Acqua e foreste (a 18 km da Milano) Un’altra Pianura padana è possibile

Com’era (in alto) e com’è adesso la zona rigenerata da Simbiosi a Giussago / Simbiosi

C’era una volta una piana lussureggiante, ricca d’acqua e di biodiversità: una foresta estesa migliaia di chilometri, segnata da fiumi e paludi, popolata da alberi altissimi e sottoboschi ricolmi di vita. Era la Pianura Padana di mille anni fa, adesso impoverita dallo sfruttamento idrico e del suolo e ferita gravemente dalla siccità più intensa degli ultimi trent’anni. Eppure la testimonianza di come fosse dieci secoli fa oggi esiste a Giussago (Cascina Darsena), in provincia di Pavia: lungo circa 500 ettari è nato un progetto figlio di una visione. È la casa di Simbiosi (società dedita a rigenerare processi produttivi in un’ottica davvero circolare), dove passato e presente si fondono sincronicamente per immaginare un futuro diverso dall’oggi arido che condanna la piana più grande d’Italia. Un’area distante solo 18 km in linea d’aria dal Duomo meneghino.

«È un progetto nato nel 1994 per passione – racconta Piero Manzoni, ceo di Simbiosi – già diversi anni fa, passando per Malpensa e andando verso Milano, si vedeva un biliardo piano, senza alberi, senza vita: un deserto agricolo. Abbiamo pensato: ‘Questo non può essere il mondo di domani’». Manzoni e Giuseppe Natta, figlio del premio Nobel Giulio, avevano un’ambizione: rigenerare un’area della piana per riportarla alle condizioni del passato. «Prima abbiamo ricostruito com’era la Pianura Padana con l’Università Statale di Milano e quella di Pavia. Poi con l’Università di Wageningen abbiamo riportato su carta quelle condizioni storiche per programmare la rigenerazione». Dopo quasi trent’anni e decine di milioni di euro in investimenti, oggi a Giussago il progetto è completato. Camminando nella foresta, tra i rovi del sottobosco e lambendo le acque alte, si possono scrutare cavalli, uri, caprioli, sentire cinguettare gli usignoli, vedere volare il tarabuso o il cavaliere d’Italia: queste ultime sono specie autoctone, scomparse col tempo dai luoghi d’origine. «Tutta questa vita non è stata reintrodotta, ma c’è tornata – spiega Vincenzo Della Monica, marketing manager di Simbiosi – il progetto è stato come la prima nota su uno spartito e la natura ha scritto il resto della sinfonia. Dopo alcuni anni, molte specie volatili hanno invertito la rotta per nidificare qui».

Un’area accogliente per fauna e flora, con le fronde alte degli alberi che ombreggiano i sentieri, il verde onnipresente, le piccole paludi: tema caldo, dato che in quest’area del Paese l’oro blu è al momento il grande assente. «Qui abbiamo una falda sotterranea molto alta, quindi usiamo le chiuse leonardesche e adottiamo una gestione molto oculata: è difficile incorrere in carenza d’acqua».

La proposta di agricoltura cosiddetta “neorurale” presentata da Simbiosi si basa sull’essere «produttori di ambiente, non di prodotti – spiega Manzoni –, ricreando le condizioni originarie naturali abbiamo triplicato la fertilità del terreno in questi anni. E non usiamo pesticidi, né fertilizzanti». Come? Attraverso pianificazione del territorio e innovazioni tecnologiche. Per il primo aspetto, l’esempio più lampante è quello dell’environment field margin: gli agricoltori ricevono incentivi per coltivare un’area specifica. l’idea è stata rinunciare ad un 10% di un campo per farne un confine naturale. Questo spazio protegge il campo da insetti esterni, pesticidi e aumenta la biodiversità. Il risultato è, secondo Manzoni, che «facciamo produzioni quantitativamente più importanti con il nostro 90% rispetto a campi totalmente coltivati».

A livello tecnologico, il progetto di Simbiosi presenta diverse innovazioni. Usa l’agrivoltaico, un fotovoltaico che si pone sul campo agricolo. Attraverso un sistema chiamato I-Chiller, raffredda l’acqua e gli ambienti in modo naturale. Ospita startup avanguardiste sul tema delle risorse. Recupera gli elementi nutritivi dai fanghi di natura civile e industriale per creare biogas e fertilizzanti naturali. Tutto questo, insieme, compone un quadro inedito. «Se consideriamo l’adozione simultanea delle nostre soluzioni, non esistono modelli simili al mondo», precisa il ceo. La sua società adesso punta ad essere un fornitore di servizi per le città italiane: trasformare le periferie urbane in smart land, dove risolvere le problematiche legate all’approvvigionamento energetico, allo smaltimento dei rifiuti e della Co2, alla valorizzazione del paesaggio. Per adesso Simbiosi sta sviluppando progetti in Canada, Stati Uniti, Kenya ma sarebbe già pronta a lavorare su Milano. Lasciando l’area di Giussago, l’area torna acre e il panorama brullo: la siccità domina il presente. Esistono alternative per immaginare un futuro diverso.

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IL PROGETTO

A Giussago un’area di 500 ettari rinata (e indenne dalla siccità) grazie alla società Simbiosi. Obiettivo: rigenerare i processi produttivi in un’ottica circolare e trasformare le periferie urbane in serbatoi di energia sostenibile