Catechesi bibliche per i giovani

Sono riprese le catechesi bibliche mensili per i giovani 19-30 anni, giunte ormai alla quinta edizione.
Un venerdì al mese, nell’arco di un’ora, in un clima di ascolto, si attraversano le narrazioni bibliche traendone spunti e provocazioni per la vita personale. Il vertice di ogni serata sono gli ultimi dieci minuti di adorazione silenziosa, dove davanti al Signore si lascia risuonare la Sua Parola.
Un gruppo di giovani anima coi canti la serata e, a seguire, prepara un momento di fraternità con qualcosa da bere e da mangiare, per chi volesse concludere in chiacchiera, vivendo l’amicizia che nasce dall’appartenenza ad un unico popolo.

Gli incontri si svolgono nella chiesa di Sant’Anselmo (conosciuta anche come Buco del Signore), in via Martiri di Cervarolo 49 a Reggio Emilia alle 20.45

Le catechesi bibliche mensili sono pensate per gustare e pregare la Parola di Dio, e per dare la possibilità di costruire un cammino annuale e continuativo, in particolare per quei giovani (sia gruppi che singoli) che non hanno possibilità di vivere occasioni di questo tipo nelle loro comunità.

Servizio diocesano per la pastorale giovanile

diocesi.re.it

 

“La bottega delle idee”… elaborazione di nuovi strumenti per la catechesi

di: Rinaldo Paganelli

L’Ufficio catechistico nazionale ha dato vita a due seminari (14-15 gennaio; 21-22 aprile 2022) destinati ai Direttori degli Uffici catechistici regionali, ai membri della consulta nazionale UCN e ad esperti invitati. Si tratta di una fase previa al Convegno che si terrà dal 30 giugno al 2 luglio 2022, destinato ai Direttori degli Uffici catechistici diocesani.

L’obiettivo prossimo è sostenere la catechesi nella stagione successiva alla pandemia da Covid-19. L’obiettivo remoto consiste nel preparare un terreno di riflessione all’elaborazione dei nuovi strumenti per la catechesi.

L’incontro di aprile ha fatto scoprire armonie antiche e nuove tra l’umano e il divino, tra la scienza e il cammino cristiano, tra la grandezza e la fragilità di ogni vita. Nel racconto di ciò che è stato presentato possiamo intuire queste e altre armonie.

La coscienza dell’uomo

Il Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 aveva inteso sollecitare una riflessione comunitaria che rimettesse al centro la questione dell’uomo e, al contempo, la questione della persona di Gesù Cristo. L’umanesimo integrale che interessa la Chiesa oggi è quello che riconosce e valorizza nell’uomo tutte le sue dimensioni: corporea, affettiva, intellettuale spirituale, sociale. Un umanesimo realistico, consapevole della grandezza, ma anche della fragilità umana, della capacità di compiere il bene ma anche della possibilità tragica di compiere il male.

Per questo diventa essenziale riprendere a formare la coscienza, la parte più intima e profonda della persona, in cui ciascuno matura le decisioni del suo destino.

Per il cristiano la formazione ha per paradigma l’esperienza che Gesù ha fatto fare ai suoi discepoli. Si tratta di un processo di affrancamento dal superfluo in vista di un esercizio maturo della libertà. Il cristiano mira ad usare le cose in vista del compimento del bene; cerca quindi di essere libero anche da sé, di non assolutizzare se stesso, i proprio bisogni e punti di vista, per acquisire uno sguardo più elevato e, infine, per donare tutto se stesso per il bene degli altri.

La questione del rendere ragione in maniera affidabile di quanto uno vive, è estremamente rilevante nella vita ecclesiale e nella catechesi, ma anche in altri contesti come quello della psicologia e delle scienze cognitive. Il mondo della catechesi non può evitare una riflessione proveniente da questi ambiti di ricerca.

Il contesto destabilizzato

La parola “catastrofe”, che in più occasioni è stata usata in questi ultimi due anni, è molto forte ma, se la prendiamo nel suo significato etimologico di “rivolgimento”, di “capovolgimento”, allora ha, assieme a note di enorme preoccupazione, anche sfumature che aprono a delle possibilità. È importante tentare di leggere il tempo pandemico e postpandemico, nel segno della creatività, del sostegno, del rafforzamento reciproco.

Mai come ora si sente la nostalgia delle relazioni “incarnate”, esperite in una corporeità vissuta. La relazione è centrale per l’educazione non solo per un assunto retorico, ma per la consapevolezza data da un attraversamento esistenziale. Ne assumiamo con più forza gli elementi essenziali: l’incontro, il valore della differenza, il dialogo.

Inoltre, la pandemia – e anche la stessa guerra in Ucraina di questi due mesi – ha dato modo di guardare con attenzione gli aspetti della fragilità e dell’imprevisto che spesso nei percorsi educativi sono stati messi in secondo piano, cedendo ai parametri dell’efficienza, della programmazione e della riuscita.

La demotivazione dovuta alle difficoltà relazionali sperimentate è molto frequente, ma i momenti di vuoto, di “fame e sete” sono quelli che orientano alla ricerca di fonti autentiche. Lo scoramento è rivelatore della necessità di trovare nuovi significati, un senso nuovo a ciò che si fa e si vive. Uno dei modi per combatterlo è mettersi in ricerca, individuare risposte stando in connessione con gli altri. Esercitare una “fedeltà creatrice”, che è capacità di stare radicati nelle cose, ma con uno sguardo differente. Non fuggire, ma sperimentare nella stessa realtà angoli di visuale differenti.

Le vulnerabilità affettive

Questo stato di destabilizzazione è stato affrontato con verità dalla professoressa Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo all’università di Padova, esperta di disturbi dell’apprendimento.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una pandemia silente di disturbi del neurosviluppo: i più comuni sono ritardo mentale, disturbo dello spettro autistico, dsa o disturbi della memoria e dell’attenzione, del comportamento e dell’iperattività. Per non parlare delle vulnerabilità della sfera emozionale e affettiva. Dati recenti dicono che su 48 bambini 1 è autistico. Si sta spegnendo la centralina dello sviluppo. Ci stiamo impoverendo nei processi senzienti.

Accanto a questo, ci sono tutti i fenomeni che riguardano l’insorgenza dei disturbi dell’umore. Le emozioni antagoniste occupano la maggior parte del tempo di vita già prima della pubertà. Siamo tutti con un sistema molto fragile delle emozioni.

Oltre al disturbo dell’umore oggi si parla di disturbi mentali da dipendenze da tecnologia. Già prima della pandemia il 70% dei ragazzi aveva un disturbo dell’umore verso la scuola. La nostra vita psichica è dominata dalla costante interconnessione tra le cellule neuronali collegate tra loro. Occorre superare l’errore di dire “io ho un cervello”, perché di fatto “noi siamo un cervello”.

Le ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato che tutto il corpo è costituito da neuroni. I neuroni cardiaci sono di una potenza ancestrale. Il cuore sviluppa più informazioni del cervello. Il cervello incarnato in tutto l’organismo fa arrivare l’informazione là dove deve esistere. Arriva in ogni parte del corpo e alla parte sensibile della pelle. La carezza, l’abbraccio, l’abbiamo tolto nel sistema d’aiuto, riducendolo a violazione, e ci siamo dimenticati che la nostra struttura antica non risponde alla voce, ma al tono, non risponde all’esplicitazione di affetto, ma al contatto. Se il sistema educante inibisce la struttura antica, stacchiamo i contatti e generiamo patologie.

I disturbi dell’ambiente

Alcuni fattori ambientali sembrano interferire con l’organizzazione del cervello proprio nel momento in cui esso si forma, “confondendo” i segnali che i neuroni ricevono. Se il segnale è disturbato, i neuroni non possono migrare correttamente verso le sedi alle quali sono destinati. Per frenare questa epidemia dobbiamo fare un grosso lavoro di prevenzione.

Entro i due anni di vita del bambino (i primi mille giorni), quando la neuroplasticità è massima, è possibile ottenere il meglio dalla traiettoria evolutiva delle funzioni cerebrali. Perciò l’obiettivo, è arrivare prima che il tempo giochi a sfavore.

Le agenzie educative sono speranza allo stato puro perché nulla è altrettanto potente nel forgiare la forma mentis delle persone. A scuola, nella catechesi, come nella vita di ogni giorno, non è indifferente la fonte dalla quale attingiamo le informazioni, non è indifferente chi aiuta. E non filosoficamente, ma “neuropsicologicamente”.

La scienza contemporanea ci insegna che ciò che leggiamo o ascoltiamo, i sapori che gustiamo, le strade che percorriamo, le persone che incontriamo, le emozioni che ci attraversano, tutto interferisce con il nostro epigenoma, inducendo trasformazioni nel funzionamento del nostro cervello.

Quando un formatore supporta un bambino induce una trasformazione nelle sue reti neuronali, nel suo connettoma. Un’influenza che non si esaurisce nella trasmissione di nozioni o insegnamenti ma che, impattando sulle reti neuronali dell’altro, impatta sulla maturazione della sua individualità. Per questo è importantissimo che gli adulti che affiancano i bambini nel loro percorso di crescita e di apprendimento siano ben consci dell’enorme potere che è nelle loro mani.

Le emozioni, da e-movere, manifestano un processo articolato in più componenti e con un decorso temporale che evolve. Tale struttura differenzia le emozioni da altri fenomeni psicologici come le percezioni e o i pensieri. Le emozioni sono il segnale che vi è stato un cambiamento nello stato del mondo interno percepito come saliente.

