Don Tonino Bello «a fumetti». Il testimone della “Chiesa con il grembiule” raccontato con una graphic novel in occasione dei 40 anni dalla sua consacrazione episcopale. In diocesi presentato anche un albo che lo racconta ai bimbi

Il testimone della “Chiesa con il grembiule”. L’apostolo del dialogo come “convivialità delle differenze”. E poi il coraggioso servitore della pace, a cominciare da quella scomoda, che impone sacrifici e delusioni. E poi il vescovo amico, l’innamorato di Maria, il poeta. Quante vite è stato monsignor Antonio “Tonino” Bello di cui proprio oggi ricorre il 40° anniversario della consacrazione episcopale. Un evento straordinario nel cammino di fede, che il giorno dopo, durante la Messa celebrata ad Alessano suo paese natale, commentò con disincantata gratitudine.

«Grazie terra mia, piccola e povera – disse tra le altre cose –, che mi hai fatto nascere povero come te, ma che proprio per questo mi hai dato la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli». Frammenti di vita, spicchi di memoria che però riassumono il perimetro di un’intera esistenza, segnata dall’amore a Dio, alla Chiesa e all’uomo. Itinerario che oggi idealmente rivive in una nuova, originale, iniziativa editoriale. Proprio per i quarant’anni di “don Tonino” vescovo, infatti, le edizioni “La Meridiana” pubblicano la prima graphic novel dedicata al pastore di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi scomparso il 20 aprile 1993 a 58 anni e dichiarato venerabile il 25 novembre 2021. “Don Antonino Bello. Una storia che parla di futuro” (132 pagine, 15 euro) è il titolo del volume firmato dal 45enne pittore, vignettista, fumettista e scrittore Adriano Pisanello, con testi di don Salvatore Leopizzi, parroco, docente di storia e filosofia, soprattutto amico del compianto presule.

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«È sembrata un’avventura quella vissuta con don Tonino – scrive nella prefazione al volume Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione don Tonino Bello –, un viaggio, una scoperta, un giorno sempre nuovo, un sogno come solo i fumetti possono consegnarti un attimo fuggente che però si è scolpito nell’animo di chi lo ha incontrato e che non ha avuto difficoltà, da subito, a mettersi sui suoi passi, a seguirlo, a dire con il cuore: O capitano, mio capitano!».
La scelta «di editare la graphic novel risponde anche alla volontà che sentiamo forte come casa editrice – spiega Elvira Zaccagnino direttrice de “La Meridiana– di far conoscere ai più giovani la figura di un vescovo che per noi è stato maestro e compagno di strada, al punto da pensare 35 anni fa di dar vita a questa esperienza editoriale che si alimenta ancora della sua profezia e del suo sguardo audace».

Naturalmente anche la diocesi di cui monsignor Bello fu pastore ricorda l’anniversario della sua ordinazione episcopale. Un primo appuntamento si è svolto lo scorso 25 ottobre con la partecipazione del vescovo Domenico Cornacchia, mentre una seconda giornata è in programma il 3 novembre alle 19 nell’aula magna del Seminario vescovile di Molfetta dove verrà presentato l’albo illustrato “Abbracciami. Don Tonino si presenta ai più piccoli”, curato da Emanuela Maldarella e illustrato da Nicoletta De Candia. Il volume (58 pagine, 17 euro — su Amazon con 5% sconto), rivolto ai lettori più giovani, è edito da “Luce e Vita”. Giovedì prossimo, con le autrici interverranno: don Luigi Caravella, direttore dell’Ufficio diocesano di pastorale scolastica e Lazzaro Gigante, docente di pedagogia, La serata sarà moderata da Luigi Sparapano, direttore del settimanale “Luce e Vita”.

Avvenire

Don Tonino Bello « La guerra è una recidiva preoccupante. Ciò che mi affligge di più in questa ripresa del conflitto»

Uno scritto inedito, senza data, sulla guerra e le reazioni dell’Occidente nell’ultimo libro di Giancarlo Piccini “Anticorpi di pace” (San Paolo): « La guerra è una recidiva preoccupante. Ciò che mi affligge di più in questa ripresa del conflitto», scrive il vescovo salentino, «sono due cose. Il terrore di dover ripetere, in un mondo di sordi, le stesse argomentazioni contro la guerra; di dover risentire le filastrocche sul pacifismo a senso unico»

«La guerra è una recidiva preoccupante. Si pensava che, dopo il primo conflitto nel Golfo, fossero maturati nell’organismo mondiale degli anticorpi cosi forti contro il “mal di guerra”, che per parecchi anni non avremmo sentito parlare di violenza armata, almeno nei luoghi così martoriati del Medioriente. Invece, eccoci in una più tragica ricaduta: tanto più tragica quanto più solerte sembra l’intervento delle potenze internazionali, in contrasto con la deplorevole indifferenza con cui le stesse si pongono di fronte ad altre situazioni che meriterebbero ben altra considerazione: il problema dei profughi palestinesi, la disperazione della Bosnia, le sconosciute situazioni di conflitto e di fame presenti in Africa… Ciò che mi affligge di più, comunque, in questa ripresa del conflitto sono due cose. Il terrore di dover ripetere, in un mondo di sordi, le stesse argomentazioni contro la guerra; di dover risentire le filastrocche sul pacifismo a senso unico; di dover rispondere che il pacifismo si desta solo quando c’è puzza di America… E poi il dover constatare che gli interessi economici prevalgono sui più elementari diritti umani. Si aprono i flash sulla Somalia, sull’Iraq. Ma si chiudono luci e cuore, quando ci sono di mezzo i poveri».

