Adolescenti. «Non esco più di casa». Quei figli che si tagliano fuori

Nel 2020, 540mila ragazzi hanno lasciato la scuola dopo le medie Salgono le richieste di aiuto psicologico Genitori disorientati e da aiutare. Parla la psicologa Alessia Lanza
«Non esco più di casa». Quei figli che si tagliano fuori
Avvenire

Abbandonare la scuola, gli amici, lo sport e la vita all’aperto per chiudersi nella propria stanza. Il ritiro sociale degli adolescenti, disagio che mette a dura prova sempre più famiglie, è emerso con tutta la sua drammaticità con la pandemia e oggi è in aumento in Italia e in tutta Europa. Lo scorso anno ben 543mila giovani hanno lasciato la scuola dopo la licenza media e sta crescendo il numero di richieste di presa in carico da parte dei servizi di neuropsichiatria infantile per problemi psicologici di adolescenti.

Di questa sofferenza nascosta ha parlato, nell’ambito del ciclo di incontri ‘Le conquiste della medicina al servizio della persona’ organizzati a Milano dalle Fondazioni Ambrosianeum e Matarelli, la psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro Alessia Lanzi, che si occupa da dieci anni di ragazzi ritirati. «Gli hikikomori giapponesi hanno rappresentato il primo segnale di allarme – spiega –. Il Covid è stato un detonatore che ha portato alla luce un fenomeno sociale, un disagio della generazione adolescenziale che in realtà si manifesta già da anni. I ragazzi sono stati chiusi in casa, davanti allo schermo per la didattica a distanza (Dad). Purtroppo la Dad, anche se ha avuto il merito di mantenere un legame con la scuola, non si è rivelata un’esperienza di aiuto alla crescita anche perché la maggior parte degli insegnanti non era pronta a un cambiamento di mentalità. Molto spesso è stata una trasposizione di quello che accadeva nella realtà della classe e ha comportato tanti disturbi legati l’isolamento».

Secondo la psicologa, il ritiro sociale colpisce soprattutto i maschi e non riguarda solo determinate classi sociali. «Non ha a che fare con famiglie che hanno un reddito basso o che vivono nelle periferie – chiarisce –. Il ritiro si può trovare anche in una famiglia in cui tutto è andato sempre bene, in cui i genitori lavorano e con uno status sociale ed economico alto. Possiamo parlare di un disagio trasversale ». Le richieste di aiuto arrivano soprattutto dai genitori. «È difficile che un ragazzo ritirato voglia uscire dalla sua situazione e questo accade non perché questi adolescenti siano svogliati, non perché stiano bene, in realtà soffrono tantissimo, – continua –. Ma perché percepiscono, nella situazione di blocco, che non c’è futuro, che non c’è speranza. Quindi si adagiano in una situazione di dolore psichico molto profondo senza trovare risorse per poterne uscire».

Una sofferenza che si rispecchia nei genitori, a loro volta in grande difficoltà perché si scoprono impotenti. «Sono nell’impossibilità di esercitare il proprio ruolo genitoriale e si sentono molto frustrati, ma d’altra parte si trovano impreparati di fronte a questa sintomatologia perché ci raccontano di bambini che in passato sono stati meravigliosi e amati nel contesto sociale. Bravi a scuola, intelligenti, bambini che non hanno mai dato problemi. Bambini che sono stati guardati dai genitori e dai familiari pensando che avrebbero fatto grandi cose. Forse c’è stato da parte dei genitori un iperinvestimento, l’aspettativa di un progetto grandioso che questi bambini avrebbero potuto realizzare diventando grandi. Dall’altra parte ci sono anche genitori che hanno preservato molto questi bambini dalla possibilità di sperimentare dolore e frustrazione».

