Presunti abusi su figlia minore, arrestato a Reggio Emilia

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Un uomo è stato arrestato a Reggio Emilia dalla Polizia con l’accusa di violenza sessuale aggravata nei confronti della figlia minorenne.

A darne notizia è la stampa locale che racconta come il Gip, Dario De Luca abbia accolto le richieste della Procura, emettendo un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti del padre.

Secondo le ricostruzioni, la vicenda risale a un paio di anni fa quando la ragazza aveva 17 anni e in un episodio quando aveva già compiuto la maggiore età. Le indagini sono scattate nel gennaio 2021 dopo la denuncia della madre che aveva raccolto le confidenze della figlia. Per il giudice, dopo gli accertamenti preliminari – dall’audizione della minore fino alla perquisizione anche informatica nell’abitazione di famiglia – sono stati ravvisati gravi indizi di colpevolezza nei confronti dell’uomo, disponendo l’arresto. Nell’interrogatorio di garanzia l’uomo ha negato ogni addebito proclamandosi innocente. (ANSA).

Accountability: autorità e dovere di rendere conto nella Chiesa

di: Domenico Marrone – in Settimana News

Il termine “accountability” è entrato nel lessico ecclesiale per via dell’esigenza di spiegazioni richieste alle autorità nei casi di abusi sessuali da parte di chierici o religiosi.

La scelta di adoperare il termine inglese è dettata da una stretta necessità: non esiste, infatti, una traduzione adeguata (che riesca ad esprimere, cioè, il medesimo significato) della parola accountability.

La nozione di accountability ha un ambito di applicazione più ampio. Di per sé, esso fa riferimento alla sfera economica e politica, dove un’istituzione o un soggetto delegato sono tenuti a rendere conto delle proprie decisioni e ad essere responsabili in modo autonomo dei risultati[1].

Generalmente ciò significa che il soggetto è (auto-)obbligato a informare delle proprie azioni (trasparenza), che è chiamato a darne giustificazione (rendicontazione) ed eventualmente che è tenuto al risarcimento (sanzionabilità). L’obiezione che qualcuno potrebbe fare è quella di evitare tale termine perché troppo carico di significati non religiosi, e anzi propriamente aziendali.

Una Chiesa affidabile
Eppure vale la pena fare una considerazione di carattere biblico: un’attenta analisi, infatti, potrebbe non solo riprendere i brani dove la “rendicontazione” viene espressamente richiamata (cf. Lc 16,2, ma specialmente 1Pt 3,15), ma anche mostrare che la narrazione biblica è evidenza della trasparenza dell’azione di Dio nella storia umana e ne costituisce quasi una regola di giudizio.

Certamente, il discorso dovrebbe prima precisare il significato della parola accountability in riferimento all’esperienza ecclesiale: se, in generale, essa indica la responsabilità di una impresa nei confronti dei propri clienti e soprattutto dei diversi portatori di interessi, per la Chiesa essa indica una duplice responsabilità: la trasparenza alla grazia e ai suoi strumenti e la capacità di creare processi di reale cooperazione[2].

Quindi, una Chiesa affidabile è prima di tutto una Chiesa che opera in trasparenza in tutti gli aspetti della vita ecclesiale. Di fatto, la mancanza di trasparenza (chi ha deciso e che cosa, su quali caratteristiche vengono effettuate alcune scelte di azioni e di persone, cosa viene realmente deciso in tutti i livelli e le istanze decisionali) crea quell’elitarismo che oscura l’affidabilità della Chiesa.

In secondo luogo, una Chiesa affidabile è una Chiesa responsabile. Chi ha vissuto in una parrocchia, sa bene che attualmente il parroco può prendere molte decisioni senza dover comunicare molto, almeno nei paesi di antica evangelizzazione.

Un sistema datato
Gli attuali organi di partecipazione si rivelano molto labili e deboli, anche se sulla carta ad essi è affidato molto. Non parliamo della gestione delle opere e delle persone da parte delle comunità di vita religiosa, dove molto spesso le decisioni sono prese da un piccolo gruppo, se non da una sola persona, senza alcuna responsabilità, stravolgendo quel poco di democrazia che la profezia della vita religiosa porta con sé. Non è più questo il tempo dove è possibile affermare che l’autorità fonda la propria giustificazione, poiché i fatti hanno dimostrato l’esatto contrario.

Il sistema di rendicontazione interna tra laici e presbiteri, tra questi e i vescovi, fino al papa, è oramai datato, come un esperto di risorse umane potrebbe facilmente mostrare. Senza contare che l’affidabilità richiede una buona dose di corresponsabilità e di sussidiarietà: è ora che questo insegnamento tradizionale nella dottrina sociale della Chiesa diventi effettivo anche nella struttura ecclesiale.

Ciascun credente è in proprio responsabile della propria fede. Il clericalismo – già varie volte richiamato come malattia curiale – è purtroppo più diffuso di quanto si pensi: alla luce di questo è necessario un serio ripensamento della teologia del ministero.

Tutto questo non è però possibile – ancora una volta – se non vi è trasparenza delle responsabilità. Deve comunque essere chiaro che questo comporta una rivisitazione critica e profonda del significato dell’autorità nella Chiesa: se ancora il ministero episcopale è presentato e attuato come un’elezione totalmente avulsa dal popolo cui è a servizio, non vi è certo possibilità di una critica per così dire dal basso.

Diritti umani nella Chiesa
Vi è un punto che mi pare essere una specie di cartina di tornasole dell’accountability: si tratta dei diritti umani all’interno della struttura ecclesiale. È un dovere di coerenza: non si può predicare agli altri quello che non si vive. Tale impossibilità viene dal vangelo[3].

Un serio confronto con questo aspetto potrebbe aiutare a mostrare come la Chiesa cattolica e le sue istituzioni crede in quello che dice. E potrebbe aiutare a comprendere come essa intende porsi davvero a servizio della crescita umana: gli appelli alla giustizia, alla democrazia e al rispetto della persona dovrebbero poter essere vissuti in ugual modo fuori e dentro la Chiesa: il fatto che non sia una democrazia non significa che non possa valorizzare alcuni principi democratici essenziali e universalmente applicabili.

La Chiesa non è una democrazia, ma è una comunione di credenti. Il suo modello fondamentale è niente meno che la relazione di Gesù con i suoi apostoli. E questi non erano prìncipi, ma discepoli che non erano assoggettati ciecamente ad un monarca assoluto.

Il contenuto dell’accountability è legato da vicino alla nozione di responsabilità. Di fatti, la parola è adoperata in ogni ambito della vita sociale in cui vi è un qualche genere di rappresentanza di persone o di interessi ai quali si chiede di operare con trasparenza e con responsabilità.

Il termine è entrato anche nel lessico adoperato per spiegare diversi rapporti all’interno della Chiesa[4]. Anche se non vi è rappresentanza vera e propria da parte di pastori nei confronti dell’insieme dei fedeli, è indubbio che tutti i fedeli hanno interesse (se non “diritto”) a conoscere i modi di gestione della vita pastorale. E tale necessità di conoscenza richiede la consapevolezza nei pastori di dovere essere capaci di spiegare ogni scelta che riguardi la comunità loro affidata.

