La Chiesa di fronte alla sfida della criminalità organizzata. Strade inconciliabili

Italia

L’Osservatore Romano

don Pino Puglisi
Il peccato di mafia. Annunciare il Vangelo significa anche ribadire la netta inconciliabilità tra mafia e vita cristiana. È quanto afferma Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace e postulatore della causa di canonizzazione di padre Pino Puglisi, nel volume Scomunica ai mafiosi? Contributi per un dibattito (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2018, pagine 154, euro 14).

Papa Francesco a Palermo il 15 settembre: omaggio a don Puglisi

Don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia beatificato cinque anni fa

Don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso dalla mafia beatificato cinque anni fa

Papa Francesco tornerà in Sicilia il 15 settembre e visiterà le Chiese di Palermo e Piazza Armerina nel giorno del 25° anniversario del martirio di don Giuseppe Puglisi. Lo ha ufficializzato sabato 26 maggio la Prefettura della Casa Pontificia, ma la notizia era nell’aria da settimane ormai, perché da più parti era giunta al Pontefice la richiesta di visitare i luoghi del parroco di Brancaccio, ucciso dalla mafia la sera del suo 56° compleanno e per questo beatificato cinque anni fa. Don Puglisi toglieva dalla strada ragazzi e bambini che, senza il suo aiuto, sarebbero stati risucchiati dalla vita mafiosa e impiegati per piccole rapine e spaccio. Fu questa la principale causa dell’ostilità dei boss, che lo consideravano un ostacolo. I capimafia Giuseppe Filippo Graviano decisero di ucciderlo, dopo una lunga serie di minacce di morte di cui don Pino non parlò mai con nessuno. Un colpo di pistola alla nuca davanti al portoncino della sua abitazione mise fine alla sua vita terrena, ma diede inizio a molti frutti di conversione. Guardando negli occhi gli assassini, don Pino disse: «Me l’aspettavo».

I dettagli del programma di celebrazioni saranno divulgati lunedì 28 maggio al Palazzo arcivescovile di Palermo. Ma è già grande l’emozione e l’attesa per questa «visita pastorale che confermerà la Chiesa siciliana che riesce a incarnare il Vangelo nella vita sociale, negli uomini concreti e ha bisogno di una parola che li riscatti» commenta a caldo l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. Una realtà ecclesiale e sociale importante, «fatta di accoglienza dei migranti e di tante povertà – aggiunge Lorefice –. La visita di papa Francesco è una scelta luminosa, darà slancio missionario, aiuterà il presbiterio e il popolo santo di Dio a essere una Chiesa in uscita». Interviene anche l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace e postulatore della causa di beatificazione di don Puglisi, Vincenzo Bertolone: «È la riaffermazione della vitalità del modello incarnato dal parroco di Brancaccio che vive in pienezza la sua missione in contesti mafiosi», la scelta di Francesco è «l’invito ad andare avanti senza cedimenti sulla strada del Vangelo». «Proviamo un grande senso di gratitudine nei confronti del Papa. È un dono inaspettato da parte sua, il dono di dare attenzione al territorio della Sicilia centrale, che purtroppo vive una condizione difficile dal punto di vista economico e dell’emigrazione» afferma il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, un territorio che rappresenta «una periferia esistenziale pur essendo al centro della Sicilia». Il Pontefice incontrerà i fedeli della diocesi, il 15 settembre, alle 9, nella piazza Falcone e Borsellino, poi in mattinata si sposterà in elicottero a Palermo.

Un viaggio, quello del 15 settembre, che si colloca in continuità con le visite a uomini e donne, figure importanti della Chiesa italiana. Lo scorso 17 marzo il Papa si era recato a Pietrelcina e San Giovanni Rotondo per rendere omaggio a Padre Pio. Il mese successivo il 20 aprile Bergoglio si era recato pellegrino per la seconda volta in Puglia ad Alessano e Molfetta per ricordare la figura e l’apostolato del vescovo don Tonino Bello. Come certamente significativo è stato il gesto del Pontefice di visitare il 10 maggio scorso in Toscana la comunità di Nomadelfia, la tomba del suo fondatore don Zeno Saltini e nella stessa giornata la “cittadella” del Movimento dei Focolari Loppiano e rievocando la figura di Chiara Lubich. Il 20 giugno 2017 si era recato pellegrino alle tombe di don Lorenzo Milani a Barbiana e di don Primo Mazzolari a Bozzolo nel Mantovano.