Il circuito dell’intelligenza ha tre direzioni: “da fuori a dentro” (introietto quello che mi viene comunicato); “da dentro a fuori” (esplicito cosa ho capito). Queste azioni non hanno a che fare con il processo filogenetico che troviamo pienamente nella terza azione, “da dentro a dentro”. Emozioni e apprendimento sono collegati: se, mentre apprendiamo, proviamo un’emozione, ogni volta che recuperiamo dal magazzino della nostra memoria l’informazione, inevitabilmente riattiviamo anche l’emozione stessa. Questo perché nelle situazioni emotive amigdala e ippocampo lavorano in sinergia, influenzandosi a vicenda e rendendo possibile l’incontro tra emozione e memoria.

Se un insegnante ci fa sorridere, nella nostra memoria si imprimerà questa informazione: “ti fa bene, cercalo ancora”. Se, invece, mentre studiamo, sperimentiamo ansia, stress, paura, noia, la nostra memoria immagazzinerà questa informazione: “ti duole, scappa”. E il mattino dopo, quando il professore ci interrogherà, ci ritroveremo a fare i conti con quelle emozioni.

Dare valore alla consapevolezza emotiva

Accanto a punti di luce, ci sono punti non risolti, laddove, ad esempio, la didattica ingozza bambini e ragazzi, dimenticando che non sono vasi da riempire di informazioni.

La ricerca ha portato a osservare che spesso i ragazzi sono in “alert” costante a causa dei giudizi che accompagnano la valutazione, delle continue verifiche, delle scadenze che si accavallano e per l’impossibilità di dedicare tempo a ciò che amano.

Non si possono evitare tutte le memorie di dolore. Sono quelle che hanno il segreto di farti uscire cicatrici e lacrime. Nel momento in cui piangiamo, le nostre lacrime contengono la storia emotiva che il cervello descrive in una direzione biochimica. Se vedo piangere te e mi commuovo, nelle mie lacrime è connessa la tua storia emotiva. Questo dice che non siamo più delle parti singole. Separate, scienza e fede non hanno strada. Il dolore della mente, è anche dolore dell’anima. In tal senso il processo formativo chiede un cambio di passo.

La prima cosa su cui lavorare, in senso trasversale, per adulti e ragazzi, giovani e bambini, è la consapevolezza emotivaoccorre imparare a dar un nome a ciò che risuona in noi, a riconoscere i sentimenti e le emozioni che si agitano nel nostro intimo e che spesso ci travolgono. Ripartire dall’attivazione/riattivazione dei cinque sensi che, come finestre, ci permettono di restare in contatto con il mondo fuori, ma che contribuiscono anche a dare spessore e sapore alla nostra esistenza e quindi a irrobustirne il senso.

Va attivata una catechesi da intendere nel senso dell’accompagnamento dei vissuti e nella loro rielaborazione di significato a partire da una buona notizia che è già presente e che ci anticipa. Una proposta fedele al Vangelo che è apertura alla vita in tutta la sua interezza laddove si parla di vista riattivata, gusto ritrovato, profumo e tocco, udito riaperto (cf. 1Gv1,1-3).

Questione degli apprendimenti

Ogni persona ha diritto di esprimere le sue potenzialità al massimo. La didattica non deve dare a tutti la stessa cosa ma a ciascuno la migliore, in base alle sue possibilità. Un cervello in età evolutiva non può adattarsi a un metodo unico per tutti. Facile essere d’accordo, difficile metterlo in pratica. Il modello prevalente oggi è ancora: io insegno-tu apprendi-io verifico. Stiamo usando un modello di mente frigorifero: impegniamo gli interlocutori a riconsegnarci i saperi che gli abbiamo trasmesso. Il risultato è un apprendimento formale, formalizzato e passivizzante.

Questa modalità non funziona per motivi neurologici, non ideologici. Le nozioni si fissano nel cervello insieme alle emozioni. Se imparo con curiosità e gioia, la lezione si incide nella memoria con curiosità e gioia. Se imparo con noia, paura, ansia, si attiva l’allerta. La reazione istintiva della mente è: scappa da qui che ti fa male. Certa formazione ancora crea questo cortocircuito negativo

C’è una necessità di cambiamento e di innovazione sentita da tanti ma che stenta a imporsi.

Anche in ambito pastorale non c’è corrispondenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. C’è urgente bisogno di rispondere ai bisogni delle persone. È importante che laddove c’è uno che fa fatica, ci sia un accompagnatore che lo aiuta, non che lo giudicaIl grande decisore non è la ragione ma la parte emotiva. È l’area più antica del cervello che determina l’apertura o la chiusura agli stimoli. Non si può trasmettere ciò di cui non si fa esperienza.

È tempo di credere in una scienza servizievole, che non rimane chiusa nelle università, che non circola solo tra specialisti, ma che esce nelle strade e mette i suoi strumenti a disposizione di tutti coloro che possono, vogliono e dovrebbero usarli.

Crescere spiritualmente nelle esperienze di vita

Un passo ulteriore è stato prodotto dall’intervento di Alessandra Augelli, docente di pedagogia interculturale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza. Essa ha evidenziato che crescere nell’esperienza è un atto complesso. Nella conoscenza giochiamo fra la realtà e la rappresentazione.

Il linguaggio è una forma di semplificazione e di alleggerimento della realtà. Nell’interpretazione preferiamo una versione delle cose che ci viene data da chi ci fidiamo e ascoltiamo ciò che conferma la nostra versione. Attuiamo un’opera di semplificazione per controllare e manipolare la realtà che è sfuggente.

È necessario sviluppare la pratica della meraviglia. Qui e ora. Assistiamo al riduzionismo esperienziale, perché l’esperienza oggi è “fare delle cose”. Viviamo in un’epoca del fare dimostrativo, invece è importante il fare espressivo (emozioni, esperienze…).

Oggi, invece, si fanno esperienze “controllate”, che chiedono verifica. Le esperienze sono tutte costruite sotto lo sguardo degli adulti che ti osservano. Ci sono esperienze cliché dove lo spazio di espansione e di ricerca è ridotto al minimo, ed è una falsa esperienza. Sono esperienze in solitaria, perché, anche quando avvengono in gruppo, sono vissute da singoli, tutto è già preconfezionato senza la necessità di un personale intervento.

L’esperienza formativa

La reale esperienza formativa è qualcosa che si stacca dallo sfondo generale, dall’anonimato, e diventa mio (personalizzazione). L’esperienza si comprende e non si spiega, è capace di abbracciare il tutto che la rivela, introduce un punto di vista inedito, ci sposta dalla nostra confort zone. Supera tutti i tentativi di racchiuderla, offre sempre un’eccedenza di senso. È importante stare nel mentre dell’esperienza e non arrivare subito a chiedersi: che cosa ti ha insegnato? che cosa hai fatto? ma, piuttosto, come sei stato?

Attraverso i sensi realizziamo una vita più sensata; pertanto, per vivere in pienezza ciò che succede, devo avere una riflessività dentro l’esperienza. Attivando il vissuto emotivo, la conoscenza si imprime nelle cellule. L’esperienza dice di un tentare, di un provare.

Le domande legittime per cogliere il valore di un’esperienza sono le domande aperte, che permettono di mettere in circolo l’esperienza. Per fare domande legittime, c’è bisogno di tempo: «Gli uomini si lasciano convincere da quello che scoprono da sé, più che da ciò che dicono gli altri» (Pascal).

L’obiettivo della crescita è lasciare andare

Sovente nei processi formativi diventa comodo usare meccanismi di dipendenza, che soddisfano chi ha il potere. La vera formazione si ha nella fiducia e nella libertà, nel lasciare andare: la mia fine e il tuo inizio. Se si accoglie la convinzione che l’educazione è infinita… l’esperienza dell’annuncio deve avvenire ogni volta nel qui ed ora.

Di fatto le comunità cristiane in genere lavorano sui programmi e non sui progetti. Tante volte, si lavora su un principio di infittimento. Le comunità dovrebbero essere spazi e occasioni di distensione, dove si tira il fiato e si intessono relazioni, passando dal groviglio di fili dei vissuti e delle iniziative, verso una tessitura.

L’attenzione educativa è creare condizioni, è apparecchiare esperienze, ampliando il raggio esperienziale fino a sentire che «vorrei fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi» (Pablo Neruda).

L’esperienza è formativa quando ha delle polarità. Ogni compito di sviluppo prevede dei contrasti, diventa crescita come trasformazione, verso l’autonomia, la libertà.

Alcune conseguenze per la catechesi

Il ricco confronto ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, che siamo in tempi di svolta. Cambio di modelli e di paradigmi pedagogici.

È bello che, dal punto di vista scientifico, ci sia una domanda di collaborazione. C’è la necessità di progettare nuovi percorsi insieme. I settorialismi non tengono più, occorre mettere al centro le esperienze delle persone. I punti di vista specifici funzionano in una prospettiva sinodale. Perno della crescita è il precosciente, il tratto e il contesto. Prendersi cura della persona guardando alla dimensione affettiva e non solo cognitiva.

C’è bisogno di tenere aperto/vivo un dialogo, perché nessuno può fare da sé. Siamo tutti in relazione. Ciò di cui facciamo esperienza diventa memoria ed esperienza comunitaria. È importante riappropriarci di un lessico dell’affettività, della relazione, dello stare con noi stessi, andando oltre le sicurezze personali, riappropriandoci di uno stile vissuto nella corresponsabilità.

Non solo nozioni

La catechesi non può quindi accontentarsi di ripetere alcune nozioni basilari del depositum fidei: dovrà avere il coraggio di andare più a fondo, là dove il credente è sé stesso. Si tratta di un impegno tipico della migliore tradizione pedagogica e spirituale cristiana.

Indubbiamente ci sono distanze da colmare, esiste una domanda di senso sbiadita. Una comunità mediamente vecchia nel suo personale religioso, per certi versi un po’ ancorata a visioni rigide, può avere difficoltà a sintonizzarsi e a far sì che «tutti imparino a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro» (Es 3,5).

