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IL PAPA E I GIOVANI Da Cracovia al Sinodo: il futuro della Chiesa passa da qui

Sarà dedicato ai giovani il prossimo Sinodo convocato da Papa Francesco. Da Cracovia al 2018, la Chiesa scommette su di loro: vuole accompagnarli facendo da “bussola”, ma anche imparare da loro, quando scendono in campo da titolari e non da riserve. Nel 2017 i “Lineamenta”  e un Questionario per consultare la “base” e sfatare pregiudizi, letture superficiali e banalizzanti.

Il parco Blonia, zuppo di pioggia così come i suoi abitanti per una notte. “Io vi domando, voi rispondete: le cose si possono cambiare?”, chiede Papa Francesco. La risposta non si fa certo attendere, e suona in tante lingue quanti sono i Paesi da cui viene la “ola”: “Sì”. “La Chiesa oggi vi guarda, il mondo oggi vi guarda e vuole imparare da voi”. Nessuno sa se nella mente del Papa c’era già il Sinodo dei giovani: ma di certo, a Cracovia, l’estate scorsa abbiamo assistito ad un’anteprima d’eccezione, che in qualche modo ne ha già tracciato il percorso.

Dopo il Sinodo in due tempi dedicato alla famiglia, un’altra “prima assoluta” di Francesco, il 2018 sarà l’anno in cui la Chiesa universale è chiamata a raccolta per i giovani. E la preparazione comincia già con il 2017 che stiamo per inaugurare, con il documento preparatorio – i “Lineamenta” – che sarà inviato a tutti gli episcopati del mondo, unitamente ad un Questionario – come è stato fatto per la famiglia in occasione del Sinodo precedente – per consultare la “base” in forma diretta e avere da diocesi, parrocchie, associazioni e movimenti un identikit di coloro a cui appartiene il futuro della comunità ecclesiale e della stessa famiglia.

“I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, sarà il tema del secondo Sinodo dei giovani convocato da Papa Francesco in quattro anni di pontificato. Quando, a ottobre 2016, il Papa ha dato l’annuncio del tema scelto per il Sinodo del 2018, lo ha definito “in continuità” con quanto emerso dalle Assemblee sinodali sulla famiglia (2014 e 2015) e con l’esortazione post-sinodale “Amoris Laetitia”. L’obiettivo è chiaro:

“Accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all’incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all’edificazione della chiesa e della società”.

Il questionario sarà certo di grande aiuto per fotografare l’esistente, con gli accenti e le sfumature diverse, a volte anche nette e perentorie, tra i vari Continenti, e all’interno di essi tra le Chiese di antica tradizione – quelle forse più a corto d’ossigeno in quanto alle percentuali di partecipazione attiva, in prima fila la “vecchia” Europa – e quelle che possono vantare una maggiore vitalità e freschezza di testimonianza della fascia “under 35”, come nel caso di Asia e Africa.

Ma i giovani, si sa, sono allergici alle percentuali e vivono di eccezioni: così, il Sinodo del 2018 potrà forse essere l’occasione per sfatare alcuni pregiudizi e magari dare maggiore titolarità al “popolo giovane” della Chiesa, quello che risente di più di alcune sue letture superficiali e banalizzanti da parte della galassia dei – cosiddetti – adulti.

Papa Francesco è un maestro in questa “cultura dell’incontro”: anche all’interno di folle oceaniche come quelle della Gmg di Cracovia è capace di guardare ciascuno dritto negli occhi. Come ha fatto con gli affacci a sorpresa dalla finestra dall’arcivescovado di Via Franciszkanka, la stessa da cui si affacciava Giovanni Paolo II. Nel primo ha ricordato Maciek, un giovane volontario che doveva essere lì ma non ce l’ha fatta perché stroncato a 20 anni da un tumore. Il Papa lo ha chiamato per nome e ha chiesto ai giovani, per un momento, di alzare lo sguardo e di non aver paura di guardare la vita, ma non dal balcone o dal divano del salotto: la vita è così, un giorno ci siamo e l’altro chissà. Perché la vita passa da qui, più che dagli schermi asettici di uno smartphone, e ha bisogno di “giovani con le scarpe” che lascino un’impronta, che sappiano giocare in campo da titolari e non da riserve.

I sogni e il realismo cristiano. E’ questo il binomio più amato dal Papa per descrivere l’universo giovanile, ai quali non fa mai sconti e chiede di declinare in senso alto la speranza cristiana, che non è mai utopica ma si nutre della concretezza della vita. I giovani sono il futuro, sono i sognatori per eccellenza, ma spesso hanno bisogno di una “bussola” per decifrare lo spessore delle loro situazioni esistenziali , misurare le difficoltà, addomesticare i desideri, tenere a bada le paure e pesare le aspettative.

