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Tra le fiamme dell’Ucraina brucia il grano del mondo

Cosa succede se scoppia il caos nel  “granaio del mondo”? Che il prezzo del grano prende il volo. L’Ucraina ha prodotto l’anno scorso 63 milioni di tonnellate di cereali, il 36,3% in più rispetto al 2012. Quest’anno è in procinto di diventare il quinto esportatore mondiale di grano e il terzo di mais, a meno di interruzioni nelle forniture tutt’altro che improbabili in un Paese minacciato dalla guerra civile. Complessivamente la regione del Mar Nero soddisfa un quinto della domanda globale di grano.
Non stupisce dunque che l’escalation politica e militare nell’area abbia fatto da detonatore ai prezzi quotati di queste materie prime. Da inizio anno le quotazioni del frumento e del mais sono arrivate a crescere di oltre il 20% come non accadeva dal 2008, l’anno della crisi alimentare mondiale. Da febbraio, secondo uno studio della Coldiretti, il rialzo supera il 30%. Come conseguenza anche l’indice Fao dei prezzi del cibo ha ripreso bruscamente quota, portandosi ai massimi da diversi mesi e accendendo un campanello d’allarme fra gli analisti dell’agenzia Onu. I cereali infatti sfamano nel mondo miliardi di persone e per molte di queste rappresentano l’unica fonte di sostentamento.

Al Chicago Board of Trade, punto di riferimento mondiale per le commodity agricole, il frumento è salito in marzo del 16%, salvo poi ritirarsi per motivi puramente speculativi. I trader infatti e specialmente quelli dei fondi speculativi (hedge fund) seguono ormai in maniera ossessiva gli sviluppi della crisi sul Mar Nero, dagli spostamenti delle truppe ai toni scelti dai leader politici nei loro interventi. Oltre ovviamente alle previsioni del tempo, visto che le Grandi Pianure degli Stati Uniti sono alle prese con la più aspra siccità degli ultimi cinque anni. E gli Stati Uniti sono il primo produttore e anche il primo esportatore mondiale di grano. Sui mercati delle materie prime il fattore di rischio geopolitico è divenuto però determinante. Basta guardare le quotazioni del petrolio: ogni qualvolta si acuisce la tensione in Medio Oriente il prezzo del barile si infiamma dopo poche sedute, più spesso nel giro di poche ore. Lo stesso è accaduto per il grano in Ucraina. Il rovesciamento del governo di Viktor Yanukovich e l’immediata reazione russa con l’annessione della Crimea, unitamente ai rischi di siccità negli Stati Uniti e al maltempo in Brasile, hanno ribaltato una tendenza che nel 2013 aveva visto le quotazioni del grano crollare del 22% e quelle del mais del 40%.

Gli esperti del Dipartimento americano dell’Agricoltura avevano infatti pronosticato per la stagione in corso una produzione globale record, prefigurando un eccesso di offerta che aveva fatto crollare le quotazioni. Finora le spedizioni ucraine non hanno subito interruzioni significative, procedendo senza intoppi attraverso i porti affacciati sul Mar Nero.

Appare invece compromessa la creazione di un Comitato cerealicolo fra Russia, Ucraina e Kazakistan che avrebbe aumentato la quota mondiale delle esportazioni della regione dall’attuale 20% al 30%. I rialzi dei prezzi scontano già probabilmente lo scenario peggiore, ma si tradurranno comunque in un incremento dell’inflazione a livello globale, con aumenti sia dei più comuni prodotti derivati del grano (pane, pasta) sia dei mangimi animali, dunque della fettina di carne. Senza contare che si è visto un effetto contagio dei prezzi a danno di altre coltivazioni. Per molti Paesi emergenti la situazione potrebbe avere risvolti drammatici. Durante la crisi alimentare del 2008, in piena bolla delle materie prime, da Haiti all’Egitto scoppiarono tumulti contro il carovita. Decine di persone trovarono la morte nella calca per accaparrarsi una tortilla o un pezzo di pane.

L’Ucraina, assieme alla Russia e al Kazakistan, è il primo esportatore di cereali verso Nord Africa e Medio Oriente, due aree potenzialmente instabili. Ma in epoca di globalizzazione le forniture alimentari sono così interconnesse che ogni interruzione, ovunque avvenga e indipendentemente dai motivi che l’hanno provocata, rischia di avere un impatto significativo sul resto del mondo. «L’agricoltura globale si trova di fronte a sfide del tutto nuove – scrive l’ambientalista americano Lester Brown nel suo ultimo saggio ‘9 miliardi di posti a tavola, la nuova geopolitica della scarsità di cibo’ – . Nutrire la popolazione mondiale, che cresce ogni anno di 80 milioni di individui, diventa sempre più difficile. (…) Cosa accadrà con il prossimo aumento dei prezzi del grano? Se la contrazione dei consumi alimentari, spinta dalla crisi, è una novità per molti di noi, per molti altri non sono più possibili ulteriori sacrifici». Ben consapevole di ciò, la Fao sta monitorando da vicino la situazione. A marzo l’indice dei prezzi alimentari dell’agenzia Onu è cresciuto del 2,3% facendo segnare il valore più alto dal maggio 2013. Su base mensile è il secondo rialzo consecutivo. L’indicatore relativo ai cereali è invece balzato del 5,2%, a un ritmo che non si vedeva da luglio 2012.

Fra i vari comparti solo i prodotti lattiero-caseari hanno fatto registrare un calo, mentre i prezzi del riso sono rimasti generalmente stabili. «L’Indice, come previsto, ha risentito l’influenza delle condizioni meteorologiche sfavorevoli negli Stati Uniti e in Brasile e delle tensioni geopolitiche nella regione del Mar Nero», ha commentato Abdolreza Abbassian, economista senior della Fao. Oltre a frumento e mais l’Ucraina produce anche orzo, miglio, avena, grano saraceno, riso e segale. Tanta abbondanza è resa possibile da un terreno ricco di sostanze organiche chiamato Chernozem (in russo terra nera). Per il Chernozem, ha ricordato recentemente il Financial Times, sono state combattute guerre sin dai tempi dell’Impero Ottomano. Durante l’occupazione nazista i tedeschi ne rimasero così impressionati che asportarono grandi quantità di terreno per ripiantarlo in Germania. Oggi essere in buoni rapporti con Kiev significa anche avere un accesso privilegiato a questa immensa ricchezza.

 

Alessandro Bonini – avvenire.it