“La bottega delle idee”… elaborazione di nuovi strumenti per la catechesi

di: Rinaldo Paganelli

L’Ufficio catechistico nazionale ha dato vita a due seminari (14-15 gennaio; 21-22 aprile 2022) destinati ai Direttori degli Uffici catechistici regionali, ai membri della consulta nazionale UCN e ad esperti invitati. Si tratta di una fase previa al Convegno che si terrà dal 30 giugno al 2 luglio 2022, destinato ai Direttori degli Uffici catechistici diocesani.

L’obiettivo prossimo è sostenere la catechesi nella stagione successiva alla pandemia da Covid-19. L’obiettivo remoto consiste nel preparare un terreno di riflessione all’elaborazione dei nuovi strumenti per la catechesi.

L’incontro di aprile ha fatto scoprire armonie antiche e nuove tra l’umano e il divino, tra la scienza e il cammino cristiano, tra la grandezza e la fragilità di ogni vita. Nel racconto di ciò che è stato presentato possiamo intuire queste e altre armonie.

La coscienza dell’uomo

Il Convegno ecclesiale di Firenze del 2015 aveva inteso sollecitare una riflessione comunitaria che rimettesse al centro la questione dell’uomo e, al contempo, la questione della persona di Gesù Cristo. L’umanesimo integrale che interessa la Chiesa oggi è quello che riconosce e valorizza nell’uomo tutte le sue dimensioni: corporea, affettiva, intellettuale spirituale, sociale. Un umanesimo realistico, consapevole della grandezza, ma anche della fragilità umana, della capacità di compiere il bene ma anche della possibilità tragica di compiere il male.

Per questo diventa essenziale riprendere a formare la coscienza, la parte più intima e profonda della persona, in cui ciascuno matura le decisioni del suo destino.

Per il cristiano la formazione ha per paradigma l’esperienza che Gesù ha fatto fare ai suoi discepoli. Si tratta di un processo di affrancamento dal superfluo in vista di un esercizio maturo della libertà. Il cristiano mira ad usare le cose in vista del compimento del bene; cerca quindi di essere libero anche da sé, di non assolutizzare se stesso, i proprio bisogni e punti di vista, per acquisire uno sguardo più elevato e, infine, per donare tutto se stesso per il bene degli altri.

La questione del rendere ragione in maniera affidabile di quanto uno vive, è estremamente rilevante nella vita ecclesiale e nella catechesi, ma anche in altri contesti come quello della psicologia e delle scienze cognitive. Il mondo della catechesi non può evitare una riflessione proveniente da questi ambiti di ricerca.

Il contesto destabilizzato

La parola “catastrofe”, che in più occasioni è stata usata in questi ultimi due anni, è molto forte ma, se la prendiamo nel suo significato etimologico di “rivolgimento”, di “capovolgimento”, allora ha, assieme a note di enorme preoccupazione, anche sfumature che aprono a delle possibilità. È importante tentare di leggere il tempo pandemico e postpandemico, nel segno della creatività, del sostegno, del rafforzamento reciproco.

Mai come ora si sente la nostalgia delle relazioni “incarnate”, esperite in una corporeità vissuta. La relazione è centrale per l’educazione non solo per un assunto retorico, ma per la consapevolezza data da un attraversamento esistenziale. Ne assumiamo con più forza gli elementi essenziali: l’incontro, il valore della differenza, il dialogo.

Inoltre, la pandemia – e anche la stessa guerra in Ucraina di questi due mesi – ha dato modo di guardare con attenzione gli aspetti della fragilità e dell’imprevisto che spesso nei percorsi educativi sono stati messi in secondo piano, cedendo ai parametri dell’efficienza, della programmazione e della riuscita.

La demotivazione dovuta alle difficoltà relazionali sperimentate è molto frequente, ma i momenti di vuoto, di “fame e sete” sono quelli che orientano alla ricerca di fonti autentiche. Lo scoramento è rivelatore della necessità di trovare nuovi significati, un senso nuovo a ciò che si fa e si vive. Uno dei modi per combatterlo è mettersi in ricerca, individuare risposte stando in connessione con gli altri. Esercitare una “fedeltà creatrice”, che è capacità di stare radicati nelle cose, ma con uno sguardo differente. Non fuggire, ma sperimentare nella stessa realtà angoli di visuale differenti.

Le vulnerabilità affettive

Questo stato di destabilizzazione è stato affrontato con verità dalla professoressa Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo all’università di Padova, esperta di disturbi dell’apprendimento.

Negli ultimi anni stiamo assistendo a una pandemia silente di disturbi del neurosviluppo: i più comuni sono ritardo mentale, disturbo dello spettro autistico, dsa o disturbi della memoria e dell’attenzione, del comportamento e dell’iperattività. Per non parlare delle vulnerabilità della sfera emozionale e affettiva. Dati recenti dicono che su 48 bambini 1 è autistico. Si sta spegnendo la centralina dello sviluppo. Ci stiamo impoverendo nei processi senzienti.

Accanto a questo, ci sono tutti i fenomeni che riguardano l’insorgenza dei disturbi dell’umore. Le emozioni antagoniste occupano la maggior parte del tempo di vita già prima della pubertà. Siamo tutti con un sistema molto fragile delle emozioni.

Oltre al disturbo dell’umore oggi si parla di disturbi mentali da dipendenze da tecnologia. Già prima della pandemia il 70% dei ragazzi aveva un disturbo dell’umore verso la scuola. La nostra vita psichica è dominata dalla costante interconnessione tra le cellule neuronali collegate tra loro. Occorre superare l’errore di dire “io ho un cervello”, perché di fatto “noi siamo un cervello”.