Il prossimo Sinodo, insomma, potrebbe essere l’occasione per dimostrare che i giovani non sono una categoria, ma una fascia di età, fatta di volte e storie diverse, in cui c’è tutta la ricchezza della vita, con le sue gioie, le sue fatiche e le sue contraddizioni.

La Chiesa è pronta ad accompagnarli, ma anche a imparare da loro. A partire dal suo – e dal loro – “padre”, che in più occasioni ha esortato i pastori a “stare dietro”, oltre che davanti e in mezzo, alla gente. Ai giovani il ruolo di apripista, magari anche con diritto di parola all’appuntamento del 2018.

sir

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Madre Teresa: Roma, venerdì 2 veglia a San Giovanni in Laterano. Tanti gli eventi per la canonizzazione

Sarà un calendario fitto di eventi quello che precederà e seguirà la canonizzazione della beata Madre Teresa di Calcutta (1910 – 1997). La fondatrice della Congregazione delle Missionarie della Carità sarà proclamata santa da Papa Francesco domenica 4 settembre in piazza San Pietro alle 10.30 durante la solenne concelebrazione eucaristica in occasione del Giubileo degli operatori e dei volontari della misericordia. E sarà sempre il Santo Padre, il giorno precedente alle 10 in piazza San Pietro, a tenere la catechesi a loro rivolta. Mentre la Messa di ringraziamento, il 5 settembre (prima festa di Santa Teresa di Calcutta) nella basilica di San Pietro in Vaticano alle ore 10, sarà presieduta dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano.

Precederanno la canonizzazione diversi appuntamenti di preghiera organizzati dalle Missionarie della Carità; due si svolgeranno nella basilica di San Giovanni in Laterano. Il primo di essi, venerdì 2 settembre, sarà la veglia di preghiera presieduta dal cardinale vicario Agostino Vallini. Intitolata “Irradiando la luce di Cristo: una chiamata alla santità”, inizierà alle 20.30. Durante la liturgia si pregherà per la pace nel mondo e la pace in ogni cuore, per la santità delle famiglie, dei religiosi e specialmente dei sacerdoti e dei missionari di misericordia e ci sarà la possibilità di accostarsi al sacramento della confessione in lingue diverse. Al termine della liturgia, come segno dell’amore della beata Madre Teresa e della sua presenza, a ciascuno verrà data una piccola immagine con una reliquia e una breve citazione. Sarà sempre la basilica lateranense a ospitare dal pomeriggio di lunedì 5 (ore 16-18) a martedì 6 settembre (ore 7-18) la venerazione delle reliquie di Santa Teresa di Calcutta. Venerazione delle reliquie che proseguirà mercoledì 7 e giovedì 8 settembre nella chiesa dei Santi Andrea e Gregorio al Celio (piazza San Gregorio, 1), dalle 9 alle 18, con la possibilità di visitare la stanza di Madre Teresa nel convento di San Gregorio (ore 8.30-18). Altri appuntamenti di preghiera sono previsti venerdì 2 settembre nella basilica di Sant’Anastasia al Palatino (piazza Sant’Anastasia): alle 9 la Messa in inglese, alle 10.30 la Messa in spagnolo e alle 12 la Messa in italiano. Al termine di ogni celebrazione sarà possibile venerare la reliquia della beata Madre Teresa e confessarsi. Il programma degli eventi prevede anche una mostra alla Lumsa e un momento di preghiera e meditazione con arte e musica a Sant’Andrea della Valle.

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Nuovo dicastero, il Papa in persona si occuperà dei migranti

 ANDREA TORNIELLI
CITTA’ DEL VATICANO – da vaticaninsider
Nasce il nuovo dicastero sociale, «per il servizio dello sviluppo umano integrale», che accorpa diversi pontifici consigli. Ma Papa Francesco, per il momento, ha stabilito che si occuperà direttamente lui del dipartimento dedicato ai migranti e rifugiati. Una scelta legata all’emergenza di questi tempi. Un modo per sottolineare l’importanza di questo tema e l’impegno personale del Pontefice. La responsabilità diretta del Vescovo di Roma è «ad tempus», cioè temporanea. Bergoglio agirà attraverso due vice, che risponderanno direttamente a lui. Dunque, anche se l’accorpamento prevede che l’attuale Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti – fino ad oggi guidato dal cardinale Antonio Maria Vegliò – diventi una delle sezioni del nuovo dicastero, la sua importanza con la decisione odierna sarà in realtà ancora più evidenziata. Avendo come commissario speciale lo stesso Pontefice.