È un appunto autografo, curiosamente senza luogo né data, considerata l’attenzione dell’autore per i dettagli. A scriverlo è don Tonino Bello, ora venerabile, e a riproporlo all’attenzione dei lettori è Giancarlo Piccini, presidente della Fondazione intitolata al vescovo salentino, nel libro Anticorpi di pace – Pagine inedite e ritrovate (San Paolo, pp. 176, euro 15). Una riflessione provocatoria, com’è nello stile di don Tonino, e quanto mai attuale nell’Europa divenuta di nuovo palcoscenico di una guerra fratricida che l’agenda del media system, dopo la commozione iniziale, sembra quasi aver archiviato, relegandola in fondo a quotidiani e Tg.

Piccinni, nel commentare questo scritto «che ho ricevuto da don Tonino nel 1993 ma che rappresenta a tutti gli effetti un inedito», si lascia andare a un moto di scoramento, come se la profezia di pace di don Tonino fosse – a dispetto dell’affetto che suscita tra credenti e no – qualcosa del passato o, peggio, di ripetitivo e noioso da archiviare in fretta. «Penso a quante volte, andando in giro per piazze, chiese, teatri», commenta Piccinni, «abbiamo proposto la lezione di pace di Tonino Bello e mi tornano in mente i commenti dei soliti benpensanti: “Sempre le stesse cose, sempre a parlare di pace. Siete monotoni, ripetitivi. Annoiano questi argomenti: ormai la guerra non può più tornare”. E allora, mi chiedevo, perché continuiamo ad armarci? Perché tanti investimenti sulle armi, sull’impero della morte? Perché non investire in salute, in istruzione? Perché non combattere la fame, le malattie, le disuguaglianze? In una parola perché armarci e non amarci?».

Il volume, che vede la prefazione del cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione per le Cause dei santi, è diviso in due parti: la prima riporta alcuni scritti inediti di don Tonino (lettere, omelie, appunti) e la seconda una raccolta d’interventi di Piccini collocati in momenti diversi: la visita nel 2018 di papa Francesco ad Alessano e Molfetta, la pandemia, il ricordo del fratello di don Tonino, Marcello. Piccinni riporta anche il discorso che don Tonino, da presidente nazionale di Pax Christi, pronunciò nel 1989, davanti a un’Arena di Verona traboccante di gente, in occasione di un incontro promosso dai “Beati costruttori di pace”. Molto interessante è l’intervista che rilasciò a margine di quell’evento e che è riportata nel volume. A chi gli chiede se l’attività di Pax Christi proseguirà senza incontrare ostacoli, don Tonino risponde: «È difficile come per ogni è lavoro creativo che richieda impegno e, soprattutto, sforzo per coscientizzare la gente. È difficile, si trovano tante difficoltà. A volte anche all’interno dell’ambiente ecclesiale c’è qualche diffidenza. Ma è giusto che sia così, è fisiologico sarei per dire. Però vediamo anche un’economia sommersa straordinaria: di grazia, di entusiasmo, di voglia di proseguire per questa strada. Noi abbiamo tantissima fiducia, anche perché poi stiamo facendo gli interessi della “ditta”, cioè del Signore, che è il Re della pace».

Concludiamo con una nota a margine. Il 10 agosto di quest’anno ricorrono i 40 anni della nomina episcopale di don Tonino Bello a vescovo della diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi. Negli archivi della Fondazione è conservata, una lettera, anch’essa inedita, che don Tonino inviò nel luglio del 1982 a Giovanni Paolo II per accettare, sia pure a malincuore, la nomina: «La mia accettazione», scrive, «oltre che carica di incertezze, è anche permeata di molta tristezza: mi fa così soffrire il pensiero di dover lasciare questo popolo che ho amato e servito per tre anni, che riterrei una grazia straordinaria del Signore poter continuare a lavorare nella mia parrocchia (quella della chiesa Matrice di Tricase, in provincia di Lecce, ndr) ancora per qualche tempo. Se non insisto per essere liberato da questo onore e da queste responsabilità che mi spaventano è perché temo di intralciare i disegni di Dio».

In queste poche righe è condensato tutto lo stile di don Tonino e soprattutto, scrive Piccinni, «il suo intendere il ministero nella Chiesa sempre a servizio del popolo». 

