Il Giubileo e la speranza per il “ceto medio” della fede

Pellegrini di speranza. Il Giubileo 2025 per costruire un mondo migliore -  Vatican News

La Bolla di indizione dell’Anno Santo ha tra i suoi piani di lettura anche un invito a elaborare una nuova “cultura della speranza”. Il Papa non usa precisamente questa espressione, ma invoca «un’alleanza sociale per la speranza, che sia inclusiva e non ideologica». E poi declina questa alleanza soprattutto in relazione a «una visione della vita carica di entusiasmo da trasmettere».
Nel nostro tempo in cui, come ricordava l’allora cardinale Joseph Ratzinger, «la piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da venti di dottrine: marxismo, liberalismo, libertinismo, individualismo radicale e così via», si tratta di un’indicazione fondamentale. Anche Francesco, infatti, ricorda non ci si può accontentare «di sopravvivere o vivacchiare, di adeguarsi al presente lasciandosi soddisfare da realtà soltanto materiali. Ciò rinchiude nell’individualismo e corrode la speranza, generando tristezza». Il Giubileo, perciò, è l’occasione per una nuova iniezione di fiducia, che si traduca in desiderio di futuro. Fiducia «nelle relazioni interpersonali, nei rapporti internazionali, nella promozione della dignità di ogni persona e nel rispetto del creato».

Ma chi deve farla questa iniezione? Al cuore dell’alleanza sociale per la speranza occorre collocare una pastorale a prevalente trazione verticale, che colleghi la terra al Cielo e alle realtà oltre la morte, per dare senso anche ai rapporti orizzontali. E che si interessi – più di quanto non succeda oggi – del “ceto medio” della fede. Dietro le porte dei nostri appartamenti, in anonimi caseggiati di periferie esistenziali prima ancora che geografiche, si celano talvolta drammi non meno dolorosi di quelli dei poveri e dei migranti. Ce ne prendiamo cura? Siamo in grado di far sentire l’afflato della comunità credente a vite depauperate dalla solitudine, riempite solo da ore e ore di tivù, esposte al bombardamento della cronaca più nera e all’esaltazione in tutte le forme narrative di stili di vita chiaramente antievangelici, ma fatti passare per acquisizioni del progresso? Abbiamo a cuore, come scrive il Papa, i ragazzi, gli studenti, i fidanzati, le giovani coppie? Cerchiamo con l’esempio e con l’aiuto di stimolare il desiderio di maternità e paternità responsabile, rimuovendo per quanto è possibile gli ostacoli (anche di carattere economico) che svuotano le culle? Siamo capaci di vicinanza e affetto nelle fasi della vita terminale, togliendo alibi alle offerte di “buona” morte, presentate come pratiche pietose? Ma soprattutto, siamo ancora portatori dell’annuncio del Cristo risorto e della felicità eterna che dà senso a tutto il resto?

Promuovere la “cultura della speranza” è tornare con convinzione a quell’annuncio. Misurarsi, cioè, su una frontiera della Chiesa in uscita allo stesso tempo vicina (le nostre stesse case), eppure in progressivo allontanamento a causa di un’antropologia distorta che ci vuole isole nella corrente e che tenta di chiudere il cielo sopra le nostre teste. «La speranza cristiana – scrive papa Francesco – consiste proprio in questo». Ricevere in Cristo «il dono di una vita nuova, che abbatte il muro della morte». E che perciò dà luce e sapore anche alla vita qui. Una vita piena di speranza.