In assenza di un coinvolgimento dei fedeli privi di carisma episcopale nei processi decisionali della Chiesa, la trasparenza sarà di fondamentale importanza per il ripristino della credibilità e della legittimità della leadership episcopale.

Verso prassi orizzontali
Non si vuole affermare che nella Chiesa manchino del tutto le istanze di accountability. L’istituto della relazione quinquennale e le regolari visite ad limina dei vescovi diocesani presso la Sede Apostolica hanno lo scopo di ricordare ai vescovi l’obbligo di rendere conto della loro gestione delle porzioni del popolo di Dio che sono affidate al loro governo (cann. 399-400).

Tuttavia, poiché nel diritto canonico tutte le linee di accountability sono rivolte verso l’alto, solo i superiori gerarchici sono competenti a giudicare se i loro subordinati abbiano adeguatamente adempiuto agli obblighi del loro ufficio o se invece abbiano abusato dei loro poteri.

Solo raramente le direttrici che veicolano la determinazione di accountability si estendono orizzontalmente: da un parroco all’ordine dei presbiteri della diocesi, da un vescovo diocesano agli altri vescovi della sua provincia o Conferenza episcopale.

Il «popolo di Dio» non viene quasi mai menzionato in relazione alle strutture canoniche di accountability, tranne in alcune occasioni in cui è richiesto il consenso del Consiglio diocesano per gli affari economici (un organo che può contenere laici) per l’esecuzione di determinati atti di amministrazione dei beni della diocesi da parte di un vescovo diocesano.

I fedeli possono esprimere il loro scontento per lo scarso rendimento, gli illeciti e la cattiva condotta dei loro parroci e persino dei vescovi ai loro superiori gerarchici, ma questi ultimi sono liberi di dare a queste rimostranze tanto o poco peso quanto la loro discrezione impone, mentre decidono se mantenere, rimuovere o disciplinare i loro subordinati. In altre parole, la Chiesa ha mostrato tutti i tratti disfunzionali caratteristici di quello che gli esperti di scienze sociali definiscono un «indolente monopolio»[5].

Talvolta si ha l’impressione che, come molte altre organizzazioni gerarchicamente ordinate, la Chiesa segua le norme di un «duplice diritto», in cui alcuni membri, per servirsi dell’espressione di Orwell, «godono di maggiore uguaglianza rispetto ad altri». Anche se tutti i fedeli, laici e chierici, sono vincolati dai precetti della legge divina ed ecclesiastica, più si avanza sulla scala gerarchica della Chiesa, più si indossano i requisiti della legge della Chiesa come se si trattasse di un abito di qualche taglia più grande[6].

«Poche cose, credo, generano disordine e alimentano la paura umana dell’ignoto tanto quanto le decisioni [di governo] prese in segreto, isolate dalle critiche, non supportate da constatazioni di fatto, non spiegate con opinioni ragionate e libere da qualsiasi prerequisito di essere motivate da precedenti»[7].

Ritengo che ogni uomo o donna – e anche ogni organizzazione – dovrebbe avere tre persone di riferimento nella sua vita per mantenere la concentrazione, rimanere orientato ai risultati, raggiungere la trasparenza morale e astenersi dal deragliare quando è investito di una particolare responsabilità: un Paolo, un Barnaba e un Timoteo.

Figure bibliche
Paolo quale espressione di un uomo più anziano che è disposto a guidarti, a costruire nella tua vita, a coinvolgerti in relazioni strette e aperte: un allenatore non un capo, un costruttore non solo un critico. Questo Paolo potrebbe non essere necessariamente qualcuno più intelligente o più dotato di te, ma qualcuno che nella vita ha percorso un lungo tratto di strada e che è disposto a condividere i suoi punti di forza e di debolezza.

Barnaba è un’anima gemella, un compagno, uno che non è affatto intimidito da te, qualcuno che ti ama ma non è travolto da te. Perché ti rispetta, non ti denigra ed è capace di essere onesto con te. È uno davanti al quale puoi essere responsabile: nudo ma senza provare vergona.

Il terzo individuo è un Timoteo. Questo è un uomo più giovane nella cui vita stai costruendo. Tu sei per lui il mentore per eccellenza: affermando, incoraggiando, insegnando, correggendo, dirigendo, pregando e condividendo. Hai il coraggio di costruire nella vita di questo Timoteo ciò che avresti voluto vedere in te stesso alcuni anni lungo la strada. In Timoteo stai modellando una stella, la stella che sognavi quando eri molto più giovane.

Questo equilibrio tripartito – ascendente, orizzontale e discendente – è una sfida per chiunque abbia compiti di responsabilità nelle organizzazioni e nelle relazioni umane.

Leadership
La responsabilità non è solo una questione di controlli e contrappesi; è prima di tutto una questione di rapporti umani. Un saggio scrittore dice che i leader non dovrebbero mai servire senza una struttura di supporto, senza altri che aiutino a mantenere la loro concentrazione, la loro purezza e le caratteristiche che li rendono idonei a guidare, sia nella Chiesa, nella nazione o nella società.

Dove c’è un’assenza di responsabilità, c’è spesso una cultura dell’impunità – un disprezzo per le norme, i valori, la decenza e il decoro.

La leadership non riguarda tanto la tecnica e i metodi quanto l’apertura del cuore. La leadership riguarda l’ispirazione – di se stessi e degli altri. Alcuni individui e organizzazioni evitano la responsabilità perché la vedono solo in termini di controlli e contrappesi: un mezzo di disciplina e controllo.

La leadership riguarda le esperienze umane, non i processi. E la leadership non è una formula o un programma; è un’attività umana che viene dal cuore e considera il cuore degli altri. È un atteggiamento, non una routine. Alla fine, la leadership trasformativa è quella che risponde a Dio attraverso lo sviluppo di virtù e pratiche, e raggruppa le persone per far avanzare la missione e la visione dell’organizzazione.

Le istituzioni vibranti sono quelle guidate da persone piene di speranza e creative, che agiscono come portatrici di tradizione, sono di per sé incubatrici di leadership e sono praticamente laboratori di apprendimento. Tali leader sono leader responsabili e reattivi.

Alcuni individui e organizzazioni evitano la responsabilità perché la vedono solo in termini di controlli e contrappesi: un mezzo di disciplina e controllo. Sebbene questa sia una componente vitale, la responsabilità ha molte più facce. In primo luogo, la responsabilità consiste nel rispondere alle parti interessate, prendendo in considerazione le loro esigenze e opinioni nel processo decisionale e fornendo una spiegazione del motivo per cui sono state o non sono state prese in considerazione.

