonnato il semaforo verde? Che donne sono quelle che affollano la metro e gli autobus di prima mattina e dove vanno? Un sano esercizio per superare la propria smania di protagonismo o staccarsi dai problemi che ci amareggiano è guardare gli altri e cercare di vedere oltre l’apparenza».

Si è fatto quasi profetico in questo tempo di pandemia l’invito concreto che Caterina Ciriello rivolge al lettore in Essere donna nella città attuale (Padova, Edizioni Messaggero, 2020, pagine 120, euro 12), nuovo volume della fortunata collana Percorsi di teologia urbana, diretta da Armando Matteo. «Sarebbe utile osservare le donne — prosegue Ciriello — i loro volti, il loro corpi, “il potere simbolico” che ne traspare. Il corpo delle donne parla, ma i mass media ne stravolgono il linguaggio trasformando ciò che è buono e naturale, ciò che è sensibile, materno, coraggioso (…) in cibo per gli appetiti sessuali di maschi giovani e adulti. Sono ormai pochi quelli che riescono a leggere questo potente linguaggio e molti coloro che tentano di svilirlo, trasformando le donne in corpi privi di anima e intelligenza».

Nella sua riflessione sulla presenza femminile nel contesto urbano attuale Ciriello inizia giustamente da lontano, o meglio dall’origine. Docente di teologia spirituale presso la Pontificia Università Urbaniana a Roma e autrice di numerose ricerche sulla storia della Chiesa e sulla storia delle donne, l’autrice parte infatti dal racconto della creazione, perché è da lì «che nascono tutte le relazioni».

Ma perché se Dio ha creato l’uomo e la donna con uguale dignità, affinché insieme si prendessero cura della creazione, gli stessi cristiani hanno dimenticato ciò che Dio ha voluto? Perché nella società e nell’ambiente ecclesiale la donna vive una grave sottomissione psicologica e materiale? Chi e cosa ha permesso una reinterpretazione indebitamente maschilista della Parola? Se violenze sessuali, femminicidi e spose bambine sono la triste realtà, quel che Ciriello invita a fare non è solo di riflettere partendo da un’analisi della realtà ma di farlo appoggiandosi al magistero pontificio. E, in particolare, alla Evangelii gaudium in cui Papa Francesco riconosce «l’insostituibile contributo di unicità che la specificità femminile apporta al genere umano».

In linea con lo spirito della collana ideata e diretta da Matteo, anche il libro in esame intende dunque ripensare l’annuncio del cristianesimo nelle città a partire dalle provocazioni dell’Evangelii gaudium, avanzando proposte concrete per metterla in pratica. Rispondendo così alla chiara e limpida indicazione di Papa Francesco secondo cui «è necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi, raggiungere con la Parola di Gesù i nuclei più profondi dell’anima delle città». E che quella che stiamo vivendo sia, più che un’epoca di cambiamento, un vero e proprio cambiamento d’epoca diventa di un’attualità sconcertante alla luce di ciò che da mesi il mondo intero sta vivendo.

Nessun dubbio, dunque, su come la città contemporanea sia lo scenario privilegiato per l’annuncio del Vangelo. Una città segnata da misoginia, violenze sessuali, mercificazione del corpo femminile, soprusi e prevaricazioni innanzitutto tra le pareti domestiche. Dove infatti secondo Francesco — come ricorda Ciriello — la donna rientra nella categoria che il Papa definisce i «non cittadini», i «cittadini a metà» o gli «avanzi urbani».

Come è tristemente noto, e come Ciriello riflette in un percorso che è insieme teologico, storico e biografico, la posizione della donna nella città attuale non è facile, come non lo è stato in passato. Ma se è vero che i passi avanti compiuti a livello sociale non sono stati una marcia vittoriosa e se, quindi, molto resta ancora da fare, l’autrice rende però merito alla Chiesa di ciò che è stato comunque raggiunto.

Il punto di svolta è stato il concilio Vaticano II, suffragato poi dal pontificato di Giovanni Paolo II che ha rimesso la questione femminile al centro della scena, in chiave antropologica, sociologica e teologica. Un percorso proseguito con Benedetto XVI e quindi con Papa Bergoglio, che l’ha ancora più radicato nell’attualità del mondo e della Chiesa (se è l’icona della Vergine «quella che aiuta a crescere la Chiesa», ne deriva che «non si può capire una Chiesa senza donne»).

