Sul diaconato alle donne: le questioni dei ministeri

 

I lavori del Sinodo hanno dato forza al dibattito teologico relativo all’accesso delle donne al diaconato, portandolo fin sul bordo di una possibile decisione di grande portata per la Chiesa cattolica.

Ciò fa emergere con ancora più vivezza tante questioni e diversi approcci al tema dei ministeri e, in particolare, del ministero ordinato. Aggiungo la mia voce al dibattito recente sviluppato su SettimanaNews, sapendo che è già stato detto molto (e molto meglio).

Accesso delle donne al diaconato
Personalmente – e senza alcuna pretesa – ritengo che sia possibile e anche auspicabile per la Chiesa muoversi in questa direzione. Credo che sia in atto un crescente sviluppo della “coscienza ecclesiale” (non solo della cultura) che porta a percepire non solo la poca consistenza delle motivazioni contrarie, ma anche la matrice evangelica, le ragioni teologiche e l’equilibrio pastorale che un tale passo potrebbe portare con sé. Sarà più difficile motivare un diniego piuttosto che un assenso a questo cambiamento, anche se entrambe le decisioni potrebbero suscitare una grande reazione di “resistenza” su fronti opposti.

È vero anche che questo eventuale passo pone il problema del posizionamento della Chiesa attuale rispetto alla Tradizione e alla sua normatività. Naturalmente la coscienza ecclesiale di oggi si sviluppa dentro il proprio contesto culturale, anche se non coincide con esso. Ciò del resto è sempre avvenuto anche nel passato e non è un problema, giacché proprio l’impatto con la cultura aiuta a far emergere in ogni contesto la novità del Vangelo, esso stesso “inculturato”.

La fedeltà alla Tradizione dunque non può risolversi in una sua riproposizione materiale, come se il suo sviluppo di fatto fosse già concluso nel passato e la Chiesa di oggi non ne facesse più parte. Anche per questo, a favore di tale decisione non possono valere solo argomenti “storici”. Credo che la fedeltà alla Tradizione debba comportare la ricezione di una memoria fondativa dell’esperienza ecclesiale, ma anche l’ermeneutica di come le ragioni evangeliche abbiano preso forma in contesti socio-culturali differenti, consentendo così un discernimento sul peso della cultura tanto di oggi quanto di ieri, e quindi l’assunzione di responsabilità di fronte al mutamento dei nuovi contesti, nei quali potrebbe non apparire più l’evidenza evangelica di certe scelte elaborate nel passato e potrebbero sorgere nuove forme di realizzazione di esperienze ecclesiali[1].

L’esercizio di questa responsabilità ecclesiale diventa a sua volta il modo in cui la Chiesa di oggi compie la sua ricezione della Tradizione con una fedeltà dinamica che ne rimette in moto il processo. Su molti punti rilevanti la Chiesa ha agito così lungo la storia, anche oggi. Con ciò non intendo dire che la decisione concreta di questo Sinodo debba andare necessariamente nel senso auspicato, ma che la Chiesa attuale deve assumersi la propria responsabilità rispetto a questa scelta, nei tempi in cui sarà in grado di farlo.

Questioni connesse
Naturalmente occorre essere consapevoli anche dei problemi e delle sfide che questa eventuale decisione porrebbe. Per esempio, sono convinto che il rispetto e il riconoscimento del ruolo delle donne nella Chiesa (nella prospettiva dei segni dei tempi) debba essere accolto da tutti irreversibilmente come un valore evangelico; tuttavia non sono sicuro che la Chiesa cattolica possa muoversi agevolmente “alla stessa velocità” in tutto il mondo, tenendo conto propriamente dei diversi percorsi culturali[2].

Inoltre rimane il fatto che il recupero del diaconato permanente è relativamente recente e presenta una identità non chiara di questo ministero, sia sul piano teologico sia sul piano del suo esercizio pratico. Vi sono esperienze molto difformi di questo ministero e non tutte sono convincenti[3]. A maggior ragione, l’accesso delle donne al diaconato, che presenterà probabilmente condizioni di esercizio e aspettative specifiche, esigerebbe di muoversi decisamente almeno verso un ripensamento delle relazioni tra i ministeri ordinati e una chiarificazione sulla fisionomia pastorale del diaconato, per non risultare deludente.

