Corano: fra bacio e fuoco

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La memoria del bacio che Giovanni Paolo II ha dato al libro sacro dell’islam 25 anni fa è opportuna per il ripetersi, soprattutto in Svezia e Danimarca, del gesto insensato di bruciare il libro in pubblico. È successo anche di recente a Malmö (Svezia), in occasione dell’Eurovision Song Contest. Il bacio del papa esprime un grande rispetto verso l’islam, culminato nel documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza umana del 2019 e alimentato dalle riflessioni teologiche che riconoscono l’ispirazione religiosa del Corano (cf. qui su Settimana News).

Venticinque anni fa, il 14 maggio 1999, papa Giovanni Paolo II riceveva in Vaticano una delegazione composta dall’Imam sciita della moschea Khadum, dal Presidente sunnita del Consiglio di amministrazione della Banca Islamica dell’Iran e da un rappresentante del Ministero della Religione iracheno. La delegazione era guidata da Rafael I Bidawid, allora arcivescovo di Baghdad e patriarca di Babilonia.

Come di consueto, nell’occasione vi fu lo scambio dei doni e il papa ricevette dai visitatori musulmani una copia del Corano, libro che i musulmani considerano la rivelazione di Dio all’uomo. Giovanni Paolo II si chinò e baciò il Corano. Venne scattata anche una foto di quel momento e quello che è successo ha condotto a elaborare numerose speculazioni: era davvero una copia del libro sacro dell’Islam? O era forse un libro evangelico? Sapeva che era il Corano? Lo ha davvero baciato? E così iniziarono i soliti battibecchi tra alcuni osservatori.

Alcuni speravano che non fosse così, altri avvertivano di non essere frettolosi con le condanne… Poi cominciarono ad arrivare le prove. Il Vaticano stesso riferì che il papa aveva baciato il Corano e, dopo poco tempo, nessuno mise più in dubbio quella parte della storia. Chi non capì allora il gesto si è poi chiesto se fosse un segno di rispetto o di approvazione di quanto scritto all’interno.

Il rispetto e il Concilio
Questo accadeva nel 1999. Da allora sono nate generazioni completamente nuove di credenti che non hanno mai sentito parlare di questo evento di cui si possono ancora trovare le foto nell’archivio del quotidiano vaticano L’Osservatore Romano.

Rafael Bidawid, che stava proprio accanto a papa Giovanni Paolo II quando ciò accadde, ha confermato in un’intervista all’agenzia vaticana Fides che, il 14 maggio 1999, lui e altri della delegazione avevano ripetuto l’invito al papa di visitare l’Iraq «perché la sua visita sarebbe per noi una misericordia dal cielo». Ha raccontato che, al termine dell’udienza, il papa «si è piegato leggermente verso il libro sacro musulmano, il Corano, che gli è stato donato dalla delegazione, e lo ha baciato in segno di rispetto». Ha aggiunto che la foto dell’atto è stata mostrata più volte dalla televisione irachena e ciò «dimostra che il papa non solo è consapevole della sofferenza del popolo iracheno, ma ha anche un grande rispetto per l’Islam».

È noto che Giovanni Paolo II, nonostante i suoi grandi desideri, non ha mai potuto visitare l’Iraq. Ci è riuscito papa Francesco, che è stato in quel Paese dal 5 all’8 marzo 2021, diventando il primo papa a visitare le terre di Abramo, il capostipite di tre religioni monoteistiche: ebraica, cristiana e islamica.

Il bacio del Corano di Giovanni Paolo II nel 1999 era perciò un segno di rispetto verso l’Islam.

Due anni dopo, il 6 maggio 2001, papa Giovanni Paolo II divenne il primo papa della storia ad entrare in una moschea e a pregarvi, compiendo così quella storica visita alla moschea di Damasco, la capitale della Siria. Successivamente, anche il suo successore, papa Benedetto XVI, entrò nelle moschee e vi pregò. La prima volta è stata nella famosa Moschea Blu di Istanbul nel 2006, e successivamente in Giordania.

Ma Giovanni Paolo II non ha baciato il Corano per la prima volta nel 1999. È successo almeno un’altra volta, durante una visita a Casablanca, in Marocco, il 19 agosto 1985, quando tenne un discorso davanti a una folla di giovani a maggioranza musulmana. In quell’occasione, tra l’altro, affermò: «Cristiani e musulmani… noi crediamo nello stesso Dio, l’unico Dio, il Dio vivente, il Dio che crea i mondi e porta le sue creature alla loro perfezione».

Va inteso che questi atti di profondo rispetto per l’Islam sono tutti ispirati e basati sul Concilio Vaticano II, soprattutto sulla dichiarazione Nostra aetate, nella quale, tra l’altro, si ribadisce: «Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: «Chi non ama, non conosce Dio» (1 Gv 4,8)».

Fondamentalismi ostili
Le visite alle moschee e, soprattutto, il bacio del libro sacro dell’Islam donato a Giovanni Paolo II provocarono commenti fanatici da parte dei fondamentalisti di entrambe le parti. Mentre i fondamentalisti cristiani sostenevano che alcuni incantesimi sono «intrinsecamente malvagi, e quindi proibiti indipendentemente dalle intenzioni o dalle conseguenze», aggiungendo: «Anche se Giovanni Paolo II potrebbe portare alla salvezza del mondo intero baciando il Corano, questa cosa non gli sarebbe consentita», i fondamentalisti islamici invece lo consideravano «riconoscimento della vera fede» da parte del papa.

Ai fondamentalisti non sono mai piaciuti molto i gesti di rispetto fraterno, di pace e di amore. Si sono opposti, infatti, allo stesso modo anche quando papa Francesco e il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib hanno firmato il Documento sulla Fratellanza Umana il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi, auspicando in conclusione che tale

«… Dichiarazione sia un invito alla riconciliazione e alla fratellanza tra tutti i credenti, anzi tra i credenti e i non credenti, e tra tutte le persone di buona volontà; sia un appello a ogni coscienza viva che ripudia la violenza aberrante e l’estremismo cieco; appello a chi ama i valori di tolleranza e di fratellanza, promossi e incoraggiati dalle religioni; sia una testimonianza della grandezza della fede in Dio che unisce i cuori divisi ed eleva l’animo umano; sia un simbolo dell’abbraccio tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud e tra tutti coloro che credono che Dio ci abbia creati per conoscerci, per cooperare tra di noi e per vivere come fratelli che si amano».

Cosa si annida in una persona che resiste a riconoscere un’altra persona come fratello o sorella? Invidia o disprezzo, pregiudizio o coscienza anestetizzata? Qualunque cosa sia, dovremmo pensarci. Non si tratta semplicemente di rivolgersi a qualcuno con quel sostantivo, che spesso può suonare patetico e può anche essere ingannevole, ma si tratta di qualcosa di più importante: dell’atteggiamento di vita, del comportamento, della visione del mondo voluto e amato da Dio.

Branko Jurić, sacerdote dell’arcidiocesi di Sarajevo e teologo morale, è dal 2021 vicerettore (e rettore ad interim) presso il Pontificio Collegio Teutonico in Vaticano. Il suo testo è apparso sul sito www.fratellanza.net il 10 maggio 2024.
settimananews.it 

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