Non ci si può nascondere che c’è un’area di formatori e di catechisti un po’ anonimi, che non staccano la spina del rapporto con la Chiesa, ma sopravvivono grazie a un’eredità sempre meno spendibile. Occorre prendere consapevolezza che non sono forze facilmente recuperabili.

Occorre prendere consapevolezza che l’infinito è nel finito, la memoria di Dio è presente in ogni creatura.

Nella catechesi è urgente che si passi da un modello cristocentrico, a un modello pneumacentrico, vicino al modello psicocentrico, assunto dalla pedagogia della religione che ha posto l’accento sul soggetto.

Per l’oggi viene un invito a celebrare e a vivere i sacramenti come un principio di riorganizzazione del cristianesimo intorno alla vita quotidiana, intorno ai legami, agli affetti, alle speranze e alle disperazioni degli uomini e delle donne. Considerando secondario il rapporto del cristianesimo con l’organizzazione e gli apparati della società.

La nostra è una società che patisce la pressione degli apparati. Noi dobbiamo restituire dignità ai legami della vita quotidiana, che è stata l’energia propulsiva del cristianesimo. Se recuperiamo i legami, il cristianesimo rinascerà, se cerchiamo solo soluzioni istituzionali, si perderà.

Desiderare il nuovo

Sentiamo che, nei nostri giorni, è importante alimentare il desiderio di questo incontro. Il desiderare si riferisce al principio generatore di ogni cosa, perché desiderare è la modalità attraverso cui la nostra esistenza dà significato al vuoto che è in noi. Ognuno di noi è mancanza di essere, e questa mancanza è la propulsione del desiderio. Il desiderio da solo non va da nessuna parte, si deve accompagnare con una relazione, con la realtà che si fa carne, con il Cristo che si è fatto carne.

Circa le immagini distorte di Dio, è normale che ci siano, sarebbe preoccupante un Dio saturante. Dio a volte ci lascia soli, e da quella solitudine si impara a muoversi.

È richiesta una catechesi che aiuti a stare nel mondo, c’è la necessità di un recupero della fedeltà all’uomo e a Dio: l’unità in noi stessi e con gli altri viene dall’amore e dal lasciarci amare.

La vista e l’udito sono ancora i sensi più utilizzati, ma li abbiamo intellettualizzati.

Ma è pur vero che l’azione sacramentale e liturgica continua a funzionare. Anche se non ci rendiamo conto, c’è un non consapevole e un non avvertito che funziona molto di più rispetto a quanto noi immaginiamo.

Se prestiamo attenzione, scopriamo che è rimasta una sola parte della parrocchia in cui non si deve presentare un certificato: è la porta della chiesa che dà sulla strada. Tutte le altre entrate nella chiesa sono un po’ bloccate, uno deve fare il corso dei ricomincianti, degli ex lontani, degli arrivati… Passano anni. Uno che entra dalla porta della chiesa è a contatto con il mistero, è in presa diretta.

Sarebbe bello se, chi entra nelle nostre eucaristie, trovasse un clima un po’ incantato di persone che si aspettano di essere guardate, toccate dal Signore. Non gruppi che stanno mettendo in mostra la loro identità, che stanno esprimendo magari con qualche espediente la loro fede.

Rendere consapevoli del bene

Alla catechesi appartiene il compito di rendere consapevoli, recuperando l’aspetto della riflessività (capire dentro di sé) delle esperienze di vita.

L’uomo non è né solo bestia né solo angelo, né solo spirito né solo carne, ma spirito incarnato, e l’amore ha il potere di unire lo spirito e la carne in modo sempre più completo, cosa che si manifesta con un profondo e stabile senso di pace.

Ma non basta mai, perché il problema è più profondo. Un bambino piccolo, dopo aver rotto un vaso, non va forse a gettarsi proprio tra le braccia del padre o della madre? Vuole sapere se, a essere andato in frantumi, è un oggetto o se stesso. Solo l’amore può dargli risposta: tu resti intero, anche se hai fatto questo. Il bambino non si identifica più con il suo errore ma con l’abbraccio che gli è dato.

Su questa linea del rendere liberi sta la necessità a livello di proposte catechistiche di superare le funzioni cognitive dell’apprendimento a breve termine. Infatti, con i modelli deduttivi si ottengono ragazzi e adulti che scoprono poco e forniscono prestazioni nell’immediato, ma che, dopo, dimenticano rapidamente quasi tutto.

L’intelligenza non cresce se tutte le energie cerebrali sono impegnate a stabilizzare prestazioni e a procedere. Il cervello “ingozzato” non può trasformare in energia il nutrimento e deve quindi, come lo stomaco, liberarsi dall’eccesso di informazioni per usare l’energia allo scopo di fare ciò che è suo nell’età dello sviluppo, scoprire, far crescere la persona e le sue potenzialità.

Il catechista non è chiamato solo a conoscere i contenuti da trasmettere, ma a “energizzare” le informazioni per generare emozioni che alimentano il cervello e dicano al corpo cosa fare. Emozioni positive danno picchi energetici alti e brevi, per dire: “torna presto”; quelle negative picchi bassi e duraturi: “scappa sempre”. Quel che apprendono si salda a ciò che provano in quel momento (gioia o paura), perché l’atto cognitivo diventa tutt’uno con le emozioni che veicolano l’informazione.

“Torna presto…”. Ci auguriamo che questo possa arrivare alla vita di tutti coloro che accompagniamo nella fede. Per questo è importante che ogni catechista e formatore sia tra gli uomini un seminatore che osserva la misura di Dio.

settimananews

OFFICINA DEL PENSIERO “Praedicate evangelium” e insegnamento della religione: educazione o cultura?

di Sergio Ventura
Sabato 19 marzo 2022 è stata pubblicata, dopo nove anni di gestazione, la Costituzione apostolica “Praedicate evangelium” che riforma la Curia romana a partire dal 5 giugno, giorno della Pentecoste. Piano piano arriveranno analisi più compiute e complessive di questa riforma. Nel frattempo, se Luigi Accattoli la definisce «rivoluzionaria nell’intenzione missionaria e sinodale, buona in una decina di decisioni innovative, irrilevante nell’immediato», Stefano Sodaro si chiede «cosa potrebbe accadere oggi con l’allestimento di un’opera cinematografica – pasoliniana ma, purtroppo, ahinoi, senza Pasolini – che s’intitolasse “Praedicate Evangelium”», mentre Andrea Grillo ha segnalato in essa (all’art.93) la presenza di una grave svista subito corretta.

Per quanto è di mia competenza, vorrei evidenziare un aspetto che forse non è una svista, ma una convinzione inveterata negli ambienti curiali che prima o poi dovrà essere corretta. Infatti, già qualche anno fa nell’Instrumentum laboris (§193) per il Sinodo dei giovani si rischiò fortemente di confondere insegnamento della religione e catechesi (o evangelizzazione), anche se poi, fortunatamente, il paragrafo non fu ripreso nel Documento finale. Ora un problema analogo – e quindi un’occasione persa – se non venisse corretta – si ripropone nella Costituzione apostolica in questione.

Uno dei dicasteri istituiti dalla “Praedicate Evangelium”, per unire congregazioni e pontifici consigli «la cui finalità era molto simile o complementare» e «razionalizzare le loro funzioni con l’obiettivo di evitare sovrapposizioni di competenze e rendere il lavoro più efficace» (art.11), è quello per la Cultura e l’Educazione (artt.153-162). Esso sarà costituito da due sezioni, una per la Cultura e l’altra per l’Educazione, nelle quali confluiranno il Pontificio Consiglio della Cultura e la Congregazione per l’Educazione Cattolica.

Se è vero che nella definizione generale del dicastero è scomparso l’aggettivo cattolica (per motivi facilmente intuibili), è altrettanto vero che il contenuto degli articoli dedicati alla sezione Educazione fa esplicito «riferimento alle scuole, agli Istituti superiori di studi e di ricerca cattolici ed ecclesiastici» (art.153, §2), alla «promozione della identità cattolica delle scuole e degli Istituti di studi superiori» (art.159, §2), alle «norme secondo le quali debbono essere erette le scuole cattoliche di ogni ordine e grado e, in esse [scuole cattoliche – ndr], si debba provvedere anche alla pastorale educativa come parte dell’evangelizzazione» (art.160, §1).

Mi ha lasciato, perciò, molto perplesso il §2 dell’art.160, perché in esso è previsto che la sezione Educazione «promuove l’insegnamento della religione cattolica [IRC] nelle scuole». A meno che per scuole non si intenda esclusivamente le scuole cattoliche (ma non credo), e in assenza di ogni riferimento a tale insegnamento negli articoli concernenti la sezione Cultura, ciò significa che esso è stato pensato all’interno di una sezione che si occupa in modo esplicito di istituti e istituzioni educative in sé e per sé cattoliche (art.161).

Ora, è vero che in sé anche nell’IRC deve essere «salvaguardata l’integrità della fede cattolica» – e su ciò «vigila» la sezione Educazione (art.159, §2). Ed è vero che si potrebbe anche sostenere come, attraverso l’IRC, «i principi fondamentali dell’Educazione, specialmente quella cattolica, siano recepiti ed approfonditi in modo che possano venire attuati contestualmente e culturalmente» (art.159, §1). Però, quel «recepiti» e quell’«attuati» dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. L’IRC – di per sé, in qualità di Chiesa-già-in-uscita (o estroversa) – ha come scopo diretto non tanto quello di far recepire o di attuare i principi in questione (ciò che potrebbe essere al massimo – ma evitando ogni proselitismo – lo scopo indiretto), bensì quello di attualizzarli e di disporli all’incontro con gli studenti e le studentesse che liberamente vogliano confrontarsi (e anche “scontrarsi”) con essi. Non cogliere tale differenza comporta il serio rischio di perpetuare lo storico equivoco intra ed extra ecclesiale che confonde l’IRC con il catechismo o con l’evangelizzazione tout court (senza alcuna differenziazione, come si diceva un tempo, tra evangelizzazione e pre-evangelizzazione) o che lo riduce a questione meramente dottrinaria e (di statica trasmissione) dottrinale.