Com’è noto sono numerose le iniziative che Francesco ha preso durante il suo pontificato: il primo viaggio fuori Roma, nel luglio 2013, è stata la visita a Lampedusa. Il Papa era rimasto colpito e commosso dalle notizie sui barconi naufragati nel Mediterraneo, con tante donne e bambini morti e rimasti in fondo al mare. Con il crescere del fenomeno, a motivo del conflitto in Siria, Bergoglio ha invitato ogni parrocchia ad accogliere una famiglia di rifugiati. E il 16 aprile 2016, per manifestare la sua vicinanza ai rifugiati, Francesco, insieme al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo e all’arcivescovo ortodosso di Atene Hyeronimos, ha visitato il Mòria refugee camp dell’isola greca di Lesbos. A sorpresa, nel viaggio di ritorno a Roma, il Papa ha portato con sé sull’aereo dodici profughi.

Alla guida del nuovo dicastero «per il servizio dello sviluppo umano integrale» Francesco ha nominato il cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, fino ad oggi presidente del Pontificio consiglio della Giustizia e la Pace, anch’esso destinato a diventare parte del nuovo unico organismo. La proposta finale per questo dicastero era stata consegnata lo scorso giugno nelle mani del Papa dal C9, il Consiglio dei cardinali che aiuta Francesco nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa universale. Fino a quel momento veniva definito «Carità, Giustizia e Pace». Oltre ai due pontifici consigli già citati (migranti, giustizia e pace), il nuovo dicastero ingloberà anche Cor Unum e il pontificio consiglio per la pastorale degli operatori sanitari.

Il nuovo organismo sarà operativo a partire dal prossimo 1° gennaio. Nel paragrafo 4 del primo articolo dello statuto del dicastero è precisata l’inedita competenza papale, che non ha precedenti nella storia recente della Santa Sede:
«Una Sezione del dicastero si occupa specificamente di quanto concerne i profughi e migranti. Questa sezione è posta ad tempus sotto la guida del Sommo Pontefice che la esercita nei modi che ritiene opportuni».

Il nuovo dicastero, si legge nello statuto, «assume la sollecitudine della Santa Sede per quanto riguarda la giustizia e la pace, incluse le questioni relative alle migrazioni, la salute, le opere di carità e la cura del creato». E «promuove lo sviluppo umano integrale alla luce del Vangelo e nel solco della dottrina sociale della Chiesa».

«Il dicastero – continua lo statuto – esprime pure la sollecitudine del Sommo Pontefice verso l’umanità sofferente, tra cui i bisognosi, i malati e gli esclusi, e segue con la dovuta attenzione le questioni attinenti alle necessità di quanti sono costretti ad abbandonare la propria patria o ne sono privi, gli emarginati, le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime delle forme contemporanee di schiavitù e di tortura e le altre persone la cui dignità è a rischio».

Una novità significativa è data dal fatto che il segretario e il sotto-segretario del nuovo organismo potranno essere dei laici (articolo 2 dello statuto). Nella sua attività, il dicastero potrà intrattenere relazioni con «associazioni, istituti e organizzazioni non governative, anche al di fuori della Chiesa cattolica, impegnate nella promozione della giustizia e della pace» e dialogare «con rappresentanti dei governi civili e di altri soggetti di diritto internazionale pubblico». Il nuovo dicastero lavorerà in stretta collaborazione con la Segreteria di Stato, a cui competono le relazioni con gli Stati.

Nel dicastero «per il Servizio dello sviluppo umano integrale», vengono costituite la Commissione per la carità, la Commissione per l’ecologia e la Commissione per gli operatori sanitari. L’organismo sarà competente anche su Caritas Internationalis.

Nel motu proprio che accompagna lo statuto, il Papa scrive: «In tutto il suo essere e il suo agire, la Chiesa è chiamata a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo. Tale sviluppo si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato. Il Successore dell’apostolo Pietro, nella sua opera in favore dell’affermazione di tali valori, adatta continuamente gli organismi che collaborano con lui, affinché possano meglio venire incontro alle esigenze degli uomini e delle donne che essi sono chiamati a servire». Una chiave di lettura quest’ultima, per tutta la riforma della Curia.

Infine, come spiega a Vatican Insider il vescovo Marcello Semeraro, segretario del C9, il nome scelto dal Pontefice per il nuovo dicastero parla di sviluppo (come Paolo VI nella «Populorum progressio») umano (un riferimento a «Caritas in veritate» di Benedetto XVI) integrale (come riferisce l’enciclica di Francesco «Laudato si’»).