Pertanto, è meno un meccanismo di controllo e più un processo di apprendimento. Essere responsabili significa essere aperti con le parti interessate, coinvolgerle in un dialogo continuo e imparare dall’interazione. Può quindi generare la titolarità di decisioni e progetti e migliorare la sostenibilità delle attività e delle idee. Infine, definisce un percorso verso prestazioni migliori.

La responsabilità non è un adempimento legalistico gravoso, con troppa burocrazia e una cultura punitiva che soffoca l’assunzione di rischi e la creatività. Non utilizza tali tattiche coercitive come l’invasione della privacy o il portare gli altri sotto il peso dei tabù di qualcuno, del legalismo o di tattiche manipolative e di dominio.

Fondamenti di un’istituzione trasparente
Il Global Accountability Project (GAP, 2005) identifica quattro dimensioni fondamentali delle organizzazioni responsabili:

Trasparenza: si riferisce all’apertura di un’organizzazione sulle proprie attività, fornendo informazioni su ciò che sta facendo, dove e come ciò avviene e come sta andando. Garantisce che i portatori di interessi ricevano le informazioni di cui hanno bisogno per partecipare alle decisioni che li riguardano.
Partecipazione: l’enfasi qui è su un approccio partecipativo al processo decisionale, con meccanismi a livello operativo, tattico e strategico, che consentono ai diversi portatori di interessi di contribuire alle decisioni che li riguardano. Pertanto, un certo grado di potere deve essere ceduto agli interessati affinché l’organizzazione sia considerata veramente responsabile.
Valutazione: questo requisito garantisce che l’organizzazione sia responsabile delle proprie prestazioni, del raggiungimento dei propri obiettivi e del rispetto degli standard concordati. Questo è un processo di apprendimento che informa le attività in corso e sul processo decisionale futuro, fornendo informazioni che consentono all’entità di migliorare le prestazioni, e quindi essere più responsabile della propria missione, visione e obiettivi.
Diritto di dissenso: ciò consente a tutti i portatori di interesse di cercare e ricevere risposta dall’organizzazione, interrogando una decisione, un’azione o una politica e ricevendo una risposta adeguata al proprio dissenso.
Una responsabilità significativa può derivare solo da tutti e quattro i criteri fondamentali, che funzionano in modo efficace. I leader devono rendere conto a Dio, ai fedeli, a se stessi, alla società in generale e alla visione e alla missione della Chiesa.

Qual è la differenza essenziale tra falsa e vera leadership cristiana? Quando un uomo, in virtù di una posizione ufficiale nella Chiesa, esige l’obbedienza di un altro, indipendentemente dalla ragione e dalla coscienza di quest’ultimo, questo è lo spirito di tirannia.

Quando, invece, dall’esercizio del tatto e della simpatia, con la preghiera, la forza spirituale e la sana saggezza, un lavoratore cristiano può influenzare e illuminare un altro, così che quest’ultimo, per mezzo della propria ragione e coscienza, è portato a modificare un corso e ad adottarne un altro, questa è la vera leadership spirituale[8].

[1] Cf. A. Ascani, Accountability, la virtù della politica democratica, Roma, Città Nuova, 2004.

[2] Per una discussione più approfondita, cfr. Benjamin Chuka Osisioma, Accountability in the church, Presented at Conference of Chancellors, Registrars, and Legal Officers, Church of Nigeria (Anglican Communion), At Basilica of Grace, Diocese of Abuja, Gudu District, Apo, Abuja, 6 agosto 2013; consultabile online: https://www.academia.edu/4221114/Accountability_in_the_Church.

[3] Cf. O. Gracias, Accountability (il dover rendere conto) in una Chiesa Collegiale e Sinodale, 22 febbraio 2019, in https://www.vatican.va/resources/resources_card-gracias-protezioneminori_20190222_it.html

[4] Sull’adeguatezza dell’accountability alla natura della Chesa, cfr. R. J. Kaslyn, Accountability of Diocesan Bishop. A significant aspect of ecclesial communion, in “The Jurist”, 67 (2007), pp. 109-152.

[5] Sulla nozione di «monopolio del pigro» e le sue dinamiche, vedi A. HIRSCHMAN, Exit, Voice and Loyalty: Responses to Decline in Firms, Organizations and States, Cambridge 1970. Per la sua applicazione alla Chiesa, vedi M.J. BANE, «Voice and Lo-yalty in the Church: The People of God, Politics and Management», in S. POPE, ed., Common Calling: The Laity and Governance of the Catholic Church, Washington 2004, 181-194.

[6] P. NONET – P. SELZNICK, Law and Society in Transition, New Brunswick (NJ) 2005, 35.

[7] R. KENNEDY, «Address on Due Process to National Conference of Catholic Bishops», Proceedings of the Canon Law Society of America 31 (1969) 15 (traduzione nostra).

[8] Per una discussione più approfondita, cfr. Benjamin Chuka Osisioma, Accountability in the church, Presented at Conference of Chancellors, Registrars, and Legal Officers, Church of Nigeria (Anglican Communion), At Basilica of Grace, Diocese of Abuja, Gudu District, Apo, Abuja, 6 agosto 2013; consultabile online: https://www.academia.edu/4221114/Accountability_in_the_Church.

“Chiesa che si lascia animare dalla passione per l’annuncio del Vangelo”

