8 marzo: violenza donne, in casa ‘numeri da guerra’ Polizia in convegno a studenti, ‘serve trasformazione culturale

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(di Gioia Giudici) (ANSA) – MILANO, 6 MAR – I segni di quanto successo oltre 10 anni fa, Filomena De Gennaro li porta addosso, costretta su una sedia a rotelle da un proiettile sparato dall’ex fidanzato che non si rassegnava alla fine della loro storia, ma li sfoggia con un sorriso pieno di coraggio, che questa mattina ha incantato gli studenti riuniti al convegno ‘Questo non è amore’, organizzato dalla polizia di Stato. Lei, che da 12 anni porta la sua testimonianza sperando che qualche donna decida di farsi aiutare, è convinta che “denunciare è fondamentale, non c’è altra soluzione per uscire da una gabbia di violenza che, se non porta alla morte fisica, conduce sicuramente a quella psicologica”. Ed è ugualmente convinta che servano la certezza della pena e un grande cambiamento culturale, perché l’uomo che diceva di amarla e che per poco non l’ha uccisa, “dopo 7 anni in prova ai servizi sociali oggi è una persona libera e, nel paese del foggiano di cui siamo originari entrambi – racconta – spesso sono io che devo restare in casa mentre lui esce a testa alta, convinto di essere nel giusto, e tanti la pensano come lui”. Anche il prefetto Vittorio Rizzi, direttore centrale anticrimine della polizia, è convinto che per arginare la violenza sulle donne, serva “una profonda trasformazione culturale”. Se inizialmente l’ingresso delle colleghe fu accolto come “un potenziale vulnus”, oggi nell’affrontare il problema della violenza sulle donne, secondo Rizzi, la Polizia ha un “vantaggio di genere”. Si deve proprio a una poliziotta, il dirigente dell’ufficio prevenzione della questura di Milano Maria José Falcicchia, l’ideazione del protocollo Eva, nato “per dare una risposta ai numeri da guerra che sono quelli delle guerre domestiche” e poi adottato a livello nazionale. In tutto, grazie ad Eva, sono state raccolte 5488 segnalazioni, una media di 422 al mese. L’età media dell’ aggressore è 42 anni, 2 volte su 3 è italiano, quasi sempre uomo. In 102 casi si è arrivati all’arresto, in 152 alla denuncia, in 59 all’allontanamento. Sono numeri che fanno paura, come quelli delle vittime di violenza sessuale seguite dalla dottoressa Alessandra Kustermann: 1.100 nel 2017, di cui 136 sotto i 13 anni. Sono poco più grandi, 14 e 16 anni, le ragazzine vittime di violenza da parte di uno ‘zio’ orco arrestato grazie alla denuncia del figliastro e alle intercettazioni ambientali. Nonostante le ripetute violenze, le ragazzine hanno difeso a lungo l’uomo che chiamavano ‘zio’ perché – come spiegato dal capo psicologo della questura di Milano Giorgia Minotti – “chi subisce una violenza si sente in colpa e per questo è importante riconoscere i segnali che non permettono di denunciare”. (ANSA).

La festa delle donne Melissa, Asia, Falak: ecco il nostro 8 marzo

è l’8 marzo, festa della donna. Abbiamo scelto alcune figure che descrivono (parzialmente) la complessità del mondo in cui vivono oggi le donne.

FALAK IN FUGA DALLA GUERRA
febbraio-falak.jpgÈ arrivata a Roma all’inizio di febbraio, con la prima apertura del corridoio umanitario organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio insieme alle chiese evangeliche e e ai valdesi. Falak (qui a lato con la madre Yasmine, 27 anni) ha 7 anni e da quando aveva 4 mesi di vita combatte contro un tumore che le ha portato via l’occhio sinistro. Viveva ad Homs, in Siria, ma i bombardamenti ordinati dal presidente Assad ha distrutto la casa e la vita della famiglia. La piccola con i genitori e il fratellino minore si sono rifugiati prima a Damasco e poi in un campo profughi in Libano. Le cure di Falak si sono interrotte, ma i volontari dell’Associazione Papa Giovanni XXIII hanno incluso il suo nome tra i siriani autorizzati a entrare in Italia per motivi umanitari. Ed eccola qui, al sicuro a Roma, lontano dalle bombe, dalla precarietà. E i medici sperano anche lontano dalla malattia. Una nuova vita per Falak, simbolo di tutte le donne e le bambine vittime innocenti della guerra.