Tonino Bello. La convivialità dei volti via verso la casa comune


Caro direttore,

si ripete spesso che papa Francesco e il venerabile don Tonino Bello, formano un «binomio affascinante». L’ultima attestazione è data da una recente riflessione del pontefice – anticipata proprio su ‘Avvenire’ – nella quale egli scrive che don Tonino, è stato un «instancabile profeta di pace, il quale amava ripetere: i conflitti e tutte le guerre ‘trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti’». Il tema del volto, infatti, è uno dei capisaldi del pensiero di don Tonino. Esso trova il suo fondamento nella Sacra Scrittura e in una riflessione filosofica che annovera grandi correnti di pensiero del ’900, dalla fenomenologia di Edmund Husserl, con la distinzione tra fenomeno ed essenza, all’importanza della relazione interpersonale e della responsabilità etica a cui si riferiscono Emmanuel Lévinas e Romano Guardini.

Sul versante biblico, vale la pena di richiamare uno studio di Massimo Grilli, nel quale la tematica del volto è presentata quale categoria fondamentale per accogliere la rivelazione divina ed esprimere l’intersoggettività dialogica che si apre alla trascendenza. In un passaggio, egli afferma: «Solo la ricerca del Volto dà senso a ciò che facciamo e agli abissi di tenebra e di vuoto, di inconsistenza e di abbandono, che ogni vita comporta». D’altra parte, la stessa etimologia del termine ‘volto’ indica l’essenza profonda della persona umana e lo specchio dell’anima e della volontà. Se l’ebraico panim, che è sempre un plurale, esprime un significato relazionale, la preposizione pros della parola greca prosopon indica l’orientamento dello sguardo verso l’altro. Anche i due termini latini, facies e vultus, richiamano la profondità della persona con i sentimenti, le speranze e le attese. «Grazie al volto dell’altro, che riconosco distinto dal mio, – scrive Grilli – divento cosciente della differenza e ritrovo la capacità di essere autenticamente me stesso e di sviluppare un progetto per la mia esistenza». Il volto dell’altro, accolto e conosciuto, rivela dunque il volto di Dio.

Sul versante filosofico, il volume curato da Daniele Vinci ‘Il volto nel pensiero contemporaneo’, fornisce un’ottima mappa topografica dei luoghi più importanti in cui si svolge la sfida del volto nel panorama contemporaneo. Il libro parte da un excursus storico-filosofico sull’etimologia del termine ‘volto’, richiama alcuni saggi di carattere teoretico e approfondisce il pensiero di autori vari che hanno trattato la tematica, fino a affrontare differenti punti prospettici.

A questa visione biblica e filosofica, fa riferimento Lévinas, cultore di Heidegger ed Husserl e studioso appassionato del Talmud e della letteratura russa. Soprattutto nel suo saggio ‘Totalità e Infinito’, attraverso il tema del volto egli spiega la relazione con l’Altro e la sua rivelazione. In questa linea, a suo giudizio, l’Occidente dovrebbe procedere a un profondo cambiamento di paradigma per accogliere un ethos che sappia coraggiosamente «vivere altrimenti dall’essere», assumendo il primario compito dell’accoglienza e della responsabilità di fronte all’altro. L’etica del volto è la vera formula per realizzare nel terzo millennio il sogno della fraternità e la speranza della pace. Sollecitato e condividendo la proposta filosofica di Lévinas, Italo Mancini afferma che «nell’età futura (il terzo millennio!) il termine comprensivo di tutto dovrà diventare l’altro e il suo volto, biblicamente il prossimo, e gli si stenderà intorno una cultura di pace, e comincerà ad albeggiare, finalmente, il Vangelo». L’insegnamento di don Tonino Bello ha alla base questa proposta culturale. Egli non solo ha studiato i testi di questi maestri, ma ha instaurato una relazione personale in modo particolare con don Italo Mancini, grande estimatore del Capo di Leuca, territorio da lui amato e frequentato anche per trovare ispirazione nella stesura dei suoi scritti. L’afflato umano, culturale e spirituale con questi autori ha dato solidità all’impegno e alla testimonianza di don Tonino, giustamente additato da papa Francesco come «instancabile profeta di pace». In questo tempo di guerra, il suo insegnamento fa risplendere l’idea che la coesistenza, la riconciliazione e la convivialità dei volti, risolte nello svuotamento di sé e nell’amore del prossimo, è la via per ritrovare la casa comune: la patria della pace.

di Vito Angiuli Vescovo di Ugento Santa Maria di Leuca

In questo 20 aprile 2022 si celebra il 29esimo anniversario del transito del venerabile vescovo Tonino Bello

«Dio non è una polizza assicurativa contro il rischio»: la Quaresima secondo don Tonino

S’intitola il Decalogo di don Tonino Bello per essere uomini fino in fondo e santi fino in cima il messaggio del vescovo della diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca Vito Angiuli in occasione della Quaresima di quest’anno segnata dal drammatico conflitto in Ucraina. Ecco il testo integrale:

Caro/a amico/a,

questo messaggio ti giunge mentre venti di guerra soffiano in Europa. In questo drammatico scenario, gli insegnamenti di don Tonino Bello appaiono di una rilevanza ancora maggiore. Lasciati attirare dal suo luminoso esempio di vita e compi un intenso cammino quaresimale per invocare la pace e rafforzare lo stile sinodale della nostra Chiesa particolare.