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Papa Francesco prega per le vittime di un attentato in Turchia

È salito a 50 morti e 94 feriti il bilancio di un attentato avvenuto ieri durante un ricevimento di nozze in Turchia. L’attacco è stato ricordato oggi al termine dell’Angelus in piazza San Pietro dal Papa che ha espresso dolore per le vittime e solidarietà nella preghiera alle persone colpite.

“Cari fratelli e sorelle, mi ha raggiunto la triste notizia dell’attentato sanguinario che ieri ha colpito la cara Turchia. Preghiamo per le vittime, per i morti e i feriti e chiediamo il dono della pace per tutti”.

Una preghiera per le vittime e un’invocazione del dono della pace che avvolga tutto il Paese: così Francesco ha voluto ricordare i morti e i feriti dell’attentato terroristico di ieri a Gaziantep, città della Turchia a maggioranza curda, non lontana dal confine con la Siria. Nel corso dei primi sopralluoghi sono stati ritrovati i resti di una cintura esplosiva: sarebbe stato, dunque, un kamikaze confusosi tra gli invitati ad attivare l’esplosione, udita in tutta la città che conta circa un milione e mezzo di abitanti. La deflagrazione ha completamente distrutto la sala in cui si stava svolgendo la festa, cui partecipavano molte persone di etnia curda, comprese donne, bambini e anziani. Tra i feriti, non in modo grave, anche gli sposi, che erano fuggiti tempo fa da un villaggio curdo più a est per evitare gli scontri. Lo sposo, riferisce la Bbc, è un esponente del partito filo-curdo. La polizia, secondo quanto appreso, starebbe cercando in particolare due persone che avrebbero accompagnato l’attentatore e si sarebbero poi dileguate dopo lo scoppio.

L’attentato sarebbe di matrice jihadista, stando a quanto confermato dal governo turco, anche se non ci sarebbe ancora una rivendicazione da parte dello Stato islamico. In realtà la Turchia meridionale, e non solo,è stata più volte presa di mira dai militanti dell’Is, come pure dai separatisti curdi del Pkk. Non è però l’unica zona in cui il terrorismo islamico ha colpito. Nel luglio scorso, 44 persone sono morte in un attacco all’aeroporto di Istanbul, mentre una quarantina erano state le vittime ad Ankara a marzo.

“I terroristi, che non possono sopraffare la Turchia, non vinceranno”. Così ha esordito questa mattina il presidente turco, Erdogan, in un messaggio alla nazione all’indomani dell’attentato a Gaziantep. Nel suo comunicato, il presidente ha anche precisato che “non c’è differenza tra i seguaci di Gülen, il Pkk e l’Is. Il nostro Paese non può che reiterare un unico messaggio ai terroristi: sarete sconfitti”. Intanto anche l’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha espresso solidarietà alla Turchia e promesso che l’Europa resterà al fianco del popolo turco nella lotta al terrorismo. Una condanna dell’attacco in Turchia arriva anche dal presidente russo Putin.

radio vaticana

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Papa crea Commissione di studio sul Diaconato delle donne

Papa Francesco, come espresso lo scorso 12 maggio nell’incontro con le superiori generali in Aula Paolo VI, ha ufficialmente istituito una Commissione incaricata di studiare la questione del Diaconato delle donne”, “soprattutto riguardo ai primi tempi della Chiesa”.

Come presidente, Francesco ha nominato l’arcivescovo Luis Francisco Ladaria Ferrer, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede. I membri della Commissione sono 12, sei donne e sei uomini. Di seguito i loro nomi:

Rev.da Suor Nuria Calduch‑Benages, M.H.S.F.N., Membro della Pontificia Commissione Biblica;

Prof.ssa Francesca Cocchini, Docente presso l’Università «La Sapienza» e presso l’Istituto Patristico «Augustinianum», Roma;

Rev.do Mons. Piero Coda, Preside dell’Istituto Universitario «Sophia», Loppiano, e Membro della Commissione Teologica Internazionale;

Rev.do P. Robert Dodaro, O.S.A., Preside dell’Istituto Patristico «Augustinianum», Roma, e Docente di patrologia;

Rev.do P. Santiago Madrigal Terrazas, S.I., Docente di Ecclesiologia presso l’Università Pontificia «Comillas», Madrid;

Rev.da Suor Mary Melone, S.F.A., Rettore Magnifico della Pontificia Università «Antonianum», Roma;

Rev.do Karl‑Heinz Menke, Docente emerito di Teologia dogmatica presso l’Università di Bonn e Membro della Commissione Teologica Internazionale;

Rev.do Aimable Musoni, S.D.B., Docente di Ecclesiologia presso la Pontificia Università Salesiana, Roma;

Rev.do P. Bernard Pottier, S.I., Docente presso l’«Institut d’Etudes Théologiques», Bruxelles, e Membro della Commissione Teologica Internazionale;

Prof.ssa Marianne Schlosser, Docente di Teologia spirituale presso l’Università di Vienna e Membro della Commissione Teologica Internazionale;

Prof.ssa Michelina Tenace, Docente di Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana, Roma;

Prof.ssa Phyllis Zagano, Docente presso la «Hofstra University», Hempstead, New York.

