Inchiesta. Disagio psichico, le famiglie: «I nostri figli speciali dimenticati»

La vicenda di Civitanova Marche riapre la ferita della malattia mentale e di come dovrebbe essere gestita. Cure, percorsi di recupero e giudiziari: viaggio nella quotidianità di chi li affronta
Disagio psichico, le famiglie: «I nostri figli speciali dimenticati»

Ansa

Avvenire

È difficile guardare la tragica vicenda dell’omicidio di Alika, l’ambulante soffocato in strada a Civitanova Marche, dal punto di vista del suo assassino. Si chiama Filippo Ferlazzo, ha 32 anni e da sempre manifestava un disturbo della personalità. Per questo sua madre aveva cercato aiuto: lo aveva trovato nelle comunità psichiatriche da cui Filippo era entrato e uscito di continuo, durante il suo complicato percorso di cura, mai davvero completato. L’avevano nominata sua tutrice: un termine il cui valore legale non cammina di pari passo con la realtà. Filippo, libero com’era, da Salerno se n’era andato per farsi un’altra vita. Là dove sua madre, che la famiglia di Alika ha accusato di inerzia, non poteva impedirgli nulla. Su Filippo Ferlazzo deciderà la giustizia e sulle sue intenzioni la perizia psichiatrica a cui sarà sottoposto; le responsabilità di sua madre, invece, sono già state escluse. Il tema dei figli speciali e delle loro famiglie, affrontato in un editoriale da Roberta D’Angelo sulle nostre pagine il 2 agosto scorso, è più che mai aperto.

Ci sono famiglie che si sentono isolate e trascurate, sole alle prese con problemi angosciosi, generati dalla presenza di un congiunto – spesso un figlio – sofferente per un disturbo psichico. E che talvolta incappa nelle maglie della giustizia, con conseguenze ancora più pesanti. D’altra parte, gli psichiatri osservano che il grande lavoro che viene svolto dagli operatori appare insufficiente sia per la carenza di risorse, sia per l’effetto mediatico che un solo caso che fa notizia (negativa) sparge sull’intero comparto dell’assistenza psichiatrica. A questo va aggiunto che il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) stabilito dalla legge 81/2014 che ha istituito le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) appare tuttora incompiuto, proprio a causa dell’insufficiente numero di posti disponibili, che rende probabile la permanenza in carcere di persone che non dovrebbero rimanervi. Con gravi rischi per la loro salute.

Un “brutto carattere”

È la storia – dolorosa – che raccontano Antonella, Maria, Stefania, madri di famiglie accomunate dalla fatica di accudire un figlio con disturbi psichici. «La maggior parte dei Servizi di salute mentale – racconta Antonella Algeri, presidente di “Abbraccialo per me” e vicepresidente di “Famiglie in rete” – si occupa dei casi in cui c’è il consenso al trattamento. Ma in molte malattie mentali, le più gravi, la persona non ha consapevolezza della malattia. E talvolta il disturbo di personalità viene derubricato a “brutto carattere”, senza riconoscere il problema che si presenta come una difficoltà di gestione delle emozioni, specie la rabbia, come stabilisce il Dsm (il Manuale dei disturbi mentali più noto)». «Il rischio – sottolinea Algeri – è che in nome della libertà di cura, la persona non venga presa in carico (a parte i trattamenti sanitari obbligatori, acuti). E se non si presenta alle cure, per i Servizi sanitari non esiste. Ma resta ben presente per le famiglie».