Guardando, invece, agli articoli dedicati alla sezione Cultura, mi sembra di ritrovare un’atmosfera più familiare e consonante con l’art.9, co.2 della L. 121/85 di ratifica ed esecuzione dell’accordo tra Stato e Chiesa sulle modifiche al Concordato lateranense. Se l’accordo di revisione lega l’IRC, oltre che alle «finalità della scuola», alla «cultura religiosa» e ai «principi del cattolicesimo» ma solo in quanto «parte del patrimonio storico del popolo italiano», nei rispettivi §2 degli artt.153 e 157 della “Praedicate evangelium” si enfatizza la missione della sezione Cultura per la «promozione della cultura» e la «valorizzazione del patrimonio culturale» (alla cui tutela e conservazione esorta l’art.155). L’IRC stesso, in fondo, costringe l’insegnante di religione – e tramite di lui la Chiesa – a praticare letteralmente ciò che chiede l’art.154, quando quest’ultimo invita la sezione Cultura al costante «confronto con le molteplici istanze emergenti dal mondo della Cultura, favorendo specialmente il dialogo quale strumento imprescindibile di vero incontro, reciproca interazione e arricchimento vicendevole, cosicché le varie culture si aprano sempre di più al Vangelo come anche la fede cristiana nei loro confronti».

Se guardiamo, infatti, all’IRC dal punto di vista degli studenti e delle studentesse che lo frequentano (ma anche delle loro famiglie e del restante personale scolastico), come non riconoscere che in esso si esercita e si raffina – ad intra – l’arte del «dialogo tra le molteplici culture presenti all’interno della Chiesa, favorendo così il mutuo arricchimento» (art.156, §1)? Come non riconoscere che in esso si esercita e si raffina – ad extra – l’arte del «dialogo con coloro che, pur non professando una religione particolare, cercano sinceramente l’incontro con la Verità di Dio» (art.158) o, semplicemente, sono in «ricerca sincera del vero, del buono e del bello» (art.154)?

Se guardiamo, poi, non solo alla credenza (o meno) e all’appartenenza ecclesiale degli studenti e delle studentesse (delle loro famiglie e del personale scolastico), ma anche agli estremamente differenziati contesti geografici di provenienza, si può non riconoscere come nell’IRC si «valorizzino e proteggano le culture locali con il loro patrimonio di saggezza e di spiritualità [quale] ricchezza per l’intera umanità» (art.156, §2)?

In definitiva, mi sembra che vi siano pochi (pochissimi?) elementi per poter affermare che la decisione di inserire l’IRC nella sezione Educazione non sia del tutto inadeguata. Ma spero di aver mostrato che vi sono molti più elementi per poter affermare che tale scelta dovrebbe essere rivista, affinché l’IRC venga inserito nella sezione Cultura – ad esempio aggiungendo un secondo paragrafo nell’articolo 155, o forse meglio nell’art.158, che suoni nel modo seguente: «Promuove il ruolo culturale dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole».

D’altronde, una correzione importante è già stata apportata per l’art.93. Perché, entro il 5 giugno, non potrebbe avvenire lo stesso per il § 2 dell’art.160? Si eviterebbe di cristallizzare ad un livello molto alto di fonti del diritto della Chiesa una visione non adeguata di quello che potrebbe essere oggi un insegnamento della religione [rectius teologico] nelle scuole pubbliche. E sarebbe un modo di dimostrare che stiamo definitivamente prendendo sul serio, da un lato, la priorità della postura missionaria sulla tutela della dottrina che caratterizza la “Praedicate evangelium”, e dall’altro lato, il fatto che ogni atteggiamento missionario ed evangelizzatore risulta fallimentare senza un’inculturazione ben meditata e senza un ascolto dialogico (pre-evangelizzatore) ben praticato. Aspetti, quest’ultimi, che verrebbero esaltati da un IRC il cui “ruolo culturale” venga definitivamente chiarito ed evidenziato.
di Sergio Ventura – Vino Nuovo

L’avvio del percorso di catechesi per adulti è diventato l’occasione per una riflessione sull’impostazione della catechesi nel passaggio tra pre-Concilio e post-Concilio

Eccomi di nuovo alle prese, insieme con Letizia, con un nuovo corso di preparazione alla cresima per adulti.  Come traccia, seguiamo alcune parti del bel testo di Anselm Grun, L’anno liturgico come terapia, integrato quest’anno dal cap.3 dell’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco.

Alcune costanti emergono subito. La prima, è che il motivo per cui queste persone chiedono di ricevere la cresima (matrimonio o essere padrini/madrine di battesimo) è in realtà solo una occasione per riprendere contatto con un percorso di fede interrotto anni prima per i mille motivi della vita, ma di cui sentono la nostalgia.

La seconda costante è che non conoscono quasi nulla degli aspetti fondamentali della fede. Non conoscono l’anno liturgico, non sanno cos’è il triduo pasquale, a volte non sanno neppure che la festa principale del cristianesimo è la Pasqua e non il Natale. Non parliamo poi, rispetto a quest’ultimo, del fatto che a Natale celebriamo l’Incarnazione di Cristo…

Tutto questo mi interroga. Mi chiedo: ma veramente possiamo trasmettere una fede del tutto priva di contenuti? Veramente possiamo accettare senza scomporci che anche le persone più sensibili, quelle che chiedono consapevolmente l’accesso a un sacramento e che accettano di fare per questo un percorso di preparazione, siano totalmente digiuni, in età adulta, di ogni cultura religiosa cristiana?

Nella recente polemica sullo pseudo-battesimo di Achille Lauro a Sanremo, i papaboys lo hanno difeso, in controtendenza rispetto a buona parte del mondo cattolico, perchè “tantissimi quindicenni di periferia da ieri sera sanno che esiste una cosa che si chiama battesimo. In tanti non sapevano che cosa fosse fino a ieri”.

Bene, quindi è confermato che abbiamo un problema di conoscenza dei fondamenti.

Azzardo una lettura. Nel passaggio dal pre-Concilio al post-Concilio, c’è stata una profonda revisione della catechesi, che è passata dalle formulette a memoria (“Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”) alla esperienza della misericordia di Dio, all’essere chiamati per nome, accolti, perdonati, amati.

Io percepisco questo cambiamento come il  passaggio da un approccio maschile, paterno, che trasmette le regole, a un approccio femminile, materno e accogliente, che trasmette l’affettività e l’accettazione incondizionata.

Ma così come riteniamo che entrambi questi approcci siano necessari (almeno nella loro forma simbolica) nella crescita di ogni bambino, nello stesso modo credo che siano indispensabili nella trasmissione della fede, nelle omelie e nella catechesi.

Un annuncio solo di contenuti e regole è senza cuore, ma una trasmissione della fede senza contenuti è una struttura fragile, che vola via facilmente, che non ha ancoraggi.

Noi abbiamo bisogno di coltivare la nostra fede, e da questo punto di vista l’anno liturgico ci aiuta perché, ripercorrendo ciclicamente le fasi della vita di Gesù, ci ricorda in cosa consiste il nostro essere credenti, quali sono i passaggi che ci sostengono e ci nutrono costantemente.

La fede è una relazione (tra noi e Dio – anzi, tra Dio e noi – e di conseguenza tra noi e i fratelli) e ogni relazione va coltivata, così come due sposi festeggiano ogni anno il loro anniversario, ricordandosi l’un l’altro chi sono e perché si sono donati reciprocamente l’amore.

In ambito ecclesiale, siamo passati da una catechesi solo “di testa “ a una catechesi solo “di cuore”. Proviamo invece a mettere insieme la testa e il cuore, forse faremo veramente un bel passo avanti, per fare in modo che la fede diventi una autentica risorsa nel nostro personale percorso di vita.

vinonuovo.it

Catechesi. Lavorare in équipe: irrinunciabile

Lavorare insieme, nell’iniziazione cristiana (ma non solo), chiede alcune attenzioni: chiarire l’obiettivo, scegliere un metodo, definire i tempi, darsi delle regole… È una scelta che mette in modo numerose risorse: collaborazione e confronto tra generazioni, creatività nelle proposte, contaminazioni positive di stili ed esperienze

Catechesi. Lavorare in équipe: irrinunciabile

Abbiamo assistito in questi ultimi anni a una vera e propria rivoluzione nel modo di trasmettere la fede ai ragazzi, passando dal tradizionale “andare a dottrina” dal parroco (ricordo trent’anni fa la mia personale esperienza con il nostro allora parroco don Anselmo che ci interrogava su tutte le preghiere, i precetti, le virtù, i vizi capitali, i comandamenti che dovevamo rigorosamente imparare a memoria) a una iniziazione cristiana che coinvolge non solo i bambini ma anche i loro genitori e non centrata più sulla figura del parroco ma di laici formati e chiamati a lavorare in equipe.

Penso in particolare al Tempo della Fraternità che coinvolge i preadolescenti guidati da un’équipe di catechisti ed educatori giovani e/o altri operatori pastorali presenti nella parrocchia. Una scelta fuori dal comune, coraggiosa, innovativa, sfidante, fatta ormai quasi dieci anni fa per aiutare i ragazzi a entrare in contatto con una comunità più ampia del piccolo gruppo a cui appartengono, una comunità di adulti, di educatori, di catechisti, di missionari che vogliono prendersi cura del loro percorso di crescita.