Libri per crescere lontani dalla mafia

Libri per crescere. Libri per uscire dall’emarginazione. Libri contro la mafia. Sono i libri donati ai ragazzi del Centro di Accoglienza Padre Nostro del quartiere Brancaccio di Palermo per sensibilizzarli all’importanza della lettura e toglierli dalla strada salvandoli dal rischio di finire nelle braccia della criminalità organizzata. È partita oggi, in concomitanza con l’inizio del campo scuola estivo, “I ragazzi del sogno di Padre Puglisi“, l’iniziativa lanciata da Libreriamo, la piazza digitale per chi ama la cultura, e rivolta ai ragazzi del Centro di accoglienza fondato dal beato Giuseppe Puglisi il 16 Luglio del 1991 nel quartiere Brancaccio di Palermo.

I piccoli lettori saranno protagonisti all’interno di Libreriamo di un blog direttamente gestito da loro, “I ragazzi del sogno di Padre Puglisi”, nel quale saranno pubblicate le recensioni dei libri che leggeranno.

Un progetto dal forte valore pedagogico, che ha come obiettivo quello di istruire all’importanza ed al piacere della lettura. L’iniziativa, resa possibile grazie al sostegno della casa editrice Mondadori, la quale ha fornito i primi 30 libri a disposizione dei 15 ragazzi che partecipano al progetto, sposa in pieno la filosofia di #ioleggoperché, la grande iniziativa nazionale di promozione del libro e della lettura organizzata dall’Aie (Associazione Italiana Editori) che quest’anno ha l’obiettivo di portare la lettura nella quotidianità di tutte le persone, contribuendo alla creazione e allo sviluppo di centinaia di biblioteche scolastiche e aziendali.

“Libreriamo da oltre 4 anni si impegna a diffondere la cultura e promuovere la lettura, rendendola accessibile a tutti – afferma il fondatore di Libreriamo Saro Trovato –. Siamo consapevoli del fatto che leggere libri aiuta a sviluppare un maggiore senso civico e permette ai ragazzi di crescere diventando adulti consapevoli e capaci di interpretare la realtà. Per questo abbiamo voluto mettere a disposizione dei ragazzi del Centro di Accoglienza Padre Nostro di Palermo uno spazio all’interno del nostro sito tutto per loro”.

Il Centro di Accoglienza Padre Nostro viene fondato dal beato Giuseppe Puglisi il 16 Luglio del 1991 nel quartiere Brancaccio di Palermo. L’identità e la storia del Centro di Accoglienza Padre Nostro sono fortemente legate alla memoria del suo Fondatore, che fu parroco del quartiere Brancaccio, realizzando un’azione pastorale e pedagogica, portata avanti insieme ai volontari del Centro, nel recupero dei minori e degli adolescenti in un ambiente difficile e pericoloso. Il suo impegno concreto dalla parte dei giovani e dei più deboli e l’appoggio senza riserve a progetti di riscatto provenienti da cittadini onesti, sono la testimonianza di un desiderio di cambiamento fondato sull’attaccamento a Cristo, che lo ha portato ad andare incontro alla morte per mano della mafia il 15 Settembre del 1993.

“Dall’amore per la lettura del fondatore del Centro di Accoglienza Padre Nostro, il Beato Giuseppe Puglisi, i ragazzi del quartiere Brancaccio, in cui spesso i sogni vengono infranti da una realtà dura e spietata, hanno imparato che anche attraverso la conoscenza e la lettura si può combattere per i propri ideali – afferma Rosalba Razzano, responsabile del progetto con il Centro di Accoglienza Padre Nostro -. Arroganze e prepotenze, sub valori, limiti e divieti imposti da uomini crudeli, potenti e influenti, possono essere sconfitti solo attraverso la cultura, che allarga gli orizzonti e lascia intravedere alternative ad un destino che sembra segnato”.

avvenire

Tre anni fa la beatificazione. A lezione da don Puglisi

«Ogni persona che passa nella nostra vita è unica. Sempre lascia un po’ di sé e si porta via un po’ di noi. Ci sarà chi si è portato via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla. Questa è la più grande responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso». Queste parole di Jorge Luis Borges mi sono tornate in mente in questi giorni, incontrando gli studenti di alcune scuole.

Le ho richiamate per esemplificare l’incontro tra me e la figura di padre Pino Puglisi, ‘tre P’, come lo chiamavano gli amici. E le ho ribadite per invitare ad andare a lezione da tre P, a impararne il metodo che ne ha fatto una persona coerente e umanissima, capace d’incidere profondamente, di lasciare una traccia nei cuori e nel territorio. Questa persona unica, don Pino, mi ha lasciato il desiderio d’interrogarmi – anche come Pastore – sulmysterium iniquitatis ancora presente in questo nostro contesto postmoderno, a livello socioculturale, locale, nazionale e internazionale, in cui il Nemico continua a seminare la zizzania ed essa continua a crescere e, talvolta, soffoca il buon grano, da cui il Maestro dei Vangeli ci ricorda che dovrebbe invece provenire la farina e, con il sale e il lievito, il saporito pane.

