In Lombardia parte la sfida (unica per ora) dei Centri per la famiglia. Occhi puntati sulla fascia tra i 18 e i 30 anni

Accanto all’emergenza adolescenti diventata esplosiva in questi mesi di post pandemia e di cui si è discusso tantissimo, ce n’è un’altra, un po’ passata in secondo piano, ma altrettanto preoccupante. È quella che riguarda i giovani dai 18 ai 30 anni, sia single che in coppia. Un disagio pesante, già fotografato qualche mese fa dal reportNeet working elaborato dal ministero per le Politiche giovanili in cui viene spiegato che i Neet, cioè i giovani che non studiano, non lavorano e non fanno formazione ( Not in Employment, Education or Training) sono in Italia più di tre milioni, con una prevalenza femminile pari a 1,7 milioni. Numeri drammatici se è vero che nel nostro Paese un giovane su 3 fra i 20 e i 24 anni rientra nella definizione di Neet, mentre tra i giovanissimi (15-19 anni) 1 su 10 è fuori dal mondo della scuola e del lavoro. Più pesante ancora la situazione tra i 20 e i 30 anni, perché qui i Neet italiani sono 70% in più rispetto alla media europea. Ecco perché mettere a fuoco il disagio emerso con violenza in questa fascia d’età e cercare di offrire a questi giovani percorsi alternativi per risalire la china, diventa una sommessa sul futuro.

Si tratta dell’obiettivo perseguito dalla Fondazione Guzzetti, che a Milano gestisce sette consultori familiari di ispirazione cristiana. L’occasione è stata fornita dalla sperimentazione avviata dalla Regione Lombardia per avviare Centri per la famiglia di nuova concezione, capaci di intercettare con strumenti più adeguati i nuovi disagi dei nuclei familiari. Si tratta di una svolta importante perché i consultori della rete Felceaf (Federazione lombarda dei centri di assistenza alla famiglia), di cui appunto Fondazione Guzzetti fa par- te, che già figurano a pieno titolo come enti accreditati dalla Regione – purtroppo caso unico in Italia – faranno adesso da registi nell’ambito di progetti coordinati dalle Ats in cui operano insieme realtà pubbliche e private. La collaborazione con i consultori, prevista dalle linee guida della sperimentazione, renderà quindi possibile avviare collaborazioni con enti già impegnati nell’assistenza e nell’accompagnamento delle realtà familiari più fragili, quelle che più hanno sofferto per l’onda lunga della pandemia. «Vogliamo puntare sui giovani dai 18 ai 30 anni – spiega Michele Rabaiotti, direttore della Fondazione Guzzetti – perché sono la fascia che più ha pagato, dal punto di vita sociale ma anche personale ed emotivo, la crisi di questi anni. Penso alle difficoltà crescenti sul fronte degli studi, ma anche per l’avviamento al lavoro. E poi ai problemi affettivi e relazionali, alla conflittualità delle giovani coppie. Insomma, una generale compressione della prospettiva futura. Da questi giovani ci arriva una grande richiesta di aiuto che necessita di risposte urgenti».

Il progetto rientra nel grande disegno avviato dalla Regione per radicare anche in Lombardia i Centri per la famiglia, ma con un profilo innovativo rispetto a quanto fatto altrove con alterne fortune. Un percorso che parte da lontano e che era già stato definito nel Piano nazionale la famiglia del 2012. Da allora, secondo il programma sostenuto dal Dipartimento per le politiche familiari, i Centri sono cresciuti, ma in modo meno significativo di quanto auspicato e a macchia di leopardo. Forse anche senza un’identità ben delineata. Tanto che nell’unica indagine avviata già nel 2015 per misurarne la diffusione, soltanto dieci regioni hanno fornito un quadro di quanto realizzato. E la Lombardia non era tra queste. Da qui il tentativo di recuperare il terreno perduto, ma senza replicare esperienze che in altri territori non hanno offerto risultati lusinghieri. Si spiega così la necessità di una sperimentazione, anche alla luce delle situazioni sperimentate durante la pandemia, insieme all’attenzione a non costruire realtà troppo simili ai consultori familiari. «I centri che andremo a creare – riprende Rabaiotti – dovranno caratterizzarsi per l’apertura al territorio e per la capacità di fornire servizi anche al di fuori del consultorio. Avremo la possibilità di sostenere economicamente tutte quelle azioni che sono legate ai consultori ma che possono essere realizzate all’esterno, i cosiddetti ‘servizi aperti’. Per esempio, potremo incontrare una mamma che ha necessità di essere seguita con il suo bambino, ma anche offrire prestazioni di home visiting o di supporto psicologico, anche al fuori della sede consultoriale , e soprattutto assicurare l’accompagnamento sociale, pedagogico e psicologico al nucleo familiare».

I nuovi Centri per la famiglia, che come detto almeno nella fase sperimentale sorgeranno grazie al concorso di varie realtà – consultori di ispirazione cristiana, consultori pubblici, servizi sociali presso i municipi, ecc – dovrebbero concentrarsi maggiormente sul disagio sociale e meno sulle prestazioni sanitarie, valorizzando tutte le strutture presenti sul territorio. Anche perché, le linee guida diffuse dalla Regione, suggeriscono di indirizzare i servizi soprattutto a giovani coppie, genitori con figli compresi quelli inseriti in percorsi di affido e di adozione, nuclei che attraversano momenti di transizione e situazioni di significativa difficoltà (conflittualità di coppia, separazioni e divorzi, problemi educativi), famiglie in situazioni di particolare fragilità e che si occupano contemporaneamente di figli e di genitori anziani, famiglie immigrate. Ma la vera innovazione di questo progetto sperimentale riguarda la possibilità di integrare interventi e azioni in una logica di Centro per la famiglia diffuso, attraverso la rete che si è sviluppata tra partner e soggetti aderenti. Se i risultati, come tutti auspicano, saranno positivi, la Regione Lombardia avrà il merito di aver messo a punto un nuovo modello di Centro per la famiglia da estendere a beneficio di tutti sul piano nazionale.

Avvenire