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Una popstar e un velo islamico: questione di audience, non di Dio

Se i riferimenti a papa Francesco dominano indisturbati le mie ricognizioni sui principali “cattolink” italiani – anche stavolta si confermano al 40% – altrettanto costanti, sebbene meno numerosi, risultano i riferimenti a limitazioni della libertà, o anche, purtroppo, a vere e proprie persecuzioni, a motivo della religione. Per chi ama i numeri, dirò che stiamo mediamente tra il 5 e il 10%.
Uno di questi link, suggerito da Marco Tosatti, mi ha tuttavia condotto ( http://tinyurl.com/lslegu4), a dispetto del titolo del suo blog “San Pietro e dintorni”, assai lontano non solo dal cattolicesimo, ma dal dato di fede in senso lato. La notizia, ripresa direi da Al-Arabjia ( http://tinyurl.com/khabqd5), è che una popstar libanese, Maya Diab, si è esibita in un talent show (li fanno anche in arabo…) coprendosi il capo con un velo islamico – per la precisione, un hijab – e lasciando abbastanza scoperto il resto (qui ci siamo abituati, là meno).
Pare una provocazione, e in effetti le fonti riferiscono di reazioni severe sui social network (non oltre, per fortuna). Anche sul florido profilo Facebook dell’artista (2 milioni e mezzo di “mi piace”) il rinvio al “numero” dell’hijab conta 43.000 like, 313 condivisioni e 1.150 commenti: che non mi sembrano tutti benevoli.
Ma Dio non c’entra. Il caso – e ringrazio la collega Laura Silvia Battaglia, che mi ha dato un aiuto decisivo nel decifrarlo – rivela piuttosto che l’uso di simboli religiosi (tale è l’hijab) per fare audience cioè quattrini non conosce, purtroppo, i confini che tanto dividono le fedi. Il velo sta a Maya Diab, che secondo Wikipedia è di famiglia cristiana maronita, come i crocifissi stanno a Madonna, che inventò il filone. Del resto, senza la chiave commerciale avremmo davanti, come credenti di entrambe le fedi, un grumo tale di contraddizioni da non uscirne fuori.

avvenire.it