Sia chiaro che questi richiami non intendono mettere in dubbio o rimandare la possibilità di una eventuale decisione, ma piuttosto richiamare che la problematica è complessa. Se è vero che l’apertura al diaconato femminile può mettere in moto ancor di più tutto l’impianto pastorale delle nostre Chiese, è altrettanto vero che ciò non avviene automaticamente: è importante attivare e promuovere una disponibilità concreta verso una ministerialità ecclesiale partecipata. Anche questo fa parte della responsabilità ecclesiale. Insomma, siamo sicuri che la “coscienza ecclesiale” così com’è è in grado di accogliere e valorizzare una scelta di tale portata? Io credo che a tal fine sia necessario impegnarsi anche su altri fronti.

Questioni ulteriori
Mi permetto di aggiungere che la presa in carico della questione femminile da parte della Chiesa non riguarda solo l’accesso al ministero ordinato, benché questo ne sia il caso emblematico e di più grande portata. Vi è una vita “ordinaria” della Chiesa in cui si deve cominciare a riconoscere sempre di più il contributo di tutte e tutti nell’ambito ministeriale. Non va dimenticato che la riserva maschile per i ministeri del Lettorato e dell’Accolitato è caduta solo nel 2021 e che i suoi effetti non sono ancora assodati e diffusi come si vorrebbe.

Ma per una ragione analoga, occorre aggiungere che la presa in carico della questione ministeriale non riguarda solo il tema delle donne, ma più ampiamente una visione di Chiesa non clericale, bensì aperta alla ricchezza delle identità battesimali che si articolano come “membra” del corpo ecclesiale. Da questo punto di vista, credo che vi sia molto da fare per favorire un impianto ministeriale stabile delle nostre Chiese. Non si può negare che spingono in questa direzione anche fenomeni come la riduzione del numero dei presbiteri e il riassetto territoriale delle parrocchie. Ma è evidente che dovrà consolidarsi una nuova visione di parrocchia.

Anche in questo campo si incontrano problemi e sfide non indifferenti. Una di queste riguarda il tipo di riconoscimento e incarico che viene dato ai ministeri battesimali. Talora si insiste sulla necessità di una “istituzione”, intesa come un riconoscimento forte e stabile che configura la persona che la riceve in una identità particolare. Ciò varrebbe per alcune figure: attualmente i lettori, gli accoliti e, da ultimo, i catechisti.

Ma è evidente che l’istituzione non può valere per tutte le forme ministeriali. Ci sono altri ministeri per i quali è più adeguata una forma di incarico meno istituzionale, un “mandato”, un affidamento temporaneo, finanche un semplice riconoscimento di fatto. In ogni caso, la storia ha finito per mantenere come istituiti solo alcuni ministeri chiaramente “liturgici” (lettorato e accolitato).

Ma, essendo gli unici ad essere “istituiti”, talora rischiano di essere sovraccaricati di altre attese pastorali. Ciò che invece ancora manca – mi sembra – è la capacità di individuare ministeri pastorali stabili a servizio della vita della comunità, ministeri che non riguardino l’ambito liturgico, ma altri ambiti. Circa il ministero del catechista, anch’esso istituito solo nel 2021, dobbiamo ancora capire quali contorni reali possa avere nel contesto italiano e come sia praticabile.

Queste osservazioni sono certamente interlocutorie e discutibili. Ciò che mi sembra importante sottolineare è l’opportunità di parlare delle “questioni ministeriali” al plurale. L’intento non è di sfuggire al tema di partenza, ma di collocarlo in un quadro più ampio, dove anch’esso può avere il giusto risalto e può dare una grande spinta rinnovatrice. A onor del vero, credo anche che sia prezioso il contributo che tutte e tutti, non solo nel campo della teologia, possono dare su questo plesso di temi: si può concorrere anche in modo indiretto a promuovere una coscienza ecclesiale che sappia affrontare decisioni come quella relativa al diaconato.

[1] In questo processo la Chiesa riesce a chiarire sempre meglio a sé stessa il modo di essere fedele “alla e nella” Tradizione e può anche indicare ciò su cui ritiene di non poter intervenire.

[2] Le reazioni di diversi Episcopati rispetto alla possibilità introdotta dal documento Fiducia supplicans sono emblematiche. Ma anche nel nostro contesto ci sono “sacche di resistenza”.

[3] Su questo punto, condivido la preoccupazione di Massimo Nardello. Potrebbe essere utile aprire in questa sede un dibattito altrettanto vivace e concreto sul tema del diaconato in sé. Personalmente ho formulato qualche pensiero in L. Girardi, Presbiteri e diaconi. Identità e ministero liturgico, CLV – Edizioni Liturgiche, Roma 2021, 63-88.
settimananews.it

Lascia un commento