L’équipe stessa diventa per i ragazzi un esempio di fraternità, di relazione con tutte le gioie ma anche le inevitabili difficoltà che il lavorare insieme comporta.

Sono stata coinvolta in questi ultimi anni nella formazione a catechisti ed educatori del Tempo della Fraternità sul tema del lavorare in equipe cercando di far cogliere loro la ricchezza e il valore di questo nuovo metodo. Certo non mancano i risvolti critici come ad esempio la difficoltà di mettere insieme età, stili, idee, culture, esperienze diverse tra catechisti ed educatori che possono in alcuni casi aumentare la conflittualità, rendere più lunga la preparazione degli incontri, creare frustrazione, ma le esperienze fatte hanno anche dimostrato come l’obiettivo comune di mettere al centro i ragazzi e il desiderio di far vivere loro esperienze di crescita e di fede abbia fatto superare le difficoltà iniziali e fatto maturare nella capacità di lavorare insieme.

Sicuramente alcune attenzioni diventano fondamentali per le équipes: chiarire l’obiettivo, scegliere un metodo, definire i tempi, darsi delle regole per rendere la conduzione armoniosa, poter disporre di risorse economiche, fisiche (importanza di spazi dedicati), poter contare su una comunità per risolvere eventuali problemi e non sentirsi soli.

La scelta del lavorare in équipe non può che continuare, così da mettere in moto risorse irrinunciabili: la collaborazione e il confronto tra generazioni, la creatività e dinamicità delle proposte ai ragazzi e la contaminazione positiva tra stili ed esperienze dei catechisti e degli educatori. Sono convinta che dovremo continuare ad accogliere la sfida di ulteriori cambiamenti, pur mantenendo fede all’obiettivo.

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Testimoniate il Vangelo con la vostra vita: andate in rete. Un libro, edito da Paoline, che presenta a catechisti, animatori, formatori (ma anche parroci, religiose e religiosi, insegnanti di IRC) molte idee realizzabili “sfruttando” il web in modo pastorale ed educativo

La pandemia ha costretto (e costringe ancora, purtroppo) a trovare anche soluzioni virtuali per continuare a vivere la propria appartenenza ecclesiale ad un gruppo, ad una classe, ad una parrocchia, ad un oratorio, ad un’associazione. Non è stato facile, non eravamo preparati, abbiamo alzato qualche muro ogni tanto, ma anche più di un ponte grazie al web. Mentre speriamo di cancellare questo lungo difficile periodo, cosa ne faremo di quanto abbiamo imparato on line, delle conoscenze acquisite, delle buone prassi?

Il libro “Testimoniate il Vangelo con la vostra vita: andate in rete”, edito da Paoline per la collana Dio_On questioni di connessioni, scritto da Marco Pappalardo, Alfredo Petralia e Lorenzo Galliani, è una significativa e concreta risposta. Appena uscito in tutte le librerie, offre l’occasione per sfruttare nelle nostre comunità le potenzialità di internet e trasferirle nelle attività di sempre, cogliendo il meglio, innovando, allargando il coinvolgimento.

Il libro, strutturato come un sussidio formativo alla portata di tutti, presenta dunque alcune idee realizzabili (e realizzate!) nei diversi ambienti ecclesiali e con le varie fasce di età, partendo da ciò che viviamo ordinariamente, ma con una prospettiva nuova, quella in cui i new media sono una risorsa per la crescita, la formazione, la pastorale, l’insegnamento, la catechesi. Con questo intento presenta a catechisti, animatori, formatori (ma anche parroci, religiose e religiosi, insegnanti di IRC, animatori di gruppi, gestori di sale di comunità) alcune idee realizzabili nei diversi ambienti e con le varie fasce di età.

Tra i temi-ambiti trattati: Facebook, Instagram, TikTok, blog, web radio, giornalino, YouTube, videogames, contest… Di ogni proposta sono presentati: potenzialità; motivo pastorale/educativo/sociale; attività possibili; tecniche/consigli/modalità organizzative. Alcune delle attività sono frutto della creatività dei tre autori, altre sono state davvero attuate ed in corso, altre ancora si sono trasformate in veri percorsi di formazione in presenza e/o on line. Nel presentarle, gli autori pensano non solo ai bambini, ai ragazzi e ai giovani, ma anche agli adulti visto che internet e le nuove tecnologie riguardano tutti; inoltre – perché no – potrebbero diventare un’ottima opportunità per avvicinare e far collaborare le diverse generazioni.

Pappalardo, Petralia e Galliani usano un linguaggio semplice, adatto a chi ha il desiderio di avvicinarsi pastoralmente a questo mondo, con la consapevolezza che le diverse proposte andranno adattate alla realtà locale e non per forza ripetute così come presentate. Il libro dice (con tanti esempi e indicazioni per l’uso) come sfruttare le potenzialità della rete per raggiungere chi è più lontano, creando grazie ad essa una rete di nuove relazioni, valorizzando le diverse potenzialità e i tanti talenti.

Quanto leggerete in “Testimoniate il Vangelo con la vostra vita: andate in rete” non sostituisce i contenuti, dà loro una forma nuova, coinvolgente, al passo coi tempi. Se tutto ciò non bastasse a fare il grande salto nella pastorale digitale e con il digitale, gli autori introducono ogni capitolo con delle motivazioni forti e approfondite, per allontanare ogni dubbio e offrire una prospettiva progettuale.

vinonuovo.it

Evangelizzazione. Il Papa: i catechisti siano creativi, non ripetitivi

Avvenire

Mai avere «il cuore, l’atteggiamento e la faccia preconfezionati»«ascoltare davvero, e mettere a confronto quelle culture, quei linguaggi, anche e soprattutto il non detto, il non espresso, con la Parola di Dio, con Gesù Cristo Vangelo vivente».

Queste le raccomandazioni di papa Francesco ai catechisti, enunciate nell’udienza concessa ai partecipanti all’incontro su “Catechesi e Catechisti per la Nuova Evangelizzazione”, promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione.

Per Francesco è questo «il compito più urgente della Chiesa tra i popoli dell’Europa». Rientrato da poco da un viaggio nel cuore del Continente, in Ungheria e Slovacchia, il Pontefice ha sottolineato che la «grande tradizione cristiana del continente non deve diventare un reperto storico, altrimenti non è più tradizione». Infatti «la tradizione o è viva o non è. E la catechesi è tradizione, ma viva, da cuore a cuore, da mente a mente, da vita a vita. Dunque: appassionati e creativi, con la spinta dello Spirito Santo. Ho usato la parola “preconfezionato” per il linguaggio: ma, ho paura dei catechisti con il cuore, l’atteggiamento e la faccia preconfezionati: no. O il catechista è libero, o non è catechista. Il catechista si lascia colpire dalla realtà che trova e trasmette il Vangelo con una creatività grande, o non è catechista».

Il ministero di catechista, sottolinea il Papa, è stato istituito perchè “la comunità cristiana senta l’esigenza di suscitare questa vocazione”, di far emergere “la passione di trasmettere la fede come evangelizzatori”.
Insomma, “il catechista e la catechista sono testimoni che si mettono al servizio della comunità cristiana, per sostenere l’approfondimento della fede nel concreto della vita quotidiana. Sono persone che annunciano senza stancarsi il Vangelo della misericordia; persone capaci di creare i legami necessari di accoglienza e vicinanza che permettono di gustare meglio la Parola di Dio e di celebrare il mistero eucaristico offrendo frutti di opere buone”.
La citazione quasi d’obbligo è per i santi Cirillo e Metodio, che per catechizzare le genti slave arrivarono a mettere a punto un nuovo alfabeto. “Hanno aperto nuove strade, inventato nuovi linguaggi, nuovi alfabeti, per trasmettere il Vangelo, per l’inculturazione della fede. Questo chiede di saper ascoltare la gente, i popoli a cui si annuncia: ascoltare la loro cultura, la loro storia; ascoltare non superficialmente, pensando già alle risposte preconfezionate che abbiamo nella valigetta, no”.

Le raccomandazioni di Francesco ai catechisti affinché trovino nuovi “alfabeti” per annunciare il Vangelo
Ascolto, passione e creatività sono le qualità indicate dal Papa nell’udienza ai responsabili delle Commissioni per la catechesi delle Conferenze Episcopali Europee. “La catechesi – afferma Francesco – è tradizione” ma è necessario che sia “viva” e non “un reperto storico”. Importante è la libertà di cuore che apre alla novità dell'annuncio

Ascolto, passione e creatività sono le qualità indicate dal Papa nell’udienza ai responsabili delle Commissioni per la catechesi delle Conferenze Episcopali Europee. “La catechesi – afferma Francesco – è tradizione” ma è necessario che sia “viva” e non “un reperto storico”. Importante è la libertà di cuore che apre alla novità dell’annuncio – Vatican Media

In questo tempo di pandemia si è acuita la giusta esigenza di rinnovare la catechesi. Una prima esigenza è quella di sganciarla dalle modalità scolastiche in linea anche con gli orientamenti dati dal recente Direttorio

pastorale

Settimana News

Ecco come il mio vescovo ben sintetizza il problema: «Bisogna iniziare a pensare a un rinnovamento di questi cammini che non possono essere più legati ai ritmi scolastici, che vedono la completa delega da parte dei genitori come se il cammino dei figli fosse cosa che non li riguarda se non per l’impegno di portarli al catechismo e, al massimo, alla messa domenicale.

Eppure, in età infantile e adolescenziale diventa essenziale il vissuto di fede che i ragazzi debbono respirare in famiglia. Ma, molto spesso, questo non accade» (mons. Giovanni Checchinato).