Vite interrotte

«Sono situazioni che distruggono la vita delle famiglie» lamenta Maria Gorlani, madre di un giovane di 22 anni con un disturbo bordeline di personalità e che ha già 17 procedimenti penali sulle spalle, 14 mesi di carcere e altri 12 trascorsi fra tre comunità diverse. «Fin da piccolo aveva una disregolazione emotiva: qualunque emozione, rabbia o gioia, viene vissuta in modo estremo, con reazioni eccessive. Esistono terapie scientificamente provate, con ottimi risultati per il suo disturbo». Tuttavia, anche in questo caso, lamenta Maria Gorlani, «veniamo lasciati soli: anche se mio figlio vorrebbe curarsi, i suoi tempi non corrispondono a quelli dei Servizi. E quindi non si riesce ad “agganciarlo” per la cura». La Rems non gli spetta, dice la mamma, perché «è riservata a chi è socialmente pericoloso e totalmente incapace di intendere e volere». Nemmeno le comunità sono state la soluzione: «Alcune comunità terapeutiche, private, selezionano i loro ospiti e se li ritengono inadatti o pericolosi, non li accettano – lamenta Maria Gorlani –. Oppure li sedano, come è successo a mio figlio per mesi. Un’altra comunità, invece, ha cominciato a denunciarlo per ogni sua trasgressione: se spaccava una porta (come fa a casa, del resto) o spintonava un’educatrice. Alla fine il giudice l’ha mandato in carcere». Tuttavia persino qui si era trovato un risvolto positivo: «In un posto protetto e contenuto – racconta Gorlani –, grazie agli sforzi di noi genitori e del garante delle persone private della libertà personale del Comune di Milano, è stato possibile ottenere un progetto che gli permetteva di uscire dal carcere minorile Beccaria, in semilibertà, e andare all’ospedale per fare la terapia specifica per il suo disturbo, tornando in carcere alla sera». Il paradosso è che quando è finita la pena… è terminata anche la cura: «Dopo quattro mesi di cura, efficace, è stato rimesso in libertà, dopo due anni di cattività – si rammarica la mamma – e non è più riuscito a seguire la terapia come prima. E nessuno, siccome era un uomo libero, e libero di curarsi, è stato in grado di farsi carico della sua patologia».

Rifiutati da tutti

Ancora più dolorosa la storia di Stefania, mamma di Giacomo Trimarco, 21 anni, che si è tolto la vita a fine maggio nel carcere di San Vittore di Milano: «Nostro figlio – racconta – non presentava una grave pericolosità sociale, ma manifestava sintomi di autolesionismo. Addirittura in passato ci era stata sospesa la potestà genitoriale perché il suo disturbo borderline di personalità era stato ricondotto a una malgestione familiare». Arrestato per un furto, non è stato possibile mandarlo in una Rems: «Il giudice ha chiesto ai Servizi territoriali di trovare una struttura. Questa però, ai suoi primi atti autolesivi, l’ha rifiutato. Dopo molte nostre pressioni, ad aprile è arrivata la disposizione del giudice per il ricovero in Rems». Tuttavia non c’era ancora posto. «Purtroppo – conclude la mamma – in carcere si è tolto la vita un ragazzo con cui aveva fatto amicizia, e questo fatto lo aveva colpito. Non sapremo mai se voleva fare un altro gesto dimostrativo… Oggi speriamo solo che la sua morte serva ad altri ragazzi».

Chi è pericoloso?

Parte da lontano la riflessione dello psichiatra Alberto Siracusano, direttore dell’Unità operativa complessa di Psichiatria e Psicologia Clinica del Policlinico Tor Vergata di Roma: «Credo che uno dei grandi problemi della nostra società sia la rabbia, le cui manifestazioni si vedono anche in persone che non soffrono di disturbi psichici». Ciò rende sempre più necessario, aggiunge, «da un lato che le famiglie siano attente alla prevenzione, a cogliere i primi segnali di disturbi. Dall’altro che i Centri di salute mentale sviluppino programmi di psicoeducazione e consulto per insegnare a gestire le disfuzioni della relazione – per esempio anche nelle coppie – e sviluppare percorsi assistenziali di cura». Il tutto prima che a un soggetto venga applicato il concetto di “pericolosità sociale” che porta a gestire i problemi con misure attente all’ordine pubblico. «A questo riguardo le Rems sono un ottimo servizio, purtroppo carente perché ci sono pochi posti». Un dato confermato dai numeri. A luglio 2021 i posti letto disponibili ammontavano a 652, con altrettante persone in lista d’attesa, che spesso restano in carcere anche se non dovrebbero. E l’attesa media per un posto raggiunge i 304 giorni…

