Classici. Contro la violenza, riscoprire Antigone. Ma anche la civilizzata Ismene

La tragedia non è solo un dibattito sulle leggi. Eva Cantarella rivaluta Ismene, personaggio considerato “conformista” e opposto all’eroina ribelle
Mosaico con maschera teatrale di etèra

Mosaico con maschera teatrale di etèra – Roma, Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Uno dei massimi poeti contemporanei, Yannis Ritsos, dedicò una poesia alla semidimenticata Ismene, la sorella pavida di Antigone che sembra solo farle da contraltare : ma per Sofocle costituiva una parte nient’affatto insignificante nella struttura della tragedia. La si potrebbe definire la versione “civilizzata” delle due sorelle (cioè quella integrata nelle regole della polis), mentre Antigone, la ribelle, è quella “precivile”, cioè colei che fa prevalere le arcaiche regole del sangue su quelle della città. In Ritsos Ismene è vecchia, Antigone non c’è più, e lei la ricorda in questo modo: «Mia sorella regolava tutto con un “si deve” o “non si deve”… Il suo solo pensiero era la morte… E se a volte faceva tanto d’aiutare a tavola, di portare un piatto, una brocca, avresti detto che teneva in mano un teschio e che lo posava tra le anfore. Nessuno piú s’ubriacava». Ismene danzava nell’acqua delle fontane, Antigone osservava il mondo vedendo thànatos ovunque. L’idea di Ritsos è condivisa ora da Eva Cntarella nel recente libro che porta l’inequivocabile titolo Contro Antigone (Einaudi, pagine 120, euro 13,00); l’autrice dopo avere criticato i due antagonisti, Creonte e Antigone, conclude su Ismene: «È lei, non la celebre e celebrata sorella, il personaggio più bello, più nobile e degno della maggiore ammirazione». L’Antigone è la tragedia greca che vanta il maggior numero di riscritture ed elaborazioni (più di 1.500) divenendo un modello che scavalcò i tempi. Per Hegel e Goethe, e tanti altri durante il XIX secolo, tra cui Alfieri, Antigone era l’eroina dell’imperativo morale che si autoafferma a qualunque costo, sostituita nell’immaginario simbolico nel XX da suo padre Edipo che a partire da Freud divenne il modello di un essere umano (maschile) scisso tra ragione e forze oscure che non sa dominare, vittima di se stesso e del destino. Incestuoso Edipo, ma incestuosa a suo modo anche Antigone che non sa separarsi dal fratello morto: è lui il suo amore profondo, non il fidanzato Emone, innamorato di lei al punto da uccidersi – come il Werther di Goethe. E così il rapporto tra Antigone e la sua famiglia maledetta assume toni inquietanti: «Giunta là – dice svviandosi a morire – confido di arrivare cara al padre e cara a te, madre, e cara anche a te, fratello». Il conflitto tragico si sviluppa è quello tra legge della città e quella di Dike, la Giustizia, perché può accadere che le leggi proclamate dal potere umano siano contrarie a una forma superiore di giustizia. Ma chi conosce quali sono le leggi di Dike? Creonte dice: «Come hai osato infrangere l’editto che ho fatto proclamare?», che impone che il cadavere di Polinice sia roso dai corvi. «Non pensavo – risponde Antigone – che i tuoi editti (editti, dice infatti, non leggi) avessero tanta forza da consentire a un mortale di trasgredire le leggi non scritte e incrollabili degli dei, che non hanno vigore da oggi o da ieri, ma vivono da sempre e nessuno sa quando apparvero ». E se qualcuno dei secondini di Auschwitz avesse disobbedito alle bestiali regole che doveva applicare, e si fosse ribellato? Nessuno lo fece. Eva Cantarella è la più grande specialista mondiale di diritto greco; il suo libro filtra il testo attraverso il pensiero giuridico e antropologico, osando mettere in discussione uno dei più consolidati miti della nostra civiltà. Il problema della sepoltura (che nella cultura contemporanea non esiste, in quanto ci sia affretta a far scomparire i cadaveri attraverso un’efficiente e anonima organizzazione funeraria), come ricorda Eva Cantarella, nel mondo greco era di fondamentale importanza: seppellire un corpo con pianti e canti funebri significava dare all’esistenza di un essere umano l’ultimo atto, era un rito di passaggio che collocava la sua anima nella sede definitiva, l’Ade. Ricordiamo che l’Iliade si chiude con i canti funebri in onore di Ettore. Perciò il problema giuridico che emerge dal bando di Creonte non è solo l’atto di un tiranno, ma un atto destinato a sanzionare i traditori della patria, come Polinice era diventato. Cantarella non si limita all’Antigone sofoclea, ma al sistema culturale che attorno ad essa gravita. Il dialogo sulle leggi tra Antigone e Creonte occupa circa una cinquantina di versi: e il resto ? L’Antigone non è solo un dibattito sulle leggi: troviamo una storia d’amore, il conflitto tra padri e figli, il soprannaturale, il pentimento di Creonte, altro ancora. Un’opera pullulante di emozioni. Antigone era un personaggio ingombrante anche per gli antichi. Già pochi decenni dopo la tragedia di Sofocle, qualcun altro pose quasi in burla la maestosa tragedia di Sofocle: fu il dissacratore Euripide, anch’egli autore di un’Antigone, che ci è rimasta in frammenti: qui la ferrea eroina che rifiuta vita e amore in nome del fratello morto diventa un personaggio da romanzo. Infatti (la trama si può ricostruire da varie citazioni) Antigone ama davvero Emone, che invece nella tragedia di Sofocle si suicida per lei. Nella tragedia di Euripide, Emone è incaricato dal padre di uccidere la fidanzata, ma la salva e la nasconde in una capanna tra i boschi; nascerà un figlio. Più tardi Creonte lo scopre e li condanna tutti a morte, ma l’arrivo di Dioniso che intercede per loro li salverà. Happy end: niente scontro tra grandi principi ma solo una storia d’amore.

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