Per uscire da quello che ancora non va, Caterina Ciriello auspica — inserendosi nel solco di una tradizione ricca e nutrita — una nuova alleanza. Edificabile solo — ricorda giustamente l’autrice — attraverso nuovi percorsi di istruzione e formazione. In famiglia, nella scuola, nei seminari.

In un discorso che riguarda sia la società che la Chiesa, è soprattutto a quest’ultima che Ciriello si rivolge. In risposta alla donna «che, aggrappata a un ramo, cerca di sfuggire alla corrente per non finire nel nulla dell’indifferenza», occorre superare perduranti «luoghi comuni e offensivi», interpretazioni bibliche «misogine» per riscoprire una Parola vera, giusta e sacra.

Anche perché «non può vivere secondo natura e secondo il Vangelo — chiosa Ciriello — una società dove le donne sono considerate “scarti”, merce da usare e gettare. E Papa Francesco lo ha sempre detto sin dall’inizio del suo pontificato: no alle donne schiavizzate, sfruttate, private della loro dignità. E non può che “sopravvivere” una chiesa dove prevale il maschilismo, il clericalismo, e l’idea che la donna sia stata creata per “servire e riverire” l’uomo».

di Silvia Gusmano

La festa delle donne Melissa, Asia, Falak: ecco il nostro 8 marzo

è l’8 marzo, festa della donna. Abbiamo scelto alcune figure che descrivono (parzialmente) la complessità del mondo in cui vivono oggi le donne.

FALAK IN FUGA DALLA GUERRA
febbraio-falak.jpgÈ arrivata a Roma all’inizio di febbraio, con la prima apertura del corridoio umanitario organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alle chiese evangeliche e e ai valdesi. Falak (qui a lato con la madre Yasmine, 27 anni) ha 7 anni e da quando aveva 4 mesi di vita combatte contro un tumore che le ha portato via l’occhio sinistro. Viveva ad Homs, in Siria, ma i bombardamenti ordinati dal presidente Assad ha distrutto la casa e la vita della famiglia. La piccola con i genitori e il fratellino minore si sono rifugiati prima a Damasco e poi in un campo profughi in Libano. Le cure di Falak si sono interrotte, ma i volontari dell’Associazione Papa Giovanni XXIII hanno incluso il suo nome tra i siriani autorizzati a entrare in Italia per motivi umanitari. Ed eccola qui, al sicuro a Roma, lontano dalle bombe, dalla precarietà. E i medici sperano anche lontano dalla malattia. Una nuova vita per Falak, simbolo di tutte le donne e le bambine vittime innocenti della guerra.

HADIQA: MAI PIU’ SPOSE BAMBINE
Hadiqa Bashis ha appena 14 anni ma già da tempo è impegnata attivamente nella difesa dei diritti delle bambine. Nella Valle dello Swat, in Pakistan, dove è nata e cresciuta, l’usanza vuole che le donne si sposino quando sono ancora piccolissime. Hadiqa-Bashir_Cropped.jpgC’è chi viene data in matrimonio a soli otto anni, costretta a sposare uomini che spesso sono già anziani o, comunque, decenni più vecchi di lei. Hadiqa ha cominciato la sua battaglia visitando i vicini casa per casa, spiegando quanta sofferenza provochi questa pratica, cercando di sensibilizzare le famiglie.
Buon 8 marzo a tutte le bambine che riescono a restare tali sfuggendo aun destino di piccole spose.

ASIA BIBI IN CARCERE DA 2.448 GIORNI
Una giovane donna pakistana è diventata suo malgrado simbolo delle libertà negata di professare la propria fede.
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Asia Bibi è in carcere da più di 6 anni in Pachistan, condannata a morte con la falsa accusa di blasfemia dopo un processo lungo e complesso. Per la sua libertà si sono mobilitati centinaia di migliaia di persone; una petizione è stata organizzata anche da Avvenire e avvenire.it; ha fatto il giro del mondo la sua lettera a Papa Francesco. Asia Bibi, simbolo di una fede imprigionata che però non si arrende.