«Lavorare insieme»

Invita a non buttare il bambino con l’acqua sporca lo psichiatra Tonino Cantelmi, direttore clinico della Casa San Giuseppe dell’Opera Don Guanella a Roma: «Penso che tutti gli psichiatri, e i centri di salute mentale, facciano un lavoro enorme: vengono soccorse ogni giorno migliaia di persone, ne sono ricoverate tante, vengono salvati tanti dal suicidio… ». Tuttavia, ammette Cantelmi, «basta un caso drammatico, di un intervento che non riesce, di un caso di cronaca negativo, per cancellare tanto lavoro». «Anche le terapie dialettico comportamentali (Dbt) – continua Cantelmi – stanno mostrano grande efficacia. Certamente c’è una quota di pazienti, anche gravi, per i quali non ci sono risorse, ma non siamo all’anno zero. Oppure pazienti psichiatrici in carcere anziché in Rems: e questa è un’ingiustizia». Il miglior metodo, secondo Cantelmi, è uno solo: «Occorre che famiglie e psichiatri lavorino insieme, senza ideologie e contrapposizioni ». Aggiunge Siracusano: «Occorre cogliere i segnali di disagio quanto prima. A Tor Vergata abbiamo un servizio. l’Ambulatorio di transizione, dove vediamo ragazzi che commettono piccole trasgressioni che ancora non sono reati, che danno segnali di disfunzione sociale». «Ci accorgiamo – continua – che spesso entra in gioco la “povertà vitale”, concetto forte usato anche a livello forense, che riguarda famiglie che hanno debolezze affettive, valoriali, che hanno poche risorse, e non economiche. A queste famiglie occorre offrire una psicoeducazione per riuscire a gestire le situazione di squilibrio e contemporaneamente avviare il ragazzo a forme di riabilitazione psicoterapeutica. Spesso tutto questo manca perché non ci sono le risorse, ma è cruciale combattere questa “povertà vitale” che sta diventando un morbo nella nostra società. Occorre ricordare – conclude Siracusano – che aggressività e violenza non sono insite nella patologia psichiatrica, ma sono un fenomeno più compresso. Perciò non va stigmatizzato chi soffre di tali disturbi, ma vanno aiutate le famiglie».

AUTISMO E DISABILITÀ, IMPEGNO A FAR CROLLARE LE BARRIERE

Gentile direttore, sono passati 15 anni dall’istituzione della Giornata per la consapevolezza dell’autismo, ma c’è una parte importante del nostro Paese che per 365 giorni l’anno merita tutto il nostro tempo. Parliamo di persone che 24 ore al giorno hanno diritto alle dovute attenzioni e di famiglie che 7 giorni su 7 fanno il possibile per dargliele e stare accanto ai propri figli, nipoti, fratelli. L’Osservatorio nazionale per il monitoraggio dei disturbi dello spettro autistico stima che in Italia 1 bambino su 77, tra i 7 e 9 anni, presenta un disturbo dello spettro autistico. Questi, come lei sa e dice spesso, non sono numeri, bensì persone, e ci teniamo a ribadire questo concetto. Perché ogni persona è unica, ogni famiglia è unica e, come parte della comunità, abbiamo il dovere di creare luoghi di ascolto, di confronto sulle problematiche comuni, ma soprattutto sulle soluzioni. Penso alle tante associazioni, fondazioni, enti, che quotidianamente lavorano a progetti di inclusione, pensando al talento che ogni individuo ha, al valore di ogni singola persona, per aiutarlo a esprimersi al meglio.

Ogni singolo giorno una persona con disturbo dello spettro autistico ha il diritto di scegliere come investire ogni momento, con i suoi tempi e i suoi modi, che non sono uguali per tutti. È questo lo spirito con cui è nata la Convenzione Onu del 2006: creare piena ed effettiva inclusione. Per raggiungere tale obiettivo la società deve guardare il mondo da una nuova prospettiva: quella della persona con disabilità, che non ha bisogno solo di assistenza, ma di vedere riconosciuto il diritto, come tutti, di avere il proprio ruolo nella comunità. La Convenzione delle Nazioni Unite è il nostro principio guida. Lo stiamo applicando anche in sede di attuazione della Legge delega che, con l’approvazione all’unanimità in Parlamento, ha messo nero su bianco, senza distinzioni politiche, un impegno comune per garantire un progetto di vita individuale per ogni persona con disabilità.