La Quaresima di quest’anno è illuminata dall’annuncio della venerabilità di don Tonino Bello. Abbiamo gioito e celebrato l’evento, ora dobbiamo più intensamente imitarne l’esempio. La Quaresima è il tempo opportuno per intensificare quanto siamo chiamati a vivere tutto l’anno. È il cammino di conversione e di rinnovamento da percorrere “seguendo le orme di Cristo”. Ora possiamo anche dire: seguendo le orme di don Tonino. Con la sua vita, egli ci ha additato l’umanità di Cristo come modello insuperabile da tenere fisso davanti ai nostri occhi per realizzare in noi “l’uomo perfetto”. Guardando a lui saremo raggianti, purificheremo i nostri sensi materiali e spirituali e così, finalmente, vedremo “l’uomo nuovo”, fatto a sua immagine e somiglianza e modelleremo la nostra umanità in un continuo movimento di conformazione a Cristo e di trasfigurazione in lui. Per realizzare tale cammino, don Tonino ci suggerisce di vivere questi “esercizi spirituali” quaresimali.

1. Tendi l’orecchio per ascoltare

Il primo esercizio è ascoltare, compito fondamentale anche del cammino sinodale. Ascoltare vuol dire tendere gli orecchi a Dio che parla nel cuore e all’uomo che parla nella vita. Essenziale è avere un cuore docile cioè «in ascolto» (1Re 3,9) sostando davanti «al Signore del tabernacolo e al tabernacolo del Signore» (A. Bello, Il tabernacolo del Signore. Ai piedi della croce). Se rimani in silenzio udrai la Voce silenziosa e possente del Dio ineffabile e inaccessibile e quella flebile e straziante dell’uomo che grida la sua sofferenza e il suo dolore. Taci, ascolta il silenzio adorante del mistero di Dio e il silenzio di condivisione e compassione delle domande dell’uomo. Nell’umile acconsentimento alla Parola di Dio e in risposta d’amore alle necessità del fratello, la preghiera si farà azione e l’azione si trasforma in contemplazione.

2. Purifica gli occhi per vedere e discernere

Come il saggio, devi avere «gli occhi in fronte» (Qo 2,14) per fissare il tuo sguardo su Cristo e guardare con gli occhi di Cristo. Dovrai avere «la mira puntata sul principio di tutto, su Cristo, virtù assoluta e perfetta in ogni sua parte, e quindi sulla verità, sulla giustizia, sull’integrità; su ogni forma di bene» (Gregorio di Nissa, Omelie sull’Ecclesiaste, 5). Dovrai anche avere «occhi per vedere le necessità dei fratelli» (Preghiera eucaristica V4). A fare problema – scrive don Tonino -non sono le “muove povertà”, ma gli “occhi nuovi” che ci mancano e ci impediscono di vedere non solo le miserie nuove “provocate” dagli occhi antichi, ma anche quelle che dagli occhi sono “tollerate” o vengono “rimosse” (cfr. vol. II, 408-410, pp. 396-397). Avere “gli occhi in fronte” vuol dire scrutare i segni dei tempi (cfr. II, 331-339, pp. 285-296).

3. Apri la bocca per pregare, annunciare e insegnare

Preghiera, annuncio e insegnamento scaturiscono dall’obbedienza al comandamento di Dio: «Apri la tua bocca, la voglio riempire» (Sal 80,11). È Dio a mettere sulla tua «bocca un canto nuovo» (Sal 39,4). Solo allora la recita dei salmi si aprirà alla grazia della preghiera, passando dalla ripetizione delle parole, alla meditazione della mente fino a giungere alla sapienza del cuore. Dall’abbondanza del cuore (ex abundantia cordis) sgorgherà l’annuncio e l’insegnamento. Le parole ripetute accorderanno la lingua e il cuore (san Benedetto, «mens nostra concordet voci nostrae», Reg 19,7) e proclameranno le meraviglie del Signore. Quando si imprimeranno nel silenzio della tua anima, ti accompagneranno per tutto il giorno e per giorni interi, fin quando non ci sarà più bisogno di recitazione e di ripetizione, perché entrerai nel silenzio di una preghiera senza parole e sperimenterai il santo timor di Dio. Prega dunque: «Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode» (Sal 50,17). La tua parola si farà fecondo annuncio, l’insegnamento sarà carico di sapienza, la supplica si volgerà in domanda, la domanda si trasformerà in invocazione e l’invocazione esploderà nel rendimento di grazie.

4. Lascia che la bellezza della liturgia scavi il tuo cuore

Il mistero irrompe per viam pulchritudinis, attraverso segni sensibili colmi di bellezza, quali sono le azioni liturgiche. «La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi» (Evangelii gaudium, 24). L’esperienza liturgica avviene attraverso il regime dei segni (cfr. Sacrosanctum Concilium, 7), secondo la linea che va dall’Incarnazione alla celebrazione: «Quanto del nostro Redentore era visibile è passato nei sacramenti» (Leone Magno, De Ascensione Domini II, 2). La bellezza «non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ma è elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione» (Sacramentum caritatis, 35). È la bellezza di Cristo, del suo Vangelo, dei suoi misteri, della sua morte e risurrezione, della sua presenza viva che rende bella, buona, desiderabile, attraente, l’azione liturgica. Si va dunque dalla bellezza del mysterium Christi alla bellezza dell’azione che lo rende sacramentalmente presente. L’invisibile si rende visibile e scava nel tuo cuore un pozzo profondo di luce e di pace in cui, come in un riflesso, il mistero si vede, si guarda e si contempla. Risuona così il fascino dell’imperativo: «Seguimi!» (Mt 9,9) a cui fa eco la tua pronta risposta: «Eccomi, manda me» (Is 6,8).