MELISSA COOK, LA RIBELLE DELL’UTERO IN AFFITTO
Poteva essere una delle tante madri surrogate californiane che per qualche migliaia di dollari porta in pancia il figlio di qualcun altro. Melissa Cook, 47 anni, già mamma di 4 figli, però con la sua ribellione ha svelato al mondo (se ce ne fosse ancora bisogno) quanto iniqua sia questa pratica.

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Rimasta incinta di tre gemelli, si è rifiutata di abortirne uno, come ordinatole dall’uomo per la quale stava portando in grembo i bambini. L’uomo minacciava di non pagarla se non l’avesse fatto, ma lei è andata avanti. “Mi ero legata a tutti e tre”, ha detto Melissa, affidandosi a un avvocato. I bambini – tre maschietti – sono nati il 23 febbraio, a sei mesi di gestazione, e l’ospedale ha impedito a Melissa di vederli e perfino di conoscere le loro condizioni di salute, perché così prevedeva il contratto che affida i tre neonati al committente. Ma ora il Tribunale potrebbe ribaltare la situazione.  Buona festa della donna a Melissa, che, anche se tardi, si è ribellata alla logica predatoria dell’utero in affitto.

Avvenire

Teologia dal basso in cui è l’amore, e solo l’amore, che umanizza la fede e rende liberi dal peccato

Alla notizia sul cambiamento nel rito del Giovedì Santo – in molti posti già da tempo realtà – ho pensato anche all’altro brano evangelico in cui si parla di qualcuno che lava i piedi per amore…

Lavanda dei piedi concessa alle donne. Confesso che la notizia del “piccolo” cambiamento all’interno del rito del Giovedì santo, rimbalzata sui social network il 21 gennaio, l’aspettavo da molto tempo. Tante parrocchie già da anni accolgono l’apporto delle donne durante il rito della lavanda dei piedi, in barba ai codicilli. Così come altri preti, a rigor di diritto certo, continuano a scegliere sempre uomini o ragazzi, e possibilmente “sani”, mentre le comunità parrocchiali si dividono, a colpi di “manuale Cencelli”, i posti in palio nel periodo liturgico più forte, ma anche più visibile dell’anno, e cioè il triduo pasquale.

Quanti consigli pastorali passati a far capire a parroco e parrocchiani che le donne devono esserci nel rito della lavanda dei piedi?

Mentre però mi scorrevano nella testa tanti anni di liturgie comunitarie e tridui pasquali passati in parrocchia (ma perché non riscoprire la gioia e l’inatteso di un bel triduo pasquale passato lontano dalla chiesa locale, magari in un monastero, e comunque altrove, dove la Chiesa incontra il mondo e non solo gli amici di casa?), ho pensato anche a quella splendida pagina del vangelo di Luca (7,36-50) in cui una donna, la peccatrice, c’è chi dice la Maddalena – ma qui, i pareri, sono contrastanti – lava e profuma amorevolmente i piedi di Gesù.

Questo di Luca è uno dei testi a parer mio più “erotici” e più “eretici” del vangelo. L’incipit è famoso: «In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo».

Probabile, dicono gli esegeti, che Gesù abbia preso questo episodio dell’invito a casa del fariseo come fondamento per la lavanda dei piedi agli apostoli. Ma, al di là dell’esegesi biblica, a me questo testo fa venire la pelle d’oca. Perché sprigiona amore carnale a ogni verso. Al Dio della colpa e della vergogna fa posto l’umanesimo del figlio di Dio stesso, Gesù, che spinge i luoghi della teologia verso le frontiere dell’eros e dell’amore gratuito. La donna, qui più che altrove, non è comprimaria alla storia della salvezza. Anzi, le rende grazia, la accarezza, la tocca, la plasma dell’alito e del pianto femminile. Scrive in proposito Christian Albini, in un bel libro appena pubblicato da Qiqajon (L’arte della misericordia): «La donna non solo tocca i piedi di Gesù, ma addirittura li bacia. Il suo modello di fare, pertanto, presenta, agli occhi di un pio israelita, tutta una serie di sottintesi che, congiuntamente alla sua fama di peccatrice, rendono il contatto tra lei e Gesù alquanto scabroso. E Gesù lascia fare, si lascia toccare. Scandalo!».