La società necessita di un’informazione che sia funzionale a un cambiamento culturale nel nostro Paese. Vogliamo cogliere l’occasione offerta da questa Giornata per ricordare quanto sia importante informare ogni giorno gli italiani sulle tematiche che riguardano le persone con disturbo dello spettro autistico e, più in generale, le persone con disabilità. Le grandi rivoluzioni sono iniziate proprio grazie al potere dell’informazione e il ruolo sociale del giornalista è, come insegna la scuola di pensiero inaugurata da Joseph Pulitzer, quello di usare questa potente arma con coscienza.

Nel nostro Paese abbiamo numerosi esempi di buon giornalismo, che vedono la persona con disabilità come fine e non come mezzo di informazione, colgono la diversità di ogni persona, ascoltano e creano consapevolezza. Vi siete dati strumenti come la Carta dei doveri del giornalista che, come la Carta di Treviso per i minori, tutela i diritti e la dignità delle persone con disabilità, che devono essere non solo garantiti ma anche potenziati, aiutando ciascuno a superare tutto ciò che gli impedisce di esprimere la propria personalità. In altre parole, le barriere. Esse spesso non sono soltanto nell’ambiente architettonico e nella comunicazione, ma nella cultura. L’inclusione non è infatti parola retorica ma fatto concreto, un atto di libertà, che non ha bisogno di essere imposto, che nasce spontaneamente da azioni collettive.

Noi stiamo mettendo a disposizione i mezzi necessari a sostenere l’obiettivo del progetto di vita previsto dalla Convenzione. In Legge di Bilancio abbiamo incrementato il Fondo per le persone con disturbi dello spettro autistico di 27 milioni e rifinanziato per 100 milioni, per il biennio 2022/23, il Fondo per l’inclusione delle persone con disabilità, estendendolo a progetti dedicati a persone con disturbi dello spettro autistico. Nella nostra attività ministeriale stiamo tracciando una strada aperta a tutti e la stiamo percorrendo insieme alle altre Amministrazioni dello Stato, agli enti locali, alle associazioni, ai cittadini. Il percorso è ancora lungo e abbiamo bisogno di voi. Il vostro contributo sarà fondamentale per attuare un vero cambiamento, che vada nella direzione di mettere la persona al primo posto.

di Erika Stefani Ministra per le Disabilità

Grazie, gentile ministra Stefani. Le confermo che l’informazione di ‘Avvenire’ per una visione e un’azione inclusive e contro incomprensioni e barriere c’è stata, c’è e ci sarà. Ogni giorno. Auguri per un lavoro sempre più efficace. (mt)

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Bambini disabili, uno su tre vittima di bullismo violento

