Il caso dei malati psichiatrici detenuti illegalmente in Italia

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AGI  – In Italia ci sono decine di persone detenute in modo illegale alla luce del sole. Giacomo Trimarco, arrestato per furto di un telefonino, era una di queste. Si è tolto la vita il 31 maggio scorso a 21 anni nel carcere  di San Vittore dove non doveva stare. Da otto mesi i magistrati lo avevano destinato a una  Rems, una di quelle strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari a cui sono destinati gli autori di reato incapaci di intendere e di volere e socialmente pericolosi. Ma per il ragazzo, che soffriva di un disturbo borderline della personalità, non c’era posto.

E non c’era nemmeno per F.F., 22 anni, che, racconta all’AGI la sua legale, Federica Liparoti, “è stato allettato e sedato per un mese, anche se non ne aveva bisogno, nel reparto psichiatrico di Melegnano” finché un giudice, in attesa di una Rems, ne ha disposto la liberazione con l’obbligo di firma.

Da tre mesi anche O.D.B., 22 anni, si trova nel carcere di Pavia per uno scippo nonostante un giudice lo abbia assegnato alla residenza per l’esecuzione della misura di sicurezza. Il suo difensore spiega che “è come un bambino, sorride sempre. E’ stato il fratello a nominarmi come legale, lui non capisce e ogni giorno dietro le sbarre in più è senza ragione e un danno per la sua salute e dignità”.

La condanna della Corte Europea dei diritti dell’Uomo

Il 7 giugno il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) ha risposto così a un’ istanza di sollecito di Liparoti: “Tutte le strutture del territorio nazionale hanno dichiarato l’indisponibilità”.

A definire illegittime questo tipo di detenzioni è stata nel gennaio di quest’anno la Corte Europea dei diritti dell’Uomo che ha condannato l’Italia per la violazione del divieto di trattamenti e pene inumane e degradanti in relazione al caso di un giovane paziente psichiatrico rimasto due anni nel carcere di Rebibbia perché non c’era spazio in una Rems.

Sono 33 le Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza introdotte dalla legge 81 del 2014 con l’eliminazione degli ospedali psichiatrici giudiziari che erano luoghi molto simili ai manicomi cancellati dalla legge Basaglia nel 1978. Non ce n’è nemmeno una in Valle d’Aosta, Umbria e Molise anche se, osserva Francesco Maisto, il Garante dei detenuti del Comune di Milano, “ce ne dovrebbe essere una per regione”. I numeri al luglio del 2021, ultimo statistica ufficiale disponibile, indicano che i posti letto disponibili sono 652 con circa altrettante persone in lista per un tempo medio di attesa di 304 giorni. Il punto è che durante questo quasi anno alcune di queste persone stanno dove non dovrebbero: in carcere.

“Una situazione assurda ma le Rems non sono dei piccoli manicomi”

“E’ una situazione assurda – dice Maisto – uomini e donne che hanno lo status di internati non possono stare dove ci sono imputati e condannati. Le Rems rappresentano però un grande passo avanti perché prevedono cure sul territorio durante soggiorni che hanno un inizio e una fine e non possono andare oltre la pena che va scontata. Non è vero, come sostengono una minoranza di psichiatri e di operatori nel campo della salute mentale, che sono dei piccoli manicomi.  La cultura che anima queste residenze è diversa”.

Nel corso di una discussione sul caso di un condannato che non trovava posto nelle Rems, il ministero della Giustizia e la Conferenza Stato–regioni hanno scritto una relazione in cui ipotizzano che alla base dell’aumento delle richieste di ricovero che non hanno trovato esecuzione ci sia “l’insufficiente applicazione del principio di extrema ratio della misura di sicurezza detentiva dovuta verosimilmente alla scarsa fiducia nelle misure non detentive e alla debolezza dei servizi e una cultura, precedente alla riforma, che come prima risposta alla malattia mentale immaginava un luogo in cui collocare la persona rinunciando a ogni forma di inclusione sociale del condannato”.

La gaffe della Regione Lombardia

La difficoltà della transizione a una nuova mentalità viene testimoniata da una recente gaffe della Regione Lombardia che ha suscitato le proteste degli addetti ai lavori. In un cartello che avvisa della presenza di lavori di riqualificazione in corso, la Rems di Castiglione delle Stiviere viene definita “ospedale psichiatrico giudiziario”. “Lo vogliono sistemare, peccato che le nuove strutture dovrebbero chiamarsi in modo diverso ed essere diverse. Ma restiamo affezionati alle tradizioni” ironizza Antonella Calcaterra, legale che ha assistito il disabile psichico a Strasburgo e che parla di detenzioni “in violazione dell’articolo 13 della Costituzione” secondo cui “non è ammessa alcuna forma di detenzione se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”.

Michele Miravalle che per Antigone si è occupato molto delle Rems allarga la prospettiva al tema del disagio psichiatrico anche per chi è capace di intendere. “Un tempo anche persone che lo erano stavano negli Opg mentre ora restano nelle carceri dove le soluzioni al disagio sono gli psicofarmaci e reparti dedicati spesso non all’altezza, per non dire in condizioni disumane come quelle del carcere ‘Le Vallette’ di Torino in cui abbiamo documentato ‘celle lisce’, contenzione, persone nude, assenza di igiene. Bisogna invece incentivare il passaggio nelle comunità terapeutiche che al momento è molto difficile”.

I giudici, spiega, dicono agli avvocati che firmerebbe subito per la libertà vigilata in una comunità terapeutica che però devono trovarsi loro. “Abbiamo segnalazioni di più di 50 comunità interpellate senza un sì. E’ la prassi non riuscire a trovarle. O hai dei servizi territoriali molto efficienti o un avvocato che si impegna allo spasimo oppure resti in carcere, con le conseguenze che sappiamo, tra cui i suicidi”.

La promessa dei genitori di Giacomo

Il giudizio complessivo sulle Rems di Miravelli è comunque “positivo anche se pezzi della magistratura faticano ad accettare che ci siano rei che ‘sfuggono’ alla loro competenza a favore di quella sanitaria. Le persone che, secondo statistiche recenti, aspettano in carcere un posto sono 42, quindi non enfatizzerei più di tanto il problema a livello numerico.  L’idea che queste strutture debbano avere al massimo 20 posti è giusta per evitare il sovraffollamento e aprirne altre non sarebbe la soluzione del problema perché più allarghi il ‘recinto’ più persone ci fai entrare”.

“Ci impegneremo perché nessun altro, come nostro figlio, muoia da detenuto illegale” hanno promesso in un’intervista al ‘Corriere della Sera’ i genitori di Giacomo.