Quali strumenti abbiamo per combattere la zizzania? Don Pino, dichiarato dalla Chiesa «martire della fede», ci ha insegnato un vero e propriometodo pastorale, non soltanto per arginare e prevenire l’infestazione mafiosa, ma per far crescere positivamente il buon grano del Vangelo, a partire dai ragazzi. Dopo l’Angelus del 26 maggio del 2013, papa Francesco sintetizzò così questa sua lezione: «Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo li sottraeva alla malavita, e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà, però, è lui che ha vinto, con Cristo Risorto. Io penso a tanti dolori di uomini e donne, anche di bambini, che sono sfruttati da tante mafie, che li sfruttano facendo fare loro un lavoro che li rende schiavi, con la prostituzione, con tante pressioni sociali».

Se ha vinto Puglisi, vincerà chi segue il suo metodo, che altro non è che l’annuncio mite e ordinario del Vangelo della tenerezza. Don Pino mette in opera dei fatti concreti (cenacoli del Vangelo, predicazione continua, campi estivi, missioni popolari, letture formative costanti, azione religiosa e sociale di prevenzione, accompagnamento delle giovani coppie, educazione al perdono e alla riconciliazione, insomma evangelizzazione e promozione umana ), che furono, e possono ancora essere, un vero e proprio antidoto silenzioso ed efficace per combattere la mala pianta. Fatti che mettono in crisi la cattiva semina. Il metodo Puglisi s’impegna «per», cioè a favorire la giustizia sociale e la dignità umana.

Sbaglierebbe, dunque, chi cercasse un prete «contro» o un prete-antimafia, magari per teorizzare una Chiesa finalmente né contigua alla mafia, né silente. Il parroco di Brancaccio è il frutto migliore di un processo di bonifica del campo, curato e riportato al suo splendore al culmine di una ricostruzione iniziata, già a metà secolo XX, nelle Chiese del Sud ed estesosi a tutta la Chiesa italiana, sollecitata anche dal magistero pontificio. E tutto questo fa male, veramente male, non soltanto alle piante della zizzania, ma al loro seminatore: il Nemico stesso, che ha paura della testimonianza nuda e cruda della fede.

Si tratta di comprendere il linguaggio della profezia di Puglisi, come suggeriva Mario Luzi nel suo testo teatrale del 2003 sulla morte del beato, Il fiore del dolore. Se è vero il nostro incontro con Puglisi e il suo messaggio di vita, allora andiamo idealmente tra i banchi di scuola a lezione da lui per ascoltare, dalla sua viva voce, la più bella pagina di vangelo da lui vissuta: il martirio.
* Arcivescovo di Catanzaro Squillace e postulatore della causa di canonizzazione del beato Pino Puglisi

Avvenire

PALERMO Don Puglisi è beato: «La mafia ha liberato il chicco di grano»

Un applauso commosso ha salutato le parole della lettera apostolica letta dal cardinale De Giorgi davanti a una folla di 100 mila fedeli al Foro Italico di Palermo. La sua festa si celebrerà il 21 ottobre. L’omelia del cardinale Romeo: «La mano mafiosa che l’ha assassinato ha liberato la vera vita di questo chicco di grano». I messaggi di Napolitano e Pietro Grasso.
IL POSTULATORE Bertolone: dal suo sacrificio un popolo nuovo
INTERVISTA De Giorgi: «Dal suo sangue Palermo ha tratto coraggio» (E. Lenzi)
IL RICORDO Il fratello: «Quando portò un mafioso in chiesa»
LE ASSOCIAZIONI L’Azione cattolica: testimonianza di vita cristiana
avvenire.it
don.puglisi

«Il mio film su don Puglisi mi ha fatto amare i sacerdoti»