Le ricerche degli ultimi anni hanno dimostrato che tutto il corpo è costituito da neuroni. I neuroni cardiaci sono di una potenza ancestrale. Il cuore sviluppa più informazioni del cervello. Il cervello incarnato in tutto l’organismo fa arrivare l’informazione là dove deve esistere. Arriva in ogni parte del corpo e alla parte sensibile della pelle. La carezza, l’abbraccio, l’abbiamo tolto nel sistema d’aiuto, riducendolo a violazione, e ci siamo dimenticati che la nostra struttura antica non risponde alla voce, ma al tono, non risponde all’esplicitazione di affetto, ma al contatto. Se il sistema educante inibisce la struttura antica, stacchiamo i contatti e generiamo patologie.

I disturbi dell’ambiente

Alcuni fattori ambientali sembrano interferire con l’organizzazione del cervello proprio nel momento in cui esso si forma, “confondendo” i segnali che i neuroni ricevono. Se il segnale è disturbato, i neuroni non possono migrare correttamente verso le sedi alle quali sono destinati. Per frenare questa epidemia dobbiamo fare un grosso lavoro di prevenzione.

Entro i due anni di vita del bambino (i primi mille giorni), quando la neuroplasticità è massima, è possibile ottenere il meglio dalla traiettoria evolutiva delle funzioni cerebrali. Perciò l’obiettivo, è arrivare prima che il tempo giochi a sfavore.

Le agenzie educative sono speranza allo stato puro perché nulla è altrettanto potente nel forgiare la forma mentis delle persone. A scuola, nella catechesi, come nella vita di ogni giorno, non è indifferente la fonte dalla quale attingiamo le informazioni, non è indifferente chi aiuta. E non filosoficamente, ma “neuropsicologicamente”.

La scienza contemporanea ci insegna che ciò che leggiamo o ascoltiamo, i sapori che gustiamo, le strade che percorriamo, le persone che incontriamo, le emozioni che ci attraversano, tutto interferisce con il nostro epigenoma, inducendo trasformazioni nel funzionamento del nostro cervello.

Quando un formatore supporta un bambino induce una trasformazione nelle sue reti neuronali, nel suo connettoma. Un’influenza che non si esaurisce nella trasmissione di nozioni o insegnamenti ma che, impattando sulle reti neuronali dell’altro, impatta sulla maturazione della sua individualità. Per questo è importantissimo che gli adulti che affiancano i bambini nel loro percorso di crescita e di apprendimento siano ben consci dell’enorme potere che è nelle loro mani.

Le emozioni, da e-movere, manifestano un processo articolato in più componenti e con un decorso temporale che evolve. Tale struttura differenzia le emozioni da altri fenomeni psicologici come le percezioni e o i pensieri. Le emozioni sono il segnale che vi è stato un cambiamento nello stato del mondo interno percepito come saliente.

Il circuito dell’intelligenza ha tre direzioni: “da fuori a dentro” (introietto quello che mi viene comunicato); “da dentro a fuori” (esplicito cosa ho capito). Queste azioni non hanno a che fare con il processo filogenetico che troviamo pienamente nella terza azione, “da dentro a dentro”. Emozioni e apprendimento sono collegati: se, mentre apprendiamo, proviamo un’emozione, ogni volta che recuperiamo dal magazzino della nostra memoria l’informazione, inevitabilmente riattiviamo anche l’emozione stessa. Questo perché nelle situazioni emotive amigdala e ippocampo lavorano in sinergia, influenzandosi a vicenda e rendendo possibile l’incontro tra emozione e memoria.

Se un insegnante ci fa sorridere, nella nostra memoria si imprimerà questa informazione: “ti fa bene, cercalo ancora”. Se, invece, mentre studiamo, sperimentiamo ansia, stress, paura, noia, la nostra memoria immagazzinerà questa informazione: “ti duole, scappa”. E il mattino dopo, quando il professore ci interrogherà, ci ritroveremo a fare i conti con quelle emozioni.

Dare valore alla consapevolezza emotiva

Accanto a punti di luce, ci sono punti non risolti, laddove, ad esempio, la didattica ingozza bambini e ragazzi, dimenticando che non sono vasi da riempire di informazioni.

La ricerca ha portato a osservare che spesso i ragazzi sono in “alert” costante a causa dei giudizi che accompagnano la valutazione, delle continue verifiche, delle scadenze che si accavallano e per l’impossibilità di dedicare tempo a ciò che amano.

Non si possono evitare tutte le memorie di dolore. Sono quelle che hanno il segreto di farti uscire cicatrici e lacrime. Nel momento in cui piangiamo, le nostre lacrime contengono la storia emotiva che il cervello descrive in una direzione biochimica. Se vedo piangere te e mi commuovo, nelle mie lacrime è connessa la tua storia emotiva. Questo dice che non siamo più delle parti singole. Separate, scienza e fede non hanno strada. Il dolore della mente, è anche dolore dell’anima. In tal senso il processo formativo chiede un cambio di passo.

La prima cosa su cui lavorare, in senso trasversale, per adulti e ragazzi, giovani e bambini, è la consapevolezza emotivaoccorre imparare a dar un nome a ciò che risuona in noi, a riconoscere i sentimenti e le emozioni che si agitano nel nostro intimo e che spesso ci travolgono. Ripartire dall’attivazione/riattivazione dei cinque sensi che, come finestre, ci permettono di restare in contatto con il mondo fuori, ma che contribuiscono anche a dare spessore e sapore alla nostra esistenza e quindi a irrobustirne il senso.

Va attivata una catechesi da intendere nel senso dell’accompagnamento dei vissuti e nella loro rielaborazione di significato a partire da una buona notizia che è già presente e che ci anticipa. Una proposta fedele al Vangelo che è apertura alla vita in tutta la sua interezza laddove si parla di vista riattivata, gusto ritrovato, profumo e tocco, udito riaperto (cf. 1Gv1,1-3).