5. Apprendi la sapienza della vita

Seguire Cristo vuol dire imparare la sapienza della vita (cfr. Sir 1,1-22). Nessun cammino di fede è senza prove. La tentazione non è un incidente di percorso, ma è parte integrante del discepolato; è un’interruzione, l’apertura di una faglia, una ferita, una “frattura instauratrice” (Michel de Certau). Ma proprio quando lo scorrere lineare e prevedibile del cammino si fa incerto, se non impossibile, quando i conti non tornano, gli ideali sfioriscono e le aspirazioni evaporano, Dio irrompe per trasformare il chronos in kairos; non un tempo da cui fuggire, ma un evento da abitare e da vivere sotto l’azione dello Spirito che spinge nel deserto e, in quel luogo impervio e difficile, entra dolcemente e impetuosamente come difensore e liberatore, per consolare con la tenerezza affettuosa di una madre e mostrare la premurosa vicinanza e delicatezza di un amico. Devi accettare la durezza resistente e respingente della realtà. Non sempre “quello che capita” coincide con ciò che desideri, né puoi sapere in anticipo se sarà foriero di realtà positive o di nuove ostilità. Prudenza, pazienza e perseveranza sono le virtù dei forti e dei coraggiosi. Fidati e affidati a Dio, non come se fosse una polizza assicurativa contro il rischio e neppure come una scommessa frettolosa e sconsiderata, ma come segno affettuoso di chi, senza “rete di protezione”, si getta nelle braccia dell’amato, sorretto solo da un’illimitata fiducia in lui, nella serena certezza che, anche se è nascosto e invisibile, il Signore è ti vicino e ti accoglierà con la dolce forza del suo amore misericordioso.

Il Servo di Dio don Tonino Bello (1935-1993) è stato dichiarato venerabile il 25 novembre scorso

6. Gusta le gioie genuinamente umane

Lo sconvolgente messaggio del Concilio Vaticano II è «“gustare le gioie genuinamente umane”. Per quanto limitate e forse anche banali, esse faranno battere il tuo cuore. Queste gioie «non sono snobbate da Dio, né fanno parte di un repertorio scadente che abbia poco da spartire con la gioia pasquale del Regno. La felicità per la nascita di un amore, per un incontro che ti cambia la vita, per una serata da trascorrere con gli amici, per una notizia sospirata da tempo, per l’arrivo di una creatura che riempie la casa di luce, per il ritorno del padre lontano, per una promozione che non ti aspettavi, per la conclusione a lieto fine di una vicenda che ti ha fatto a lungo penare… questa felicità fa corpo con quella che sperimenteremo nel Regno. È la gioia che ci proietta nell’eternità. È la gioia che proveremo nel cielo, molto più grande dell’estasi che ti coglie davanti alle montagne innevate, alle trasparenze di un lago, alle spume del mare, al mistero delle foreste, ai colori dei prati, ai profumi dei fiori, alle luci del firmamento, ai silenzi notturni, all’incanto dei meriggi, al respiro delle cose, alle modulazioni delle canzoni, o al fascino dell’arte» (III, 229-230, n. 151- 152).

7. Stendi le mani per abbracciare e accarezzare

Anche le mani hanno una loro intelligenza. L’esperienza tattile è la prima lettura della realtà che ci circonda, solo successivamente si impara a vedere e a correggere le imprecisioni della vista. Il tatto è il senso più complesso perché non riguarda un organo preciso come gli altri sensi. È il più compromettente, perché è prossimità, relazione, confidenza. È il più umano e il più mistico dei sensi. Il suo è un linguaggio non verbale che puoi utilizzare istintivamente per manifestare i tuoi sentimenti, per far sentire a chi ti sta vicino l’amore che nutri. Toccare significa comprendere, conoscere se stessi e il mondo e rafforzare l’autostima, la sicurezza, il conforto della compagnia. A differenza degli idoli, anche Gesù non teme il contatto con le malattie e le impurità, anzi si fa toccare dalla sofferenza. La gente tocca Gesù e chiede di essere toccata, guarita e salvata da lui. Le tue mani siano come le sue: strumenti sensibili capaci accarezzare e di trasmettere amore e accoglienza. Anche il tocco attraverso l’abbraccio ha effetti positivi. Abbracciare è un modo meraviglioso per dare amore a chi ti circonda ed è uno strumento per accarezzare l’anima di chi ti è vicino.