L’esordio del ritiro, come descrive Lanzi, avviene in momenti di passaggio generazionale: per esempio, in terza media oppure nell’ultimo quadrimestre della quarta superiore. Si manifesta in quei momenti in cui ci si affaccia a un cambiamento. I ragazzi ritirati non hanno necessariamente alle spalle episodi traumatici, né hanno vissuto a scuola bullismo o prevaricazioni violente. A volte l’episodio che fa scattare la chiusura è un commento o una situazione un po’ difficile. «È come se quell’evento apparentemente poco importante crei una frattura nell’individuo – osserva Lanzi –. Si tratta di un momento di grande crisi perché è accompagnato da una profondissima vergogna. Quell’episodio nella loro mente li fa sentire non adatti a crescere. Cominciano a pensare che forse quelle aspettative che tutti avevano nei loro riguardi non si tradurranno mai in realtà. La vergogna è un sentimento che porta a voler sparire dalla scena, a voler non esserci più. Questo si accompagna a un fortissimo sentimento di inadeguatezza». Iniziano spesso i disturbi che molti genitori conoscono bene, come mal di pancia, mal di testa, disturbi del sonno, accompagnati da promesse di tornare a scuola l’indomani.

«I ragazzi, però, non hanno disinvestito sulla scuola, anzi per loro la scuola è importantissima perché significa far vedere quanto valgono – sottolinea la psicologa –. Se arriva un brutto voto può succedere che ci si chiuda e si cominci a non andare più a scuola, in modo che il ritardo si accumula. Poi è difficile rientrare tra i banchi e lentamente ci si sfila». Questi ragazzi hanno comunque un forte desiderio di conoscere e in segreto coltivano interessi curiosità, a volte quasi da adulti. «Mi capita di incontrare adolescenti che sono esperti di matematica, meccanica, scienze, storia e fumetti manga – racconta Lanzi -. Oppure ragazzi che vivono nel mondo virtuale. Stanno attaccati alla rete giorno e notte, a volte invertendo il ritmo sonno-veglia. Internet in questi casi è una via di fuga al buio totale. Il problema è che è l’unico luogo in cui sperimentano».

Ma le tipologie di ritiro sono molto diverse, come evidenzia l’esperta, ci sono anche adolescenti che possono sviluppare sintomatologie psicotiche gravi. A questo punto ci si chiede che cosa possiamo fare per loro. «Le rassicurazioni degli adulti non bastano per infondere coraggio e far tornare questi ragazzi sul palcoscenico sociale – commenta la psicoterapeuta –. Viviamo in un mondo in cui i valori e i punti di riferimento sono stati un po’ stravolti. Oggi risulta difficile per un genitore rassicurare e dire ai propri figli che le cose andranno in un certo modo, che troveranno un lavoro adatto o fare in modo che la propria esperienza possa essere messa al loro servizio. Possiamo dire che bisogna trovare un nuovo modo di essere genitori, con nuovi punti di riferimento. Partendo dal fatto che bisogna provare ad ascoltare un po’ di più per capire di cosa hanno bisogno e costruire nuove risposte proprio perché i bisogni che esprimono sono nuovi».

Una caratteristica rilevante è che gli adolescenti ritirati stanno vivendo un momento di stallo in cui la loro progettualità futura è sospesa. «Non vedono un futuro per loro e si sentono senza futuro – considera Lanzi –. Ma così è difficile tener viva la speranza che si possa stare meglio e che ci sia una soluzione ai propri problemi. Si rende necessario recuperare questi ragazzi nel punto in cui si sono fermati e cominciare ad entrare in ascolto con il deserto relazionale che stanno vivendo. A volte sono andata a casa loro cercando di vivere insieme il buio, il vuoto, lo schermo acceso e provare a capire che cosa è successo. Piano piano si costruiscono delle ‘azioni parlanti’ che possono davvero permettere di uscire da quella situazione. È difficile che dal ritiro si esca soltanto con colloqui di psicoterapia, che pure sono importanti.

Si può dire che accanto alla ‘stanza delle parole’ si debba attivare una ‘stanza di sperimentazione’. Spesso è il ‘fare’ che riattiva i pensieri. Un ‘fare’ che dev’essere fare guidato, che ha un significato importante, cioè vuol dire tornare a sperimentare, a conoscere ed esplorare nuove parti di sé che appaiono più funzionali a costruire relazioni con gli altri, più competenti per poter sostenere la complessità del mondo. Attraverso una sperimentazione reale, laboratori con i ragazzi, partendo da attività espressive o manuali si riattiva la speranza». Per questo le nuove prospettive di trattamento degli adolescenti, come quelle del Minotauro che ha fatto da apripista in questo campo, mirano a costruire interventi multifocali, quindi anche luoghi in cui si possano accompagnare i ragazzi a sperimentare e a costruire nuove parti di sé per completare un’identità adulta. Questo tipo di lavoro coinvolge anche i genitori, che devono responsabilizzarsi e mettersi in gioco, oltre alle agenzie educative che si occupano dei giovani.

