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Viaggio alla scoperta delle raffigurazioni del volto di Dio

di Sylvie Barnay

Il termine summa non è di troppo per indicare la grandezza del progetto intellettuale di François Boespflug: illustrare per il XXI secolo il legame tra ciò che non può essere immaginato — Dio — e ciò che è stato immaginato: le immagini di Dio. Viene così offerta ai lettori (nel libro Dieu et ses images. Une histoire de l’éternel dans l’art, Paris, Bayard, 2008; in italiano Le immagini di Dio. Una storia dell’Eterno nell’arte, Torino, Giulio Einaudi editore, 2012) una summa dell’iconografia cristiana nel senso proprio del termine, imponente sia per le sue dimensioni sia per il suo contenuto. L’opera di Boespflug raccoglie la sfida di proporre per la prima volta una visione storica “di lunga durata” delle immagini di Dio. La sua prospettiva fa venire le vertigini: va dall’eredità ebraica del cristianesimo primitivo nel I secolo alle immagini di Dio del grande XX secolo. Di capitolo in capitolo, il lettore si muove agevolmente in questa storia, aiutato da una presentazione chiara, da definizioni rigorose e da una superba iconografia, come in un manuale scolastico, e viene innanzitutto ricondotto alle radici dell’eredità ebraica. Ma questa storia dell’immagine cristiana, che segue pedagogicamente uno schema cronologico, rompe anche — ed è questo il suo aspetto più interessante — con una certa storiografia dell’arte cristiana. Questa analisi di lunga durata, oltre a rivelarsi una vera sfida, permette in effetti di riconsiderare le suddivisioni cronologiche classiche e le pretese “rivoluzioni” delle immagini di Dio. In definitiva attesta che il corso della storia delle immagini di Dio è stato libero.
Boespflug mostra in effetti che la forza delle rappresentazioni è di essere sempre sfuggite alla valutazione dottrinale. «Da anni mi sforzo di mostrare da una parte che la Chiesa, in Occidente, ha esercitato solo in rarissime occasioni un controllo sulle immagini; dall’altra che il cristianesimo, persino in Oriente, è stato alla fine molto più accogliente verso gli artisti rispetto ad altre tradizioni religiose, come l’ebraismo e l’islam» (Franc-parler du christianisme dans la société d’aujourd’hui, Parigi, Bayard, 2012, pp. 287-288).
Bisogna dunque quindi disfarsi di un pregiudizio tenace. La storia dell’arte cristiana obbedisce a un flusso storico che non si può ridurre alla storia dei concili, dei dogmi o delle tensioni politico-religiose, ha un proprio movimento. La vita della storia delle immagini di Dio si sviluppa nella storia secondo un proprio ritmo. Se è vero che il controllo delle immagini è esistito in terra cristiana in alcuni momenti e in certe circostanze precise, «non bisogna dare rilievo a qualche caso che, tutto sommato, costituisce l’eccezione» (ibidem, p. 288).
Come si può ben vedere, la “speleologia” iconografica — termine preferito dell’autore per spiegare la profondità degli strati da sondare al fine di illustrare l’iconocosmo occidentale, un mondo di immagini — conduce a una riflessione sull’attualità dell’arte religiosa nutrita da una visione d’insieme di duemila anni di storia perfettamente dominata. Dopo secoli di iperfigurazione in cui le immagini di Dio sono state sovrabbondanti, anzi, hanno contribuito a favorire un certo anticristianesimo quando sono state create senza rispetto e senso del mistero, sarebbe forse utile, conclude lo storico dell’arte, lasciando che se ne vada “quel buon vecchio Dio”, come diceva Victor Hugo nella poesia L’année terrible. Il cristianesimo deve forse porre fine ad alcune immagini di Dio per ricominciare con altre, facendo in modo così che le immagini dell’Eterno nell’arte restino ben vive. Questa professione di fede nell’arte è senza dubbio la vera firma di François Boespflug.

(©L’Osservatore Romano 8 agosto 2013)