8. Muovi i tuoi piedi sui passi degli ultimi

Non è sufficiente “camminare insieme”. Fondamentale è stare “insieme per camminare”. Solo quando comprendi la gioia di relazionarti con il fratello e la sorella che ti sono accanto il tuo cammino si riempirà di senso e acquisterà un valore più alto, tanto che il fatto stesso di camminare insieme costituirà la prima testimonianza di amore e di fede in Cristo Risorto. Devi camminare “sul passo degli ultimi”. È la logica del Vangelo, il segno eloquente della presenza del Signore nel mondo, il primo visibile modo per testimoniare e mostrare a tutti il Signore che cammina ancora con noi, nel nostro tempo, accanto ai nostri passi (cfr. I, 351-353, pp. 287-289). Da qui l’importanza di vivere con intensità il cammino sinodale.

9. Conta, se puoi, il numero delle stelle

Stupisce la creazione, continuo miracolo e infinita distesa di splendore che si mostra continuamente e silenziosamente sotto i nostri occhi; universo di immensa e sterminata ricchezza di bellezza che sfavilla in mille forme, in mille sfumature e mille gradazioni di luce; cosmo insuperabile di armonia dei suoni e consonanza di colori. «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle!» (Gn 15,5) dice Dio ad Abramo, numerosa è la discendenza che sta per regalargli. Con somma meraviglia egli scoprirà di essere chiamato a diventare “padre di molti popoli” (cfr. A. Bello, Ad Abramo e alla sua discendenza). Anche a te, ogni volta che vuole liberare il tuo sguardo dalla tristezza di rimanere soli, dal dolore di non essere amato da nessuno, dalla paura della sofferenza e della morte, Dio dice: «Conta le stelle!». Se ti eserciti a contare le stelle avrai imparato a spostare la sguardo da te per puntarlo verso la luce divina che non tramonta e risplende in ogni frammento del creato. Dovunque potrai scorgere sprazzi di luce che illuminano non solo il cielo stellato, ma anche gli angoli più oscuri della terra. Guarda tutto il creato, in terra un manto di gemme e, in cielo, un velo azzurro trapunto di mille fulgide stelle. Affacciati anche tu alla finestra della tua vita, non riuscirai a contare tutte le meraviglie che Dio ha operato e continua a realizzare in te e attraverso di te. Scoprirai che «le stelle stanno a guardare (the stars look down)» e brillano «di gioia anche per te» (Bar 3,35).

10. Sogna i sogni dei poveri

Vivere è sognare. Il sogno però, non è fuga in un mondo onirico, ma è entrare nel «teatro dei poveri» (V, 55, p. 55), il luogo dove si consumano le sorti degli ultimi della terra, non nella forma della commedia o della tragedia, ma dell’assunzione di responsabilità. In questo teatro, si impara a sognare «anche per conto terzi» (V, 56, p. 56). Non solo sogni personali, ma “sogni planetari”, non “piccoli sogni”, ma “sogni cosmici e universali”, dove si coltivano le speranze di tutti, i progetti di rinnovamenti globali e di cambiamenti radicali, scenari di un nuovo assetto della società. Farsi solidali con i sogni dei poveri significa anche «interpretare» (VI, 286, pp. 291-292). e imparare a «sognare con essi: perché solo chi sogna può evangelizzare» (VI, 286, p. 292). Se, infatti, «uno sogna da solo, il suo rimane un sogno. Ma se sogna insieme con gli altri, il suo è già inizio della realtà» (V, 58, p. 58).

Famiglia Cristiana

“Arrivò un sacerdote di nome Tonino e il paese cambiò: la domenica andavamo a messa due volte”

Don Tonino in pochissimo tempo aveva cambiato il volto del mio paese. Non era tanto il suo fascino naturale, unito a uno straordinario talento comunicativo che avevano contagiato la popolazione. Era piuttosto l’amore che traspariva da tutto ciò che faceva e diceva

Alla fine degli anni ’70 a Tricase arrivò un prete, rimase solo tre anni, ma furono sufficienti perché tutto cambiasse. Si chiamava don Tonino Bello. All’epoca ero un adolescente che abitava a Depressa, la vicina frazione che non passa inosservata per il suo nome bizzarro, e frequentavo la parrocchia per tradizione familiare e per dovere sociale. Nel Capo di Leuca si era cattolici come nella Bassa modenese si era comunisti. La chiesa, come il Pci in Emilia, era un’istituzione che non si discuteva. Durante il periodo delle elezioni a Depressa alla fine della messa era consuetudine del nostro combattivo sacerdote ricordare ai parrocchiani il loro dovere di votare “liberamente, ma che sia un partito democratico, cristiano e scudocrociato”.