HADIQA: MAI PIU’ SPOSE BAMBINE
Hadiqa Bashis ha appena 14 anni ma già da tempo è impegnata attivamente nella difesa dei diritti delle bambine. Nella Valle dello Swat, in Pakistan, dove è nata e cresciuta, l’usanza vuole che le donne si sposino quando sono ancora piccolissime. Hadiqa-Bashir_Cropped.jpgC’è chi viene data in matrimonio a soli otto anni, costretta a sposare uomini che spesso sono già anziani o, comunque, decenni più vecchi di lei. Hadiqa ha cominciato la sua battaglia visitando i vicini casa per casa, spiegando quanta sofferenza provochi questa pratica, cercando di sensibilizzare le famiglie.
Buon 8 marzo a tutte le bambine che riescono a restare tali sfuggendo aun destino di piccole spose.

ASIA BIBI IN CARCERE DA 2.448 GIORNI
Una giovane donna pakistana è diventata suo malgrado simbolo delle libertà negata di professare la propria fede.
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Asia Bibi è in carcere da più di 6 anni in Pachistan, condannata a morte con la falsa accusa di blasfemia dopo un processo lungo e complesso. Per la sua libertà si sono mobilitati centinaia di migliaia di persone; una petizione è stata organizzata anche da Avvenire e avvenire.it; ha fatto il giro del mondo la sua lettera a Papa Francesco. Asia Bibi, simbolo di una fede imprigionata che però non si arrende.

MELISSA COOK, LA RIBELLE DELL’UTERO IN AFFITTO
Poteva essere una delle tante madri surrogate californiane che per qualche migliaia di dollari porta in pancia il figlio di qualcun altro. Melissa Cook, 47 anni, già mamma di 4 figli, però con la sua ribellione ha svelato al mondo (se ce ne fosse ancora bisogno) quanto iniqua sia questa pratica.

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Rimasta incinta di tre gemelli, si è rifiutata di abortirne uno, come ordinatole dall’uomo per la quale stava portando in grembo i bambini. L’uomo minacciava di non pagarla se non l’avesse fatto, ma lei è andata avanti. “Mi ero legata a tutti e tre”, ha detto Melissa, affidandosi a un avvocato. I bambini – tre maschietti – sono nati il 23 febbraio, a sei mesi di gestazione, e l’ospedale ha impedito a Melissa di vederli e perfino di conoscere le loro condizioni di salute, perché così prevedeva il contratto che affida i tre neonati al committente. Ma ora il Tribunale potrebbe ribaltare la situazione.  Buona festa della donna a Melissa, che, anche se tardi, si è ribellata alla logica predatoria dell’utero in affitto.

Avvenire

La festa delle donne… L’8 marzo e il lavoro che non c’è

Sono ancora un esercito. Spesso non volontario. La Festa della donna è come ogni anno il momento in cui si fanno i conti con la “condizione femminile” a partire dalla (mancanza) di lavoro e di pari opportunità (reali) con i colleghi. Nel 2014 fare la casalinga non è così fuori moda: dati Istat alla mano se ne contano circa 7,5 milioni, una cifra in costante calo ma comunque tutt’altro che trascurabile. Anche perché le occupate non sono neppure due milioni in più. Guardando alle donne in età da lavoro, sotto i 65 anni, il numero si ferma a 4 milioni 386 mila, in diminuzione di mezzo milione rispetto al 2008.

Tuttavia, anche in questo caso, il confronto con le lavoratrici fa riflettere: approssimando si può dire che c’è una casalinga per ogni due occupate in quella stessa fascia d’età (9,2 milioni). Ma nel Mezzogiorno a vincere, anche se per un soffio, sono ancora le donne di casa: 2 milioni 217 mila contro 2 milioni 117 mila. Una buona fetta di loro resta quindi fuori dalle forze lavoro. Certo, c’è una tendenza ribasso, che prosegue ininterrotto, soprattutto tra quante hanno meno di 65 anni. Un discorso a parte lo meritano i casalinghi, ormai già da qualche anno sopra i 100 mila e i 70 mila badando solo a quanti sono in età lavorativa. La flessione della donne massaie sembra così leggermente controbilanciata dal fenomeno degli uomini tutti “casa e famiglia”.

Rapporto Eurispes: la difficile conciliazione. È la conciliazione tra i tempi lavorativi e quelli personali e familiari la maggiore criticità per le donne che lavorano: è quanto emerge da un’indagine di Eurispes. Le donne lamentano soprattutto la mancanza di spazi da dedicare a se stesse a causa dei tempi lavorativi (68,3%) e segnalano la difficoltà di far conciliare lavoro e famiglia (50%). Anche l’assenza di stimoli professionali è considerata un peso per le lavoratrici (47,7%) al pari del carico di lavoro troppo oneroso al quale sono sottoposte (41%). Sul versante dei diversi fattori economici evidenziati nell’indagine solo le voci relative alla difficoltà di arrivare con lo stipendio alla fine del mese (51,3%) e l’impossibilità di fare progetti per il futuro (56,3%) risultano preponderanti. Tanto che un donna su 5 ammette di avere un doppio lavoro. La propensione a trasferirsi in un altro Paese è molto elevata tra le donne (45,1%), disposte a cambiare vita soprattutto per accedere a maggiori opportunità di lavoro (67%).