«Tutti dobbiamo cercare di capire come fare ad aiutare questa nuova generazione – conclude la psicoterapeuta –. Il fatto, per esempio, di aver voluto tenere lontano i figli dal dolore forse li ha resi molto fragili. Da una parte li ha protetti, dall’altra gli ha restituito un’immagine di sé come di incompetenti, che non possono soffrire o avere momenti di difficoltà nella vita. Mentre è importante riuscire a resistere nelle situazioni difficili, pensare che qualcosa di buono si può sempre fare, che le situazioni si possono cambiare e trasformare. Proprio nella sperimentazione quotidiana di un qualcosa, di un fare, si può costruire un nuovo modo di pensare anche a se stessi e alla propria crescita. Cioè, rimettere in moto il pensiero su di sé. Forse accanto all’adulto competente, che sa cosa è bene e cosa è male, si può affiancare un adulto che si fa mentore, cioè che porta la propria esperienza che può essere condivisa e dalla quale si può ricavare un nuovo sapere».

“Seme diVento”, il progetto per gli adolescenti

È dedicato agli adolescenti il nuovo progetto “Seme diVento” che è stato presentato lunedì 12 luglio, alle 15, in diretta streaming. Elaborata dal Servizio Nazionale per la pastorale giovanile, insieme all’Ufficio Catechistico Nazionale e all’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia, l’iniziativa rappresenta un impegno condiviso per incontrare gli adolescenti con tutta la comunità cristiana, aprendo processi educativi che la possano rinnovare profondamente.

“Quello che è successo nell’ultimo anno ci porta a prendere in considerazione questa età in un modo nuovo. Non si diventa grandi da soli. Siamo convinti che i ragazzi abbiano molto da dire alla comunità ecclesiale, in quanto portatori del futuro che è provocazione, richiesta di essere seme del vento cristiano nella storia di oggi”, sottolinea don Michele Falabretti, responsabile del Servizio Nazionale per la pastorale giovanile. Il titolo del progetto, aggiunge, fa riferimento all’adolescenza come ad “un momento di semina” e, con un gioco di parole, ricorda che “’il termine ‘divento’ non indica solo il divenire, ma anche l’idea di una formazione che tiene conto dell’aspetto umano e del vento dello Spirito che rinnova la vita”.

Obiettivo del percorso, che nasce “per aiutare gli adolescenti a recuperare la bellezza che è una prerogativa della loro età”, è “ascoltarli e dialogare con loro” oltre che fare “una verifica per capire come la comunità cristiana si è posta nei loro confronti”, aggiunge mons. Valentino Bulgarelli, direttore dell’Ufficio Catechistico Nazionale. L’invito è a “lasciarsi raggiungere dal grido degli adolescenti”, osserva fra Marco Vianelli, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia, per il quale “questo strumento potrebbe aiutare a creare una comunità capace di accoglierli”.

Nel corso dell’incontro di presentazione, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos Italia, ha presentato i risultati di un’indagine sugli adolescenti condotta nell’ambito del progetto. Pierpaolo Triani, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha illustrato le linee pedagogiche nell’incontro con gli adolescenti, mentre i direttori dei tre Uffici promotori si sono soffermati sulla dimensione pastorale.

Adolescenti e fede

settimanannews

Sembrano imprendibili. Gli adolescenti (circa da 12 a 18 anni) sfuggono alle cure educative scolastiche come a quelle ecclesiali. Non è difficile incontrare genitori esasperati dalle loro sfide. Eppure è una stagione decisiva dove fioriscono le possibilità, anche in ordine alla fede. Il n. 12 (2018) di Documents episcopat, edito dalla segreteria della Conferenza episcopale francese indica attraverso una decina di brevi saggi le sfide maggiori dell’età: educative, missionarie ed ecclesiali.

