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Teologia dal basso in cui è l’amore, e solo l’amore, che umanizza la fede e rende liberi dal peccato

Alla notizia sul cambiamento nel rito del Giovedì Santo – in molti posti già da tempo realtà – ho pensato anche all’altro brano evangelico in cui si parla di qualcuno che lava i piedi per amore…

Lavanda dei piedi concessa alle donne. Confesso che la notizia del “piccolo” cambiamento all’interno del rito del Giovedì santo, rimbalzata sui social network il 21 gennaio, l’aspettavo da molto tempo. Tante parrocchie già da anni accolgono l’apporto delle donne durante il rito della lavanda dei piedi, in barba ai codicilli. Così come altri preti, a rigor di diritto certo, continuano a scegliere sempre uomini o ragazzi, e possibilmente “sani”, mentre le comunità parrocchiali si dividono, a colpi di “manuale Cencelli”, i posti in palio nel periodo liturgico più forte, ma anche più visibile dell’anno, e cioè il triduo pasquale.

Quanti consigli pastorali passati a far capire a parroco e parrocchiani che le donne devono esserci nel rito della lavanda dei piedi?

Mentre però mi scorrevano nella testa tanti anni di liturgie comunitarie e tridui pasquali passati in parrocchia (ma perché non riscoprire la gioia e l’inatteso di un bel triduo pasquale passato lontano dalla chiesa locale, magari in un monastero, e comunque altrove, dove la Chiesa incontra il mondo e non solo gli amici di casa?), ho pensato anche a quella splendida pagina del vangelo di Luca (7,36-50) in cui una donna, la peccatrice, c’è chi dice la Maddalena – ma qui, i pareri, sono contrastanti – lava e profuma amorevolmente i piedi di Gesù.

Questo di Luca è uno dei testi a parer mio più “erotici” e più “eretici” del vangelo. L’incipit è famoso: «In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo».

Probabile, dicono gli esegeti, che Gesù abbia preso questo episodio dell’invito a casa del fariseo come fondamento per la lavanda dei piedi agli apostoli. Ma, al di là dell’esegesi biblica, a me questo testo fa venire la pelle d’oca. Perché sprigiona amore carnale a ogni verso. Al Dio della colpa e della vergogna fa posto l’umanesimo del figlio di Dio stesso, Gesù, che spinge i luoghi della teologia verso le frontiere dell’eros e dell’amore gratuito. La donna, qui più che altrove, non è comprimaria alla storia della salvezza. Anzi, le rende grazia, la accarezza, la tocca, la plasma dell’alito e del pianto femminile. Scrive in proposito Christian Albini, in un bel libro appena pubblicato da Qiqajon (L’arte della misericordia): «La donna non solo tocca i piedi di Gesù, ma addirittura li bacia. Il suo modello di fare, pertanto, presenta, agli occhi di un pio israelita, tutta una serie di sottintesi che, congiuntamente alla sua fama di peccatrice, rendono il contatto tra lei e Gesù alquanto scabroso. E Gesù lascia fare, si lascia toccare. Scandalo!».

Alcuni vangeli apocrifi e altri racconti, narrano di Maddalena, la prostituta, compagna e amante di Gesù. Ma quello che più interessa, in questo caso, è la carica dirompente e rivoluzionaria della corporeità femminile all’interno della Parola sacra. In realtà, prima che Gesù lavasse i piedi agli apostoli, è lui stesso che viene lavato e profumato da una donna, e per giunta peccatrice. Vorrà dire pur qualcosa, o no?

E se, in una “Chiesa in uscita” e fedele al racconto del vangelo, un giorno anche le donne lavassero i piedi al sacerdote durante il rito del giovedì santo in una sorta di teologia dal basso in cui è l’amore, e solo l’amore, che umanizza la fede e rende liberi dal peccato? E se, in un altro giorno, le stesse donne ripetessero lo stesso gesto a una sacerdotessa?

Al solo pensiero si aprono spazi di fecondità spirituale e generatività teologale. Il cammino è lungo, certo. Ma il corpo che abita il sacro ha, oggi, qualche appiglio in più per proseguire nel suo percorso di riabilitazione teologica all’interno della storia della salvezza.

fonte: vinonuovo.it