Questione degli apprendimenti

Ogni persona ha diritto di esprimere le sue potenzialità al massimo. La didattica non deve dare a tutti la stessa cosa ma a ciascuno la migliore, in base alle sue possibilità. Un cervello in età evolutiva non può adattarsi a un metodo unico per tutti. Facile essere d’accordo, difficile metterlo in pratica. Il modello prevalente oggi è ancora: io insegno-tu apprendi-io verifico. Stiamo usando un modello di mente frigorifero: impegniamo gli interlocutori a riconsegnarci i saperi che gli abbiamo trasmesso. Il risultato è un apprendimento formale, formalizzato e passivizzante.

Questa modalità non funziona per motivi neurologici, non ideologici. Le nozioni si fissano nel cervello insieme alle emozioni. Se imparo con curiosità e gioia, la lezione si incide nella memoria con curiosità e gioia. Se imparo con noia, paura, ansia, si attiva l’allerta. La reazione istintiva della mente è: scappa da qui che ti fa male. Certa formazione ancora crea questo cortocircuito negativo

C’è una necessità di cambiamento e di innovazione sentita da tanti ma che stenta a imporsi.

Anche in ambito pastorale non c’è corrispondenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. C’è urgente bisogno di rispondere ai bisogni delle persone. È importante che laddove c’è uno che fa fatica, ci sia un accompagnatore che lo aiuta, non che lo giudicaIl grande decisore non è la ragione ma la parte emotiva. È l’area più antica del cervello che determina l’apertura o la chiusura agli stimoli. Non si può trasmettere ciò di cui non si fa esperienza.

È tempo di credere in una scienza servizievole, che non rimane chiusa nelle università, che non circola solo tra specialisti, ma che esce nelle strade e mette i suoi strumenti a disposizione di tutti coloro che possono, vogliono e dovrebbero usarli.

Crescere spiritualmente nelle esperienze di vita

Un passo ulteriore è stato prodotto dall’intervento di Alessandra Augelli, docente di pedagogia interculturale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza. Essa ha evidenziato che crescere nell’esperienza è un atto complesso. Nella conoscenza giochiamo fra la realtà e la rappresentazione.

Il linguaggio è una forma di semplificazione e di alleggerimento della realtà. Nell’interpretazione preferiamo una versione delle cose che ci viene data da chi ci fidiamo e ascoltiamo ciò che conferma la nostra versione. Attuiamo un’opera di semplificazione per controllare e manipolare la realtà che è sfuggente.

È necessario sviluppare la pratica della meraviglia. Qui e ora. Assistiamo al riduzionismo esperienziale, perché l’esperienza oggi è “fare delle cose”. Viviamo in un’epoca del fare dimostrativo, invece è importante il fare espressivo (emozioni, esperienze…).

Oggi, invece, si fanno esperienze “controllate”, che chiedono verifica. Le esperienze sono tutte costruite sotto lo sguardo degli adulti che ti osservano. Ci sono esperienze cliché dove lo spazio di espansione e di ricerca è ridotto al minimo, ed è una falsa esperienza. Sono esperienze in solitaria, perché, anche quando avvengono in gruppo, sono vissute da singoli, tutto è già preconfezionato senza la necessità di un personale intervento.

L’esperienza formativa

La reale esperienza formativa è qualcosa che si stacca dallo sfondo generale, dall’anonimato, e diventa mio (personalizzazione). L’esperienza si comprende e non si spiega, è capace di abbracciare il tutto che la rivela, introduce un punto di vista inedito, ci sposta dalla nostra confort zone. Supera tutti i tentativi di racchiuderla, offre sempre un’eccedenza di senso. È importante stare nel mentre dell’esperienza e non arrivare subito a chiedersi: che cosa ti ha insegnato? che cosa hai fatto? ma, piuttosto, come sei stato?

Attraverso i sensi realizziamo una vita più sensata; pertanto, per vivere in pienezza ciò che succede, devo avere una riflessività dentro l’esperienza. Attivando il vissuto emotivo, la conoscenza si imprime nelle cellule. L’esperienza dice di un tentare, di un provare.

Le domande legittime per cogliere il valore di un’esperienza sono le domande aperte, che permettono di mettere in circolo l’esperienza. Per fare domande legittime, c’è bisogno di tempo: «Gli uomini si lasciano convincere da quello che scoprono da sé, più che da ciò che dicono gli altri» (Pascal).

L’obiettivo della crescita è lasciare andare

Sovente nei processi formativi diventa comodo usare meccanismi di dipendenza, che soddisfano chi ha il potere. La vera formazione si ha nella fiducia e nella libertà, nel lasciare andare: la mia fine e il tuo inizio. Se si accoglie la convinzione che l’educazione è infinita… l’esperienza dell’annuncio deve avvenire ogni volta nel qui ed ora.

Di fatto le comunità cristiane in genere lavorano sui programmi e non sui progetti. Tante volte, si lavora su un principio di infittimento. Le comunità dovrebbero essere spazi e occasioni di distensione, dove si tira il fiato e si intessono relazioni, passando dal groviglio di fili dei vissuti e delle iniziative, verso una tessitura.

L’attenzione educativa è creare condizioni, è apparecchiare esperienze, ampliando il raggio esperienziale fino a sentire che «vorrei fare con te ciò che la primavera fa con i ciliegi» (Pablo Neruda).

L’esperienza è formativa quando ha delle polarità. Ogni compito di sviluppo prevede dei contrasti, diventa crescita come trasformazione, verso l’autonomia, la libertà.

Alcune conseguenze per la catechesi

Il ricco confronto ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, che siamo in tempi di svolta. Cambio di modelli e di paradigmi pedagogici.

È bello che, dal punto di vista scientifico, ci sia una domanda di collaborazione. C’è la necessità di progettare nuovi percorsi insieme. I settorialismi non tengono più, occorre mettere al centro le esperienze delle persone. I punti di vista specifici funzionano in una prospettiva sinodale. Perno della crescita è il precosciente, il tratto e il contesto. Prendersi cura della persona guardando alla dimensione affettiva e non solo cognitiva.

