Abbiamo bisogno di social al servizio del bene di tutti

Come sarebbero i social media se servissero davvero l’interesse pubblico? E ancora: è possibile costruire una Rete Internet più onesta?

Queste due domande, formulate da Ethan Zuckerman, direttore del Center for Civic Media al MIT (Massachusetts Institute of Technology), cioè in una delle più prestigiose università di ricerca del mondo, stanno facendo discutere da quasi tre anni.

Un’era geologica per chi frequenta il digitale ed è abituato a guardare sempre e solo al presente e soprattutto al futuro. La tesi di Zuckerman però continua ad essere discussa perché non solo non è stata nel frattempo superata ma, anzi, è ancora attualissima. Se possibile, ancora più attuale oggi di tre anni fa.

L’idea di partenza del professore del Mit può apparire curiosa. Zuckerman infatti ci invita a pensare ai social e alla Rete come alla radio. La sua nascita rappresentò un’autentica rivoluzione (come Internet) che cambiò diversi aspetti dell’informazione, della società e della vita delle persone. A salvare la radio da chi voleva farne soltanto uno strumento di guadagno, ci ricorda Zuckerman, fu l’idea vincente di alcuni Stati di creare dei servizi pubblici radiofonici. Cioè di preservare la radio, o almeno una parte del mondo radiofonico, come strumento al servizio del bene pubblico. Da qui la sua idea di fare la stessa cosa con i social e con alcuni servizi Internet.

Zuckerman non è uno sprovveduto e sa bene che lo strapotere di gruppi come Meta (l’ex Facebook) o TikTok non è per niente facile da scalfire. Così come non è facile riportare al servizio della collettività certi aspetti della Rete Internet sui quali fanno palate di soldi i grandi gruppi digitali. Ma proprio per questo – sostiene – dobbiamo trovare il coraggio di farlo. In ballo c’è una fetta importante della nostra libertà, della nostra possibilità di informarci in maniera corretta e della nostra capacità di confrontarci con gli altri senza che a vincere in popolarità (e non solo) siano sempre quelli che urlano più forte o che propongono le teorie più divisive, generando quegli scontri che piacciono tanto agli algoritmi che governano i social e una parte della Rete.

Si potrà obiettare che non sempre i servizi pubblici radiotelevisivi sono campioni di libertà, di etica e di qualità. Ma anche se in alcune ore e con alcuni programmi scimmiottano Il peggio delle offerte commerciali il loro impianto di fondo è indubbiamente basato su pilastri editoriali sani.

Resta una domanda importante: chi dovrebbe mettere in piedi uno o più social al servizio delle persone? Per Zuckerman dovrebbero farlo delle entità che uniscano diversi servizi pubblici. Da noi per esempio dovrebbe (potrebbe?) farlo l’Europa, coordinando e promuovendo un’alleanza tra il meglio dei servizi pubblici dei diversi Paesi. Si dirà che così rischieremo di avere un nuovo carrozzone dominato più dagli interessi della politica che non da quelli di servire davvero la comunità. Ma prima di archiviare per sempre questa proposta come folle, irrealizzabile, sorpassata o soltanto utopica, dovremmo tornare a chiederci a gran voce: come sarebbero i social media se servissero davvero l’interesse pubblico? E ancora: è possibile costruire una Rete Internet più onesta? E infine: come saremmo diversi e probabilmente migliori tutti noi se ci liberassimo almeno in parte dal giogo dei colossi digitali?

Sono domande ancora estremamente attuali.

Decidere di provare a rispondere è solo questione di volontà, non solo politica.

Avvenire