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UN ANNO FA IL NAUFRAGIO DEL GIGLIO. Concordia, nella tragedia storie di fede e perdono

“Il naufragio di Costa Concordia «ha profondamente segnato la nostra azienda e quanti ci lavorano e, pur sapendo che non esistono parole per alleviare la vostra sofferenza, desideriamo sappiate che noi tutti condividiamo intimamente il vostro dolore». È quanto scrive in una lettera indirizzata ai familiari delle vittime del naufragio del 13 gennaio 2012 (arrivata nei giorni scorsi) l’amministratore delegato della compagnia, Michael Thamm, rinnovando loro «le più sentite condoglianze», e invitandoli a partecipare alle manifestazioni organizzate per domenica al Giglio. Dopo aver ribadito il suo impegno e quello di tutta Costa Crociere, «insieme alle altre compagnie del settore crocieristico», affinché «sia fatto tutto il possibile perché incidenti simili non accadano più», Thamm invita le famiglie a «una giornata di commemorazione che il Comune del Giglio sta organizzando con il nostro sostegno», che sarà anche «un momento per ringraziare gli abitanti dell’isola e tutti i soccorritori, prodigatisi straordinariamente nei giorni del tragico incidente». Thamm conclude «con l’auspicio di poter condividere un sentimento di comprensione e di dialogo che possa illuminare il futuro di tutti noi».

L’immensa nave da un anno giace reclinata sul fianco come una balena ferita a morte, il muso adagiato sull’Isola del Giglio. E sotto il suo mostruoso corpo ormai in disfacimento, in un punto che i soccorritori hanno individuato da tempo ma che è rimasto irraggiungibile, c’è quel che resta di Russel Rebello, 32 anni e trentaduesima vittima del Concordia. Chi un anno fa era al Giglio ricorda bene suo fratello Kevin e la sua smilza figura spesso lì seduta sugli scogli a guardare la nave cimitero e a pregare: «Non lascerò l’isola senza il corpo di mio fratello», ripeteva ai giornalisti di tutto il mondo, «lo porterò in India ai nostri genitori». La stessa promessa di tutti i parenti venuti da ogni continente e divorati dallo stesso suo dolore: «Non ce ne andremo finché non li avranno trovati».
Ma poi uno per uno se ne sono andati tutti, man mano che la nave restituiva i loro cari, e sull’isola Kevin è rimasto solo, per tre mesi, sempre a fissare il mare e la balena bianca che tuttora imprigiona, o forse protegge, il suo Russel.
«Sono in partenza per l’Isola, domenica passeremo lì tutti insieme il primo anniversario dalla nostra tragedia, tra parenti delle vittime siamo rimasti molto uniti – racconta oggi nel suo ufficio milanese di consulente nutrizionista per un’azienda di “wellness”. Dall’India è arrivato 15 anni fa con una laurea in Economia e parla sette lingue, ma qui da noi cominciò con i lavori più umili –. Anche il sindaco e le squadre di ricercatori ci stanno aspettando». C’è ormai un legame profondo e indissolubile tra Kevin e il Giglio, di amore e odio, un po’ come avviene per chi a guerra finita torna nei luoghi in cui fu prigioniero. «Ma purtroppo la mia “guerra” non è finita», sorride. E non è una guerra di vendetta, non reclama punizioni, per nemico non ha il comandante Schettino, ma quel mare che si è tenuto suo fratello e più il tempo passa e più rischia di restituirne molto poco. «Non odio quell’Isola – spiega – anzi, nei mesi in cui ci sono vissuto, dal 14 gennaio, giorno successivo al naufragio, fino a Pasqua, mi sono sentito in famiglia, tra persone fantastiche, generose, gente di mare come noi indiani». E non odia Schettino, non più, perché «sono cristiano e cattolico, il perdono è un nostro dovere».

Non sono più sue le parole che pronunciava nelle prime ore, appena realizzato che il comandante-eroe che aveva salvato 4.000 naufraghi in realtà era il comandante-vigliacco, causa della tragedia e poi uomo in fuga: «Mio fratello Russel, cameriere da cinque anni sulle navi della Costa, è morto aiutando gli altri – diceva allora –, ha ceduto il suo salvagente e fino all’ultimo ha dato una mano. Non come Schettino, che è scappato». Ora il dolore ha avuto un anno per maturare nella fede, «la sola immensa forza che ti sorregge. Anche chi non crede, in fondo, esclama “grazie a Dio!”, perché il Padre è l’invocazione che ognuno ha dentro, la fiducia e la risposta a ogni cosa. Ho perdonato il comandante perché io non sono giudice né signore: per fare giustizia ci sono da una parte la legge degli uomini, dall’altra il Giudizio finale, che ci riguarda tutti, nessuno escluso». Non parla di crimine ma di «errore umano», e Schettino lo chiama «il comandante», l’uomo che «se i magistrati lo riterranno colpevole andrà in galera, e sarà giusto, ma questo non mi ridarà mio fratello. L’ultima volta l’ho visto qualche ora alla stazione di Genova, era il 2009… Ma da ogni porto mi telefonava, anche il giorno del naufragio». Nemmeno mamma Gladis, 65 anni, e papà Frank, 71, a Mumbay parlano mai di Schettino, «vanno a Messa ogni giorno, come hanno fatto per tutta la vita, e aspettano di avere anche loro una tomba su cui piangere il figlio». Il giorno in cui solleveranno la nave e libereranno il corpo di Russel, lui sarà lì per riportarglielo, «altrimenti il lutto è senza fine, non ti rassegni mai, attendi sempre un ritorno che non avverrà. Il resto lo affidiamo all’Onnipotente».

Se qualcosa ancora stupisce Kevin, è lo stupore che suscita il suo perdono: «Per noi cristiani dovrebbe essere la norma». In Quaresima per quaranta giorni è rimasto in preghiera sull’Isola, «è stato il mio tributo a Russel e alle altre 31 vittime. Ho digiunato e fatto penitenza, come per tutti noi cattolici in India è normale. L’assurdo è che molti cristiani italiani mi dicono: “Ah, come il Ramadan”. No – rispondo – come la Quaresima! Ho pregato anche per la famiglia di Schettino, perché pure lui ha una figlia. Una volta al mese mi chiama, vorrebbe incontrarmi, io sono pronto».

È in questa fede che sono cresciuti Kevin, «secondo nome Joseph perché sono nato il giorno di San Giuseppe», e Russel, «secondo nome Terence, perché il 10 aprile, suo compleanno, è san Terenzio e da noi tutti hanno anche il nome del loro santo». Eccezionalmente Rhys, il bimbo di 4 anni che a Mumbay con mamma Villma attende il papà e lo crede ancora «in navigazione intorno al mondo», per secondo nome non ha avuto il suo santo ma Russel, come suo padre. «Allora ci rimasi male, ma ora ne sono contento: era un destino scritto, il suo angelo in cielo è suo papà».

Lucia Bellaspiga – avvenire.it