Così l’importanza che il parroco dava alla vittoria dello schieramento appoggiato dalla Chiesa rischiava di fare della fede una questione d’identità politica. Questo fu uno dei motivi per cui i miei genitori decisero di frequentare anche la messa del nuovo sacerdote della chiesa madre di Tricase. Per non dispiacere l’anziano don Luigi, la domenica mi capitava di andare alla messa delle 7 a Depressa, e poi con la famiglia a quella delle11 a Tricase celebrata da don Tonino. Erano due mondi agli antipodi, entrambi affascinanti, che hanno alimentato il mio immaginario cinematografico. La vita di Depressa era scandita dai doveri religiosi che il pastore della comunità faceva osservare al suo gregge. Il giorno iniziava con il Mattutino, seguito dalla messa prima, a mezzogiorno si recitava l’Angelus, alle 15 l’Ora media, si proseguiva alle 18 con i Vespri e il rosario, subito dopo, infine, la messa vespertina. Nei giorni feriali era richiesta la partecipazione ad almeno una preghiera in chiesa, ma la domenica, giorno in cui si celebravano ben tre messe, don Luigi mal tollerava l’assenza di qualcuno dei suoi parrocchiani. Alla prima occasione, il “senzadio” sarebbe stato aspramente rimproverato.

Era uno stakanovista della religione e dell’ordine pubblico. In paese veniva rispettato e temuto come un maresciallo dei carabinieri. Dopo la messa della sera faceva il suo solito giro di ronda. Quando passava davanti al bar, gli uomini si nascondevano, i pochi che non facevano in tempo si ammutolivano davanti alla sua figura imponente – era un omone grande e grosso – temendo le conseguenze della sua ira. Le tirate d’orecchie con trascinamento per metri lungo la navata e gli scuotimenti della testa dopo aver afferrato ciocche di capelli erano generalmente riservate ai ragazzini, ma se riteneva lo meritassero, non sfuggivano alla punizione maturi contadini ubriachi o giovani molesti durante le funzioni.

A messa gli uomini e le donne erano rigorosamente separati. A sinistra del corridoio centrale sedevano i maschi: prima i bambini nei banchi davanti, poi a scalare i giovani, gli uomini sposati, infine gli anziani. Le donne si sistemavano sulla parte destra: nelle prime file le ragazze con il velo di pizzo bianco, subito dietro le signore sposate con il velo beige – in mezzo spuntava qualche audace madre di famiglia con il fazzoletto a fiori – alla fine le anziane vedove e anche qualcuna più giovane che aveva subito un lutto recente, tutte in nero integrale, dal maccaluru legato intorno al capo alle calze. A Depressa non c’era mai stato un Peppone, e il nostro don Camillo salentino era il capo assoluto del paese.

A due chilometri di distanza, a Tricase, si respirava tutt’altra aria.  Don Tonino in pochissimo tempo aveva cambiato il volto del paese. Non era tanto il suo fascino naturale, unito a uno straordinario talento comunicativo che avevano contagiato la popolazione – è qualcosa che possono anche avere le persone di spettacolo e i politici – era piuttosto l’amore che traspariva da tutto ciò che faceva e diceva. Il suo stesso volto non avrebbe avuto quella forza d’attrazione senza la luce che possiede solo chi considera un fratello ogni uomo e ogni donna, chi si meraviglia del miracolo quotidiano della natura, chi si affida a un Dio buono e misericordioso; chi è capace di amare, insomma. Da ragazzo lo ammiravo molto, ma da lontano. Abituato a un’altra figura di prete, di fronte a cui si doveva provare rispetto e soggezione, la novità di don Tonino mi toccava profondamente, ma allo stesso tempo mi rendeva incapace di articolare il vulcano di emozioni che mi trasmetteva. Solo anni dopo ho capito quanto don Tonino mi abbia influenzato nella scelta di fare l’artista. Non solo i suoi cineforum con film audaci per una rassegna parrocchiale, ma anche gli incontri nei quali le persone potevano dibattere con passione senza settarismi, e quelli più ristretti dove gli si poteva chiedere qualsiasi cosa, sono stati un’epifania di libertà.  Fino ad allora non pensavo che qualcuno potesse chiedere a un prete se avesse mai amato o addirittura provato attrazione fisica per una donna. Don Tonino era aperto a ogni domanda. Riusciva a farti innamorare di tutto, dalla grande letteratura al calcio, dalla devozione per la Madonna alla sua passione per il mare.  Poi ben presto sono stato mandato a studiare in un collegio lontano dalla Puglia, e poco a poco l’ho perso di vista, infine, definitivamente, quando è diventato vescovo di Molfetta.
Anni dopo, quando don Tonino era già morto da qualche tempo, ho scoperto con stupore quanti miei amici e sodali di quello che con retorica viene chiamato il “rinascimento pugliese”, erano stati influenzati dalla sua personalità. Personaggi come Guglielmo Minervini, Nichi Vendola, Elvira Zaccagnino, Giorgia Cecere, Carlo Bruni, Goffredo Fofi, Virginia Peluso, Andrea Facchini, Francesco Comina, Gemma D’Ambrosio, Rosa Siciliano, Carlo Montedoro, me lo hanno fatto riscoprire in modo più maturo e profondo. Chi in un modo, chi in un altro, erano tutti discepoli di don Tonino, qualcuno attivamente, qualcun altro nello spirito.
Potrei continuare a scrivere ancora su questo uomo, allo stesso tempo immenso e umile, ma vorrei solo spingere tutti a conoscerlo meglio, a chiedere di lui, a leggere i suoi libri, a farsi ispirare da una persona intelligente come poche, piena di talento e soprattutto buona. Don Tonino è stata la prova vivente che una sola persona, se innamorata dei suoi simili e, nel suo caso, di Dio, può fare la differenza. Lui l’ha fatta a Tricase e a Molfetta e ancora oggi se ne vedono i frutti, non solo in Puglia ma in tutto il mondo. Da parte mia posso dire che il suo entusiasmo per la vita, la sua passione per la letteratura e in generale per l’arte hanno avuto un ruolo importante nella mia scelta di fare il regista di cinema. Il suo era amore per la bellezza e questa va sempre insieme con la bontà. Per questo suo insegnamento io gli sono immensamente grato.