Santi Pietro e Paolo. Papa Francesco: “Essere una Chiesa libera e umile, che “si alza in fretta”, che non temporeggia, non accumula ritardi sulle sfide dell’oggi, non si attarda nei recinti sacri, ma si lascia animare dalla passione per l’annuncio del Vangelo e dal desiderio di raggiungere tutti e accogliere tutti”
Testo dell’allocuzione del Papa – Il segno (…) indica parole pronunciate a braccio.
(Sala stampa della Santa Sede) Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, alle ore 9.30, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco benedice i Palli, presi dalla Confessione dell’Apostolo Pietro e destinati agli Arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell’anno. Il Pallio verrà poi imposto a ciascun Arcivescovo Metropolita dal Rappresentante Pontificio nella rispettiva Sede Metropolitana. Dopo il rito di benedizione dei Palli, il Papa presiede la Celebrazione Eucaristica con i Cardinali, con gli Arcivescovi Metropoliti e con i Vescovi Sacerdoti.
Come di consueto in occasione della Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Patroni della Città di Roma, è presente alla Santa Messa una Delegazione del Patriarcato Ecumenico guidata dall’Arcivescovo di Telmissos Job, Rappresentante del Patriarcato Ecumenico presso il Consiglio Ecumenico delle Chiese e co-presidente della Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, accompagnato dal Vescovo di Alicarnassos Adrianos e dal Diacono Patriarcale Barnabas Grigoriadis.
Nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo la lettura del Vangelo, il Santo Padre pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito:
Omelia del Santo Padre
La testimonianza dei due grandi Apostoli Pietro e Paolo rivive oggi nella Liturgia della Chiesa. Al primo, fatto incarcerare dal re Erode, l’angelo del Signore dice: «Alzati, in fretta» (At 12,7); il secondo, riassumendo tutta la sua vita e il suo apostolato dice: «Ho combattuto la buona battaglia» (2 Tm 4,7). Guardiamo a questi due aspetti – alzarsi in fretta e combattere la buona battaglia – e chiediamoci che cosa hanno da suggerire alla Comunità cristiana di oggi, mentre è in corso il processo sinodale.
Anzitutto, gli Atti degli Apostoli ci hanno raccontato della notte in cui Pietro viene liberato dalle catene della prigione; un angelo del Signore gli toccò il fianco mentre dormiva, «lo destò e disse: Alzati, in fretta» (12,7). Lo sveglia e gli chiede di alzarsi. Questa scena evoca la Pasqua, perché qui troviamo due verbi usati nei racconti della risurrezione: svegliare e alzarsi. Significa che l’angelo risvegliò Pietro dal sonno della morte e lo spinse ad alzarsi, cioè a risorgere, a uscire fuori verso la luce, a lasciarsi condurre dal Signore per superare la soglia di tutte le porte chiuse (cfr v. 10). È un’immagine significativa per la Chiesa. Anche noi, come discepoli del Signore e come Comunità cristiana siamo chiamati ad alzarci in fretta per entrare nel dinamismo della risurrezione e per lasciarci condurre dal Signore sulle strade che Egli vuole indicarci.
Sperimentiamo ancora tante resistenze interiori che non ci permettono di metterci in movimento. A volte, come Chiesa, siamo sopraffatti dalla pigrizia e preferiamo restare seduti a contemplare le poche cose sicure che possediamo, invece di alzarci per gettare lo sguardo verso orizzonti nuovi, verso il mare aperto. Siamo spesso incatenati come Pietro nella prigione dell’abitudine, spaventati dai cambiamenti e legati alla catena delle nostre consuetudini. Ma così si scivola nella mediocrità spirituale, si corre il rischio di “tirare a campare” anche nella vita pastorale, si affievolisce l’entusiasmo della missione e, invece di essere segno di vitalità e di creatività, si finisce per dare un’impressione di tiepidezza e di inerzia. Allora, la grande corrente di novità e di vita che è il Vangelo – scriveva padre de Lubac – nelle nostre mani diventa una fede che «cade nel formalismo e nell’abitudine, […] religione di cerimonie e di devozioni, di ornamenti e di consolazioni volgari […]. Cristianesimo clericale, cristianesimo formalista, cristianesimo spento e indurito» (Il dramma dell’umanesimo ateo. L’uomo davanti a Dio, Milano 2017, 103-104).
Il Sinodo che stiamo celebrando ci chiama a diventare una Chiesa che si alza in piedi, non ripiegata su sé stessa, capace di spingere lo sguardo oltre, di uscire dalle proprie prigioni per andare incontro al mondo. (…) Una Chiesa senza catene e senza muri, in cui ciascuno possa sentirsi accolto e accompagnato, in cui si coltivino l’arte dell’ascolto, del dialogo, della partecipazione, sotto l’unica autorità dello Spirito Santo. Una Chiesa libera e umile, che “si alza in fretta”, che non temporeggia,
non accumula ritardi sulle sfide dell’oggi, non si attarda nei recinti sacri, ma si lascia animare dalla passione per l’annuncio del Vangelo e dal desiderio di raggiungere tutti e accogliere tutti. (…) La seconda Lettura, poi, ci ha riportato le parole di Paolo che, ripercorrendo tutta la sua vita, afferma: «Ho combattuto la buona battaglia» (2 Tm 4,7). L’Apostolo si riferisce alle innumerevoli situazioni, talvolta segnate dalla persecuzione e dalla sofferenza, in cui non si è risparmiato nell’annunciare il Vangelo di Gesù. Ora, alla fine della vita, egli vede che nella storia è ancora in corso una grande “battaglia”, perché molti non sono disposti ad accogliere Gesù, preferendo andare dietro ai propri interessi e ad altri maestri. Paolo ha affrontato il suo combattimento e, ora che ha terminato la corsa, chiede a Timoteo e ai fratelli della comunità di continuare questa opera con la vigilanza, l’annuncio, gli insegnamenti: ciascuno, insomma, compia la missione affidatagli e faccia la sua parte.
È una Parola di vita anche per noi, che risveglia la consapevolezza di come, nella Chiesa, ciascuno sia chiamato ad essere discepolo missionario e a offrire il proprio contributo. E qui mi vengono in mente due domande. La prima è: cosa posso fare io per la Chiesa? Non lamentarsi della Chiesa, ma impegnarsi per la Chiesa. Partecipare con passione e umiltà: con passione, perché non dobbiamo restare spettatori passivi; con umiltà, perché impegnarsi nella comunità non deve mai significare occupare il centro della scena, sentirsi migliori e impedire ad altri di avvicinarsi.
Chiesa sinodale significa: tutti partecipano, nessuno al posto degli altri o al di sopra degli altri. (…)
Ma partecipare significa anche portare avanti la “buona battaglia” di cui parla Paolo. Si tratta in effetti di una “battaglia”, perché l’annuncio del Vangelo non è neutrale, (…) non lascia le cose come stanno, non accetta il compromesso con le logiche del mondo ma, al contrario, accende il fuoco del Regno di Dio laddove invece regnano i meccanismi umani del potere, del male, della violenza, della corruzione, dell’ingiustizia, dell’emarginazione. Da quando Gesù Cristo è risorto, facendo da spartiacque della storia, «è iniziata una grande battaglia tra la vita e la morte, tra speranza e disperazione, tra rassegnazione al peggio e lotta per il meglio, una battaglia che non avrà tregua fino alla sconfitta definitiva di tutte le potenze dell’odio e della distruzione» (C. M. Martini, Omelia Pasqua di Risurrezione, 4 aprile 1999).
E allora la seconda domanda è: cosa possiamo fare insieme, come Chiesa, per rendere il mondo in cui viviamo più umano, più giusto, più solidale, più aperto a Dio e alla fraternità tra gli uomini? Non dobbiamo certamente chiuderci nei nostri circoli ecclesiali e inchiodarci a certe nostre discussioni sterili, (…) ma aiutarci ad essere lievito nella pasta del mondo. Insieme possiamo e dobbiamo porre gesti di cura per la vita umana, per la tutela del creato, per la dignità del lavoro, per i problemi delle famiglie, per la condizione degli anziani e di quanti sono abbandonati, rifiutati e disprezzati. Insomma, essere una Chiesa che promuove la cultura della cura, della carezza, la compassione verso i deboli e la lotta contro ogni forma di degrado, anche quello delle nostre città e dei luoghi che frequentiamo, perché risplenda nella vita di ciascuno la gioia del Vangelo: questa è la nostra “buona battaglia”. (…)
Fratelli e sorelle, oggi, secondo una bella tradizione, ho benedetto i Palli per gli Arcivescovi Metropoliti di recente nomina, molti dei quali partecipano a questa nostra celebrazione. In comunione con Pietro, essi sono chiamati ad “alzarsi in fretta” per essere sentinelle vigilanti del gregge e a “combattere la buona battaglia”, mai da soli, ma con tutto il santo Popolo fedele di Dio. (…)
E di cuore saluto la Delegazione del Patriarcato Ecumenico, inviata dal caro fratello Bartolomeo. Grazie per la vostra presenza qui! Camminiamo insieme, perché solo insieme possiamo essere seme di Vangelo e testimoni di fraternità.
Pietro e Paolo intercedano per noi, per la città di Roma, per la Chiesa e per il mondo intero.
Amen.