Rischio bullismo elevatissimo per i bambini disabili. Oltre un terzo ha subito uno o più episodi di violenza di tipo fisico, emotivo, sessuale, psicologica o verbale. È quanto emerge da uno studio, ospitato dalla rivista The Lancet Child & Adolescent Health e condotto dagli scienziati dell’Università di Oxford e dell’Università Normal di Pechino, che hanno eseguito una revisione sistematica di ricerche condotte tra il 1990 e il 2020 in 25 Paesi. Il team, guidato da Jane Barlow, ha considerato 98 lavori, in cui in totale sono stati analizzati i dati di oltre 16,8 milioni di giovani di età compresa tra 0 e 18 anni. Secondo i risultati dell’indagine, le persone con disabilità sono associate a una probabilità doppia di subire violenza, e circa il 38 per cento dei bambini diversamente abili subisce atti di bullismo o cyberbullismo da parte dei propri coetanei. Questo studio, osservano gli autori, fornisce il quadro più completo della possibilità di violenza e abuso subiti dai bambini con disabilità in tutto il mondo, e allo stesso tempo evidenzia una sostanziale carenza di informazioni riguardanti le statistiche dei Paesi a basso e medio reddito, in particolare in Europa orientale, nel Sud-est asiatico e nell’Asia centrale. Gli autori hanno scoperto che i tassi complessivi di violenza variavano in base alla disabilità ed erano leggermente più elevati tra i bambini con disturbi mentali (34 per cento), e difficoltà cognitive (33 per cento), rispetto ai bimbi con disabilità sensoriali (27 per cento), limitazioni fisiche o motorie (26 per cento) e malattie croniche (21 per cento). In generale, continuano gli studiosi, i bambini disabili che vivono nei Paesi a basso reddito sopportano tassi di violenza più elevati rispetto a quelli dei Paesi più agiate. Un divario, ipotizzano gli scienziati, legato alle disuguaglianze nell’accesso ai servizi di prevenzione. I risultati, commentano gli esperti, dimostrano l’urgente necessità di sforzi collaborativi da parte di governi, operatori sanitari, enti sociali e ricercatori, volti ad aumentare la consapevolezza delle possibili forme di violenza contro la disabilità. «Il nostro lavoro – ha osservato Barlow, dell’Università di Oxford – rivela tassi inaccettabili e allarmanti di violenza contro i bambini con disabilità che non possono essere ignorati. È essenziale investire in servizi di supporto per contrastare le forme di violenza contro i disabili. Tutti i bambini hanno diritto di essere protetti da qualunque tipologia di abuso». «La violenza contro i bambini con disabilità può e deve essere prevenuta – ha a sua volta sottolineato Zuyi Fang dell’Università di Pechino – gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu mirano a porre fine a tutte le forme di violenza contro i bambini entro il 2030».

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Papa Francesco Francesco: disabilità al centro dell’attenzione di tutti, è un obiettivo di civiltà

I partecipanti all'udienza

Vatican News

Incontrando l’Istituto Serafico di Assisi, a 150 anni dalla fondazione, il Papa ribadisce l’importanza di ogni vita umana e in particolare quella delle persone con disabilità. Che tutti, compresa la politica, se ne prendano cura, “non è un gesto a senso unico, ma uno scambio di doni”

“Ogni persona umana è preziosa, ha un valore che non dipende da quello che ha o dalle sue abilità, ma dal semplice fatto che è persona, immagine di Dio”. Lo ribadisce Papa Francesco nel suo discorso all’Istituto Serafico di Assisi – Ente Ecclesiastico senza scopo di lucro che promuove e svolge attività riabilitativa, psicoeducativa e assistenza socio-sanitaria per bambini e giovani adulti con disabilità, che quest’anno celebra il 150.mo anniversario di fondazione -, ricevuto in udienza. 

Il ministro per la disabilità Stefani: dobbiamo semplificare. «Cruciale l’integrazione tra sociale e sanitario, ma pure i rapporti con gli enti locali»

L’esponente della Lega: puntiamo a un approccio diverso, basato sui progetti di vita individuali. «Necessario intervenire su centri per l’impiego e didattica»

L’esponente della Lega: puntiamo a un approccio diverso, basato sui progetti di vita individuali. «Necessario intervenire su centri per l’impiego e didattica» – Lapresse

Progetto di vita individuale, semplificazione e dialogo tra socio e assistenziale. Il ministro leghista per le Disabilità Erika Stefani mette subito in chiaro: «La legge delega non è il riordino dell’universo mondo, sarebbe troppo ambizioso, ma l’inizio di un percorso su temi specifici».

Si punta molto su un diverso approccio alla disabilità basato sul progetto di vita individuale. Come si riuscirà a far dialogare enti e istituzioni a diversi livelli?