Cambiare paradigma

Ciò che il vescovo ha espresso in maniera sintetica ed efficace, da don Angelo Casati è esaminato anche nelle implicazioni di ordine storico: «Cresce il lamento per una generazione di adulti che non ha comunicato la fede alle nuove generazioni: come se si fosse inceppato il passaparola della fede. Forse stiamo scontando la responsabilità di avere per anni espropriato le case dal compito di comunicare la fede, relegandolo quasi esclusivamente agli ambienti ecclesiastici. Ci pesa sulle spalle una tradizione secolare che riservava questo compito a preti, religiosi, a chiese e oratori, una sorta di espropriazione che ora scontiamo.

Diceva san Francesco ai suoi frati: portate il vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole. La testimonianza è il primo passo dell’evangelizzazione, della comunicazione della fede nella famiglia.  Ecco da dove partire. Gesù non manda gli apostoli nelle sinagoghe ma nelle case. Il confronto con le nuove generazioni ci conduce a ripulire l’affresco Gesù da troppi appesantimenti, a purificare il messaggio dalle incrostazioni che i secoli hanno depositato, a liberare un volto di Chiesa che possa essere affidabile perché rifugge da immobilismi e da moralismi colpevolizzanti. Papa Francesco dice: sognate anche voi insieme a me questa Chiesa, una Chiesa in cui si passi dal paradigma del peccato a quello del cammino, dal paradigma della legge a quello della persona».

Quale volto di Chiesa? Gesù ha rivelato nelle sue parole e nei suoi atteggiamenti il volto di un Dio ospitale, disponibile. Rileggendo in tale ottica i tanti episodi del Vangelo, notiamo la disponibilità di Gesù nei confronti di Giàiro, del centurione, dell’emorroissa e verso tanti altri che si rivolgevano in lui con fiducia.

Così Karl Rahner descriveva sinteticamente la Chiesa: «Essa è una presenza incarnata della verità di Cristo». Cristo non ha insegnato dogmi o precetti morali: ha indicato uno stile, quello delle Beatitudini e di un cuore ospitale. Tale deve essere la Chiesa.

Alla luce di queste premesse si può tentare di inquadrare il problema e cercare le soluzioni. Certamente è necessario e urgente – ci ricorda Cettina Militello – «inventare modalità altre di trasmissione della fede non necessariamente legate alla simmetria della scolarizzazione e dei suoi tempi».

Il carrozzone dell’iniziazione cristiana – così come è attualmente – fa acqua da molte parti. Bisogna quindi stare attenti a non versare vino nuovo in otri vecchi, ma vino nuovo in otri nuovi. Al momento mancano otri nuovi pronti: è tutto da inventare, con creatività e coraggio. «Non si è ancora trovato un modulo vincente, oltre a quello tradizionale di tipo culturale e identitario, che possa mantenere vivo il rapporto con la comunità di quelli che chiedono per i figli l’iniziazione cristiana. Anche la preparazione ai sacramenti, il matrimonio per esempio, non pare produca scelte irreversibili» (C. Militello).

La richiesta dei sacramenti

Il modello tradizionale di tipo culturale e identitario è davanti ai nostri occhi, con i suoi pregi e difetti, come bene ce li mostra Manuel Belli: «Il punto di forza del modello tradizionale è dato da una consistente richiesta dei sacramenti da parte delle famiglie. Dobbiamo riconoscere che l’opportunità pastorale offerta da una così massiccia richiesta dei sacramenti non può essere trascurata. Franco Garelli parla, a proposito, del caso italiano.

La massiccia richiesta di sacramentalizzazione offre un’opportunità di evangelizzazione non trascurabile: la maggioranza della popolazione transita per gli ambienti parrocchiali chiedendo per i figli i sacramenti del battesimo, della cresima e dell’eucaristia, accetta tutto sommato di buon grado un itinerario catechistico per i figli e non rifiuta di farsi coinvolgere in alcuni momenti, che restano occasioni preziose, alle volte uniche per famiglie che diversamente non sarebbero mai entrate in contatto con la comunità cristiana. Anche la dislocazione dei sacramenti in un periodo disteso, che corrisponde all’età della scolarizzazione, presenta una serie di vantaggi pedagogico-pastorali: attorno alla prima comunione si può costruire un itinerario catechistico spirituale che accompagni la fanciullezza e, attorno alla cresima, è possibile offrire un itinerario che intercetti le esigenze dell’adolescente.

Il dato che emerge da questa tradizione è che l’istanza formativa e catechistica ha avuto un peso non piccolo nei vari tentativi di rivedere il percorso sacramentale dell’iniziazione cristiana. È un vero rompicapo che ha le sue paradossalità: ogni tentativo presenta una soluzione che, secondo altre variabili, potrebbe essere considerata inaccettabile. Il fatto è che ognuno parte da premesse giuste e da esigenze di cui è apprezzabile la coerenza» (Sacramenti tra dire e fare, da pagina 133. Il corsivo è mio. Lo stesso autore, al riguardo, anche nel suo più recente libro L’epoca dei riti tristi non offre soluzioni).

È interessante notare il parere concorde di Severino Dianich: «Nella normale attività di una parrocchia, la pur ambigua situazione di quanti domandano i sacramenti per sé o per i propri figli, per motivi impropri e non per fede, non è solo fenomeno da deplorare. È anche una felice occasione, infatti, per portarli a riflettere sulla fede e aiutarli a farla rivivere, accogliendo tutti con paziente amore.

Anche la liturgia, che di per sé presuppone la fede dei partecipanti, celebrata con la serena consapevolezza che, soprattutto in occasione dei matrimoni, dei funerali, delle prime comunioni e cresime, molti sono presenti solo per il loro legame di affetto con i “protagonisti”, sarà occasione di gratitudine a Dio per aver offerto alla comunità una felice occasione di evangelizzazione».

Gesù ci esorta a questo punto ad essere i saggi che sanno estrarre dal tesoro cose nuove e cose antiche. Con discernimento.

Come fare catechismo?

Don Tonino Lasconi è ben consapevole di una catechesi che non c’è, ma, lungi dall’affrettarsi a buttare con l’acqua sporca del bacile anche il bambino, suggerisce di eliminare comunque lo sporco, di cambiare cioè le modalità, e lo fa ampiamente nel suo libro. Lo stesso fa il Direttorio per la catechesi.

Certamente è tramontata l’idea della catechesi come trasmissione nozionistica e tappa obbligata per ricevere i sacramenti. È richiesta più attenzione ai giovani e agli adulti, una maggiore valorizzazione delle famiglie e un migliore collaborazione con le agenzie educative sul territorio, un rinnovamento dei linguaggi che passa per l’uso competente dei social media.

In molte diocesi, dopo gli Orientamenti per l’iniziazione dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni indicati nel 1999 dalla CEI, sono stati avviati cammini innovativi ben documentati dai sussidi utilizzati e pubblicati da casa editrici importanti e qualificate.

La novità consisteva proprio nel coinvolgimento non episodico delle famiglie in un cammino sistematico di maturazione della fede con ricaduta positiva sui ragazzi. Erano testi corposi e prevedevano uno stuolo di gente preparata capace di animare le famiglie e le catechiste e ciò per ogni gruppo.

Erano e rimangono cammini esemplari, anche se praticabili con difficoltà in realtà composte da numeri grossi e da personale non sempre all’altezza di sostenere quell’impegno anche dal punto di vista culturale. Ognuno purtroppo deve marciare con l’esercito che si ritrova, diceva mons. Cesare Bonicelli.

Attualmente, vengono proposti sussidi più snelli e praticabili, nella stessa logica di un cammino catecumenale e di un coinvolgimento dei genitori.

Non mancano sussidi che, pur non adottando in pieno quel cammino, presentano però tutte le caratteristiche e gli ingredienti di un una catechesi autentica e adatta anche ai ragazzi, senza infantilizzazioni: la centralità della Parola, il dialogo con i ragazzi in un confronto con la Parola e con le loro esperienze di vita, il racconto, il gioco e la drammatizzazione sul tema, attività varie, il coinvolgimento delle famiglie, un momento importante di preghiera nella forma della celebrazione. Non mancano proposte parallele, originali e coinvolgenti, di cammini di fede per le famiglie.

Di grande rilievo è il ruolo svolto dalle riviste mensili Dossier catechista e Catechisti parrocchiali che puntualmente offrono suggerimenti e strumenti concreti in linea con il rinnovamento attualmente richiesto.

Da tener in conto, per le altre fasce d’età, gli originalissimi Iperalbi (le Beatitudini, il Credo, il Decalogo e i doni dello Spirito Santo spiegati ai ragazzi) anch’essi incentrati sulla Parola, ma con un linguaggio e con articolazioni varie rispondenti alla psicologia, alle esperienze dell’età evolutiva, al mondo e alle idee correnti in cui i preadolescenti sono immersi, per un confronto critico alla luce del messaggio di Cristo.

Dominique Collin nel suo recente Il Vangelo inaudito fa notare che «nulla più delle cose acquisite rende sordi all’inaudito. Ma le idee acquisite durante l’infanzia hanno una particolarità: esse rientrano nell’ambito della mitologia».

Quei sussidi, con la loro concretezza, parlano ai preadolescenti di cose che li riguardano da vicino, crescita compresa.

L’abbandono dopo la cresima

Il fatto poi che i ragazzi dopo la cresima abbandonino è un ritornello che sentiamo spesso risuonare. Vorrei tuttavia sapere quando mai i ragazzi li abbiamo visti, alle soglie dell’adolescenza, tutti inquadrati frequentare le nostre chiese. Vanno via, d’accordo. Però è possibile che non si debba dare fiducia al seme sparso e alla grazia della confermazione che accompagnerà la crescita di questi ragazzi? Le parabole del “seme” devono essere il criterio di giudizio e di discernimento.

Non possiamo d’altronde dimenticare la valanga di zizzania e di fango che una certa cultura veicola attraverso Internet, le idee correnti diffuse da tanti falsi maestri di pensiero (non certo i Galimberti o i Recalcati).

