PENSARE LA FEDE. E se la nostra parrocchia fosse il mondo?

È evidente a tutti che la forma culturale e organizzativa che l’attuale comunità cristiano-cattolica del nostro Paese ha ereditato dal passato ha fatto il suo tempo e pertanto non sembra più in grado di generare una risposta al cambiamento in atto. È altresì vero che tutte le recenti indagini sociologiche registrano drastiche riduzioni del numero dei partecipanti alle celebrazioni liturgiche, degli ingressi in seminario e delle ordinazioni presbiterali, delle consacrazioni alla vita religiosa, delle iscrizioni alle Facoltà Teologiche sparse sul territorio nazionale. Ormai più o meno tutti ci siamo abituati a simili report ma ritengo che, almeno in Italia, la crisi della Chiesa – e del suo sistema parrocchiale – non risieda soltanto nei risultati di queste indagini o nella consapevolezza che urga cambiare passo. Penso infatti che ci sia qualcosa di più rilevante su cui occorre riflettere, pregare ed agire poiché collocato alle fondamenta del nostro vivere, narrare e trasmettere la fede in questo tempo.

Al termine di ogni celebrazione liturgica il presidente dell’assemblea benedice i partecipanti invitandoli ad un’azione di annuncio del Regno di Dio, e della sua giustizia, nel mondo. Difatti la notoria espressione “la messa è finita” (derivante dall’ite, missa est precedente al Concilio Vaticano II) anziché determinare la cessazione della relazione con il divino – in attesa di riavviarla in un altro e successivo momento di “culto” – sancisce l’invito missionario rivolto al mondo intero fatto di quotidianità connessa alle relazioni familiari, al lavoro, all’impegno per la società e nella comunità degli uomini e delle donne. Dall’invito missionario viene fuori che la parrocchia del cristiano ancor prima che coincidere con un luogo fisico fatto di mura e stanze si concretizza nel mondo ovvero trafficando le svariate dimensioni della vita.

Ne deduciamo che, specie per i laici ma non solo per questi, il sistema parrocchiale non si identifica in un luogo nel quale recarsi bensì in uno stato perenne di missionarietà da vivere. Soltanto con tale interpretazione il lavoro, la famiglia, la politica, la società, le faccende quotidiane potranno divenire autentiche “parrocchie” costituite da uomini e donne che cercano di annunciare e vivere il Regno di Dio e la sua giustizia. Probabilmente in questo tempo siamo chiamati a declinare in profondità le intuizioni di pensatori del secolo scorso – come Sturzo, Bonhoeffer e Rahner – che preannunciavano un cristianesimo del futuro dai connotati “a-religiosi”, “anonimi” e con l’ardente passione di un “Vangelo nascosto nel petto”. Una volta chiarito questo possiamo tranquillamente affermare che l’ansia del credente, ancor prima di coincidere con il tentativo di “portare qualcuno in parrocchia”, è destinata a colorarsi dello slancio missionario rivolto al mondo da attraversare e vivere al pari di tutti gli altri uomini.

Si tratta, per dirla con un titolo provocatorio di un convegno di pastorale giovanile siciliana di qualche anno fa, di fare “fuori” la Chiesa anche perché troppo spesso le parrocchie sono luoghi nei quali anziché avviare prassi di liberazione e di crescita diventano contesti privi di fraternità agapica oltre che di democrazia; incapaci di accoglienza e riconoscimento dei carismi donati dallo Spirito oltre che di integrazione di nuove intelligenze e abilità. Da questo punto di vista, la logica dell’invito missionario posto a termine della liturgia eucaristica sostiene che se viviamo e facciamo “fuori” la Chiesa questa potrà rinnovarsi e, magari, tornare ad alimentare comunitariamente i tanti edifici parrocchiali disseminati nelle nostre città e campagne.

Allora in questo frangente storico siamo invitati a riscoprire il legame fra la celebrazione sacramentale della pasqua domenicale e il vissuto feriale, tra la fede e la vita, fra spiritualità e storica concreta. Soltanto se quest’ultima sarà animata dalla pasqua del Cristo risorto saremo in grado di trovare nuovo senso a strutture che ormai troppo spesso appaiono come prive di vita e destinate a finalità museali.

vinonuovo.it

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