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Una Chiesa al sapor di cacao

Testo e foto di MARCO TROVATO

Due piccole isole disperse nell’Atlantico, colonizzate dai portoghesi, popolate di schiavi e trasformate in tempio delle esportazioni di cacao. Poi è venuta la decadenza economica e, infine, l’indipendenza. E oggi São Tomé e Príncipe cercano ancora il loro futuro.

Alcuni bimbi giocano tra i relitti di una nave, sulla spiaggia di 
Micoló, a São Tomé.

Alcuni bimbi giocano tra i relitti di una nave, sulla spiaggia di Micoló, a São Tomé.

Al porto di São Tomé è arrivato un carico di palloncini a forma di animali. Chiunque l’abbia ordinato ha un ottimo fiuto per gli affari. In un paio di giorni l’isola si è riempita di giraffe rosa, leoni maculati, delfini fucsia e zebre a pois. Per le strade svolazzano centinaia di bestie multicolori, attaccate con fili invisibili a bambini e adulti dall’aria raggiante. L’entusiasmo degli isolani per l’ultima novità giunta dalla Cina è incontenibile.

Nella chiesa di Nossa Senhora da Conceição i gonfiabili fluttuano leggeri sopra le teste dei parrocchiani assiepati per la Messa solenne. Sull’altare, il vescovo Manuel António Mendes dos Santos, 51 anni, sacerdote portoghese dallo sguardo bonario, non fa una piega e prosegue la liturgia con apparente noncuranza. Solo più tardi non riuscirà a celare il suo disappunto. «Roba da pazzi», sbotta mentre rincasa all’ora di cena.

Spillatori di vino di palma in foresta

Spillatori di vino di palma in foresta.

«I fedeli mescolano sacro e profano… Confondono la chiesa con il teatro, la religione con lo spettacolo… Mi chiedo che razza di cattolici stiamo allevando».

Operai durante una pausa in un vecchio magazzino per il cacao 
risalente all'epoca
coloniale, nella piantagione di Roça Água Izé.

Operai durante una pausa in un vecchio magazzino per il cacao risalente all’epoca
coloniale, nella piantagione di Roça Água Izé.

Nel 1822 venne introdotto anche il cacao, di cui São Tomé divenne ben presto il primo produttore al mondo. I portoghesi organizzarono l’attività agricola in decine di fattorie chiamate roças, del tutto simili alle fazendas del Brasile. Ventimila braccianti ridotti in schiavitù – strappati con la forza dai loro villaggi in Angola, Mozambico e Capo Verde – mandavano avanti le piantagioni assicurando ai loro padroni fortune immense. Per cinque secoli i governatori di Lisbona sfruttarono le ricchezze della terra e il lavoro degli schiavi. Le due sperdute isole africane, approdi strategici sulla rotta per l’America, furono trasformate in centri di raccolta e di smistamento per la tratta dei neri. I primi missionari giunti nel Cinquecento benedicevano con la Bibbia in mano le navi negriere destinate alla traversata atlantica, indifferenti al fatto che nelle loro stive venissero stipati come animali migliaia di uomini, donne e bambini in catene. Il commercio di esseri umani terminò ufficialmente nel 1878, ma nelle piantagioni di São Tomé la schiavitù proseguì fino all’inizio del Novecento, quando la stampa anglosassone (non senza interessi di parte) denunciò le terribili condizioni di vita imposte dai portoghesi ai lavoratori del cacao. Lo scandalo obbligò i mercantili a spostare le loro rotte commerciali verso le grandi colonie britanniche in Africa occidentale. Per l’arcipelago di São Tomé e Príncipe iniziò un lento e inarrestabile declino.

Oggi il cacao resta la principale voce dell’economia locale, ma le esportazioni sono ridotte al minimo. Gran parte delle piantagioni sono state abbandonate e inghiottite dalla foresta. Le sfarzose fattorie dell’epoca coloniale sono cadute in rovina. Restano in piedi brandelli di magazzini, mulini fuori uso, ville padronali sventrate dall’incuria. Per terra s’intravedono le rotaie arrugginite della ferrovia che portava i sacchi di cacao direttamente al mare. Il grande ospedale che curava i lavoratori della roça Agostinho Neto oggi ha il tetto sfondato, muri pericolanti e corridoi invasi dalle piante. Nelle stanze della roça Diogo Vaz razzolano le galline, mentre i vecchi alloggi per gli schiavi della roça Água Izé sono utilizzati per allevare capre e maiali. Centinaia di persone hanno trovato rifugio tra queste rovine. La gente sopravvive grazie alla generosità della natura. A portata di mano, in ogni stagione, ci sono frutti tropicali e pesci di dimensioni impressionanti. Gli uomini si arrampicano in cima alle palme per estrarre un succo biancastro che trasformano in vino. Le donne raccolgono sulla spiaggia noci di cocco e frutti di mare. Ci si arrangia per non soffrire la fame, giorno per giorno. Senza farsi illusioni di un futuro migliore.

un 
'motorino' artigianale usato dai bambini di São Tomé

Un “motorino” artigianale usato dai bambini di São Tomé.