Ci sono, ci sono stati e ci saranno sempre quelli che abbandonano: l’importante è che non abbandonino dentro, come giustamente fa notare Lasconi. Quanta bella gioventù c’è in giro, anche se non li vediamo in chiesa! Non può essere questo l’unico criterio discriminante o qualificante, anche se auspicabile. Gli adolescenti hanno, avranno e hanno sempre avuto la reazione di rigetto di tutto ciò che ha a che fare con l’infanzia. Importante è che nella catechesi sia risuonata la loro vita concreta.

Il seme poi cade su diversi terreni e porta frutti diseguali, ma resta comunque sedimentato. Ci sarà il momento della reviviscenza. Tutto dipende da ciò che viene seminato e dal contesto familiare, che non è stato mai ottimale, se si ha una conoscenza realistica della storia dei costumi nei vari secoli.

Sempre a proposito dei ragazzi che poi lasciano, trovo molto interessante ciò che don Gigi Maistrello scrive nel suo recente, molto innovativo e stimolante articolo Quale futuro per le comunità cristiane (cf. Settimana News, 1° agosto): «Il ragazzino che siamo riusciti a trattenere in parrocchia fino al sacramento col ricatto degli incontri catechistici, il giorno dopo dirà: “non mi vedrete più!”. Lo stesso ragazzino, inserito in un programma fatto di giochi, cultura, esperienze forti, momenti rilassanti, arriva lo stesso al sacramento; ma poi, magari, potrà continuare a sentirsi parte grazie ai legami che sono nati».

Mi ha colpito questo episodio: nel IV secolo un prete si presentò da un padre del deserto lamentandosi del fatto che i giovani non andassero a messa. Non riusciva a spiegarsi il perché. Il padre gli rispose: «Nella caccia alla volpe, i cani addestrati l’hanno conosciuta e perseverano nella battuta di caccia. I cani che partecipano, ma non hanno conosciuta la volpe, ben presto si ritirano». La nostra catechesi e tutto ciò che fa da necessario corollario, facilita la conoscenza e l’incontro con Cristo? Al di sopra di ogni catechesi esperienziale, questa è l’esperienza capitale, la vera iniziazione.

Una parola sui catechisti

Resta sempre vero che prima dei catechismi vengono i catechisti, da qualificare continuamente rendendoli capaci di iniziare i ragazzi al mistero di Cristo. Il recente motu proprio Antiquum ministerium di papa Francesco e tante sue catechesi rimarcano la necessità di catechisti che abbiano una vita di fede intensa e un grande senso della Chiesa e dell’evangelizzazione.

Da una recente inchiesta ricerca promossa dall’Istituto di catechetica dell’Università Pontificia salesiana, a oltre 50 anni dal Documento Base Il rinnovamento della catechesi – poco conosciuto dalle nuove leve –, si ricava che su 1.760 catechisti che hanno risposto al questionario solo 313 hanno una preparazione specifica.

Risulta da quel campione che solo per il 25,6% è importante l’apertura ai problemi sociali e politici, con una tendenza all’intimismo e poca attenzione ai lontani. Il 5,5% si è detto molto preoccupato per una Chiesa che fa una scelta preferenziale per i poveri, il 4,4% per il pluralismo delle religioni. Non si considerano problemi né lo scarso dialogo con la cultura contemporanea (8,2%), né gli scandali della pedofilia (3,6%) né la poca coerenza dei cristiani (3,3%). Numeri devastanti che denotano la distanza dal nesso tra fede e vita quotidiana, da una pastorale della cura. Non basta più la buona volontà come criterio per il reclutamento dei catechisti.

«Si pensa al catechista o in generale al formatore come colui che ha risolto nel suo cuore la frattura tra la vita quotidiana e l’esperienza di fede; ma un sacerdote, un catechista o un adulto sono dentro la frattura e non è facile nemmeno per loro accostare vita, sacramenti e Parola in armonia» (M. Belli, L’epoca dei riti tristi, pag. 219)

Tornando all’esigenza di un radicale rinnovamento come accennavo all’inizio, non vedo però come la gente, con il problema della pandemia e del post-pandemia, possa seguirci in questa nostra giusta problematica, ma intempestiva se affidata all’improvvisazione.

Certo, sono le stesse persone che, incuranti della lezione dalla pandemia, sono già pronte a festeggiare prime comunione e cresime e matrimoni, come è giusto, sì, ma con l’intenzione di continuare come e più di prima nello stile troppo mondano ed esibizionista, con scarso senso di responsabilità e sobrietà, a fronte dei problemi locali e planetari. Questo per lo meno in quelle zone in cui apparentemente l’economia in qualche modo ha retto, creando l’illusione che si possa tornare a vivere in una sorta di bolla di benessere generalizzato.

Una Chiesa ospitale

L’esigenza di un cambiamento perseguito con un certo atteggiamento oltranzista che vagheggia famiglie praticanti e ideali (e chi non avesse tali requisiti o non aderisse al rinnovamento… peggio per lui), mi sembra non in linea con la realtà né con le riflessioni della teologia fondamentale così come si è andata delineando in questi anni.

Penso a Sequeri, Theobald, Le Chevalier, Moingt e altri. Non credo corrisponda al pensiero di papa Francesco e, soprattutto, alla prassi di Gesù.

Mi sembra che la prassi della Chiesa debba essere l’inclusione e non l’esclusione. Certamente non una sacramentalizzazione ad ogni costo e a buon mercato. La grazia rimane a caro prezzo, da non svendere: tuttavia non si rifiuta nulla ai “cagnolini”, purché siano tali e non commedianti furbastri d’occasione.

Occorre mettere in atto un grande discernimento nello Spirito nell’assumere una giusta calibratura in atteggiamenti di accoglienza che non siano superficiale clientelismo o proselitismo a buon mercato. Bisogna essere attenti alla voce dello Spirito perché non avvenga che si accolga indiscriminatamente, bypassando disinvoltamente l’eventuale decisione di un’altra comunità che ha responsabilmente scelto, in alcuni casi, di dilazionare, per dare tempo e aiutare qualcuno ad essere meglio disponibile e pronto a ricevere un sacramento. La sinodalità è anche questo.

Ritorna comunque l’esigenza di una Chiesa ospitale di cui si diceva all’inizio.

«Una Chiesa ospitale! È questo il volto della Chiesa missionaria per l’oggi e per il futuro. La qualità dell’ospitalità è, innanzitutto, data dal volto della Chiesa. Chissà quando nella Chiesa avremo la parresìa per ammettere che, se oggi molti se ne vanno, questo dipende dal fatto che la Chiesa non sa essere accogliente, anche lei malata di narcisismo spirituale che le impedisce di guardare a chi è lontano dai suoi recinti, e di nutrire makrothymía (pazienza, longanimità) anche per chi nel suo seno anela alla libertà, cerca cose nuove, si avventura per cammini rischiosi ma umani.

Non accorgersi che la Chiesa continua a essere malata di intransigentismo e di rigorismo solo perché in essa si parla tanto di misericordia significa essere accecati e non vedere che sono solo mutati i termini ai quali applicare legalismo e giustizialismo. L’ospitalità per la Chiesa è decentramento in atto, uscita da sé stessa per andare verso gli altri e permettere loro di convergere verso il Signore Gesù Cristo, permettere agli assetati di vita di trovare la vita. Gli uomini e le donne di oggi hanno sete e cercano i pozzi dove c’è acqua. Chi siede presso il pozzo e può attingere, offra e doni acqua, nient’altro che acqua, e soddisfi la sete: questa è la sua missione, niente di più» (Enzo Bianchi).

Si ipotizza, in certe scelte, una Chiesa di perfetti, di puri, in cui tutto risponda alle nostre pur giuste pretese, che però sembrano non tener conto della realtà socio-religiosa. Certo, l’impianto attuale della catechesi presenta molte criticità, ma non si può, secondo me, buttare tutto all’aria manco fosse una disgrazia la situazione tipica o atipica e con tante incongruenze, presente in Italia che Ch. Theobald, nel suo sguardo su La fede nell’attuale contesto europeo definirebbe come una «condizione microclimatica cristiano-cattolica», in cui tuttavia non ci si può cullare.

Karl Rahner, pur consapevole della realtà della Chiesa in diaspora, diceva che comunque non tocca a noi accelerare il processo di secolarizzazione.

Certo, bisogna pur guardarsi dall’illusione di una sacramentalizzazione di massa come antidoto alla secolarizzazione, insieme ad attività tradizionali (di catechesi o di devozione) da mantenere sempre allo stesso modoIl problema s’impone, ma la strada nuova è tutta da inventare, il che non è facile né ancora chiaro.

C’è anche la grazia di Dio…

È un rompicapo, e occorre discernere considerando sì la situazione e l’esigenza di un rinnovamento, del quale siamo tutti consapevoli, ma anche le conseguenze di scelte improvvisate.

A parte i giusti motivi che lo rendono plausibile, noto però in questa esigenza di cambiamento una nota di strisciante pessimismo e di neopelagianesimo. Come se d’ora i poi tutto dovesse dipendere dai mezzi, dimenticando tutto il resto, la grazia e dinamismi della personalità e le variabili storiche di ogni persona.

Bisogna pure stare attenti a non mescolare nella prassi pastorale nova et vetera, il gusto del barocco in senso largo e molte preoccupazioni tipicamente clericali.