Il Papa: la cura delle vittime di abusi diventi norma in tutte le Chiese locali

Francesco riceve in udienza i membri della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori

fonte: Vatican News

Francesco, nell’udienza alla Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ne spiega il passaggio al Dicastero per la Dottrina della Fede. Nel suo discorso esorta ad aiutare le Conferenze episcopali a realizzare più centri per l’ascolto delle vittime e invita a preparare un rapporto annuale sulle iniziative della Chiesa nella lotta agli abusi
Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Le prime parole di Francesco sono per le vittime perché “l’abuso, in ogni sua forma, – afferma – è inaccettabile”. Ricevendo in udienza la Pontificia Commissione per la tutela dei minori, il Papa guarda al suo futuro che la vede inserita nel Dicastero per la Dottrina della Fede, conservando “libertà di pensiero e di azione” ma anche indipendenza. Nel suo discorso, sono diverse le indicazioni di lavoro che suggerisce, “bisogni più immediati che la Commissione può aiutare ad affrontare, soprattutto per il benessere e la pastorale delle persone che hanno subito abusi”. (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

Per questo vi esorto ad aiutare le Conferenze Episcopali – e questo è molto importante: aiutare e sorvegliare in dialogo con le Conferenze episcopali – a realizzare appositi centri dove le persone che hanno subito abusi e i loro famigliari possano trovare accoglienza e ascolto ed essere accompagnate in un cammino di guarigione e di giustizia, come è indicato nel Motu Proprio Vos estis lux mundi (cfr Art. 2). Tale impegno sarà anche espressione dell’indole sinodale della Chiesa, di comunione, di sussidiarietà.
Una strada lunga e difficile
Dopo aver ringraziato la Commissione, ricevuta al termine dell’assemblea plenaria, il Papa sottolinea che “i minori e le persone vulnerabili sono oggi più sicuri nella Chiesa”, grazie al lavoro svolto e che va portato avanti con cura perché proprio la Chiesa “risulti pienamente affidabile” nel promuovere i diritti dei bambini in tutto il mondo.

“La strada verso la guarigione – prosegue il Papa – è lunga, è difficile, richiede una speranza ben fondata, la speranza in Colui che è andato alla croce e oltre la croce”. Attraversare le sofferenze, lasciarle trasformare dall’amore di Cristo: è la via da seguire per tutti i membri della Chiesa che devono assumersi la responsabilità nel prevenire gli abusi e nel lavorare per la guarigione di chi li ha subiti.

Le persone abusate si sentono, a volte, come intrappolate in mezzo tra la vita e la morte. Questo è importante: si sentono così, intrappolati fra la vita e la morte. Sono realtà che non possiamo rimuovere, per quanto risultino dolorose. La testimonianza dei sopravvissuti rappresenta una ferita aperta nel corpo di Cristo che è la Chiesa. Vi esorto a lavorare diligentemente e coraggiosamente per far conoscere queste ferite, a cercare coloro che ne soffrono e a riconoscere in queste persone la testimonianza del nostro Salvatore sofferente.
Dentro il Dicastero per la Dottrina della Fede
Ricordando la Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium, Francesco parla del passaggio della Commissione nel Dicastero per la Dottrina della Fede. “La Commissione per la Tutela dei Minori è istituita presso il Dicastero che si occupa degli abusi sessuali da parte dei membri del clero. Nello stesso tempo, ho distinto la vostra dirigenza e il vostro personale, e continuerete a relazionarvi direttamente con me mediante il vostro Presidente Delegato”. “É lì – prosegue – perché non si poteva fare una ‘commissione satellite’ che girasse senza essere aggrappata all’organigramma. È lì, ma con un presidente proprio nominato dal Papa”.

Forse qualcuno potrebbe pensare che questa collocazione possa mettere a rischio la vostra libertà di pensiero e di azione, o forse anche togliere importanza alle questioni di cui vi occupate. Questa non è la mia intenzione e non è la mia aspettativa. E vi invito a vigilare affinché ciò non accada.

Esorta quindi a proporre “i metodi migliori affinché la Chiesa protegga i minori e le persone vulnerabili e aiuti i sopravvissuti a guarire, tenendo conto che la giustizia e la prevenzione sono complementari”.

I “buoni frutti”
Un nuovo inizio dunque, per far sì che “la tutela e la cura delle persone che hanno subito abusi diventi norma in ogni ambito della vita della Chiesa”. La collaborazione con altri dicasteri è la strada dell’arricchimento, è dare “attuazione concreta al dovere della Chiesa di proteggere” le persone nella loro dignità e vulnerabilità.

I semi che sono stati sparsi stanno cominciando a dare buoni frutti. L’incidenza degli abusi sui minori da parte del clero ha evidenziato un calo per diversi anni in quelle parti del mondo dove sono disponibili dati e risorse affidabili.

Il Papa chiede un annuale rapporto sulle iniziative della Chiesa per la protezione dei minori e degli adulti vulnerabili; un rapporto “affidabile”, trasparente per fare il punto sul cammino intrapreso e sulle cose da cambiare. “Mi auguro – sottolinea – che darà un chiaro riscontro dei nostri progressi in questo impegno. Se i progressi non dovessero esserci, i fedeli continuerebbero a perdere fiducia nei loro pastori, rendendo sempre più difficile l’annuncio e la testimonianza del Vangelo”.

Abusi chierichetti Papa, Pg chiede 6 e 4 anni per imputati

 © ANSA

Sei anni di reclusione per don Gabriele Martinelli, 29 anni, per atti di violenza carnale aggravata e atti di libidine aggravati, e quattro anni per don Enrico Radice, 71 anni, per favoreggiamento. Sono le richieste di condanna del Promotore di Giustizia, nell’udienza che si è svolta oggi nel Tribunale vaticano nell’ambito dei presunti abusi nel Preseminario San Pio X, gestito dall’Opera don Folci della diocesi di Como, che ospita i cosiddetti ‘chierichetti del Papa’.

Un processo parallelo per gli stessi fatti è aperto anche al Tribunale di Roma.
Si è trattato di veri e propri “atti di violenza e non di “cose di ragazzi”. Questa la premessa del Promotore di Giustizia vaticano, Roberto Zannotti, che ha chiesto la condanna dei due imputati. Pene ridotte per Martinelli perché nel primo periodo al quale risalgono i fatti dei quali è imputato era minorenne.
Per il legale della vittima il processo è “la punta di un iceberg”. (ANSA).