fonte: repubblica.it

 

Natale. A Betlemme con don Tonino Bello

Santi, mistici, poeti ci accompagnano nel cammino verso il Santo Natale. A partire dallo sguardo al presepe, che spiega il Papa, “è come un Vangelo vivo”

a Natività affrescata da Giotto nel transetto destro della Basilica inferiore di San Francesco d'Assisi

(la Natività affrescata da Giotto nel transetto destro della Basilica inferiore di San Francesco d’Assisi)

Il Natale ispira da sempre mistici e poeti. Lo stupore davanti alla follia d’amore di un Dio che decide di farsi uomo, fa cantare e invita alla preghiera. Per capirlo basta fermarsi un attimo in silenzio davanti al presepe. Scrive il Papa nella Lettera apostolica “Admirabile signum”: «Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui».

In una delle sue pagine più note dedicate al Natale don Tonino Bello il vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi e presidente di Pax Christi morto nel 1993 a 58 anni, scrive, ispirato:

(…) Andiamo fino a Betlemme, come i pastori. L’importante è muoversi. Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita.
Mettiamoci in cammino, dunque, senza paura. Il Natale di quest’anno ci farà trovare Gesù e, con Lui, il bandolo della nostra esistenza redenta, la festa di vivere, il gusto dell’essenziale, il sapore delle cose semplici, la fontana della pace, la gioia del dialogo, il piacere della collaborazione, la voglia dell’impegno storico, lo stupore della vera libertà, la tenerezza della preghiera.
Allora, finalmente, non solo il cielo dei nostri presepi, ma anche quello della nostra anima sarà libero di smog, privo di segni di morte e illuminato di stelle.
E dal nostro cuore, non più pietrificato dalle delusioni, strariperà la speranza.

DON TONINO BELLO, UN PRETE NEL SUD DEL SUD. Alcuni libri per conoscerne la figura spirituale

L’8 dicembre 1957 fu ordinato sacerdote. In questa riflessione, Giancarlo Piccinni, presidente della Fondazione che porta il nome del vescovo di Molfetta, ricorda gli anni della formazione, specialmente quelli vissuti all’Onarmo di Bologna (si studiava il pensiero sociale della Chiesa, si approfondiva la storia del movimento sindacale, si frequentavano le fabbriche e si leggeva il Vangelo con gli operai) che segnarono profondamente il futuro alfiere della Chiesa col grembiule, presidente nazionale di Pax Christi.

da Famiglia Cristiana

Alcuni libri di don Tonono Bello in offerta su Amazon

Al via #cartadileuca2020: sulle orme di don Tonino Bello

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Dall’11 al 14 agosto si svolge via web la V edizione del Meeting dei giovani per la Pace nel Mediterraneo. Quest’anno il documento finale sarà redatto dagli stessi ragazzi veri protagonisti dell’iniziativa. Incarnare il messaggio di unità del “vescovo col grembiule” don Tonino – la cui fase diocesana della causa di beatificazione si è aperta il 2010 a Molfetta – è l’aspirazione e il desiderio della Fondazione che dal 2016 organizza l’evento
Vivere sulle diverse sponde del Mediterraneo, lontani gli uni dagli altri, ma non troppo. Proprio come su di una scacchiera fatta di colori, culture e religioni diverse ma con una possibilità comune: incontrarsi e imparare a dialogare. L’obiettivo? Costruire un futuro migliore. E’ il senso della Carta di Leuca – quest’anno alla V edizione – laboratorio interculturale e interreligioso dei giovani che vogliono impegnarsi per costruire la pace.

Molto ricco il programma di questa edizione iniziata nella mattinata di oggi, con il saluto di don Stefano Ancora, presidente della Fondazione e il messaggio di monsignor Vito Angiuli, vescovo di Ugento–S. Maria di Leuca. Nella mattianta, gli interventi di Romano Prodi, inviato speciale dell’Onu per il Sahel, e di Adriano Giannola, presidente Svimez. Previa iscrizione, l’appuntamento serale è alle 19 su Zoom per un confronto in aule digitali. Tutte le informazioni sono reperibili sul sito della Fondazione “Terre del Capo di Leuca – De Finibus Terrae”, che ha organizzato l’evento grazie anche ad una rete di collaborazioni.

“Carta di Leuca muove i suoi passi per valorizzare e attualizzare l’eredità culturale e spirituale di Don Tonino Bello, che in questa terra nacque e oggi riposa”