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Tecno-rifiuti, il tesoro nascosto

Computer, televisori, frigoriferi e telefonini da buttare. A tutti è capitato di averli davanti agli occhi, magari accanto al nuovo apparecchio super tecnologico appena istallato, e di porsi la domanda: come mi libero di questi ferri vecchi? Eppure quelle carcasse di fili e circuiti hanno davvero l’ossigeno in bocca. Il loro riciclo, infatti, fa risparmiare all’ambiente decine di migliaia di tonnellate di anidride carbonica e altrettante di ferro, vetro, acciaio, alluminio.

Senza contare le polveri d’oro racchiuse in chip e schede madri, pari a quasi l’8% delle produzione mondiale. Se solo si raccogliessero tutti i cellulari chiusi nei cassetti, tanto per fare un conto, si potrebbero accantonare 150 milioni di euro.

I Rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) fanno gola a tanti, criminalità compresa. Sul loro recupero hanno iniziato a mettere il naso però pure i cittadini, anche se troppo spesso gli elettrodomestici finiscono ancora a intasare il garage. Ecco che così crescono i centri di raccolta nelle regioni, arrivati a toccare quota 3.767 nel 2012 (+9%), ma non le quantità di rifiuti raccolti. Da 260mila tonnellate del 2011, infatti, secondo i dati del coordinamento nazionale Raee, si è passati per la prima volta a 237mila tonnellate (-8,5%). Colpa della contrazione degli acquisti, ma pure dell’aumento dei prezzi delle materie prime che – sostengono – ha reso più appetibile il riciclo di materiali speciali, alimentando un canale informale di smaltimento «troppo spesso finalizzato al recupero di materiali preziosi, senza particolare attenzione all’impatto ambientale».

A finire nel canale ufficiale di riciclo, lo scorso anno, sono stati soprattutto Tv e monitor, a seguire frigoriferi e grandi elettrodomestici. L’unico settore in crescita, comunque, è quello delle sorgenti luminose, cioè le lampadine a basso consumo, che ha superato la soglia di una tonnellata (+7%). Non era mai successo.
Tuttavia in Italia, quasi tre quarti dei rifiuti elettronici, finisce in rivoli di raccolta non certificati, spesso fuorilegge. In sostanza, per 4,2 kg procapite recuperati nei sedici circuiti istituiti dai produttori, ce ne sono almeno il doppio che spariscono nel sottobosco aziendale informale. Tra loro, realtà che “semplicemente” non mantengono alto il livello qualitativo dei trattamenti, come pure società alla ricerca delle sole materie redditizie. Troppe, però, sono vere e proprie fabbriche clandestine che spediscono nei Paesi in via di sviluppo l’immondizia dell’Occidente.

È soprattutto colpa del business illegale, secondo Ecodom, uno dei consorzi di smaltimento garantiti, se per la prima volta il numero di tonnellate raccolte è in discesa. I «flussi paralleli» e «incontrollati», dicono, sarebbero vicini a 500mila tonnellate, con destinazione privilegiata il Ghana. In soldoni, i free rider, come vengono chiamati in gergo, fanno sparire circa 15 milioni di euro l’anno. A dirlo uno studio di Remedia, uno dei principali sistemi collettivi no profit per la gestione dei rifiuti elettrici in Italia.

Questo agglomerato di società, nel 2012, in controtendenza, ha fatto registrare un +7,3% di tonnellate raccolte, producendo un risparmio in Co2 pari a 197mila tonnellate e recuperando 12 milioni di chili di ferro, altrettanti di vetro e plastica.

Al di là di alcuni dati positivi, in ogni caso, restiamo il fanalino di coda del Vecchio Continente, pur avendo know how e sistemi di gestione altamente qualificati. Davanti agli italiani, infatti, si piazzano portoghesi e cechi, per proseguire con francesi e tedeschi, fino ad arrivare ai più bravi di tutti, i norvegesi, con 30 kg a testa di componenti riutilizzate. Peggio di noi fanno solo i romeni (1 kg), i lettoni (2) e gli spagnoli (3 kg). Il problema principale del nostro Paese, adesso, è raggiungere gli obiettivi imposti della normativa europea. I Raee aumentano a un ritmo triplo rispetto ai comuni scarti urbani, e dal 2013 si sono aggiunti anche i primi pannelli fotovoltaici da smaltire. Bruxelles chiede maggiori attenzioni per i Raee e, dal 2019, il recupero del 85% della produzione. Questo significa che si dovrà iniziare a pensare come riciclare tra sei anni 980mila tonnellate, quando i costi per il riuso arriveranno a toccare 740 milioni di euro (contro i 180 di oggi).

Alessia Guerrieri – avvenire.it