Crisi ecclesiale e abusi sessuali

di: Ewa Kusz

abusi polonia

Pubblichiamo questo saggio, sintesi di uno studio più ampio che l’autrice, vicepresidente del Centro per la protezione dei minori presso l’Accademia ignaziana di Cracovia (Polonia), ha scritto sul tema degli abusi nella Chiesa. La riconduzione del problema alla fede e all’identità della Chiesa è stimolante e rappresenta una voce originale nella Chiesa polacca che affronta in questi mesi l’acutizzarsi delle denunce.

Tra le molte domande che il tema degli abusi sessuali sui minori provoca, due sono particolarmente urgenti. Come è stato possibile (come è possibile) che i chierici che avrebbero dovuto indirizzare i giovani loro affidati a Dio abbiano «profanato il volto di Dio alla cui immagine siamo stati creati»[1] commettendo violenze sessuali? Come è stato possibile (come è possibile) che da parte dei superiori sia mancata una risposta adeguata?

Le domande non esauriscono l’esame di coscienza della Chiesa. Dobbiamo infatti mettere in questione anche noi stessi. Dove eravamo (dove siamo) quando i bambini venivano feriti? Ma vi è una domanda più importante: in che stato sei, Chiesa, se non reagisci, se nascondi o sminuisci il fatto che i bambini a te affidati siano stati feriti da chi doveva proteggerli?

La crisi nata dai casi di abuso sessuale non è un problema che riguarda solo i preti. Se vogliamo trattarlo adeguatamente dobbiamo adottare un atteggiamento olistico, più generale, già auspicato da anni, a partire dalle prime analisi dello scandalo nella Chiesa degli Stati Uniti.[2] I pontefici sono intervenuti più volte, da Giovanni Paolo II a Benedetto, a Francesco.[3] Come molti altri tentativi di porre rimedio alla situazione sollevano diversi aspetti della crisi e cercano di affrontare le cause nel loro complesso.

La posizione di Benedetto XVI

Uno degli interventi più importanti che tentano una risposta alla domanda centrale che abbiamo formulato e, a mio avviso, il saggio del papa emerito, peraltro molto criticato, dal titolo «La Chiesa e lo scandalo degli abusi sessuali» pubblicato nell’aprile 2019 del mensile tedesco Klerusblatt.

Il papa emerito, rispondendo alla domanda su «come ha potuto la pedofilia raggiungere una tale dimensione» nella società, risponde sinteticamente: «in ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio». Ecco come argomenta. «Una società nella quale Dio è assente – una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse – è una società che perde il suo criterio. […] Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché viene meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. […]

E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisamente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commettono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare».

Anche la Chiesa perde il proprio criterio di riferimento ed è comunemente percepita, secondo il papa emerito, come «apparato politico». E questo «vale persino per dei vescovi che formulano la loro identità sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici». La crisi provocata dagli abusi fa sì che la Chiesa sia vista come qualcosa non da rinnovare, ma da rifondare. «Ma – conclude Benedetto XVI – una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza». Che cosa vuol dire più in profondità il papa emerito denunciando la causa principale degli abusi per una Chiesa che «ha perso il suo criterio ed è diventata un apparato politico»?

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Apparato politico o comunità di fede

Nel suo saggio Benedetto XVI definisce la fede un «bene prezioso» di cui dobbiamo prenderci cura. Paradossalmente si può dire che la premura per la fede non sia ancora percepita come il compito fondamentale per rispondere al problema degli abusi. E questo vale per tutte le regioni del mondo, indipendentemente dalla fase di gestione della crisi in un determinato paese.

La cura della fede in quanto «bene prezioso» non è percepita come compito prioritario né da parte dei responsabili ecclesiali, né da chi sostiene le vittime. In definitiva, non è percepita come tale da alcuno. E questo, a mio avviso, è dovuto alla dinamica dei processi di comprensione e di confronto con il tema degli abusi sessuali, sia nella società[4] che nella Chiesa.

Nella prima fase di confronto con il problema, quando le cose iniziano a venire alla luce, sia per noi che per i superiori nella Chiesa, l’obiettivo primario è mantenere lo status quo. Una fase in cui non si registra la premura per la persona come tale: per la vittima, per i suoi familiari, per la comunità ecclesiale incapace di gestire quanto sta succedendo. Assente anche l’attenzione per l’attore dell’abuso, per l’aggressore. E, più radicalmente, viene ignorata la cura della fede come «bene prezioso».

Quando l’abuso viene commesso in famiglia si tende a mantenere la stabilità della stessa. Non si pensa al bene del bambino ferito. Si fa di tutto perché nessuno venga a sapere, per non rovinare il micro-sistema familiare. Questo succede perché l’attore del crimine svolge spesso una funzione importante. Uno scontro aperto risulta difficile per tutti i membri.

Analogamente succede quando i familiari di un bambino vengono a sapere di un abuso commesso da qualcuno considerato come autorità, come ad esempio un sacerdote. A prescindere se il crimine è recente o commesso in un lontano passato. L’obiettivo rimane quello di mantenere stabile la famiglia. Denunciare l’atto scuoterebbe il micro-sistema. I vicini, ad esempio, verrebbero a sapere che nella nostra famiglia è avvenuto qualcosa di grave.

Oppure si teme di ferire l’aggressore che è sempre stato considerato una persona in gamba. Succede così che il predatore seducendo il bambino condiziona l’intera famiglia, essendo entrato in intimità con essa, divenendo un amico di casa, un benefattore. Risulta più facile credere a lui che al proprio figlio. E anche l’intero processo seduttivo con il quale prepara la vittima diventa difficile da percepire.

In famiglia e nella comunità

Quando l’abusante è un sacerdote, gli altri preti sono propensi a difenderlo. Sanno di avere anche loro dei peccati e delle colpe che preferiscono tenere nascoste. Istintivamente scelgono di tacere quello che sanno del proprio collega. E si giustificano argomentando di non volergli fare del male. Non reagiscono a comportamenti scorretti. Invece di cogliere il segnale di pericolo di alcuni comportamenti ambigui, si limitano a concludere che quel confratello «è semplicemente fatto così»: tenerone, spontaneo, estroverso, originale. Qualche volta eccede.

I superiori ecclesiastici hanno protetto (e proteggono) innanzitutto il buon nome dell’istituzione, della diocesi o dell’ordine religioso. Non vogliono nascondere il male, «proteggono solo il sacerdozio». Così non sono le violenze ad essere uno scandalo, ma il fatto di renderle note, perché così si danneggia l’immagine dell’istituzione e del clero. Viene meno la centralità della persona e della sua dignità, sia essa vittima, familiari, comunità e lo stesso aggressore. Quello che conta è l’istituzione, quell’«apparato politico» che non deve perdere la propria influenza e godere della rispettabilità.