Benché vanti di essere tra le poche democrazie stabili dell’Africa, la Repubblica di São Tomé e Príncipe – indipendente dal 1975 – resta una delle nazioni più povere e indebitate al mondo. Nelle case manca l’acqua corrente e l’elettricità arriva a singhiozzo, le piogge torrenziali si portano via le strade, le vecchie fabbriche coloniali cadono a pezzi. L’unica industria funzionante è lo stabilimento della birra Rosema: 150 operai e 4 mila bottiglie prodotte con malto importato dal Portogallo. Se l’economia è ferma, la disoccupazione galoppa. I conducenti dei taxi che ingolfano la minuscola capitale São Tomé restano ore a ciondolare in attesa di un cliente. «Manca il lavoro», osserva Isaura Carvalho, direttrice dell’Instituto diocesano de formação João Paulo II, frequentato da 430 studenti e finanziato dalla diocesi. «Molti genitori non hanno i soldi per pagare gli studi… Noi li aiutiamo, sosteniamo la formazione dei loro figli. Ma la maggior parte dei giovani, come si presenta l’occasione, vola all’estero per cercarsi un futuro».

La 
spiaggia di Neves

La spiaggia di Neves.

La Chiesa cattolica (presente nell’arcipelago con trenta suore, cinque sacerdoti e una dozzina tra diaconi e fratelli) è attiva in molteplici opere sociali. Nella cittadina di Guadalupe un drappello di francescane gestisce un piccolo ambulatorio infermieristico. «La malaria e la dissenteria sono ancora le cause principali di mortalità infantile», spiega suor Rosa, portoghese. «Ma tra i giovani la nuova emergenza sanitaria è la diffusione dell’Aids»

Monsignor Manuel António Mendes dos Santos, attorniato dai bambini 
di un asilo cattolico.

Monsignor Manuel António Mendes dos Santos, attorniato dai bambini di un asilo cattolico.

Al villaggio di pescatori di Neves, un grappolo di palafitte di legno e lamiere in riva al mare, troviamo un’altra religiosa portoghese, l’infaticabile irmã Lú- cia. Da dodici anni manda avanti svariate attività missionarie: un asilo, una scuola elementare, una falegnameria, laboratori di informatica e di sartoria. Senza dimenticare il centro di assistenza per gli anziani: una rarità a queste latitudini. «In effetti nell’Africa continentale i vecchi sono generalmente accuditi dai familiari e vengono rispettati e onorati dalla comunità proprio in virtù della loro veneranda età», concorda suor Lúcia. «Qui è diverso: i figli non si prendono cura dei genitori. Li abbandonano senza remore coi loro problemi, condannandoli a una vita di stenti e di emarginazione sociale». A volte «non esitano a rivolgere nei loro confronti accuse infamanti, additandoli come feiticeiros: malvagi stregoni», aggiunge con amarezza monsignor Dos Santos. «È una faccenda maledettamente seria, figlia di una società fortemente disgregata», continua a raccontare il vescovo di São Tomé. «Su queste isole la famiglia non è considerata un valore. E nemmeno la fedeltà. Gli uomini sposati vivono molteplici relazioni extraconiugali alla luce del sole, senza alcuna vergogna né rimorso di coscienza. La sessualità per loro non ha regole. Non implica alcuna relazione affettiva… I padri mettono al mondo figli senza curarsene».

Corsi femminili di cucito promossi dalle suore di Neves.

Corsi femminili di cucito promossi dalle suore di Neves.

La Caritas locale – gestita dalla sorella del vescovo, Maria Paula, volontaria laica – ospita decine di bambini abbandonati. Alcuni hanno subito maltrattamenti e abusi, altri sono stati semplicemente ripudiati dai genitori. La piccola Eula, scricciolo di due anni affetta da autismo, vive in casa del vescovo. «L’abbiamo adottata quando aveva sette mesi», racconta il prelato. «Era in condizioni disperate, pesava due chili e mezzo, sembrava condannata a morire. L’abbiamo nutrita e curata. Si è salvata per miracolo». Appena torna a casa, monsignor Dos Santos corre a salutare la bimba: la riempie di coccole, la imbocca all’ora di cena, la culla per addormentarla, come farebbe il più premuroso dei nonni con la propria nipotina.