C’è bisogno di tenere aperto/vivo un dialogo, perché nessuno può fare da sé. Siamo tutti in relazione. Ciò di cui facciamo esperienza diventa memoria ed esperienza comunitaria. È importante riappropriarci di un lessico dell’affettività, della relazione, dello stare con noi stessi, andando oltre le sicurezze personali, riappropriandoci di uno stile vissuto nella corresponsabilità.

Non solo nozioni

La catechesi non può quindi accontentarsi di ripetere alcune nozioni basilari del depositum fidei: dovrà avere il coraggio di andare più a fondo, là dove il credente è sé stesso. Si tratta di un impegno tipico della migliore tradizione pedagogica e spirituale cristiana.

Indubbiamente ci sono distanze da colmare, esiste una domanda di senso sbiadita. Una comunità mediamente vecchia nel suo personale religioso, per certi versi un po’ ancorata a visioni rigide, può avere difficoltà a sintonizzarsi e a far sì che «tutti imparino a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro» (Es 3,5).

Non ci si può nascondere che c’è un’area di formatori e di catechisti un po’ anonimi, che non staccano la spina del rapporto con la Chiesa, ma sopravvivono grazie a un’eredità sempre meno spendibile. Occorre prendere consapevolezza che non sono forze facilmente recuperabili.

Occorre prendere consapevolezza che l’infinito è nel finito, la memoria di Dio è presente in ogni creatura.

Nella catechesi è urgente che si passi da un modello cristocentrico, a un modello pneumacentrico, vicino al modello psicocentrico, assunto dalla pedagogia della religione che ha posto l’accento sul soggetto.

Per l’oggi viene un invito a celebrare e a vivere i sacramenti come un principio di riorganizzazione del cristianesimo intorno alla vita quotidiana, intorno ai legami, agli affetti, alle speranze e alle disperazioni degli uomini e delle donne. Considerando secondario il rapporto del cristianesimo con l’organizzazione e gli apparati della società.

La nostra è una società che patisce la pressione degli apparati. Noi dobbiamo restituire dignità ai legami della vita quotidiana, che è stata l’energia propulsiva del cristianesimo. Se recuperiamo i legami, il cristianesimo rinascerà, se cerchiamo solo soluzioni istituzionali, si perderà.

Desiderare il nuovo

Sentiamo che, nei nostri giorni, è importante alimentare il desiderio di questo incontro. Il desiderare si riferisce al principio generatore di ogni cosa, perché desiderare è la modalità attraverso cui la nostra esistenza dà significato al vuoto che è in noi. Ognuno di noi è mancanza di essere, e questa mancanza è la propulsione del desiderio. Il desiderio da solo non va da nessuna parte, si deve accompagnare con una relazione, con la realtà che si fa carne, con il Cristo che si è fatto carne.

Circa le immagini distorte di Dio, è normale che ci siano, sarebbe preoccupante un Dio saturante. Dio a volte ci lascia soli, e da quella solitudine si impara a muoversi.

È richiesta una catechesi che aiuti a stare nel mondo, c’è la necessità di un recupero della fedeltà all’uomo e a Dio: l’unità in noi stessi e con gli altri viene dall’amore e dal lasciarci amare.

La vista e l’udito sono ancora i sensi più utilizzati, ma li abbiamo intellettualizzati.

Ma è pur vero che l’azione sacramentale e liturgica continua a funzionare. Anche se non ci rendiamo conto, c’è un non consapevole e un non avvertito che funziona molto di più rispetto a quanto noi immaginiamo.

Se prestiamo attenzione, scopriamo che è rimasta una sola parte della parrocchia in cui non si deve presentare un certificato: è la porta della chiesa che dà sulla strada. Tutte le altre entrate nella chiesa sono un po’ bloccate, uno deve fare il corso dei ricomincianti, degli ex lontani, degli arrivati… Passano anni. Uno che entra dalla porta della chiesa è a contatto con il mistero, è in presa diretta.

Sarebbe bello se, chi entra nelle nostre eucaristie, trovasse un clima un po’ incantato di persone che si aspettano di essere guardate, toccate dal Signore. Non gruppi che stanno mettendo in mostra la loro identità, che stanno esprimendo magari con qualche espediente la loro fede.

Rendere consapevoli del bene

Alla catechesi appartiene il compito di rendere consapevoli, recuperando l’aspetto della riflessività (capire dentro di sé) delle esperienze di vita.

L’uomo non è né solo bestia né solo angelo, né solo spirito né solo carne, ma spirito incarnato, e l’amore ha il potere di unire lo spirito e la carne in modo sempre più completo, cosa che si manifesta con un profondo e stabile senso di pace.

Ma non basta mai, perché il problema è più profondo. Un bambino piccolo, dopo aver rotto un vaso, non va forse a gettarsi proprio tra le braccia del padre o della madre? Vuole sapere se, a essere andato in frantumi, è un oggetto o se stesso. Solo l’amore può dargli risposta: tu resti intero, anche se hai fatto questo. Il bambino non si identifica più con il suo errore ma con l’abbraccio che gli è dato.

Su questa linea del rendere liberi sta la necessità a livello di proposte catechistiche di superare le funzioni cognitive dell’apprendimento a breve termine. Infatti, con i modelli deduttivi si ottengono ragazzi e adulti che scoprono poco e forniscono prestazioni nell’immediato, ma che, dopo, dimenticano rapidamente quasi tutto.

L’intelligenza non cresce se tutte le energie cerebrali sono impegnate a stabilizzare prestazioni e a procedere. Il cervello “ingozzato” non può trasformare in energia il nutrimento e deve quindi, come lo stomaco, liberarsi dall’eccesso di informazioni per usare l’energia allo scopo di fare ciò che è suo nell’età dello sviluppo, scoprire, far crescere la persona e le sue potenzialità.