Alcuni vangeli apocrifi e altri racconti, narrano di Maddalena, la prostituta, compagna e amante di Gesù. Ma quello che più interessa, in questo caso, è la carica dirompente e rivoluzionaria della corporeità femminile all’interno della Parola sacra. In realtà, prima che Gesù lavasse i piedi agli apostoli, è lui stesso che viene lavato e profumato da una donna, e per giunta peccatrice. Vorrà dire pur qualcosa, o no?

E se, in una “Chiesa in uscita” e fedele al racconto del vangelo, un giorno anche le donne lavassero i piedi al sacerdote durante il rito del giovedì santo in una sorta di teologia dal basso in cui è l’amore, e solo l’amore, che umanizza la fede e rende liberi dal peccato? E se, in un altro giorno, le stesse donne ripetessero lo stesso gesto a una sacerdotessa?

Al solo pensiero si aprono spazi di fecondità spirituale e generatività teologale. Il cammino è lungo, certo. Ma il corpo che abita il sacro ha, oggi, qualche appiglio in più per proseguire nel suo percorso di riabilitazione teologica all’interno della storia della salvezza.

fonte: vinonuovo.it

 

La festa delle donne… L’8 marzo e il lavoro che non c’è

Sono ancora un esercito. Spesso non volontario. La Festa della donna è come ogni anno il momento in cui si fanno i conti con la “condizione femminile” a partire dalla (mancanza) di lavoro e di pari opportunità (reali) con i colleghi. Nel 2014 fare la casalinga non è così fuori moda: dati Istat alla mano se ne contano circa 7,5 milioni, una cifra in costante calo ma comunque tutt’altro che trascurabile. Anche perché le occupate non sono neppure due milioni in più. Guardando alle donne in età da lavoro, sotto i 65 anni, il numero si ferma a 4 milioni 386 mila, in diminuzione di mezzo milione rispetto al 2008.

Tuttavia, anche in questo caso, il confronto con le lavoratrici fa riflettere: approssimando si può dire che c’è una casalinga per ogni due occupate in quella stessa fascia d’età (9,2 milioni). Ma nel Mezzogiorno a vincere, anche se per un soffio, sono ancora le donne di casa: 2 milioni 217 mila contro 2 milioni 117 mila. Una buona fetta di loro resta quindi fuori dalle forze lavoro. Certo, c’è una tendenza ribasso, che prosegue ininterrotto, soprattutto tra quante hanno meno di 65 anni. Un discorso a parte lo meritano i casalinghi, ormai già da qualche anno sopra i 100 mila e i 70 mila badando solo a quanti sono in età lavorativa. La flessione della donne massaie sembra così leggermente controbilanciata dal fenomeno degli uomini tutti “casa e famiglia”.

Rapporto Eurispes: la difficile conciliazione. È la conciliazione tra i tempi lavorativi e quelli personali e familiari la maggiore criticità per le donne che lavorano: è quanto emerge da un’indagine di Eurispes. Le donne lamentano soprattutto la mancanza di spazi da dedicare a se stesse a causa dei tempi lavorativi (68,3%) e segnalano la difficoltà di far conciliare lavoro e famiglia (50%). Anche l’assenza di stimoli professionali è considerata un peso per le lavoratrici (47,7%) al pari del carico di lavoro troppo oneroso al quale sono sottoposte (41%). Sul versante dei diversi fattori economici evidenziati nell’indagine solo le voci relative alla difficoltà di arrivare con lo stipendio alla fine del mese (51,3%) e l’impossibilità di fare progetti per il futuro (56,3%) risultano preponderanti. Tanto che un donna su 5 ammette di avere un doppio lavoro. La propensione a trasferirsi in un altro Paese è molto elevata tra le donne (45,1%), disposte a cambiare vita soprattutto per accedere a maggiori opportunità di lavoro (67%).

8 marzo Appello ecumenico contro la violenza alle donne

In occasione della Giornata internazionale della donna 2015 la Federazione delle chiese evangeliche in Italia e l’Ufficio nazionale per l’ecumenismo della Conferenza Episcopale Italianalanceranno un Appello ecumenico alle chiese cristiane in Italia contro la violenza sulle donne. La firma congiunta dell’appello avrà luogo lunedì 9 marzo presso il Senato della Repubblica alla presenza della presidente della Camera Laura Boldrini che porterà il suo saluto.