Il punto focale sta proprio nel progetto individuale di vita che parte dal presupposto per cui ogni persona debba decidere della propria vita. Con la legge delega in sostanza creiamo nuclei di valutazione multidisciplinare e multidimensionale, in cui sono presenti tutte le figure che concorrono a questo progetto, dal neuropsichiatra al nutrizionista. Altra grande novità è l’accertamento della disabilità, che è ben diversa dalla invalidità. Nella legge separiamo i due percorsi, rendendo più semplice l’accertamento della disabilità. Ulteriore passaggio è la semplificazione dei processi, oggi abbiamo più procedure – l’handicap, la sordo- cecità – mentre vogliamo garantire un’omogenea valutazione. Come pure ci sarà l’introduzione del Garante per la disabilità e la valutazione delle performance sulla Pubblica Amministrazione, perché per far sì che altri enti si responsabilizzino dobbiamo noi dare l’esempio. L’integrazione socio- sanitaria resta il nodo cruciale, ma qui si apre un grande tema che non è nella legge delega: il rapporto tra Stato, Regioni, Comuni. Nella ddl intanto abbiamo previsto i nuclei di valutazione multidisciplinare proprio per far dialogare i due settori.

Non si rischia di farla diventare come il ‘Dopo di noi’, una legge buona mai decollata? Se pretendiamo di mettere in una legge tutto ciò che riguarda il tema della disabilità non ne usciamo più, sono ottimista ma anche realistica. Ho sempre creduto che occorre cominciare il percorso, andare avanti step by step, poi affronteremo tutte le varie tematiche che si presentano. La legge sul ‘Dopo di noi’ dà gli strumenti perché privati concorrano con il pubblico per l’obiettivo. Anche il pubblico da solo può agire, peccato che le Regioni non hanno soldi e quindi tutto si ferma. Ma è anche vero che il fondo ‘Dopo di noi’ non viene utilizzato completamente da molte Regioni, perché mancano procedure e cultura. Dobbiamo uscire dall’impianto mentale risorsa-servizio senza avere una visione d’insieme. Con le Regioni e gli enti locali c’è una sfida nell’anno nuovo, per costruire strategie comuni perché tutte le Regioni partecipino ai progetti virtuosi.

Quale è stato il significato della Conferenza sulla disabilità? E la partecipazione di Draghi? La presenza del presidente del Consiglio ha avuto un valore importante, perché ha riconosciuto il lavoro svolto ma ha guardato anche al futuro, dicendo che su queste tematiche il governo c’è. La Conferenza è stata fondamentale anche perché abbiamo messo insieme tutti i protagonisti del processo, poi con la Consultazione pubblica abbiamo dato voce ai cittadini.

A proposito della Consultazione, cittadini e associazioni hanno chiesto miglioramenti su accessibilità, inclusione e inserimento lavorativo di qualità. A quali interventi pensa per rispondere a queste richieste? I risultati della consultazione saranno per noi il percorso su cui lavorare in futuro. Anche se su molte segnalazioni abbiamo già raggiunto un risultato, pensiamo agli stalli gratuiti o alle Ztl, oppure ancora al turismo accessibile su cui sono stati investiti 30 milioni di euro. Come pure si sta lavorando sul collocamento mirato, non a caso il ministro del Lavoro Orlando alla Conferenza ha parlato dei centri dell’impiego su cui bisogna intervenire e delle linee guida sul collocamento. Altro focus emerso è la mancanza della continuità didattica per i disabili e la formazione dei docenti. Sono argomenti su cui i ministri Orlando e Bianchi sono chiamati a dare risposte e io a fare da raccordo, ma anche da pungolo.

Il suo ministero sta lavorando alla Disability card. Quali sono i tempi di avvio e cosa cambierà nella vita delle persone con disabilità? Come tempi credo ormai si vada all’anno nuovo, non prima di febbraio. La card ha due elementi importanti, innanzitutto è una semplificazione perché la tessera porta con sé tutti i dati della persona con disabilità che potrà dimostrare la sua condizione, senza portarsi dietro la documentazione. Ma la riempiremo di nuovi contenuti rispetto a quella europea perché si potranno stipulare protocolli e convenzioni con enti. Come con i Beni culturali: mostrando la card si potrà entrare nei musei.