A tarda sera il vescovo torna a lavorare nel suo ufficio. In silenzio prepara omelie e lezioni di catechismo, missive per le autorità locali e relazioni per la Santa Sede, richieste di sponsor per progetti sociali e commenti teologici per le trasmissioni settimanali a Radio Jubilar. Qualche volta trova il tempo e l’ispirazione per scrivere anche poesie e riflessioni da pubblicare sul suo blog personale (manuelantoniosantoscmf.wordpress.com): un diario per nulla segreto dove monsignor Dos Santos, approdato a São Tomé nel 1994 come missionario claretiano, racconta la sua vita all’Equatore. «Non è facile», confessa il vescovo. «In apparenza la comunità cristiana qui è attiva e partecipe, le chiese sono gonfie di credenti, al punto che per seguire la Messa è necessario portarsi da casa le sedie, che non bastano mai… In realtà molti cattolici vivono una fede devozionale fatta di invocazioni di miracoli, richieste di protezione contro il demonio, statue di Madonne idolatrate per i presunti poteri salvifici… Riti di divinazione e credenze che poco hanno a che fare con il messaggio di Gesù e molto con reminiscenze ancestrali, difficili da estirpare».

L’arcipelago di São Tomé e Príncipe è stato per lungo tempo un crocevia di popoli, lingue e tradizioni. Il Vangelo portato dai missionari si è impastato con le superstizioni dei marinai e coi riti provenienti dal cuore dell’Africa. La cultura europea ha incrociato il variegato patrimonio di conoscenze portato dagli schiavi. Nei secoli, quest’intensa mescolanza ha modellato la società creola e ha dato vita a sincretismi, non solo in ambito religioso e spirituale. La medicina dei bianchi, per esempio, si è mischiata con la farmacopea naturale dei guaritori tradizionali. La cucina si è arricchita di sapori provenienti da ogni parte del mondo (il piatto nazionale, il kalulu, è fatto con erbe locali, olio di palma, farina di grano tenero, pollo affumicato, pomodori, peperoncino, cumino, pepe, banane, frutto del pane). La musica popolare di São Tomé, il kizomba, ha assorbito le languide sonorità capoverdiane; il frenetico ballo in maschera danço congo (proibito dalle autorità in epoca coloniale) si sviluppò nelle piantagioni come forma di resistenza culturale degli schiavi, come la capoeira in Brasile. Il vivace carnevale dell’isola di Príncipe, il celebre Auto de Floripes, fu introdotto dai portoghesi nel XVIII secolo e poi trasformato dalla comunità cristiana per celebrare la festa di San Lorenzo (10 agosto). Ma l’esempio più eclatante del meticciamento culturale delle isole è senz’altro il teatro Tchiloli, patrimonio nazionale di São Tomé e Príncipe, che mette in scena la tragedia del marchese di Mantova e dell’imperatore Carlo Magno: una storia dell’Europa medievale importata nel XVI secolo dai colonizzatori e rielaborata nel corso del tempo dalla popolazione locale. Ancora oggi in ogni villaggio dell’arcipelago compagnie teatrali mettono in scena spettacoli con attori che indossano guanti bianchi, cappotti adorni di nastri colorati, cappelli impreziositi da piume, veli e lustrini da cortigiane: scene e personaggi immutati nei secoli.

I 
giovani praticano la capoeira una danza-lotta di origine angolana, 
sviluppatasi nelle comunità di schiavi del Brasile

I giovani praticano la capoeira una danza-lotta di origine angolana, sviluppatasi nelle comunità di schiavi del Brasile.

Il tempo qui scorre leve leve, piano piano», spiegano Tiziano e Mari Pisoni, una coppia di italiani che si è trasferita nell’arcipelago per gestire i progetti di sviluppo dell’organizzazione Nuova Frontiera/Alisei (www.alisei.org). «La prima volta che siamo sbarcati a São Tomé abbiamo pensato di essere approdati in un altro mondo», raccontano. «Non c’erano collegamenti, elettricità, automobili. La natura regnava incontrastata. In questi anni sono arrivati i telefoni, la televisione, internet. Su una spiaggia sono spuntate le alte antenne installate dal Governo Usa per trasmettere il segnale radiofonico di Voice of America. Ma a ben guardare la vita non è cambiata più di tanto». Gli uomini pescano ancora sulle piroghe intagliate nei tronchi. Le donne fanno il bucato nei fiumi e stendono i panni sui massi ad asciugare. Al mercato si scambiano verdure, caschi di banane, pesci affumicati. «Fortunatamente il denaro qui non ha ancora stravolto la genuinità dei rapporti sociali». In vent’anni di lavoro sulle isole, i coniugi Pisoni hanno organizzato corsi di formazione per i contadini, avviato il riciclaggio dei rifiuti, costruito latrine per frenare il colera, diffuso erogatori di profilattici anti-Aids. Adesso vorrebbero promuovere la gestione comunitaria di alcuni bungalow nella splendida Praia Jalé, una striscia di sabbia immacolata, frequentata stagionalmente solo dalle tartarughe giganti di mare che qui depositano le loro uova.