Il catechista non è chiamato solo a conoscere i contenuti da trasmettere, ma a “energizzare” le informazioni per generare emozioni che alimentano il cervello e dicano al corpo cosa fare. Emozioni positive danno picchi energetici alti e brevi, per dire: “torna presto”; quelle negative picchi bassi e duraturi: “scappa sempre”. Quel che apprendono si salda a ciò che provano in quel momento (gioia o paura), perché l’atto cognitivo diventa tutt’uno con le emozioni che veicolano l’informazione.

“Torna presto…”. Ci auguriamo che questo possa arrivare alla vita di tutti coloro che accompagniamo nella fede. Per questo è importante che ogni catechista e formatore sia tra gli uomini un seminatore che osserva la misura di Dio.

settimananews

OFFICINA DEL PENSIERO “Praedicate evangelium” e insegnamento della religione: educazione o cultura?

di Sergio Ventura
Sabato 19 marzo 2022 è stata pubblicata, dopo nove anni di gestazione, la Costituzione apostolica “Praedicate evangelium” che riforma la Curia romana a partire dal 5 giugno, giorno della Pentecoste. Piano piano arriveranno analisi più compiute e complessive di questa riforma. Nel frattempo, se Luigi Accattoli la definisce «rivoluzionaria nell’intenzione missionaria e sinodale, buona in una decina di decisioni innovative, irrilevante nell’immediato», Stefano Sodaro si chiede «cosa potrebbe accadere oggi con l’allestimento di un’opera cinematografica – pasoliniana ma, purtroppo, ahinoi, senza Pasolini – che s’intitolasse “Praedicate Evangelium”», mentre Andrea Grillo ha segnalato in essa (all’art.93) la presenza di una grave svista subito corretta.

Per quanto è di mia competenza, vorrei evidenziare un aspetto che forse non è una svista, ma una convinzione inveterata negli ambienti curiali che prima o poi dovrà essere corretta. Infatti, già qualche anno fa nell’Instrumentum laboris (§193) per il Sinodo dei giovani si rischiò fortemente di confondere insegnamento della religione e catechesi (o evangelizzazione), anche se poi, fortunatamente, il paragrafo non fu ripreso nel Documento finale. Ora un problema analogo – e quindi un’occasione persa – se non venisse corretta – si ripropone nella Costituzione apostolica in questione.

Uno dei dicasteri istituiti dalla “Praedicate Evangelium”, per unire congregazioni e pontifici consigli «la cui finalità era molto simile o complementare» e «razionalizzare le loro funzioni con l’obiettivo di evitare sovrapposizioni di competenze e rendere il lavoro più efficace» (art.11), è quello per la Cultura e l’Educazione (artt.153-162). Esso sarà costituito da due sezioni, una per la Cultura e l’altra per l’Educazione, nelle quali confluiranno il Pontificio Consiglio della Cultura e la Congregazione per l’Educazione Cattolica.

Se è vero che nella definizione generale del dicastero è scomparso l’aggettivo cattolica (per motivi facilmente intuibili), è altrettanto vero che il contenuto degli articoli dedicati alla sezione Educazione fa esplicito «riferimento alle scuole, agli Istituti superiori di studi e di ricerca cattolici ed ecclesiastici» (art.153, §2), alla «promozione della identità cattolica delle scuole e degli Istituti di studi superiori» (art.159, §2), alle «norme secondo le quali debbono essere erette le scuole cattoliche di ogni ordine e grado e, in esse [scuole cattoliche – ndr], si debba provvedere anche alla pastorale educativa come parte dell’evangelizzazione» (art.160, §1).

Mi ha lasciato, perciò, molto perplesso il §2 dell’art.160, perché in esso è previsto che la sezione Educazione «promuove l’insegnamento della religione cattolica [IRC] nelle scuole». A meno che per scuole non si intenda esclusivamente le scuole cattoliche (ma non credo), e in assenza di ogni riferimento a tale insegnamento negli articoli concernenti la sezione Cultura, ciò significa che esso è stato pensato all’interno di una sezione che si occupa in modo esplicito di istituti e istituzioni educative in sé e per sé cattoliche (art.161).

Ora, è vero che in sé anche nell’IRC deve essere «salvaguardata l’integrità della fede cattolica» – e su ciò «vigila» la sezione Educazione (art.159, §2). Ed è vero che si potrebbe anche sostenere come, attraverso l’IRC, «i principi fondamentali dell’Educazione, specialmente quella cattolica, siano recepiti ed approfonditi in modo che possano venire attuati contestualmente e culturalmente» (art.159, §1). Però, quel «recepiti» e quell’«attuati» dovrebbe far suonare un campanello d’allarme. L’IRC – di per sé, in qualità di Chiesa-già-in-uscita (o estroversa) – ha come scopo diretto non tanto quello di far recepire o di attuare i principi in questione (ciò che potrebbe essere al massimo – ma evitando ogni proselitismo – lo scopo indiretto), bensì quello di attualizzarli e di disporli all’incontro con gli studenti e le studentesse che liberamente vogliano confrontarsi (e anche “scontrarsi”) con essi. Non cogliere tale differenza comporta il serio rischio di perpetuare lo storico equivoco intra ed extra ecclesiale che confonde l’IRC con il catechismo o con l’evangelizzazione tout court (senza alcuna differenziazione, come si diceva un tempo, tra evangelizzazione e pre-evangelizzazione) o che lo riduce a questione meramente dottrinaria e (di statica trasmissione) dottrinale.

