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Wojtyla, l’ardito traghettatore Ha abbattuto muri, ha costruito ponti

LUIGI GENINAZZI  – avvenire
Forse pochi sanno che Karol Wojtyla aveva un secondo nome. Jozef (Giuseppe), come il maresciallo Pilsudski, il padre della Polonia indipendente. Esattamente novant’anni fa, il 18 maggio del 1920, nasceva il futuro Giovanni Paolo II e quello stesso giorno il comandante Pilsudski veniva accolto in patria come un trionfatore, al rientro dalla campagna militare in Ucraina contro le truppe della Russia sovietica. E pochi sanno che nell’agosto di quell’anno ci fu una delle battaglie decisive del Ventesimo secolo, nota ai polacchi come «il miracolo della Vistola» ma ignorata solitamente dai nostri libri di storia. Dato ormai per spacciato, l’esercito polacco contrattaccò e sconfisse l’Armata Rossa, fermando così l’avanzata dei bolscevichi che nei piani di Lenin avrebbe innescato una sollevazione rivoluzionaria dapprima in Germania e poi in tutta Europa. Quella straordinaria e incredibile vittoria cambiò il corso della storia e permise a una generazione di polacchi, fra cui Karol Wojtyla, di crescere da uomini liberi in un Paese indipendente dopo un secolo e mezzo d’occupazione straniera. Rendere omaggio alla memoria di Giovanni Paolo II a novant’anni dalla sua nascita significa ripensare a tutto questo, riscoprendo le profonde radici di colui che venne definito il ‘geo­political Pope’. Lui stesso una volta fece propria questa definizione quando disse di avere «una spiritualità per così dire geografica», percorrendo le strade del mondo in nome della fede oltre le divisioni e le barriere imposte dalla ragione politica. Giovanni Paolo II è stato il Papa che ha vissuto tutte le orribili contraddizioni e le immani sofferenze del secolo scorso, ha conosciuto il nazismo e ha sperimentato sulla sua pelle il comunismo. Lo ha fatto da protagonista, abbattendo la cortina di ferro che spaccava in due l’Europa e mandando agli archivi la guerra fredda. Ma non si è limitato a chiudere un’epoca, quella del ‘secolo breve’ iniziato con la tragedia della Grande Guerra nel 1914 e concluso con il crollo del Muro nel 1989. Ne ha aperta un’altra, come gli aveva profetizzato il cardinale Wyszynski al momento della sua intronizzazione al soglio pontificio: «Tu sei chiamato a introdurre la Chiesa nel terzo millennio». Un compito che si è rivelato più difficile e insidioso del precedente. Tutti nel mondo, perfino gli ex avversari come Gorbaciov e Jaruzelski, hanno acclamato Papa Wojtyla come l’uomo che ha abbattuto il comunismo. Ma non tutti hanno apprezzato il suo invito a «raccogliere le pietre dei muri caduti per costruire dei nuovi ponti fra gli uomini» nel millennio inaugurato dall’attentato alle Torri gemelle. Molti hanno apprezzato il Papa che faceva leva sui diritti umani. Ma pochi hanno condiviso la sua denuncia di «una nuova ideologia del male, forse più subdola e celata, che tenta di sfruttare, contro l’uomo e la famiglia, perfino i diritti dell’uomo». È un brano tratto dal libro Memoria e identità che costituisce un po’ il testamento spirituale di Giovanni Paolo II ed anche una sorta d’autobiografia. Non a caso il sottotitolo reca scritto ‘conversazioni a cavallo dei millenni’. Papa Wojtyla parla delle «ideologie del male» delle quali ha fatto esperienza personale. Ma ricordando la frase di san Paolo – «vincere il male col bene» – afferma che si può arrivare «sotto lo stimolo del male a porre in essere un bene più grande». Sono parole di bruciante attualità che si ritrovano nei costanti richiami del suo successore, Benedetto XVI, ad affrontare con decisione e coraggio anche la realtà del peccato dentro la Chiesa. Parole che non solo illuminano le vicende tumultuose del passato ma spalancano alla speranza per il futuro.