Avvenire

Disabili, Draghi: niente tagli, confermati i 6 miliardi del Pnrr

Il premier smentisce il taglio di 200 milioni. Le associazioni chiedono attenzione sui servizi essenziali e le procedure di accertamento
Il premier Draghi con la ministra StefaniAvvenire 

Si può dare di più. Non soltanto a Natale, ma negli anni a venire, parola di premier: «Il Piano nazionale di ripresa e resilienza prevede oltre sei miliardi di euro per le persone con disabilità», spiega Mario Draghi, aprendo la sessione pomeridiana della “Conferenza nazionale sulla disabilità”, ieri. E va avanti: «Miglioriamo l’accessibilità ai trasporti e ai luoghi di cultura e abbattiamo barriere architettoniche, che impediscono alle persone con disabilità di usufruire dei servizi come gli altri cittadini, potenziamo l’assistenza di comunità, l’assistenza domiciliare e la telemedicina, per prevenire l’istituzionalizzazione». Ancora: «Ci impegniamo a garantire tutte le cure necessarie in un contesto autonomo e socialmente adeguato».

Del resto “Pnrr” è ripetutissimo da tutti durante la giornata di Conferenza: rappresentanti di governo e Parlamento e associazioni, esponenti della società civile, docenti universitari e rappresentanti dell’Osservatorio nazionale disabilità. Anzi, certamente l’acronimo più citato, insieme alle parole “occasione storica” e “cambiamento”. Impossibile andasse diversamente, la Conferenza stessa – nelle intenzioni dell’esecutivo – deve servire a presentare le politiche per la disabilità proprio nel Pnrr, partendo dalla Legge delega, appena approvata a Montecitorio, che «segna un passaggio decisivo» – dice il presidente del Consiglio – e la cui approvazione «è tra i traguardi che ci siamo impegnati con la Commissione Europea a raggiungere entro fine anno».


I disabili nel nostro Paese

sono circa 3,5 milioni:
tutela e promozione dei loro diritti
sono «priorità assoluta per il governo».
I nodi restano quelli soliti,
dall’autonomia al lavoro


L’approccio potrebbe essere nuovo, i nodi da sciogliere sono quelli di sempre: «Dobbiamo favorire la legittima aspettativa di vivere pienamente la propria vita, i propri sogni, le proprie speranze» per chiunque – annota il premier –, tenendo conto che «ogni disabilità è diversa e ha bisogno di un sostegno specifico», quindi servono «progetti di vita personalizzati e indipendenti». Serve soprattutto «progettare interventi di lungo periodo, per migliorare in modo permanente la vita delle persone disabili». E infine, quei 200 milioni che sembravano ballare, anzi svanire dal Fondo disabilità? Draghi garantisce che «le risorse non utilizzate nel 2021 saranno destinate, già nel 2022, ad aiuti economici per le persone con disabilità e interventi per rafforzare la rete di assistenza». Anzi, chiarisce, «si parla di 200 milioni spostati su un’altra cosa e non è così. Le risorse rimangono e se è necessario si farà di più, la volontà del governo è molto chiara in tal senso».


Il governo assicura

migliore accessibilità
ai trasporti e ai luoghi di cultura,
più assistenza domiciliare
e telemedicina


Hanno parlato in tanti alla Conferenza voluta soprattutto dalla ministra per le Disabilità, Erika Stefani. Come Vincenzo Falabella, presidente della Fish, per il quale «mai come adesso è richiesta la massima attenzione perché continuino a essere assicurati tutti i servizi essenziali e le libertà fondamentali delle persone con disabilità e delle famiglie». Come Nazaro Pagano, presidente Fand, secondo cui «l’attenzione dev’essere soprattutto alle procedure di accertamento: occorrono rapidità e semplicità». Ma anche come il ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Andrea Orlando, «Il Pnrr prevede percorsi di trasformazione profonda perché si affermi il principio autonomia delle persone con disabilità e del sostegno alle famiglie. Vogliamo garantire servizi per tutti e trovare poi spazio per riconoscere e valorizzare il ruolo dei caregiver familiari».