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Tra Shakespeare e il macaco? «Pochissima» differenza

Divagazioni… L’altra sera alla Biblioteca Angelica, grande salone, pareti altissime strapiene di decine di migliaia di volumi, presentazione di “William Shakespeare: Sonetti”, traduzione e lettura di Pino Colizzi, prefazione di Elio Pecora e disegni di Diego Romano, edito dalla Dante Alighieri. 154 sonetti e, sempre in versi, la magnifica traduzione in 200 pagine, con accluso un prezioso CD. Poltrone gremite, pubblico silenzioso e attento. Introduzione, e poi lettura di sonetti esemplari che offrono nelle due lingue la vita, la morte, l’amore, il dolore, la solitudine, la speranza, le lacrime, le gioie: dunque l’umano con in filigrana anche il divino. Prolunga l’incanto un’esecuzione di “musica barocca”, clavicembalo e soprano… Bellissimo! Ma che c’entra Lupus? Niente. Ieri però su “La Stampa” (p. 31) la firma di un illustre uomo di scienza, ex ministro della Salute, fa tornare la mia mente ad affermazioni, sue e di altri già qui trattate (per esempio 17/4 e 18/10/2007) sulla «pochissima», quasi impercettibile differenza sostanziale tra il Dna di noi umani e quello di alcune specie di scimmie come «il macaco»: eco di teorie di un celebre guru di un evoluzionismo integralisticamente materialista. Ecco: un lampo di fantasia, e immagino il Salone della Biblioteca Angelica trasformato, ma di “pochissimo”: le alte pareti ricoperte di milioni di banane e noccioline, al tavolo dei relatori 4 scimmie antropomorfe a scelta, poi una al clavicembalo e una che in piedi attende la nota iniziale. Lo spazio dei “Sonetti” di Shakespeare, della “Commedia”, della Bibbia, e di quei centomila volumi è esemplarmente sostituito. Differenza “minima” vero? Certo: «pochissima»!

avvenire.it