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Terrorismo: card. Tauran a Radio Vaticana, “solo la cultura dell’incontro sconfigge odio e terrorismo”

“Il pericolo maggiore è che una volta passati il dolore e la ribellione, sia l’odio a invadere i cuori, le nostre conversazioni e i nostri atteggiamenti”. Per questo si impone oggi “un’urgenza: ed è l’educazione. L’educazione delle giovani generazioni. La persona diversa da me, che pratica un’altra religione, non è un nemico. Siamo tutti creature di Dio, siamo l’umanità”. Risponde così il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, a Radio Vaticana in un’intervista rilasciata all’indomani della scia di attentati che stanno sconvolgendo la vita quotidiana di così tante persone. “Tutti noi abbiamo ricevuto due doni straordinari da Dio: l’intelligenza per comprendere e il cuore per amare. È questo il messaggio che deve essere diffuso ed è questo il messaggio che i giovani devono ascoltare e devono vedere che ispira la nostra vita quotidiana”.
“A mano a mano che arrivano queste notizie – dice il porporato -, uno si chiede: ‘Ma perché? L’uomo è fatto per la morte?’. Un evento di questo tipo non può non suscitare queste domande fondamentali sul senso della nostra vita… Credo che in un mondo in cui tutto è precario, anche il nostro rapporto con la morte è cambiato. Una volta si diceva: ‘Prima o poi si dovrà morire’, ma in fondo non ci credeva nessuno. Adesso, la morte è in agguato ogni giorno: usciamo di casa ma non sappiamo se ci torneremo”.
Di fronte ad una tale precarietà della vita, “penso anche – osserva Tauran – che sia necessario elaborare una nuova filosofia dell’incontro. Non si potrà essere felici gli uni senza gli altri e ancor meno gli uni contro gli altri”. A questo proposito il presidente del dicastero vaticano ricorda che “il dialogo continua: ci sono state – aggiunge – testimonianze di solidarietà veramente commoventi da parte musulmana – penso al principe Bin Talal di Giordania – e progredisce anche: abbiamo ripreso gli scambi con l’Università al-Azhar del Cairo. Poi, dobbiamo considerare i sentimenti della maggior parte dei musulmani che condannano queste azioni, questi crimini abominevoli”. E conclude: “Non c’è altra soluzione: o il dialogo o il confronto. Come dico sempre, siamo condannati al dialogo”.

sir

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Papa Francesco alle contemplative nella costituzione apostolica «Vultum Dei quaerere» (La ricerca del volto di Dio)

Il Papa invita i monasteri di suore contemplative a «non lasciarsi prendere dalla tentazione del numero e della efficienza», nella costituzione apostolica «Vultum Dei quaerere» (La ricerca del volto di Dio) pubblicata oggi, scegliendo con cura le vocazioni, evitando di reclutare candidate da altri paesi «con l’unico fine di salvaguardare la sopravvivenza del monastero», rafforzando le federazioni (che possono implicare «lo scambio di monache e la condivisione di beni») e l’autonomia giuridica (che implica «un numero anche minimo di sorelle, purché la maggior parte non sia di età avanzata» e prevede un «processo di accompagnamento per una rivitalizzazione del monastero, oppure per avviarne la chiusura».

La promozione di una adeguata formazione; la centralità della “lectio divina” criteri specifici per l’autonomia delle comunità contemplative; l’appartenenza dei monasteri ad una federazione: sono i punti principali della Costituzione Apostolica “Vultum Dei quaerere. La ricerca del volto di Dio”, firmata da Papa Francesco il 29 giugno e pubblicata oggi, dedicata alla vita contemplativa femminile.

A motivare il documento, spiega papa Francesco, sono il cammino compiuto dalla Chiesa e “il rapido progresso della storia umana” a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II. Di qui, la necessità di intessere un dialogo con la società contemporanea, salvaguardando però “i valori fondamentali” della vita contemplativa, le cui caratteristiche di silenzio, ascolto e stabilità, “possono e devono costituire una sfida per la mentalità di oggi”. Introdotto da una riflessione sull’importanza delle monache e delle contemplative per la Chiesa e per il mondo, il documento indica 12 temi di riflessione e discernimento per la vita consacrata in generale e si conclude con 14 articoli dispositivi.

