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VIII Giornata Diocesana del Seminario Domenica 24 gennaio 2016 Traccia di riflessione a commento delle letture della Santa Messa

VIII Giornata Diocesana del Seminario
Domenica 24 gennaio 20126
Traccia di riflessione a commento delle letture della Santa Messa

Prima lettura: Ne 8,2-4.5-6.8-10
Seconda lettura: 1Cor 12,12-30
Vangelo: Lc 1,1-4; 4,14-21

Le letture di questa III domenica del tempo ordinario (anno C) ci introducono bene ad una riflessione sul tema del sacerdote come ministro di misericordia, nella consapevolezza che “la nuova evangelizzazione non può che usare il linguaggio della misericordia, fatto di gesti e di atteggiamenti prima ancora che di parole” (papa Francesco, 14/10/2013). Interpretando senza fatica le indicazioni che ci vengono dal recente magistero, possiamo affermare che la misericordia è il tratto distintivo di tutto il ministero presbiterale, il suo asse portante.
Nella prima lettura ci viene offerta la descrizione della solenne assemblea liturgica a Gerusalemme nel tempo del ritorno dall’esilio, una sorta di nuovo battesimo per tutto il popolo, che “tendeva l’orecchio al libro della legge “. La Parola di Dio è il racconto dell’agire misericordioso di Dio nei confronti dell’umanità e i leviti sono chiamati ad interpretarne il senso perché il popolo comprenda la lettura e rilegga la sua vicenda dalla prospettiva di Dio.
“La misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni” (MV 9)
È questa memoria che suscita in noi lacrime di compunzione per i nostri tradimenti e le nostre infedeltà all’alleanza con il Dio misericordioso e pietoso, ma soprattutto è questa memoria che ci permette di vivere “felici, colmi di gioia, sereni” nel saperci così tanto amati e che ci chiede di corrispondere a questo circuito di misericordia. “È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri.” (MV 9). ). Va inteso in questo senso l’invito che Neemia rivolge al popolo di condividere la mensa “portando porzioni a quelli che nulla hanno di preparato”.
Il sacerdote, ministro della Parola, ci aiuta a spezzare questo Pane e a farci commensali di questa liturgia di misericordia e di compassione che ha nella Scrittura una delle sue “porte” fondamentali (“Per essere capaci di misericordia, quindi, dobbiamo in primo luogo porci in ascolto della Parola di Dio”, MV 13).
Nella seconda lettura Paolo prende a prestito dalla letteratura pagana questo apologo per esprimere il mistero di comunione che è la Chiesa; la qualità che sembra emergere in questo organismo così sapientemente disposto e articolato è la cura che le varie membra debbono avere reciprocamente tra loro per custodire l’unità. Quelle più deboli, le più “periferiche” potremmo dire, sono le più necessarie; e se un membro soffre, gli altri com-patiscono con lui.
“Ciascuno secondo la propria parte” ci ricorda il principio di ordine della creazione di Gen 1. Il mistero della ricapitolazione in Cristo risulta evidente nel suo Corpo mistico, dove ognuno è chiamato con la sua vocazione a far risplendere questo mosaico in cui ogni tessera è fondamentale, “fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo”. (Ef 4,13)
La collaborazione al ministero apostolico fa sì che il sacerdote sia come la giuntura tra le membra che permette loro, attraverso l’olio della Grazia, di nutrirsi e di mantenere il tono “battesimale” con le esigenze che comporta. Egli ricorda loro anzitutto il mistero di unità e di comunione, vocazione universale che orienta e sostiene quella particolare di ciascuno, e che non è possibile custodire senza la misericordia e la compassione. Nel discernimento vocazionale, il sacerdote aiuta i fratelli a capire il dono particolare affidato a ciascuno per edificare la Chiesa, quella pro-esistenza che ci fa capire che la nostra vita ha senso solo nella misura in cui si fa dono a qualcuno, offerta di sé per i fratelli, corrispondendo a quel dinamismo responsoriale che conferisce verità e pienezza a qualsiasi vocazione.
Ed è proprio la consapevolezza della propria pro-esistenza che anima la pagina del Vangelo di questa domenica, in cui Gesù dà l’avvio al suo mistero pubblico nella sinagoga di Nazareth. La citazione di Isaia e la rilettura attualizzante di Gesù hanno un chiaro riferimento giubilare, che in questo Anno Santo sembra risuonare in modo ancora più incisivo. Sono indicati i cinque cardini della missione profetica di Gesù che hanno come destinatari privilegiati gli ‘anawim, “coloro che sono curvi”. Risulta evidente che “nella visione di Cristo, i poveri devono essere oggetto dell’attenzione, della cura e della premura della Chiesa” (G. Ravasi, Il significato del Giubileo, EDB 2015, p. 55).
Ritorna anche un termine caro a Luca, “oggi”, che usa solitamente per annunciare la salvezza di una persona che ha accolto Cristo: pensiamo ad esempio a Zaccheo (“Oggi la salvezza è entrata in questa casa”) o al miserabile che condivide con lui l’ignobile sorte della croce (“Oggi sarai con me in paradiso”). È l’oggi dello Spirito, in cui Dio visita il suo popolo e questi è chiamato a riconoscere la qualità di questo kairos: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. […], perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata”. (Lc 19,42ss.)
Il sacerdote, nella comunità cristiana, è chiamato a promuovere e a guidare questo discernimento ecclesiale dei segni dei tempi. Francesco, rivolgendosi al clero della diocesi di Roma, così affermava nel marzo dello scorso anno: “Noi siamo qui per ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro. Noi stiamo vivendo in tempo di misericordia. Nella Chiesa tutta è il tempo della misericordia.”. (Francesco al clero romano, 06/03/14)
Non a caso il brano di Lc 4 è quello previsto dalla liturgia come pericope evangelica nella S. Messa Crismale, in cui i sacerdoti rinnovano le promesse della loro ordinazione presbiterale e si associano alla preghiera con cui il vescovo benedice il santo crisma, l’olio dei catecumeni e quello degli infermi, segni sacramentali di quella Grazia che ci consola, ci libera, ci illumina e ci rinnova e che ci permette di non vi rattristarci, “perché la gioia del Signore è la vostra forza!” (Ne 8,10)

d. Alessandro Ravazziniazzini

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