Guardando, invece, agli articoli dedicati alla sezione Cultura, mi sembra di ritrovare un’atmosfera più familiare e consonante con l’art.9, co.2 della L. 121/85 di ratifica ed esecuzione dell’accordo tra Stato e Chiesa sulle modifiche al Concordato lateranense. Se l’accordo di revisione lega l’IRC, oltre che alle «finalità della scuola», alla «cultura religiosa» e ai «principi del cattolicesimo» ma solo in quanto «parte del patrimonio storico del popolo italiano», nei rispettivi §2 degli artt.153 e 157 della “Praedicate evangelium” si enfatizza la missione della sezione Cultura per la «promozione della cultura» e la «valorizzazione del patrimonio culturale» (alla cui tutela e conservazione esorta l’art.155). L’IRC stesso, in fondo, costringe l’insegnante di religione – e tramite di lui la Chiesa – a praticare letteralmente ciò che chiede l’art.154, quando quest’ultimo invita la sezione Cultura al costante «confronto con le molteplici istanze emergenti dal mondo della Cultura, favorendo specialmente il dialogo quale strumento imprescindibile di vero incontro, reciproca interazione e arricchimento vicendevole, cosicché le varie culture si aprano sempre di più al Vangelo come anche la fede cristiana nei loro confronti».

Se guardiamo, infatti, all’IRC dal punto di vista degli studenti e delle studentesse che lo frequentano (ma anche delle loro famiglie e del restante personale scolastico), come non riconoscere che in esso si esercita e si raffina – ad intra – l’arte del «dialogo tra le molteplici culture presenti all’interno della Chiesa, favorendo così il mutuo arricchimento» (art.156, §1)? Come non riconoscere che in esso si esercita e si raffina – ad extra – l’arte del «dialogo con coloro che, pur non professando una religione particolare, cercano sinceramente l’incontro con la Verità di Dio» (art.158) o, semplicemente, sono in «ricerca sincera del vero, del buono e del bello» (art.154)?

Se guardiamo, poi, non solo alla credenza (o meno) e all’appartenenza ecclesiale degli studenti e delle studentesse (delle loro famiglie e del personale scolastico), ma anche agli estremamente differenziati contesti geografici di provenienza, si può non riconoscere come nell’IRC si «valorizzino e proteggano le culture locali con il loro patrimonio di saggezza e di spiritualità [quale] ricchezza per l’intera umanità» (art.156, §2)?

In definitiva, mi sembra che vi siano pochi (pochissimi?) elementi per poter affermare che la decisione di inserire l’IRC nella sezione Educazione non sia del tutto inadeguata. Ma spero di aver mostrato che vi sono molti più elementi per poter affermare che tale scelta dovrebbe essere rivista, affinché l’IRC venga inserito nella sezione Cultura – ad esempio aggiungendo un secondo paragrafo nell’articolo 155, o forse meglio nell’art.158, che suoni nel modo seguente: «Promuove il ruolo culturale dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole».

D’altronde, una correzione importante è già stata apportata per l’art.93. Perché, entro il 5 giugno, non potrebbe avvenire lo stesso per il § 2 dell’art.160? Si eviterebbe di cristallizzare ad un livello molto alto di fonti del diritto della Chiesa una visione non adeguata di quello che potrebbe essere oggi un insegnamento della religione [rectius teologico] nelle scuole pubbliche. E sarebbe un modo di dimostrare che stiamo definitivamente prendendo sul serio, da un lato, la priorità della postura missionaria sulla tutela della dottrina che caratterizza la “Praedicate evangelium”, e dall’altro lato, il fatto che ogni atteggiamento missionario ed evangelizzatore risulta fallimentare senza un’inculturazione ben meditata e senza un ascolto dialogico (pre-evangelizzatore) ben praticato. Aspetti, quest’ultimi, che verrebbero esaltati da un IRC il cui “ruolo culturale” venga definitivamente chiarito ed evidenziato.
di Sergio Ventura – Vino Nuovo

L’avvio del percorso di catechesi per adulti è diventato l’occasione per una riflessione sull’impostazione della catechesi nel passaggio tra pre-Concilio e post-Concilio

Eccomi di nuovo alle prese, insieme con Letizia, con un nuovo corso di preparazione alla cresima per adulti.  Come traccia, seguiamo alcune parti del bel testo di Anselm Grun, L’anno liturgico come terapia, integrato quest’anno dal cap.3 dell’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco.

Alcune costanti emergono subito. La prima, è che il motivo per cui queste persone chiedono di ricevere la cresima (matrimonio o essere padrini/madrine di battesimo) è in realtà solo una occasione per riprendere contatto con un percorso di fede interrotto anni prima per i mille motivi della vita, ma di cui sentono la nostalgia.

La seconda costante è che non conoscono quasi nulla degli aspetti fondamentali della fede. Non conoscono l’anno liturgico, non sanno cos’è il triduo pasquale, a volte non sanno neppure che la festa principale del cristianesimo è la Pasqua e non il Natale. Non parliamo poi, rispetto a quest’ultimo, del fatto che a Natale celebriamo l’Incarnazione di Cristo…

Tutto questo mi interroga. Mi chiedo: ma veramente possiamo trasmettere una fede del tutto priva di contenuti? Veramente possiamo accettare senza scomporci che anche le persone più sensibili, quelle che chiedono consapevolmente l’accesso a un sacramento e che accettano di fare per questo un percorso di preparazione, siano totalmente digiuni, in età adulta, di ogni cultura religiosa cristiana?

Nella recente polemica sullo pseudo-battesimo di Achille Lauro a Sanremo, i papaboys lo hanno difeso, in controtendenza rispetto a buona parte del mondo cattolico, perchè “tantissimi quindicenni di periferia da ieri sera sanno che esiste una cosa che si chiama battesimo. In tanti non sapevano che cosa fosse fino a ieri”.

Bene, quindi è confermato che abbiamo un problema di conoscenza dei fondamenti.

Azzardo una lettura. Nel passaggio dal pre-Concilio al post-Concilio, c’è stata una profonda revisione della catechesi, che è passata dalle formulette a memoria (“Dio è l’Essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra”) alla esperienza della misericordia di Dio, all’essere chiamati per nome, accolti, perdonati, amati.

Io percepisco questo cambiamento come il  passaggio da un approccio maschile, paterno, che trasmette le regole, a un approccio femminile, materno e accogliente, che trasmette l’affettività e l’accettazione incondizionata.