Trascinati dai tumultuosi cambiamenti del corpo, della mente e della coscienza i ragazzi sono costretti a rispondere alla perenne domanda «Chi sono io?» in un contesto in cui la norma sociale sembra scomparsa, mentre si moltiplicano le ingiunzioni (vestiti, linguaggi, musica ecc.) e diventa martellante l’imperativo all’autonomia.

Riconoscere il bene, apprendere a scegliere, vivere in relazione: sono le sfide educative maggiori.

Digitali e gaudenti

Lo spazio numerico e il gioco sessuale sembrano le caratteristiche più intriganti della nuove generazioni. I «nativi digitali» (definizione peraltro assai discussa) vivono lo spazio numerico come obbligatorio. Le loro capacità sono frutto di apprendimento nell’imitazione. Diventano digitali, non nascono tali. Ne assumono gli imperativi: «immediatezza, illimitatezza e continuità rappresentano i tre piloni del digitale».

L’essere sempre connesso non è solo un compito ma uno spazio di personalità che si aggiunge all’«Es – Ego – SuperEgo» della tradizione freudiana. Così vengono identificati i punti che caratterizzano i «ragazzi mutanti»:

– i “mutanti” non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare l’autorità di tipo paterno;

– non sono più psicosocietariamente sagomati per integrare i modi di apprendimento fondati sulla “sottomissione” al sapere di un maestro;

– non imparano il rispetto se non a partire dal rispetto che è loro accordato;

– apprendono da noi (adulti) da ciò che ci vedono fare e non da ciò che ordiniamo loro di fare;

– conversazioni e negoziazioni “egualitarie” diventano gli strumenti privilegiati del co-sviluppo nostro e dei nostri ragazzi». La frattura generazionale manifesta spesso più la paura degli adulti che la reale situazione degli adolescenti.

Nei confronti della sessualità la sfida che essi affrontano è quella di riconoscere lo statuto del corpo, l’unità della loro persona e il senso dei gesti e degli atti. Si tratta di un orizzonte antropologico rispetto a cui le liste normative risultano incomprensibili.

Il sesso è vissuto anzitutto come un puro gioco di piacere, sottomesso all’unica regola del consenso. Una vertigine immediata senza durata e senza impegno. La paratia del genere diventa fluida e, al di là delle infinite discussioni della teoria di genere, essa condiziona la vita affettiva e sessuale degli adolescenti, trascinati dai modelli loro proposti dalla cultura mediatica.

La sessualità tende e diventare il gioco dei possibili e si espande sull’onda di desideri molteplici e fluttuanti. L’atto sessuale si riduce ad esperienza, anche quando è di tipo omosessuale o bisessuale.

I modelli di conformità sono, da un lato, quelli della pubblicità e, dall’altro, quelli della pornografia, che «è la principale fonte d’informazione e di formazione in materia sessuale per gli adolescenti».

Ma proprio il rapporto meccanico e disconnesso dall’emozione trasmesso dalla pornografia rilancia l’esigenza, assai viva nei ragazzi, dell’unità della loro persona e del pericolo di una intima dissociazione quando il corpo, proprio e altrui, è ridotto a strumento. Da qui nasce una presa di coscienza non solo della propria unità di persona, ma anche di un dono di sé libero e responsabile. Il controllo dei gesti non è più castrazione, seppur raggiunto attraverso prove ed errori.

Si apre così una nuova confidenza con l’adulto, chiamato ad accompagnare e a non forzare le tappe. Fino alla scoperta dell’interiorità che abita il corpo, al silenzio meditativo che alimenta la persona, alla capacità di stare con se stessi nel dono ad altri.

L’«io» e il «credo»

Il percorso catecumenale sembra quello più adatto ad accompagnare la formazione di fede nei ragazzi. A partire dalla loro consapevolezza di vedere morire il bambino che è in loro a favore di un nuovo adulto, percezione che si avvicina al compito del cristiano di lasciare morire l’uomo vecchio per una nuova vita. Al momento della crescita il bambino che diventa adolescente impara a pensare da solo, ad agire per propria volontà, ad essere un «io» di fronte agli altri.