São
 Tomé, pittoresca capitale annidata in una baia, è ricca di edifici 
coloniali portoghesi
in gran parte lasciati ormai all'incuria

São Tomé, pittoresca capitale annidata in una baia, è ricca di edifici coloniali portoghesi
in gran parte lasciati ormai all’incuria.

Il turismo – potenziale volano di sviluppo – non decolla: l’anno scorso sono arrivati 12 mila visitatori, un quinto di quanti ne accoglie la città di Venezia in una sola giornata. Volare a São Tomé costa caro, le strutture ricettive sono po che, il clima umido e piovoso scoraggia gli investimenti dell’industria alberghiera. Eppure le bellezze paesaggistiche non mancano. L’isola più grande conserva spiagge bianche bordate di palme e baie appartate con acque turchesi. All’interno si trovano coni vulcanici, cascate spumeggianti, selve di fiori tropicali e imponenti monoliti che squarciano le nuvole. Il lussureggiante affioramento di Príncipe, poi, ricorda il paradiso di Robinson Crusoe. Solo una manciata di stranieri approdano oggi su questo fazzoletto di terra selvaggia. Un magnate sudafricano, Mark Shuttleworth, vorrebbe costruirvi un resort per attrarre schiere di turisti facoltosi. Sull’isola lo chiamano «il marziano», «l’uomo piovuto dal cielo», perché dieci anni fa si regalò una passeggiata tra le stelle come turista spaziale. Alla gente ha promesso la luna: «Con un investimento di 70 milioni di dollari creerò sviluppo, occupazione e benessere». Nei villaggi di pescatori prevale lo scetticismo.

LLa
 processione delle candele, in onore della Madonna, nella chiesa di 
Nossa Senhora de Conceição

La processione delle candele, in onore della Madonna, nella chiesa di Nossa Senhora de Conceição.

Finora l’unico imprenditore straniero che ha fatto davvero qualcosa di buono per la popolazione è un italiano. Si chiama Claudio Corallo, ha 61 anni, origini fiorentine. A São Tomé produce uno dei più rinomati cioccolati al mondo, celebrato dalla stampa internazionale e premiato nelle maggiori fiere dolciarie. «Nelle mie piantagioni non faccio uso di fertilizzanti o pesticidi, in laboratorio non impiego additivi né aromi», racconta l’imprenditore, esperto in agronomia tropicale, trentotto anni d’Africa alle spalle. «Il mio cioccolato mantiene, freschi e vivi, profumi e sapori del cacao appena raccolto». Il prodotto che porta il suo nome viene servito nei più esclusivi ristoranti di Parigi, Tokyo e New York. Le boutique gastronomiche lo smerciano a 100 euro al chilo. L’anno scorso la fabbrica di cioccolato all’Equatore ha fatturato oltre 300 mila euro. «Ma ogni centesimo è stato reinvestito a São Tomé», precisa Corallo con una punta di orgoglio. «Qui abbiamo trecento collaboratori locali che hanno un buon salario e vanno fieri del proprio lavoro. Siamo una delle poche certezze in una nazione che resta a galla solo grazie agli aiuti internazionali».

Operaie al lavoro nella piantagione di cacao dell'imprenditore 
italiano Claudio Corallo: qui viene prodotto un cioccolato tra i più 
pregiati al mondo

Operaie al lavoro nella piantagione di cacao dell’imprenditore italiano Claudio Corallo:
qui viene prodotto un cioccolato tra i più pregiati al mondo.

Il Governo spera di sollevare l’economia con il petrolio. L’arcipelago si trova nel Golfo di Guinea, al centro di una tra le più importanti aree petrolifere del mondo. Gli esperti stimano che nelle sue acque territoriali si trovino riserve di greggio sufficienti per almeno 200 anni, qualcosa come 4 miliardi di barili. Un mare di soldi che potrebbe sconvolgere la tranquillità delle due isole. Le società petrolifere anglo-americane e francesi hanno già iniziato le prospezioni offshore e prevedono di cominciare a pompare entro due anni l’oro nero dai fondali dell’oceano. «Se Dio vuole, diventeremo un Paese ricco come l’Arabia Saudita», dice Delfina Pereira, una senhora di cinquant’anni, cattolica osservante, rosario sempre in mano, che ogni giorno va in chiesa ad accendere un cero alla statua della Madonna. Alla processione solenne di stasera non poteva mancare. La intravedo nelle prime file, appena dietro al crocifisso e alla mitra del vescovo. Alle loro spalle scorre il corteo dei fedeli, un fiume di lumi tremolanti. Nell’aria ondeggiano centinaia di candele. E gli immancabili palloncini a forma di animali.

Marco Trovato

jesus agosto 2012