8 marzo Appello ecumenico contro la violenza alle donne

In occasione della Giornata internazionale della donna 2015 la Federazione delle chiese evangeliche in Italia e l’Ufficio nazionale per l’ecumenismo della Conferenza Episcopale Italianalanceranno un Appello ecumenico alle chiese cristiane in Italia contro la violenza sulle donne. La firma congiunta dell’appello avrà luogo lunedì 9 marzo presso il Senato della Repubblica alla presenza della presidente della Camera Laura Boldrini che porterà il suo saluto.

All’iniziativa aderiscono numerose chiese cristiane di diverse confessioni presenti sul territorio nazionale: oltre agli esponenti della Cei e della Fcei, firmeranno il documento anche la Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta, la Diocesi ortodossa romena, l’Amministrazione delle parrocchie del Patriarcato di Mosca, la Chiesa copta ortodossa, la Chiesa armena apostolica, la chiesa cattolica ucraina di rito bizantino, la Chiesa anglicana, nonchè la chiesa cattolica nazionale polacca degli Stati Uniti d’America e Canada. 

“L’appello non è semplicemente una dichiarazione di principio dei cristiani a una sola voce contro una violenza che è stata definita un’emergenza nazionale – ha dichiarato la pastora valdese Maria Bonafede, membro del Consiglio Fcei – ma intende impegnare le chiese cristiane italiane, a livello nazionale e locale, a promuovere iniziative in campo educativo, pastorale e di testimonianza evangelica per promuovere la dignità della donna e per coinvolgere gli uomini nella riflessione su questo tipo di violenza”.

Don Cristiano Bettega, direttore dell’ufficio per l’ecumenismo della Cei, dal canto suo ha dichiarato: “La firma congiunta di questo appello porta con sè un ulteriore appello alle chiese cristiane firmatarie, e anche a chi per varie ragioni non si è unito a questa firma a più mani: l’appello acercare e trovare ulteriori occasioni per una fraternità concreta tra le credenti e i credenti in Cristo, per una comunione che sia sempre meno formale e sempre più sostanziale”.

avvenire.it

 

FESTA DELL’8 MARZO Rompere la barriera del silenzio per battere la violenza domestica

Quello che le donne – e sempre più spesso i bambini – non dicono è quanta violenza subiscono in silenzio tra le mura domestiche. Soprattutto per una concezione malata dell’amore che confonde sentimento e possesso, senza riconoscere il confine della libertà altrui. Un dramma che sempre più investe parrocchie, centri d’ascolto, associazioni perché è qui che la donna maltrattata, vinta vergogna e sensi di colpa, si rivolge per chiedere aiuto. Teme, rivolgendosi al pubblico, di perdere i figli. Le storie raccolte dal Gruppo Abele, attivo da anni nell’aiuto alle donne vittime di tratta, raccontano drammi nascosti che toccano anzitutto le straniere prostituite.

Come Nadia, giunta in Italia da un paese dell’Est con la promessa di un lavoro, ma obbligata a lavorare in strada schiava di una banda criminale. Conosce Vito, un connazionale che l’aiuta a uscire dal giro. All’inizio sembra facile, lavorano entrambi e decidono di avere un bambino. Nasce Cristina. La situazione economica però precipita. Vito è sempre più nervoso e diventa particolarmente possessivo. Teme che Nadia lo tradisca e nonostante lei lo rassicuri, le rinfaccia sempre più spesso che lei era una poco di buono. La tensione crescente sfocia in aggressioni fisiche sempre più frequenti e brutali. Consigliata da una collega di lavoro, si rivolge alla polizia municipale di Torino che l’aiuta a fuggire con la figlia. Nadia arriva in comunità e per lei e la bambina comincia un lungo percorso di consapevolezza che ciò che stava accadendo era qualcosa di sbagliato e che l’amore è fatto di altre cose.

Il problema non riguarda solo le fasce marginali, è diffuso e sommerso. Secondo un’indagine choc dell’Istat datata 2006 – l’unica disponibile – in Italia erano 6 milioni e 743mila le donne tra i 16 e i 70 anni che dichiaravano di essere state vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. Violenze che nella maggioranza dei casi provenivano da partner e familiari. Violenze coperte da silenzio e vergogna, quasi che la colpa fosse della vittima.