Ma così come riteniamo che entrambi questi approcci siano necessari (almeno nella loro forma simbolica) nella crescita di ogni bambino, nello stesso modo credo che siano indispensabili nella trasmissione della fede, nelle omelie e nella catechesi.

Un annuncio solo di contenuti e regole è senza cuore, ma una trasmissione della fede senza contenuti è una struttura fragile, che vola via facilmente, che non ha ancoraggi.

Noi abbiamo bisogno di coltivare la nostra fede, e da questo punto di vista l’anno liturgico ci aiuta perché, ripercorrendo ciclicamente le fasi della vita di Gesù, ci ricorda in cosa consiste il nostro essere credenti, quali sono i passaggi che ci sostengono e ci nutrono costantemente.

La fede è una relazione (tra noi e Dio – anzi, tra Dio e noi – e di conseguenza tra noi e i fratelli) e ogni relazione va coltivata, così come due sposi festeggiano ogni anno il loro anniversario, ricordandosi l’un l’altro chi sono e perché si sono donati reciprocamente l’amore.

In ambito ecclesiale, siamo passati da una catechesi solo “di testa “ a una catechesi solo “di cuore”. Proviamo invece a mettere insieme la testa e il cuore, forse faremo veramente un bel passo avanti, per fare in modo che la fede diventi una autentica risorsa nel nostro personale percorso di vita.

vinonuovo.it

Catechesi. Lavorare in équipe: irrinunciabile

Lavorare insieme, nell’iniziazione cristiana (ma non solo), chiede alcune attenzioni: chiarire l’obiettivo, scegliere un metodo, definire i tempi, darsi delle regole… È una scelta che mette in modo numerose risorse: collaborazione e confronto tra generazioni, creatività nelle proposte, contaminazioni positive di stili ed esperienze

Catechesi. Lavorare in équipe: irrinunciabile

Abbiamo assistito in questi ultimi anni a una vera e propria rivoluzione nel modo di trasmettere la fede ai ragazzi, passando dal tradizionale “andare a dottrina” dal parroco (ricordo trent’anni fa la mia personale esperienza con il nostro allora parroco don Anselmo che ci interrogava su tutte le preghiere, i precetti, le virtù, i vizi capitali, i comandamenti che dovevamo rigorosamente imparare a memoria) a una iniziazione cristiana che coinvolge non solo i bambini ma anche i loro genitori e non centrata più sulla figura del parroco ma di laici formati e chiamati a lavorare in equipe.

Penso in particolare al Tempo della Fraternità che coinvolge i preadolescenti guidati da un’équipe di catechisti ed educatori giovani e/o altri operatori pastorali presenti nella parrocchia. Una scelta fuori dal comune, coraggiosa, innovativa, sfidante, fatta ormai quasi dieci anni fa per aiutare i ragazzi a entrare in contatto con una comunità più ampia del piccolo gruppo a cui appartengono, una comunità di adulti, di educatori, di catechisti, di missionari che vogliono prendersi cura del loro percorso di crescita.

L’équipe stessa diventa per i ragazzi un esempio di fraternità, di relazione con tutte le gioie ma anche le inevitabili difficoltà che il lavorare insieme comporta.

Sono stata coinvolta in questi ultimi anni nella formazione a catechisti ed educatori del Tempo della Fraternità sul tema del lavorare in equipe cercando di far cogliere loro la ricchezza e il valore di questo nuovo metodo. Certo non mancano i risvolti critici come ad esempio la difficoltà di mettere insieme età, stili, idee, culture, esperienze diverse tra catechisti ed educatori che possono in alcuni casi aumentare la conflittualità, rendere più lunga la preparazione degli incontri, creare frustrazione, ma le esperienze fatte hanno anche dimostrato come l’obiettivo comune di mettere al centro i ragazzi e il desiderio di far vivere loro esperienze di crescita e di fede abbia fatto superare le difficoltà iniziali e fatto maturare nella capacità di lavorare insieme.

Sicuramente alcune attenzioni diventano fondamentali per le équipes: chiarire l’obiettivo, scegliere un metodo, definire i tempi, darsi delle regole per rendere la conduzione armoniosa, poter disporre di risorse economiche, fisiche (importanza di spazi dedicati), poter contare su una comunità per risolvere eventuali problemi e non sentirsi soli.

La scelta del lavorare in équipe non può che continuare, così da mettere in moto risorse irrinunciabili: la collaborazione e il confronto tra generazioni, la creatività e dinamicità delle proposte ai ragazzi e la contaminazione positiva tra stili ed esperienze dei catechisti e degli educatori. Sono convinta che dovremo continuare ad accogliere la sfida di ulteriori cambiamenti, pur mantenendo fede all’obiettivo.

DIFESADELPOPOLO.IT

Testimoniate il Vangelo con la vostra vita: andate in rete. Un libro, edito da Paoline, che presenta a catechisti, animatori, formatori (ma anche parroci, religiose e religiosi, insegnanti di IRC) molte idee realizzabili “sfruttando” il web in modo pastorale ed educativo

La pandemia ha costretto (e costringe ancora, purtroppo) a trovare anche soluzioni virtuali per continuare a vivere la propria appartenenza ecclesiale ad un gruppo, ad una classe, ad una parrocchia, ad un oratorio, ad un’associazione. Non è stato facile, non eravamo preparati, abbiamo alzato qualche muro ogni tanto, ma anche più di un ponte grazie al web. Mentre speriamo di cancellare questo lungo difficile periodo, cosa ne faremo di quanto abbiamo imparato on line, delle conoscenze acquisite, delle buone prassi?

Il libro “Testimoniate il Vangelo con la vostra vita: andate in rete”, edito da Paoline per la collana Dio_On questioni di connessioni, scritto da Marco Pappalardo, Alfredo Petralia e Lorenzo Galliani, è una significativa e concreta risposta. Appena uscito in tutte le librerie, offre l’occasione per sfruttare nelle nostre comunità le potenzialità di internet e trasferirle nelle attività di sempre, cogliendo il meglio, innovando, allargando il coinvolgimento.