DI MIMMO MUOLO  – avvenire 21 luglio 2010

Conquistato da don Pino Puglisi. E da tutti i sacerdoti che, come il prete siciliano ucciso dalla mafia nel 1993, rischiano la vita ogni giorno sul confine dove finisce il terreno della legalità e inizia quello della criminalità organizzata. Al punto che si augura: «Speriamo di non dover mai più fare – né io, né altri – un film come Alla luce del sole ». Roberto Faenza è il regista della pluripremiata pellicola del 2005 (38 riconoscimenti internazionali, un vero record) che ha raccontato la straordinaria vicenda di don Puglisi. Per anni ha studiato la figura del sacerdote martire, per mesi ha respirato l’aria della sua Sicilia e ha visto come vivono, pregano, evangelizzano i sacerdoti nelle terre di mafia. Ora il cineasta ha cambiato il suo modo di pensare rispetto alla Chiesa. E anche gli scandali dei preti pedofili non hanno scalfito la sua ammirazione per questi umili operai del Vangelo. Faenza, che cosa l’ha indotta ad avvicinarsi a don Puglisi? La sua testimonianza, religiosa ma anche civile. Sono figlio di madre ebrea, educato dai Fratelli delle Scuole cristiane, ma negli ’50 quando andavo a scuola i professori parlavano solo di aspetti religiosi, quasi mai legandoli alla vita sociale. Poi c’è stato il Concilio, e oggi la Chiesa è profondamente diversa. La dimensione sociale della religione cristiana è ben più percepibile di 50 anni fa. E questo anche grazie a sacerdoti come don Puglisi. Che opinione si è fatto, da laico, dei sacerdoti italiani del 2010? I contatti per il film mi hanno fatto incontrare uomini straordinari che operano in Roberto Faenza, regista della pellicola sul prete palermitano: «Per prepararmi ho potuto incontrare uomini straordinari, che con il loro coraggio educano i giovani» veri e propri avamposti e con il loro coraggio suppliscono alle istituzioni. Non esagero se dico che a Palermo ci sono solo la mafia e la Chiesa. E loro sanno che ogni giorno potrebbero pagare con la vita la propria testimonianza. Per questo il mio atteggiamento verso i sacerdoti è di estrema ammirazione. Non vedo altri eroi in questa Italia, e mi colpisce come riescano a coniugare la loro fede con l’attività sociale ed educativa, specie verso i giovani, i più esposti al pericolo della criminalità. C’è più speranza o più pessimismo nelle sue parole? Fin quando ci saranno figure come don Puglisi ci sarà speranza. Ma la situazione è quella che è, e se i giovani sono insensibili a certi valori è perché noi adulti non sappiamo trasmetterglieli. Oggi – diciamocelo francamente – la vera agenzia formativa è la tivù, che però a me pare un cancro per il Paese. Solo la Chiesa ha i mezzi e le competenze per controbattere un simile potere. La Chiesa italiana dedicherà il decennio pastorale all’emergenza educativa. Ma lei non crede che ci voglia il contributo di tutti? Si, è naturale. Ma la Chiesa, nonostante le recenti vicende, ha tanta credibilità da spendere in questo campo. Anche per partecipe di questo momento della storia in cui Dio lo ha posto come pastore e guida. Non volersi occupare di bioetica sarebbe come fare a meno del computer o di Internet. Lo studio della bioetica aiuta sé e gli altri a giungere a quella sintesi dei saperi oggi così necessaria. Davanti a chi riduce l’uomo a sola fisicità o a sola spiritualità, deformando ad esempio la libertà, la bioetica cristiana è l’invito a uno sguardo fisico e metafisico. Il sacerdote si avvicinerà alla bioetica non semplicemente per acquisire moderne conoscenze scientifiche o per argomentare in chiave moralistica: cercherà piuttosto di cogliere il senso della vita dell’uomo. Così, ad esempio, potrà comprendere secondo quali parametri debba intendersi la ‘qualità della vita’: non quelli dell’efficienza o del benessere, ma quelli che scaturiscono da ciò che l’uomo è in quanto anima e corpo. È una materia in costante evoluzione, dunque occorre una formazione permanente… Certo. Nel campo della bioetica non ci si può fermare agli insegnamenti ricevuti nei corsi di morale. Vi sono questioni che un tempo sembravano puramente accademiche e che con il tempo sono diventate realmente attuali. Quando ero seminarista e studiavo negli anni ’80 la clonazione: sembrava fantascienza, e invece siamo già di fronte a possibili applicazioni sull’uomo. Vi sono poi acquisizioni scientifiche che vengono rimesse in discussione: è il caso della recente Conferenza internazionale di Salerno su coma e coscienza dove è stato proposto di mettere da parte la definizione di ‘stato vegetativo’, elaborata nel 1994, per sostituirla con ‘Sindrome della veglia arelazionale’ ( Avvenire ne ha dato conto ampiamente, ndr ). In casi come questo la scienza si mostra particolarmente responsabile e prudente: come non coglierlo e apprezzarlo? denunciare i pericoli di un certo modo di fare televisione. Io spero proprio che ci sia spazio anche per questo tipo di problematiche. E il cinema cosa può fare? Ad esempio, raccontare altre storie di preti coraggiosi? Intanto speriamo non ci siano altri Puglisi da celebrare dopo la morte. Perché di questi uomini abbiamo bisogno da vivi, anche per riempire il vuoto educativo del nostro tempo. Ma per fare buon cinema ci vogliono i soldi. E soldi oggi non ce ne sono. Dobbiamo tornare a investire in cultura: non è con i tagli che possiamo costruire un domani migliore per i nostri ragazzi. Anzi.