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Valori religiosi e integrazione degli africani in Italia

Presentata la nuova ricerca curata dal Dossier statistico immigrazione di Caritas e Migrantes

Roma, 17. L’attenzione alle religioni va considerata un tassello, doveroso e lungimirante, della politica di integrazione. Si tratta di un aspetto che deve trovare maggiore rilevanza nelle analisi socio-economiche e politiche, in particolare quando si parla di cultura africana, anelito insopprimibile di religiosità che, nell’incontro con il cristianesimo, ha trovato uno dei suoi sbocchi naturali, condividendone valori e ideali. È una delle riflessioni emerse ieri a Roma alla presentazione del volume Africa-Italia. Scenari migratori, risultato dell’impegno collettivo dei redattori del Dossier statistico immigrazione Caritas/Migrantes e di diversi rappresentanti di organizzazioni sociali e di ricerca, italiani e africani, che nei mesi scorsi si sono riuniti a Capo Verde per studiare le molteplici problematiche del continente africano e approfondire la situazione dei flussi migratori con l’Italia. "La religione è l’anima dell’Africa – ha detto don Denis Kibangu Malonda, direttore dell’ufficio Migrantes della diocesi di Tivoli e coordinatore nazionale dei cattolici africani francofoni – e oggi il cristianesimo è uno degli elementi prevalenti per buona parte del continente. In molti ambiti l’Africa è quella che è diventata dopo l’incontro con il cristianesimo. Penso alla scolarizzazione, alla formazione della classe dirigente, alle strutture socio-sanitarie, grazie al lodevole impegno dei missionari e delle Chiese locali". La prospettiva pastorale, in Italia come in tutti i Paesi a forte immigrazione, deve necessariamente avere una visione multiculturale e interreligiosa. Un punto sul quale si è soffermato monsignor Enrico Feroci, direttore della Caritas diocesana di Roma: "I romani – ha spiegato – non si devono sentire invasi religiosamente dagli immigrati, considerato che sei su dieci sono cristiani, tra cattolici ortodossi e protestanti, e che nei confronti degli altri siamo chiamati a essere aperti, rispettando i valori religiosi di cui sono portatori". Monsignor Feroci ha sottolineato come in Africa sia diffusa una visione unitaria dell’uomo, del mondo e di Dio: l’indifferenza religiosa è praticamente assente. "Gli africani, per il legame alla loro cultura tradizionale, si sentono fondamentalmente religiosi", ha concluso il responsabile della Caritas di Roma, secondo il quale "questo è un aspetto che può far bene anche a noi, come ci farebbe bene conoscere le celebrazioni eucaristiche delle numerose collettività africane insediate nella Capitale, nelle quali si riverbera il senso di fratellanza e di solidarietà". Nel libro, pubblicato con il contributo del Fondo europeo per l’integrazione dei cittadini di Paesi terzi, in collaborazione con il ministero dell’Interno, emerge che, dei quasi cinque milioni di africani nell’Unione europea, circa un quinto si è insediato in Italia. Ma dagli anni ’90 a oggi, gli africani sono passati da quasi un terzo a poco più di un quinto della presenza straniera totale nella Penisola. Le comunità più numerose sono quella marocchina (su dieci immigrati africani cinque vengono dal Marocco), seguita dalle collettività tunisina, egiziana, senegalese, nigeriana e ghanese; Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto le regioni dove sono maggiormente concentrate. Circa mezzo milione di persone originarie del continente africano sono inserite come lavoratori dipendenti nel sistema produttivo italiano, costituendo il 17,6 per cento del totale degli occupati nati all’estero registrati dall’Inail, inclusi quelli che svolgono occupazioni stagionali. Più di 61.000 i titolari d’impresa, concentrati in particolare nel settore commerciale. Ma la presenza africana in Italia non si esaurisce nella sfera lavorativa né è composta solo da persone in età da lavoro. La ricomposizione o la costituzione delle famiglie, così come il numero di minori (quasi 25.000 quelli nati in Italia nel 2008), sono in aumento, attestando il carattere familiare e stabile dell’insediamento, soprattutto tra le collettività a maggiore anzianità migratoria, seppure non manchino gli adulti soli, per via del susseguirsi di nuovi arrivi. Purtroppo il confronto e lo scambio reciproco con gli italiani non sono sempre positivi e spesso appaiono compromessi da stereotipi, pregiudizi e atteggiamenti discriminatori che fanno leva sul colore diverso della pelle. La tendenza allo sfruttamento lavorativo è uno degli ostacoli sul percorso di integrazione, mentre, sul piano dell’immaginario collettivo, pesa il coinvolgimento di alcune comunità (nordafricani e nigeriani) nel traffico di droga e nello sfruttamento della prostituzione. Caritas e Migrantes, nell’introduzione al volume, sollecitano ad adoperarsi affinché la mobilità degli africani si trasformi in occasione di promozione umana e non di sfruttamento. La sacralità della vita e della natura, il senso della famiglia, lo spirito di accoglienza e di solidarietà sono valori sempre presenti nella grande tradizione culturale africana e ritornano spesso anche nelle fiabe, alle quali il libro dedica un capitolo. Il sostegno all’integrazione è da intendere come processo di scambio, di dialogo interculturale, in cui gli italiani devono sentirsi coinvolti, in un quadro chiaro di diritti e di doveri. L’immigrazione va considerata come segno di speranza: gli africani all’estero sono un potenziale enorme per lo sviluppo delle loro nazioni, che resterà solo potenziale fino a quando le politiche non interverranno per sostenerlo. Occorre dunque investire in formazione nei Paesi di origine, bisognosi non solo delle rimesse degli emigranti (quasi un miliardo di euro inviati dall’Italia in Africa nel 2008) ma anche di un ritorno di professionalità e di capacità progettuali. "Gli africani devono essere resi protagonisti del loro sviluppo – ha sottolineato il direttore della Caritas Italiana, monsignor Vittorio Nozza – e l’interesse della Chiesa nei loro confronti nasce anche dalla consapevolezza del loro potenziale ruolo per risollevare le sorti di quel continente. Questo esito non è scontato e, anzi, l’esodo degli africani rischia di essere sempre più una perdita pesante per i Paesi di provenienza, impoveriti dalla partenza delle risorse umane più qualificate che hanno richiesto un cospicuo investimento formativo, specialmente se specializzati in alcuni settori come quello medico-sanitario". La migrazione non può ridursi a una solitaria "fuga di cervelli" ma deve trasformarsi in un fattore di speranza e di crescita per tutta l’Africa.

(©L’Osservatore Romano – 18 luglio 2010)