Così la Chiesa non rappresenta più una comunità di peccatori redenti con il sangue dell’Agnello, ma un’istituzione che cerca ad ogni costo di mantenere un’immagine positiva. In questa prima fase, tutti tendiamo a sminuire il problema ed è convinzione diffusa che «ci perdiamo tutti» a confessare di aver sbagliato o di non aver reagito. Ignoriamo di operare non secondo la scala dei valori evangelici, ma dal punto di vista della sopravvivenza nel mondo delle istituzioni che contano.

Una seconda fase di confronto con il problema degli abusi si avvia dopo il riconoscimento, da parte nostra e dei responsabili ecclesiastici, che il problema c’è. Ma ci aspettiamo che siano gli altri a risolverlo. Così i fedeli aspettano che i superiori facciano qualcosa. Protestano, inviano lettere, diffondono notizie cercando spiegazioni in cause esterne. Diventa sempre più diffusa l’immagine negativa del prete, mentre i superiori vengono indicati come irresponsabili.

I media alimentano nel mainstream numerosi articoli dedicati al tema. Denunciano, in modo più o meno attendibile, nuovi casi, nascondendo sotto una buona dose di moralismo la propria impotenza e ignoranza nell’affrontare il fenomeno in tutta la sua vastità sociale. Non sorprende che in tale situazione il richiamo più facile sia l’invocazione ad abolire il celibato sacerdotale come rimedio credibile per la prevenzione. I media cattolici trattano sempre più frequentemente il tema. In linea di principio non denunciano casi specifici di abuso, limitandosi a fare riferimento agli interventi del papa o raccontando i problemi delle Chiese locali di altri paesi. Preferiscono sottolineare i fatti che dimostrano l’attività positiva della Chiesa per tutelare i bambini e i giovani.

I sacerdoti si sentono ingiustamente aggrediti. Non capiscono perché si sospetti di loro. Argomentano, non senza qualche ragione, che in altri ambienti ci sono casi più numerosi di abuso sessuale verso bambini e giovani. Alcuni alimentano i sospetti verso gli omosessuali. Si rinchiudono nel proprio mondo, restringendo il lavoro pastorale con i bambini per paura di essere giudicati. I superiori ecclesiastici avviano misure di censura-contenimento, prevalentemente di natura giuridica. Programmano aiuti e assistenza alle vittime. Gli abusanti sono espulsi dallo stato clericale o comunque puniti.

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Fare proprio il problema

Sono pochi quelli che «fanno proprio» il problema. Come laici, preti e superiori affrontiamo il dramma additando gli altri come responsabili di cercare una soluzione, di fare qualcosa. E ci si accontenta di quello che i vari gruppi intraprendono come esaustivi di quello che si può e si deve fare. Se il sistema non funziona, è colpa e responsabilità degli altri. Fedeli, preti e vescovi applicano strumenti per una soluzione umana, sociologica. Sono certamente buoni e utili.

Ma emerge la domanda se siano all’altezza della cura della fede come «bene prezioso», se davvero siano soluzioni in grado di «creare spazi di vita per la fede». La crisi mondiale degli abusi nella Chiesa lo smentisce. Nel 2018 negli Stati Uniti la Chiesa ha sperimentato un’altra fase acuta di crisi dopo il rapporto della Corte suprema di Pennsylvania e le denunce relative ai crimini del card. McCarrick che era stato il volto e il garante del cambiamento nel 2002. Sotto le pressioni delle rivelazioni la Chiesa aveva allora avviato procedure modello. Erano stati previsti aiuti alle vittime, un sistema di controllo degli aggressori, introdotti meccanismi per la trasparenza e la prevenzione.

Gli esperti avevano confermato che, grazie alle misure adottate, la Chiesa cattolica era diventata una delle istituzioni più sicure per i bambini e i giovani degli Stati Uniti. Il rapporto della Corte suprema della Pennsylvania e il caso McCarrick hanno mostrato l’insufficienza degli sforzi intrapresi. Si è capito che non era stato adeguatamente affrontato un fattore che Giovanni Paolo II segnalava nell’aprile del 2002 come elemento rilevante della crisi, ovvero il fatto che nelle comunità ecclesiali molte persone si sentivano ferite dal modo in cui i vescovi e i superiori avevano reagito ai reati di abuso.

Costruire sistemi efficaci di assistenza e di prevenzione è indispensabile, ma è solo un lato della medaglia. Forse sufficienti per una Chiesa come «apparato politico», ma largamente inadeguati per una Chiesa vissuta come «comunità vivente della fede». La Chiesa intesa e vissuta come istituzione e non come una comunità viva della fede è all’origine di altri problemi.

Si riuscirà a fermare l’erosione del mondo cristiano?

Papa Francesco nel discorso alla curia del 21 dicembre 2019 ricorda che «la storia del popolo di Dio… è segnata sempre da partenze, spostamenti, cambiamenti». Questo ha importanti implicazioni per la comprensione del nostro essere e agire nel mondo per via della fede in Dio che si rivela nel tempo ed entra nella storia con l’incarnazione. Il papa non chiede cambiamenti per il gusto di cambiare. È consapevole dei rischi di seguire le mode e lo spirito del tempo.

Per lui quello che conta è la prospettiva della fede il cui nucleo, decisivo anche per i cambiamenti da intraprendere, è la fedeltà di Dio, la costanza del suo amore. Da credenti ci misuriamo con il fatto che: «non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata».

L’analisi di papa Francesco dovrebbe spingere a riflettere anche noi credenti che viviamo nell’Europa centro-orientale. Impegnano sempre maggiori energie per influire sui politici e sull’opinione pubblica, per garantire una tutela giuridica dei valori cristiani, compresi i diritti e i privilegi particolari di varie istituzioni ecclesiastiche. Questo modo di «investire» nella Chiesa ha delle ricadute sull’insieme della sua vita sotto il supremo interesse dell’istituzione.

È facile che la vita personale secondo la misura evangelica passi in secondo piano, pur di non compromettere l’immagine pubblica. La storia della crisi insegna che la Chiesa, quando opera da «apparato politico», come espresso dal papa emerito, quando si limita ad applicare mezzi e regole di natura tecnica necessari per creare ambienti sicuri non potrà riavere la credibilità. Solo se si converte e si sottomette alla potenza del Vangelo le persone possono essere attirate dallo splendore della sua bellezza e verità, e non grazie a successi confrontabili con quelli delle altre istituzioni.

Ignorare

La conoscenza che abbiamo degli abusi sessuali sui minori risale a un passato relativamente recente. Fino ad oggi in molte popolazioni dell’Europa centro-orientale non si è ancora avviato un processo di consapevolezza diffusa del problema degli abusi. Per valutare quello che la Chiesa intraprende a tutela dei bambini e dei giovani dobbiamo riferirci alla consapevolezza sociale e istituzionale di questa parte del continente europeo.