«Un gran numero di donne –  spiega Ornella Obert, referente dell’area Vulnerabilità del Gruppo Abele – non parla delle violenze subite. Solo il 18% considera reato quanto subito, il 44% lo considera sbagliato, il 36% qualcosa che è successo. Senza contare i danni subiti dai bambini picchiati o che assistono alle violenze sulla madre. Tendono infatti a replicare quanto visto e già nell’adolescenza picchiano le madri. Perciò chiediamo che sia inserito nel codice penale il reato di violenza assistita sui minori».
Perché le vittime non parlano? «Senta, in Italia qualche anno fa trasmissioni di intrattenimento quasi giustificavano lo stalking. Gli uomini che odiano le donne invece sono malati, la provincia di Torino ha aperto un centro per maschi con problemi relazionali con l’altro sesso, ascoltandoli affiora la sofferenza. Ma siamo agli inizi».

Per Mirta Da Pra Pocchiesa, giornalista ed esperta del Gruppo Abele, è strategica la formazione delle forze dell’ordine che devono essere preparate ad intervenire adeguatamente quando rilevano violenze nelle case.
«E serve un’alleanza con il privato sociale per prevenire, proteggere e punire anche la violenza sui bambini. Nel caso delle donne straniere la battaglia è impegnativa. Occorre rompere l’isolamento culturale che le porta a ritenere normale l’amore violento».

 

Paolo Lambruschi – avvenire.it
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A quando le pari opportunità?

La parità, per le donne, è ancora attesa nella ricerca dell’occupazione, nei ruoli in ambito lavorativo, in politica, nella scienza. Ecco i dati di una ricerca del Cnr.

08/03/2013

Dove sono finite le pari opportunità in Italia? A questa domanda ha cercato di rispondere l’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR, attraverso la pubblicazione dell’inchiesta/ricerca di Rossella Palomba, demografa sociale, professore associato dell’Istituto che lavora da anni sulle problematiche di genere e di lavoro femminile. Attraverso la ricostruzione delle tappe di quelle che sono state le conquiste principali a favore delle donne, a partire dallaLegge sul congedo di maternità emanata nel 1950, a quella del 1981 sulla fine del delitto d’onore, per arrivare al 1996 quando con la nuova legge sulla violenza sessuale lo stupro è diventato un reato contro la persona e non più contro la morale, si arriva a parlare della situazione attuale del nostro paese dove, purtroppo, le discriminazioni di genere sono ancora fortemente presenti.

La parità, infatti, è ancora attesa nella ricerca dell’occupazione, nel riconoscimento dei ruoli in ambito lavorativo, in politica, nella scienza. Insomma, pur essendo l’Italia un paese sviluppato ed evoluto dal punto di vista delle leggi e del diritto, il traguardo delle pari opportunità reali fra i sessi è ancora estremamente lontano. «Si è parlato davvero di pari opportunità in questa campagna elettorale?», si è chiesta la ricercatrice. «Parità è anche una questione di democrazia e di economia ma qui i conti non tornano». Sì perché dall’ultimo Report sulGlobal Gender Gap 2011, il nostro paese è messo malissimo: siamo solamente al 74esimo posto, al 90esimo per occupazione femminile, al 121esimo per parità salariale e al 97esimo per incarichi al vertice. Significativo è anche il dato sull’occupazione femminile: è fra i più bassi (46%), risultando peggiore di quello della Romania e della Bulgaria.

Considerato che risale al 1977 la legge sulla parità di trattamento sul lavoro, siamo veramente indietro. Sul fronte lavoro e parità, si registra anche un divario retributivo fra uomini e donne del 10%. Per non parlare dei riconoscimenti delle competenze. Per fare un esempio, in banca solo lo 0,36% ha qualifica di dirigente, contro il 3% degli uomini. Questo nonostante le italiane brillino negli studi ma fra la carriera e le donne rimane l’ostacolo della conciliazione fra lavoro e famiglia. Una donna su due non lavora se ha un figlio e oltre metà delle interruzioni dell’attività lavorativa dopo la nascita di un figlio sono imposte dai datori di lavoro (fonte Istat). «Lavoro e maternità in Italia sono meno conciliabili che in qualsiasi paese europeo», è il commento di Palomba.

Ma deteniamo anche un altro triste primato europeo: il carico di lavoro non pagato dovuto alla famiglia, pari a 5 ore e mezzo al giorno. Si stima che se venisse eliminata la disparità uomo-donna in Europa si potrebbe avere un incremento del PIL fra il 15 e il 40%. Insomma, una vera e propria opportunità di crescita sociale. Per capire meglio la gravità della situazione, sulla base dei ritmi di miglioramento attuali, la parità fra dirigenti uomini e donne ai ministeri sarà raggiunta solo nel 2037, all’università nel 2052, in sanità nel 2087 nella magistratura nel 2425. Dunque, se il ritmo degli ultimi 20 anni rimarrà inalterato, occorreranno letteralmente dei secoli per raggiungere questa parità. Per correre ai ripari, una politica che metta le pari opportunità tra i punti cruciali della sua agenda.

 

Alessandra Turchetti