Il percorso catecumenale trasforma similmente un simpatizzante della Chiesa in una persona che è in grado di dire «io credo». Così i piccoli gesti di emancipazione si possono collocare accanto al rito di passaggio della cresima. Un cammino da fare in gruppo e dentro le relazioni che si istaurano con i leader di fatto e quelli proposti dagli adulti. A questi ultimi compete in particolare il delicato compito dell’accompagnamento. Esso conosce la pazienza della crescita, la scansione delle tappe, la dimensione relazionale e sociale.

«Accompagnare un bambino, un adolescente sul cammino di fede, significa sforzarsi di creare le condizioni di un incontro con Cristo, è la proposta di partire alla sequela di Cristo in un cammino che gli sia proprio. Insomma, si tratta di aiutarlo a udire l’appello del Cristo dentro la sua vita,  a scoprire la vocazione che gli è propria e a rispondervi».

Le piccole decisioni alla loro portata hanno l’effetto di strutturare e rilanciare energie per passi ulteriori. È camminando che si impara a camminare, permettendo di intuire il filo rosso dello Spirito che attraversa le singole decisioni. L’appello vocazionale è del tutto funzionale alla costruzione dell’identità personale.

L’insieme della comunità cristiana e i singoli educatori sono chiamati a vivere la relazione educativa all’insegna di tre gesti fondamentali: «io credo in te», «io spero con te», «ti amo alla maniera in cui Cristo ti ama». Sapendo che sempre meno saranno i ragazzi che vengono alla Chiesa e sarà necessario raggiungerli nei luoghi che loro frequentano.

Un insegnamento “dall’alto” non funziona più. «I giovani vogliono essere attori delle loro scoperte, apprendono meglio se sono interattivi con quanto proponiamo loro. Entrare nei loro modi di funzionamento, utilizzare i loro strumenti mediali, non può che aiutarci  a entrare in una dinamica nuova dell’annuncio con gli strumenti del nostro tempo».

La messa e i riti

E la messa? «Troppo lunga, sempre la stessa cosa, sempre lo stesso che parla», «Bella negli incontri con gli altri, ma la domenica senza gli amici è noiosa», «Non si capisce niente delle parole del prete e dei lettori… persino in classe si possono fare domande», «Andarci coi genitori è banale e poi ci sono solo vecchi»: l’asprezza adolescenziale delle affermazioni (alcune del tutto condivise anche dagli adulti) non nasconde la sfida esplosiva contenuta nel rito, di un mistero che si svolge davanti e con noi, che decentra la vita, che interrompe forzosamente i nostri tempi, che ci obbliga all’interiorità.

Non è facile per l’adolescente capire lo scarto fra la turbolenza interiore prodotta dal rito e il suo aspetto immutabile. «Penso che la messa faccia problema perché è fonte di angoscia per molti adolescenti e adulti che hanno sempre meno l’abitudine al silenzio e alla gestione delle frustrazioni». «Dobbiamo riconoscere la scomodità rappresentata dalla messa e come essa richieda delicatezza e accompagnamento da parte nostra».

Due le piste proposte: il rito e la partecipazione della famiglia. La ritualità è necessaria a tutti e vivere l’eucaristia con la famiglia o con gli educatori è l’unico mezzo per renderla feconda ai ragazzi.

Documents episcopat propone nella seconda parte della rivista una serie di esperienze pratiche di associazioni e di movimenti che sono propri della tradizione francese come il lavoro nelle scuole cattoliche e nelle cappellanie scolastiche, l’azione educativa delle nuove comunità, i pellegrinaggi giovanili e l’esperienza delle «chiese dei giovani». Ve ne sono altri, come lo scoutismo e l’associazionismo cattolico, che valgono anche nel contesto italiano.

Mi limito ad evidenziare il ruolo di Taizé che è qui ricondotto alla sua introduzione alla preghiera. «Tre dimensioni della preghiera a Taizé sembrano fare eco alla ricerca dei giovani: una preghiera accessibile, una preghiera meditativa, una preghiera del cuore».

La preghiera della comunità aperta a tutti è stata progressivamente smagrita e limata per accogliere l’attenzione più estesa possibile. Il canto su testi brevi della Scrittura in forma responsoriale e ripetitiva facilita la meditazione. «Attraverso il canto, il silenzio, i giovani si scoprono capaci di un cuore nuovo, di un cuore semplice nel senso etimologico della parola, di un cuore contrito».