All’iniziativa aderiscono numerose chiese cristiane di diverse confessioni presenti sul territorio nazionale: oltre agli esponenti della Cei e della Fcei, firmeranno il documento anche la Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta, la Diocesi ortodossa romena, l’Amministrazione delle parrocchie del Patriarcato di Mosca, la Chiesa copta ortodossa, la Chiesa armena apostolica, la chiesa cattolica ucraina di rito bizantino, la Chiesa anglicana, nonchè la chiesa cattolica nazionale polacca degli Stati Uniti d’America e Canada. 

“L’appello non è semplicemente una dichiarazione di principio dei cristiani a una sola voce contro una violenza che è stata definita un’emergenza nazionale – ha dichiarato la pastora valdese Maria Bonafede, membro del Consiglio Fcei – ma intende impegnare le chiese cristiane italiane, a livello nazionale e locale, a promuovere iniziative in campo educativo, pastorale e di testimonianza evangelica per promuovere la dignità della donna e per coinvolgere gli uomini nella riflessione su questo tipo di violenza”.

Don Cristiano Bettega, direttore dell’ufficio per l’ecumenismo della Cei, dal canto suo ha dichiarato: “La firma congiunta di questo appello porta con sè un ulteriore appello alle chiese cristiane firmatarie, e anche a chi per varie ragioni non si è unito a questa firma a più mani: l’appello acercare e trovare ulteriori occasioni per una fraternità concreta tra le credenti e i credenti in Cristo, per una comunione che sia sempre meno formale e sempre più sostanziale”.

avvenire.it

 

“Le donne sono di fatto sia al centro che alla periferia della Chiesa”

Lo ha detto Simona Segoloni Ruta (Coordinamento teologhe italiane), intervenendo oggi alla 12ᵃ Settimana nazionale di formazione e spiritualità missionaria, in corso fino a domani ad Assisi. “Periferie cuore della missione” il tema scelto per l’appuntamento organizzato dall’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese e da Missio. Le donne “sono al centro – ha spiegato Segoloni – perché protagoniste della sua vita e dell’evangelizzazione; sono in periferia perché la loro centralità viene spesso misconosciuta e non trova, se non raramente, spazio di parola nei luoghi dove si decide e si insegna”. D’altra parte “sappiamo che la periferia, ovvero l’essere senza potere, essere poveri, ha un grande valore per la vita cristiana e per la Chiesa, tanto che la Chiesa preferisce sempre schierarsi dalla parte dei poveri e farsi povera per seguire il Cristo povero”. Se “essere poveri per la chiesa è un valore”, “è chiaro che chi sta in periferia, chi cioè per condizione si trova ad essere non influente, povero, senza potere, diventa un modello da seguire proprio per coloro che si trovano al centro, nella condizione di potere e questo soprattutto dentro la struttura ecclesiale”.

Se al centro “deve stare l’evangelizzazione – e ciò è inevitabile dal momento che la Chiesa non ha altro scopo né altro dinamismo vitale che comunicare il Vangelo – allora è necessario che tutti i protagonisti dell’evangelizzazione stessa siano messi in grado di partecipare pur diversamente alle decisioni, alla parola e alla guida della struttura”, ha osservato Segoloni. In particolare, “se il Vangelo deve essere al centro e le donne sono protagoniste da sempre dell’atto evangelizzatore, le donne non possono essere emarginate, né rimanere senza voce e responsabilità”. La chiesa “per insegnare il vero e strutturarsi autenticamente ha bisogno di convergere, di riunirsi e di condividere”. La dinamica comunionale del Concilio “può ripetersi a tutti i livelli e così centro e periferie sarebbero in continuo e proficuo collegamento”. Così facendo “anche le donne potrebbero avere la possibilità di mettere in circolo la propria esperienza e la propria fede, condividendo con gli uomini, oltre alla responsabilità quotidiana dell’annuncio e l’amore per il Vangelo, anche il discernimento e le decisioni”. In questo modo, ha concluso, “la Chiesa potrebbe cominciare a risolvere quei problemi di pensiero sulle donne, che sono ancora oggi di ostacolo all’evangelizzazione, e mostrare al mondo il proprio volto non più parziale, perché solo maschile, ma pienamente umano”.

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