Le “piaghe” della santa Chiesa andranno fasciate, ma non per nasconderle ai nostri occhi e a quelli del mondo, bensì per curarle e guarirle con l’olio della consolazione e l’aceto dello stimolo alla conversione

Il cammino sinodale di quella (la Chiesa) che un mio amico diversamente credente ama chiamare la «multinazionale del conforto», non va letto e interpretato alla stregua di una «strategia aziendale» volta a migliorare il prodotto ed aumentare gli acquirenti. In particolare, riferendoci alla Chiesa italiana, siamo di fronte a tre momenti nei quali scorgiamo rappresentate le tre sezioni della Tanakh (la Bibbia ebraica), che corrispondono alle tre dimensioni della Parola di Dio: quella storico-narrativa, quella sapienziale-discernente e quella profetico-prospettica. Anche così viene ad esprimersi il radicamento fondamentale della comunità credente, chiamata ad assumere la Rivelazione come orientamento, lasciandosi guidare da quella «stella della redenzione» (Franz Rosenzweig) alla quale è rivolto il suo sguardo ed è indirizzato il suo percorso.

Non siamo ad una svolta, ma ad un passaggio (soglia) dalla fase del “racconto” a quella del “discernimento”, in quanto i tre momenti non possono essere concepiti come compartimenti stagni per cui quello che segue dovrebbe destinare all’oblio il precedente, al contrario. E ciò nel nostro caso anche perché le narrazioni – come è stato opportunamente rilevato – non risultano connotate da un’asettica neutralità, trattandosi di racconti della storia e della vita della propria madre, ci pongono di fronte a luci ed ombre o rughe di una vita tormentata e segnata dal proprio tempo, dalle proprie fragilità e dai limiti di un popolo in cammino su un terreno accidentato e per nulla agevole. E questo perché, come in qualsiasi epoca della sua storia, «la Chiesa ha in sé del divino e dell’umano» (parola del beato Antonio Rosmini, nel suo capolavoro Delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa, § 58).

La fase del “discernimento” dovrà comportare l’esercizio del “giudizio”, in modo che sappiamo distinguere il grano dalla zizzania, i pesci buoni da quelli cattivi, con la consapevolezza che non siamo noi, nel qui ed ora della storia, a doverli separare, compito che appartiene alla seconda venuta del Signore della storia e delle storie. Una duplice tentazione potrebbe insinuarsi delle nostre menti e nei nostri cuori: quella del giustizialismo radicale che porterebbe a puntare il dito con disprezzo verso le fragilità della comunità credente e di quanti vi appartengono e quella della rinunzia al giudizio stesso, animata da un troppo facile relativismo, che comporterebbe il «cambiare tutto perché nulla cambi», come insegna il genio di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Né il “giudizio” potrà risultare dall’algoritmo di un’intelligenza artificiale, in quanto abbiamo necessità di esercitare quella intelligenza spirituale, con la sapienza e la scienza, dono dello Spirito, che stiamo invocando nell’odierna solennità di Pentecoste.
Probabilmente le nostre chiese parleranno linguaggi diversi, esprimendo, in rapporto ai racconti, sensibilità plurali e diversi carismi, ma, come nel giorno della discesa dello Spirito, i presenti non si misero a parlare la stessa lingua, ma nella diversità riuscirono a comprendersi, così dovrebbe avvenire fra noi.

L’icona biblica del «giudizio di Salomone» evocata nell’introduzione ai lavori dell’assemblea episcopale suggerisce che il discernimento non cada dall’alto di chi è chiamato a guidare la comunità, ma avvenga in essa, nella misura in cui sarà in grado di mettersi in ascolto del proprio sentire, capace di riconoscere, come la vera madre, il proprio figlio. Saremo chiamati così ad esercitarci nella difficile, ma affascinante pratica, del «discernimento comunitario». E tuttavia esso non potrà essere guidato dalla mera emotività, pertanto avrà bisogno di teologia, ma di un sapere della fede non accademico ed elitario, quale quello che siamo abituati a frequentare e percepire, bensì di una scienza credente compagna delle comunità e della Chiesa che è in Italia. Il giudizio del discernimento credo debba riguardare in primo luogo la capacità che dobbiamo conservare e alimentare di distinguere ciò che nelle nostre comunità è divino da ciò che è umano, tenendo insieme, «senza confusione né separazione» i due aspetti. Troppo spesso, infatti, nelle nostre indagini valutative rischiamo di dimenticare o perdere il «soprannaturale», parola sempre meno presente nel nostro vocabolario anche teologico. Neppure si tratterà di una mitizzazione del tessuto storico della Chiesa, stendendo un velo pietoso o prezioso sulle sue fragilità e criticità. Inoltre, il giudizio dovrà riguardare non solo i peccati dei singoli, ma in primo luogo le «strutture di peccato » che risultino presenti e talvolta radicate nella nostra vita ecclesiale. In tal senso avremo estremo bisogno di una «purificazione della memoria», che ci è consegnata nei racconti, onde cercare per quanto possibile un’autentica conversione al Vangelo. Il genio del cristianesimo fa sì che il peccato, riconosciuto e confessato, possa essere occasione di grazia: quanto vi è di più lontano da Lui ci può rendere vicino il Dio di Gesù Cristo, che è infinitamente misericordioso. Le “piaghe” della santa Chiesa andranno fasciate, ma non per nasconderle ai nostri occhi e a quelli del mondo, bensì per curarle e guarirle con l’olio della consolazione e l’aceto dello stimolo alla conversione.

Giuseppe Lorizio

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