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Tuttavia, anche se il tema degli abusi comincia ad essere trattato più ampiamente solo a partire da questo secolo, nel 2020 sarebbe legittimo attenderci di vedere una sensibilità sociale più matura, anche dentro la Chiesa. Invece è ancora ben diffusa la convinzione che se ne parli e se ne scriva già troppo, ampliando l’impressione del problema. La non conoscenza fa sì che è messa in dubbio la veridicità delle persone che denunciano l’abuso sessuale dopo molti anni.

La loro credibilità è contestata per via delle emozioni o di alcune incoerenze che si possono rintracciare nelle loro testimonianze. Le conseguenze sono sottostimate o considerate come esagerazioni. Anche nei confronti degli abusatori scatta la manipolazione e si concede credito alla loro strategia di scaricare la responsabilità sulle vittime. Un’ignoranza che sminuisce gli effetti delle ferite inferte ai bambini e ai giovani riguarda tutti: i politici, i responsabili ecclesiastici e tutti noi.

Panico morale

Il confronto con la crisi degli abusi sessuali nella Chiesa favorisce decisioni che nascono da un meccanismo chiamato «panico morale» dal sociologo italiano Massimo Introvigne.[5] I media si concentrano sul tema degli abusi sessuali nella Chiesa, mentre i vescovi omettono di dimostrare una preoccupazione sufficiente per la materia. Tutto ciò porta, da un lato, a scaricare la responsabilità su altri ambienti e, dall’altro, a tentare veloci soluzioni semplicistiche tipiche degli esperti delle pubbliche relazioni. Viene preferito un «effetto placebo» a breve, nocivo per le vittime e dimentico della necessità di trattamento degli abusatori.

Non si esamina il fenomeno con un’analisi basata su ricerche che tengano conto di fattori strutturali che favoriscono quel tipo di delitti e che sono presenti all’interno dell’istituzione nel modo di gestire, motivare e promuovere il personale, reagendo alle irregolarità riscontrate. Di conseguenza, vengono intraprese misure suggerite dagli esperti di pubbliche relazioni il cui obiettivo principale è quello di dare soddisfazione all’opinione pubblica. È facile comprendere che, in questo modo, non solo la vera soluzione dei problemi è ulteriormente rimandata, ma si dà prova anche che la Chiesa opera effettivamente come «apparato politico» e non come una comunità vivente di fede.

Il «panico morale» motiva anche l’assenza di un lavoro con gli autori degli abusi. Abbiamo paura di lavorare con loro per evitare di essere sospettati di volerli giustificare. Enfatizziamo l’importanza dell’espulsione dallo stato clericale e la riduzione a quello laicale come se questo fosse in qualche maniera «peggiore». Dimentichiamo che anche loro sono nella Chiesa e anche per la loro salvezza Cristo è morto in croce. Temendo l’accusa di complicità, ci scordiamo che la prevenzione sta anche nella riabilitazione sociale che richiede un lavoro con l’abusatore perché non faccia più male a nessuno.

È necessario anzitutto un discernimento comune per cogliere i cambiamenti indispensabili dal punto di vista della fede. Un discernimento che permetta anche l’utilizzo delle conoscenze psicologiche e sociologiche per ottenere risultati che abbiano un carattere evangelico.

La paura dei risarcimenti

Il tema dei risarcimenti mobilita sia chi ricorre al tribunale come accusa, sia chi lo fa come difesa. Gli uni e gli altri dimenticano che le persone ferite hanno bisogno di un aiuto reale. La paura degli alti risarcimenti da pagare fa sì che guardiamo alle vittime come a clienti molesti da sistemare giuridicamente perché non tornino a chiederci altro. Invece di rappresentare per loro la Chiesa-madre che si preoccupa di ogni figlio, i superiori e chi li rappresenta si rivelano funzionari dell’istituzione ecclesiastica che si accontentano di espletare in modo corretto e in linea con le normative i propri doveri.

Così tratta i clienti molesti l’«apparato politico», la Chiesa-istituzione, non la Chiesa-madre. L’ignoranza, il «panico morale» e la paura dei risarcimenti ci fanno dimenticare che Dio ha sempre cura dei suoi figli e figlie ferite. Dio chiama anche gli autori degli abusi perché possano essere aiutati a convertirsi. Egli rivendica il proprio posto nella sua Chiesa.

Di qui la domanda drammatica: Signore Dio, c’è ancora posto per te nella tua Chiesa? Sono convinta che la Chiesa intesa come «istituzione politica» che ha i propri privilegi, il patrimonio, un apparato di funzionari non ce la farà a superare la crisi scaturita dai reati commessi da chierici abusatori. È percepibile dal fatto che tale Chiesa è sempre meno capace di servire il mondo nelle varie crisi che lo travolgono. La causa di tale incapacità sta nell’offuscamento della luce del Vangelo perché il «male ha penetrato il mondo interiore della fede».[6]

La dinamica della crisi che dura ormai da decenni è una dimostrazione dell’impotenza del sistema. Intuisco che sia il Signore stesso a rivendicare oggi il proprio posto nella Chiesa permettendo che sperimenti il dolore di una crisi purificante. Dio difende «i più piccoli»: i bambini, i giovani, i vulnerabili, a prescindere da dove e da chi sono feriti. Per questo purifica la sua Chiesa, la sua Sposa, perché possa essere strumento del suo amore premuroso. Senza un cambiamento interiore di noi tutti, senza una conversione, saremo come il sale insipido che non servirà più a nessuno. In realtà, la crisi, intesa e accolta come grazia di purificazione è la prova che il Signore si prende cura della propria Sposa colta in fallo e ne desidera essere Signore e Dio.


[1] Cf. papa Francesco nell’omelia della santa messa con la partecipazione delle vittime il 07.07.2014. Secondo il papa: «Si tratta di qualcosa di più che di atti deprecabili. È come un culto sacrilego perché questi bambini e bambine erano stati affidati al carisma sacerdotale per condurli a Dio ed essi li hanno sacrificati all’idolo della loro concupiscenza.

[2] Uno dei primi a intraprendere tale tentativo è stato p. Thomas Doyle, OP, il quale nel 1985 con Ray Mouton il rev. Michael Peterson ha presentato la prima analisi degli abusi sessuali nella Chiesa statunitense, sollecitando la necessità di un approccio che tratti il fenomeno nel suo complesso. Cf. qui.

[3] Tutti gli interventi dei pontefici sono disponibili qui.

[4] Le fasi di denuncia dell’abuso sessuale. Cf. J. Włodarczyk: Rola backlashu w instytucjonalizacji problemu wykorzystywania seksualnego dzieci. Analiza przypadku Stanów Zjednoczonych pod koniec XX wieku w: Dziecko krzywdzone, vol 13 n. 1(2014) pp. 33-50.

[5] Cf. M. Introvigne: Preti pedofili. La vergogna, il dolore e la verità sull’attacco a Benedetto XVI. Milano, Ed. San Paolo, 2010, pp. 29-31.

[6] Così il papa emerito Benedetto XVI in una lettera al matematico italiano Piergiorgio Odifreddi, pubblicata su Repubblica il 24.08.2013.

settimananews