In un mondo che cerca Dio, anche inconsapevolmente, scrive nel documento papa Francesco, le persone consacrate devono “diventare interlocutori sapienti” per “riconoscere le domande che Dio e l’umanità pongono”. Per questo, la loro ricerca di Dio non si deve fermare mai. Francesco esprime apprezzamento per le “sorelle contemplative”, ribadendo che “la Chiesa ha bisogno” di loro per portare “la buona notizia del Vangelo” all’uomo contemporaneo. E non si tratta di una missione facile, considerata la realtà attuale che “obbedisce a logiche di potere, economiche e consumistiche”.

Tuttavia, la sfida indicata dal Pontefice alle contemplative è proprio questa: essere “fari e fiaccole” che guidano ed accompagnano il cammino dell’umanità, “sentinelle del mattino” che indicano al mondo Cristo, “via, verità e vita”. “Dono inestimabile ed irrinunciabile” per la Chiesa, dice ancora la costituzione apostolica, “la vita consacrata è una storia di amore appassionato per il Signore e per l’umanità”, che si dipana attraverso “l’appassionata ricerca del volto di Dio”, di fronte al quale “tutto si ridimensiona”, perché guardato con “occhi spirituali” che permettono di contemplare “il mondo e le persone con lo sguardo di Dio”. Di fronte alle “tentazioni”, poi, il Papa esorta le contemplative a “sostenere coraggiosamente il combattimento spirituale”, vincendo con tenacia, in particolare, “la tentazione che sfocia nell’apatia, nella routine, nella demotivazione, nell’accidia paralizzante”.

Così come invita le suore ad usare con accortezza i social network e i nuovi mas media: “strumenti utili per la formazione e la
comunicazione”, ma esorta tuttavia le suore contemplative ad “un
prudente discernimento” perché questi mezzi non siano occasione
di “dissipazione o di evasione dalla vita fraterna, danno alla
vocazione o ostacolo alla contemplazione”.

avvenire

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Largo ai vescovi da strada. La Chiesa da tre anni in qua, pian piano, procedendo gradualmente, sta mutando volto

Vaticano, promosso il vescovo che ha provato a fare il barbone

Largo ai vescovi da strada. La Chiesa da tre anni in qua, pian piano, procedendo gradualmente, sta mutando volto. Man mano che nelle diocesi i vescovi se ne vanno in pensione raggiungendo il 75esimo anno, il Papa li sta sostituendo con candidati di rottura, pastori che si avvicinano al suo modo di agire per costruire l’ospedale da campo, decisamente più aperti alla gente, accoglienti verso gli emarginati, propensi ad un dialogo a 360 gradi capace di sbriciolare steccati culturali o ideologici. In sintesi più ardimentosi e meno conformisti. L’ultima nomina che va in questa direzione riguarda il Canada, la città di Regina. A ricoprire la sede vacante è andato un giovane vescovo, Donald J. Bolen, noto per avere provato a vivere come un homeless per tre giorni, facendo la fila alle mense, chiedendo l’elemosina, dormendo in alloggi di fortuna, fraternizzando con gli altri senza tetto di Saskatoon, una cittadina canadese di 200 mila abitanti, dove le estati sono calde e gli inverni sono capaci di arrivare anche a meno 50 gradi. Bolen di quei giorni ha riportato una esperienza capace di cambiarlo. “Ho capito molte cose”.

Insomma l’identikit del vescovo ‘modello’ è il prete callejero, il prete da strada, colui che non ha paura a sporcarsi le mani, ad immergersi nella realtà circostante abbandonando, se occorre, le certezze della torre d’avorio. L’orientamento di Bergoglio era stato chiaro sin dall’inizio, anche in Italia, con la nomina di Galantino che da vescovo di Cassano allo Jonio si è ritrovato a fare il segretario della Cei. Catapultato dalla periferia al centro da un giorno all’altro. Uno che non si è mai fatto chiamare “eccellenza” ma solo don Nunzio e che ha sempre viaggiato in seconda classe o guidato la sua utilitaria un po’ scassata. Poi è stata la volta dei nuovi arcivescovi di Bologna e Palermo. Altri due esempi illuminanti. Anche lì si è trattato di una sorpresa per il profilo dei prescelti. Il nuovo vescovo di Palermo, Corrado Lorefice, prima era uno sconosciuto parroco siciliano che ha scritto un libro sulla Chiesa dei poveri secondo il Concilio Vaticano II.