Ciò che Joseph Moingt descriveva più di dieci anni fa è un quadro che non sembra cambiato nel tempo: «Di fronte all’ingente calo di fedeli in paesi europei nei quali un tempo regnava incontrastata, la Chiesa cattolica oggi è nuovamente tentata, se non di recuperare il terreno perduto, perlomeno di turare le falle, di premunirsi di nuove perdite, di rinforzare le difese e la sua identità sul piano delle tradizioni e del culto… La Chiesa attualmente punta sulla sacralizzazione della vita ecclesiale, sulla restaurazione delle tradizioni. Un clero nuovo, un clero ringiovanito si presenta molto più tradizionalista e legalista del clero con il quale si aveva a che fare prima. La Chiesa attuale punta su una risacralizzazione, una restaurazione. A cosa può portare questo? A una riconquista delle posizioni precedenti? Non credo; solo ad un aumento di visibilità» (Umanesimo cristiano, 67.77-78).

L’allora cardinale Bergoglio in un corso di esercizi spirituali ai vescovi spagnoli ebbe a dire queste parole: «Noi siamo generali falliti di un esercito sconfitto». Parole che ci devono indurre all’umiltà e a non assumere nei confronti della gente atteggiamenti trionfalistici, rancorosi o frustrati, ma, accoglienti disinteressati e pazienti, a imitazione di Cristo.

Un autentico spirito missionario saprà trovare la giusta misura nelle scelte senza che ciò suoni ancora e sempre come la preoccupazione di salvaguardare l’apparato. Giustamente Armando Matteo dice che chi si affaccia nelle nostre chiese, a chi viene a contatto con la Chiesa, deve essere chiaro che lì vi si incontra Cristo. «Non importa per quale strada sei giunto fin qui. In ogni caso, da qui non te ne andrai senza esserti prima incontrato con Gesù. Qui si diventa cristiani»: così dovrebbe essere scritto all’ingresso della nostre chiese.

L’ospitalità (filoxenìa) significa che «accogliere e riconoscere la varietà delle forme in cui la vita cristiana si dà nello spazio e nel tempo non è solo un ripiego. Non significa misconoscere la necessaria ecclesialità della fede e neppure allargare le maglie e i confini dal recinto per non escludere nessuno e ritrovarsi dentro almeno qualcuno. Questo sarebbe ancora un modo settario/organizzativo di ragionare. Non si tratta, ancora, di un modo per fare credenti a loro insaputa o contro il loro desiderio. Si tratta più profondamente di assumere una prospettiva più rispettosa dello statuto della vita credente. La fede è sempre accoglienza del dono di Dio, la cui grazia è misteriosamente all’opera nel mondo intero anche fuori dei confini visibili della Chiesa» (M. Roselli in RPL 4/2021).

Non mancano un po’ dappertutto esperienze dove vari fattori favorevoli (un certo carisma personale che sa unire spirito missionario e tratto umano accogliente, una collaborazione intelligente e metodologie innovative), creano un clima in cui c’è una partecipazione piena dei ragazzi anche alle celebrazioni e il coinvolgimento delle famiglie: proprio ciò che è richiesto dal rinnovamento di metodi, forme e spirito.

Devono diventare tutti “cristiani attivi”?

Per concludere, voglio riportare ciò che Medard Kehl scrive al riguardo. Egli propende «decisamente per un sì leale a chi, pur non praticante, chiede i sacramenti: tale atteggiamento trasmette l’immagine di una Chiesa aperta, attraente e amica delle persone. Ciò naturalmente richiede a molti cristiani attivi una chiara correzione della loro normale prospettiva: la massa dei battezzati lontani dalla Chiesa non può essere considerata, a partire unicamente dalla prospettiva della comunità nucleare, in maniera piuttosto sprezzante come scheletri da schedariocristiani sulla carta, battezzati ma pagani incalliti.

Occorre piuttosto valutarli a partire innanzi tutto dalla loro propria prospettiva: come un grande campo, in sé assai differenziato di simpatizzanti, ossia di membri inattivi che desiderano assolutamente che questa istituzione-Chiesa e i valori per i quali essa risponde, esistano nella nostra società e che vogliono, all’occorrenza, ricorrere alle sue offerte; non sono però, di regola, in alcun modo disposti a lasciarsi trasformare in cristiani attivi, come invece vorremmo che accadesse nell’ambito della catechesi dei sacramenti. Se noi non relativizziamo i nostri personali punti di vista e non riusciamo a metterci seriamente nella loro prospettiva, per noi sicuramente molto deludente, a lungo andare perderemo uno dei più importanti punti di contatto pastorale con la gente della nostra cultura» (Dove va la Chiesa, pag. 165).

Egli è ovviamente abbastanza critico nei confronti della catechesi così come vien fatta, suggerendo un dialogo con le famiglie che chiarisca, da un lato, il senso vero dei sacramenti e, dall’altro, richiami alla coerenza, mettendo comunque in chiaro la posta in gioco, a fronte di una richiesta disimpegnata.

Le stesse celebrazioni dei sacramenti dell’iniziazione devono essere sobrie, evitando improbabili e spesso arbitrarie ritualità che fanno il gioco delle famiglie in cerca di emozioni effimere e di protagonismi.

Regno Unito: anglicani, nella diocesi di Hereford il “catechismo della domenica” con il videogioco Minecraft

“Sunday school”, “Il catechismo della domenica”. Anche questa tradizione radicatissima nel mondo protestante, che risale al diciottesimo secolo e prevede lezioni di religione a bambini e adolescenti prima della funzione domenicale, ha dovuto trasferirsi online a causa della pandemia. A collegarsi via computer sono i catechisti e centinaia di piccoli e ragazzi in tante parrocchie della Chiesa d’Inghilterra ma anche delle altre denominazioni, metodisti, battisti e “Free churches”, le Chiese indipendenti. Nella diocesi anglicana di Hereford, nell’Inghilterra nord occidentale, hanno deciso di andare oltre e utilizzare Minecraft, il popolarissimo video gioco, usato da 126 milioni di utenti tra gli undici e i diciotto anni in tutto il mondo. In questo mondo virtuale nel quale si costruiscono intere città, bambini e ragazzi costruiscono una piccola Gerusalemme, la Torre di Davide, le tavole dei dieci comandamenti. Preghiere vengono appese sul muro di una casa così che tutti i partecipanti al gioco possano leggerle insieme. Per simbolizzare l’amore di Dio che ama in modo incondizionato, sempre i catechisti della diocesi di Hereford invitano i bambini a scegliere e piantare i fiori che ritengono più belli. A questa insolita sessione di “Sunday school” ci si può collegare anche se non si ha accesso a Minecraft. Bastano carta e matite colorate benché occorra arrivare online con un computer.

Venezia2020. Il Videocatechismo sul web, la sfida dell’evangelizzazione

La Parola di Dio diventa immagine e corre sul web. E’ stata lanciata questa mattina alla 77ma Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia la piattaforma digitale LearninGod, che offrirà al grande pubblico contenuti religiosi, artistici e culturali ispirati al messaggio del sacro universale. Sulla nuova piattaforma sarà possibile vedere in esclusiva l’imponente “Videocatechismo della Chiesa Cattolica”, opera multimediale e multilingue della durata di 25 ore suddivise in 46 episodi, prodotto da Tania Cammarota e Gjon Kolndrekaj, realizzato dalla Società CrossInMedia, con il patrocinio del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, sui testi della Libreria Editrice Vaticana. Girato con la tecnologia del 4K in 70 Paesi nel mondo, con la partecipazione di 60mila persone, in 16mila differenti location, e in 37 lingue, il “Videocatechismo” ha avuto ieri mattina una nuova presentazione nell’ambito del lancio della piattaforma presso lo spazio dell’Ente dello Spettacolo all’Hotel Excelsior. Hanno partecipato all’incontro “Evangelizzare attraverso il cinema”, introdotti dal presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo monsignor Davide Milani, il patriarca di Venezia monsignor Francesco Moraglia, padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, Mogol, poeta e autore, Fabio Massimo Castaldo, Vicepresidente del Parlamento Europeo con delega ai diritti umani, e il regista dell’opera Gjon Kolndrekaj.

Il Patriarca Moraglia ha ricordato che «sulla linea della messa a fuoco del Papa su una tematica cosi attuale come la digitalizzazione, il progetto affronta un tema decisivo, che lega credenti e non credenti, cioè il Creato – spiega il Patriarca -. Il Papa parla di un’ecologia integrale, in cui l’uomo è parte di un tutto pur nelle sue differenze». Quindi digitalizzare tutto il Catechismo della Chiesa cattolica, in un momento «in cui il lockdown ci ha obbligato a fermarci, dandoci l’opportunità di riflettere di più, è una catechesi che parla all’uomo di oggi».

Per padre Antonio Spadaro «tante sono le sfide del “Videocatechismo”, che è un’opera fondamentale. Un’opera di connessione (una delle parole chiave di Francesco), capace di unire persone di lingue, culture, modi di vivere diversi. – aggiunge – Si tratta di un’opera che è valida per l’oggi, perché abbraccia la sfida di accogliere le immagini del contemporaneo. E poi Internet, come disse Benedetto XVI, “può contribuire a soddisfare la ricerca di senso”. La Chiesa, quindi, ha il dovere missionario di essere in uscita nel mondo digitale». Orgoglioso di avere prestato la sua consulenza artistica al “Videocatechismo”, Giulio Rapetti, in arte Mogol: «Questa opera storica servirà a vivere, accrescere, conoscere profondamente la nostra fede. E servirà ai giovani». E ai giovani pensa il regista Gjon Kolndrekaj: «Dopo la televisione, l’ipad, il dvd per la San Paolo oggi finalmente si è creata la piattaforma LearninGod. Per aiutare anche chi domani deve crescere a livello spirituale».

Per l’onorevole Fabio Massimo Castaldo vicepresidente del Parlamento Europeo questo film «è la sfida di interconnettere una società slabbrata attraverso qualcosa di più profondo. Vorrei che quest’opera potesse riportare il verbo della nostra azione non all’avere ma all’essere».

Avvenire