Il libro, strutturato come un sussidio formativo alla portata di tutti, presenta dunque alcune idee realizzabili (e realizzate!) nei diversi ambienti ecclesiali e con le varie fasce di età, partendo da ciò che viviamo ordinariamente, ma con una prospettiva nuova, quella in cui i new media sono una risorsa per la crescita, la formazione, la pastorale, l’insegnamento, la catechesi. Con questo intento presenta a catechisti, animatori, formatori (ma anche parroci, religiose e religiosi, insegnanti di IRC, animatori di gruppi, gestori di sale di comunità) alcune idee realizzabili nei diversi ambienti e con le varie fasce di età.

Tra i temi-ambiti trattati: Facebook, Instagram, TikTok, blog, web radio, giornalino, YouTube, videogames, contest… Di ogni proposta sono presentati: potenzialità; motivo pastorale/educativo/sociale; attività possibili; tecniche/consigli/modalità organizzative. Alcune delle attività sono frutto della creatività dei tre autori, altre sono state davvero attuate ed in corso, altre ancora si sono trasformate in veri percorsi di formazione in presenza e/o on line. Nel presentarle, gli autori pensano non solo ai bambini, ai ragazzi e ai giovani, ma anche agli adulti visto che internet e le nuove tecnologie riguardano tutti; inoltre – perché no – potrebbero diventare un’ottima opportunità per avvicinare e far collaborare le diverse generazioni.

Pappalardo, Petralia e Galliani usano un linguaggio semplice, adatto a chi ha il desiderio di avvicinarsi pastoralmente a questo mondo, con la consapevolezza che le diverse proposte andranno adattate alla realtà locale e non per forza ripetute così come presentate. Il libro dice (con tanti esempi e indicazioni per l’uso) come sfruttare le potenzialità della rete per raggiungere chi è più lontano, creando grazie ad essa una rete di nuove relazioni, valorizzando le diverse potenzialità e i tanti talenti.

Quanto leggerete in “Testimoniate il Vangelo con la vostra vita: andate in rete” non sostituisce i contenuti, dà loro una forma nuova, coinvolgente, al passo coi tempi. Se tutto ciò non bastasse a fare il grande salto nella pastorale digitale e con il digitale, gli autori introducono ogni capitolo con delle motivazioni forti e approfondite, per allontanare ogni dubbio e offrire una prospettiva progettuale.

vinonuovo.it

Evangelizzazione. Il Papa: i catechisti siano creativi, non ripetitivi

Avvenire

Mai avere «il cuore, l’atteggiamento e la faccia preconfezionati»«ascoltare davvero, e mettere a confronto quelle culture, quei linguaggi, anche e soprattutto il non detto, il non espresso, con la Parola di Dio, con Gesù Cristo Vangelo vivente».

Queste le raccomandazioni di papa Francesco ai catechisti, enunciate nell’udienza concessa ai partecipanti all’incontro su “Catechesi e Catechisti per la Nuova Evangelizzazione”, promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione.

Per Francesco è questo «il compito più urgente della Chiesa tra i popoli dell’Europa». Rientrato da poco da un viaggio nel cuore del Continente, in Ungheria e Slovacchia, il Pontefice ha sottolineato che la «grande tradizione cristiana del continente non deve diventare un reperto storico, altrimenti non è più tradizione». Infatti «la tradizione o è viva o non è. E la catechesi è tradizione, ma viva, da cuore a cuore, da mente a mente, da vita a vita. Dunque: appassionati e creativi, con la spinta dello Spirito Santo. Ho usato la parola “preconfezionato” per il linguaggio: ma, ho paura dei catechisti con il cuore, l’atteggiamento e la faccia preconfezionati: no. O il catechista è libero, o non è catechista. Il catechista si lascia colpire dalla realtà che trova e trasmette il Vangelo con una creatività grande, o non è catechista».

Il ministero di catechista, sottolinea il Papa, è stato istituito perchè “la comunità cristiana senta l’esigenza di suscitare questa vocazione”, di far emergere “la passione di trasmettere la fede come evangelizzatori”.
Insomma, “il catechista e la catechista sono testimoni che si mettono al servizio della comunità cristiana, per sostenere l’approfondimento della fede nel concreto della vita quotidiana. Sono persone che annunciano senza stancarsi il Vangelo della misericordia; persone capaci di creare i legami necessari di accoglienza e vicinanza che permettono di gustare meglio la Parola di Dio e di celebrare il mistero eucaristico offrendo frutti di opere buone”.
La citazione quasi d’obbligo è per i santi Cirillo e Metodio, che per catechizzare le genti slave arrivarono a mettere a punto un nuovo alfabeto. “Hanno aperto nuove strade, inventato nuovi linguaggi, nuovi alfabeti, per trasmettere il Vangelo, per l’inculturazione della fede. Questo chiede di saper ascoltare la gente, i popoli a cui si annuncia: ascoltare la loro cultura, la loro storia; ascoltare non superficialmente, pensando già alle risposte preconfezionate che abbiamo nella valigetta, no”.

Le raccomandazioni di Francesco ai catechisti affinché trovino nuovi “alfabeti” per annunciare il Vangelo
Ascolto, passione e creatività sono le qualità indicate dal Papa nell’udienza ai responsabili delle Commissioni per la catechesi delle Conferenze Episcopali Europee. “La catechesi – afferma Francesco – è tradizione” ma è necessario che sia “viva” e non “un reperto storico”. Importante è la libertà di cuore che apre alla novità dell'annuncio

Ascolto, passione e creatività sono le qualità indicate dal Papa nell’udienza ai responsabili delle Commissioni per la catechesi delle Conferenze Episcopali Europee. “La catechesi – afferma Francesco – è tradizione” ma è necessario che sia “viva” e non “un reperto storico”. Importante è la libertà di cuore che apre alla novità dell’annuncio – Vatican Media