A Bologna, invece, Bergoglio ha nominato Matteo Zuppi, già vescovo ausiliare di Roma, con alle spalle una storia di impegno per i poveri e per la pace in Africa. La scorsa estate, invece, aveva mandato a Padova un parroco di Mantova, Claudio Cipolla, anche in questo caso andando a pescare fuori dalla regione ecclesiastica del Triveneto e dai nomi proposti. L’idea del Papa è di mescolare le carte, scoraggiare i carrierismi e le ambizioni di chi spera in uno scatto di posizione fino arrivare alla porpora. Insomma la Chiesa 3.0.

Avvenire

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Vaticano, in Albania a settembre proclamati beati i primi martiri del comunismo

Città del Vaticano Papa Bergoglio proclama beati i primi martiri del regime di Henver Hoxa, la dittatura comunista che dal 1945 al 1990 in Albania cercò di mettere al bando Dio dalla società albanese. Nella Costituzione rimasta in vigore fino al 1992 si celebrava il “primo Stato ateo al mondo”. Prigioni, torture, lavori forzati, sevizie, uccisioni. Lo stesso destino toccato ai primi 38 beati che il prossimo 5 settembre, a Scutari, verranno elevati all’onore degli altari dal vescovo locale, su indicazione di Papa Francesco. Ad annunciarlo è stato  Francesco che ha mandato una lettera ai vescovi del Paese, ultima tappa del processo canonico che, dopo un lungo iter, ha riconosciuto la “testimonianza del martirio per la fede e la patria”.

Tra questi martiri emblematica è la vicenda di monsignor Prennushi, nato a Scutari il 4 settembre 1885. Un francescano colto e mite che venne arrestato nel 1947 e condannato a 20 anni di prigione. Morì in carcere a Durazzo, a seguito delle ripetute torture subite poiché non acconsentì alla richiesta del dittatore Hoxha di formare una Chiesa nazionale, fedele al regime comunista e non al Papa. Con questo vescovo, nella stessa prigione  c’erano anche diversi gesuiti, francescani, altri preti diocesani ed anche quattro laici, tre uomini e una donna, di varie nazionalità: due tedeschi, la maggior parte albanesi, un gesuita italiano e alcuni sacerdoti di origine croata.

Durante la dittatura la fede cattolica in Albania fu preservata grazie agli anziani preti torturati e costretti ai lavori forzati nei lager (se ne contavano 31 nel 1991 secondo i rapporti di Amnesty International), alle suore che a rischio della vita battezzavano clandestinamente i bambini e alle anziane nonne che insegnavano le preghiere ai nipoti prima di addormentarsi, nascoste sotto le coperte per non farsi sentire. Davanti alle chiese (che nel frattempo erano state confiscate e trasformate in teatri e centri sportivi) capitava di notare ogni tanto qualche cero lasciato nel buio della notte. A scuola i bambini venivano istigati a denunciare i genitori se si azzardavano a insegnare loro le preghiere; a Pasqua bastava avere l’alito che sapeva di aglio (che gli albanesi usano per festeggiare quel giorno) per rischiare l’arresto.

Il Messaggero

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Musei Vaticani in giro per l’Italia

Possiede 2797 chiavi; 300 sono quelle che utilizza quotidianamente per l’apertura e la chiusura dei Musei Vaticani. Tutte le mattine si reca alle 5.45 alla Gendarmeria vaticana per ritirare le chiavi che servono ad aprire le porte delle sale affrescate dei Musei, visitati ogni anno da 6 milioni di turisti.Gianni Crea è il clavigero dei Musei Vaticani, colui che custodisce tutte le chiavi.

“Custodisco e conservo tutte le chiavi del Museo del Papa. Trecento vengono usate quotidianamente per aprire e chiudere i diversi reparti. Le altre 2.400 chiavi vengono custodite in un bunker che prevede un sistema di condizionamento per impedire che si arrugginiscano e usate settimanalmente per verificare la funzionalità. Conosco le chiavi come le mie tasche”, spiega Crea.

Le chiavi più antiche sono tre: la numero 1 è quella del portone monumentale, attualmente l’uscita dei Musei Vaticani; la chiave numero 401 che apre il Portone di Ingresso del Museo Pio Clementino e poi c’è la chiave più grande e più importante di tutte, quella senza numero, che apre la porta della Cappella Sistina, sede dal 1492 di ogni Conclave. È la chiave più preziosa, custodita nel bunker in una busta chiusa, sigillata e controfirmata dalla direzione e ogni suo utilizzo deve essere autorizzato e protocollato su un antico registro, dove è necessario scrivere anche il motivo di ogni suo utilizzo.

