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Una nuova coraggiosa collaborazione. A cattolici e laici serve vera politica

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Molti ritengono – a mio avviso a torto – che le difficoltà dell’incontro tra “cattolici” e “laici”  siano di fatto insuperabili, perché dipenderebbero da due fattori irriducibilmente antagonistici: da una parte la pretesa dei cattolici di orientare in modo vincolante le pratiche della società civile, fino a subordinarla (al limite completamente) alle direttive della Chiesa (e questa è la pretesa che viene denunciata con irritazione e indignazione dai  “laicisti”), dall’altra la pretesa della Stato moderno di negare all’esperienza religiosa altro spazio se non quello strettamente “privato” (e al limite a sottrarle anche questo, come storicamente è avvenuto ogni volta che è maturata una piena presa di potere da parte del giacobinismo o di una delle sue tante varianti, come ad es. quelle sovietiche).

Che queste due dinamiche abbiano prodotto effetti socio-politici rilevanti e che continuino ad operare nel mondo d’oggi è fuor di dubbio. Ma è fuor di dubbio altresì che esse deformano sia la visione del mondo “cattolica” che quella “laica”: quella cattolica, perché il cattolicesimo, nel suo distinguere ciò che si deve a Cesare e ciò che si deve a Dio,  ha sempre condannato  teologicamente il cesaropapismo, quella laica, perché nella sua matrice liberale, la società moderna ha acquistato piena consapevolezza di sé solo  elaborando e rispettando la libertà religiosa come il nocciolo essenziale di ogni teoria dei diritti. Ma allora come spiegare le tante, perduranti,  e a volte laceranti incomprensioni tra cattolici e laici, le tante “occasioni perdute” di dialogo, di collaborazione, di impegno comune per il bene dell’uomo, che vengono alla mente di tutti?

Questo è il problema politico fondamentale della modernità: un problema che non credo si possa gestire, e risolvere, con formule nobili, ma che possono restare astratte, come quelle di nuove forme di alleanza tra i “diversi umanesimi” contemporanei (religiosi e non religiosi), finalizzate a ristabilire la “centralità della persona”, contro tutte le tensioni riduttivistiche ed economicistiche che la minacciano. Infatti, ciò che divide “cattolici” e “laici” a mio parere non è tanto una teoria della persona, quanto piuttosto una teoria della politica. Lo si vede benissimo se solo si riflette sul fatto che i “cattolici” non hanno indicazioni operative specificamente loro da offrire ai “laici” in merito a come riconoscere, tutelare e promuovere la dignità umana; è infatti dovere di ogni uomo di buona volontà (e non solo dei credenti) quello di impegnarsi con intelligenza creativa in tal senso (ed è per questo che Karl Barth ripeteva che dopo l’annuncio della parola di Dio non esiste pratica umana più nobile di quella della politica impegnata nella difesa del bene umano).

Ciò che i “cattolici” possono e devono offrire ai “laici” (e a se stessi!) – e questo sì è propriamente loro compito, e possiede un valore incalcolabile – è, per dir così, una sorta di instancabile “pungolo”, finalizzato a una radicale riformulazione della visione della politica. È indispensabile che cattolici e laici riconoscano insieme che la politica è intrisa sì di “potere”, ma non è riducibile al potere; che la politica è sì “prassi”, ma non nel senso hegelo-marxiano di movimento collettivo, storicamente determinato, pronto a travolgere gli individui per far trionfare paradigmi ideologici, bensì nel senso per cui essa è invece agire sociale, volto a massimizzare la solidarietà interpersonale e a promuovere la protezione e la promozione del bene di tutti e in particolare dei più deboli e dei più marginali. Penso che a queste condizioni sia possibile una fruttuosa convergenza tra cattolici e laici per contrastare – come è giusto che avvenga – quella “antropologia mercantile”, che sta dilagando nel nostro tempo e che Fausto Bertinotti ha efficacemente stigmatizzato nell’intervista rilasciata l’8 novembre ad “Avvenire”.

Spetta ai cattolici  riconoscere che i valori della politica non sono confessionali, ma “laici” e spetta ai laici riconoscere che questi valori non sono né ideologici né partitici (cioè  “di parte”), ma “cattolici” (cioè “universali”). L’insegnamento che ci è stato offerto dai Papi del XX secolo e che è stato ribadito con tanta forza da Giovanni Paolo II, da Benedetto XVI e da Papa Francesco consiste esattamente in questo: e quanto sia difficile farlo penetrare nel comune sentire di oggi credo che sia sotto gli occhi di tutti.

avvenire.it