Curiosità, aneddoti, immagini e filmati inediti sui Musei Vaticani e la Cappella Sistina saranno svelati in una conferenza evento in programma il 18 luglio a Reggio Calabria, prima tappa di un viaggio ideale dei Musei Vaticani in giro per l’Italia che vedrà la partecipazione di Sandro Barbagallo, curatore del Reparto collezioni storiche dei Musei Vaticani e noto critico d’arte, e Paolo Merenda, teologo e professore presso l’Istituto di Scienze Religiose “Ecclesia Mater” della Pontificia Università Lateranense.

avvenire

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Vatileaks2. Prosciolti i giornalisti, condanna per mons. Vallejo e Chaouqui

Dopo 21 udienze e otto mesi si è chiuso il primo grado del processo in Vaticano per appropriazione e divulgazione di documenti riservati. Il Tribunale ha prosciolto i due giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, assolto Nicola Maio e condannati mons. Angel Lucio Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui. Massimiliano Menichetti da Radio Vaticana

’ il presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano Giuseppe Dalla Torre a leggere nel pomeriggio il dispositivo per il processo iniziato a fine novembre 2015. I cinque imputati sono attentissimi, Nicola Maio tiene la mani serrate sul viso. Il Tribunale “rileva” “il difetto di giurisdizione”, ovvero non può giudicare, per quanto riguarda gli imputati Gianluigi Nuzzi e Emiliano Fittipaldi. La sentenza, perciò, non entra nel merito se ci siano state pressioni o meno da parte dei giornalisti per avere i documenti riservati. I giornalisti sono prosciolti e si lanciano uno sguardo che pesa di emozione.

Assolto dai capi d’accusa l’ex segretario esecutivo di Cosea, Nicola Maio. La condanna a 18 mesi di carcere è per mons. Angel Lucio Vallejo Balda, ex segretario della Commissione incaricata di studiare e raccogliere dati sugli enti vaticani e della Santa Sede. Secondo i magistrati ha dunque sottratto e consegnato ai giornalisti i documenti riservati. Il prelato resterà in semilibertà entro i confini vaticani. Condannata, per “concorso” anche Francesca Immacolata Chaouqui a 10 mesi di detenzione, con il beneficio della sospenzione condizionale della pena.

“Un grande giorno per questo Stato”, commenta Nuzzi, che dopo la lettura del dispositivo abbraccia il collega Fittipaldi. La stessa cosa fa Maio con il legale che l’ha difeso per otto lunghi mesi. Più defilati Francesca Immacolata Chaouqui e mons. Vallejo Balda. Centrale oggi anche la parte della sentenza relativa alla “libertà di Stampa e manifestazione del pensiero” in Vaticano dove si precisa che “sono radicati e garantiti dal Diritto Divino”. Per tutti gli imputati è caduta l’accusa di associazione criminosa, da oggi l’Ufficio del promotore di Giustizia e gli imputati hanno 3 giorni di tempo per un eventuale ricorso.

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Papa Francesco: Angelus, no a “carrierismo” e “sete di potere”

“Il Regno di Dio si costruisce giorno per giorno e offre già su questa terra i suoi frutti di conversione, di purificazione, di amore e di consolazione tra gli uomini. È una cosa bella! Costruire giorno per giorno questo Regno di Dio che si va facendo. Non distruggere, costruire!”. Lo ha esclamato il Papa, durante l’Angelus di ieri, in cui ricordando le parole di Gesù – “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” – ha sottolineato che “l’ostilità è sempre all’inizio delle persecuzioni dei cristiani; perché Gesù sa che la missione è ostacolata dall’opera del maligno”. Per questo, “l’operaio del Vangelo si sforzerà di essere libero da condizionamenti umani di ogni genere, non portando borsa, né sacca, né sandali, come ha raccomandato Gesù, per fare affidamento soltanto sulla potenza della Croce di Cristo”. Di qui la necessità di “abbandonare ogni motivo di vanto personale, di carrierismo o fame di potere, e farsi umilmente strumenti della salvezza operata dal sacrificio di Gesù”.  “Quella del cristiano nel mondo è una missione stupenda, è una missione destinata a tutti, è una missione di servizio, nessuno escluso”, ha commentato il Papa, secondo il quale “c’è tanto bisogno di cristiani che testimoniano con gioia il Vangelo nella vita di ogni giorno”, come “sacerdoti – quei bravi parroci che tutti conosciamo -, suore, consacrate, missionarie, missionari…”. “Quanti di voi giovani che adesso siete presenti oggi nella piazza, sentono la chiamata del Signore a seguirlo?”, la domanda di Francesco: “Non abbiate paura! Siate coraggiosi”.

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Papa Francesco: a “La Nacion”, ultraconservatori “dicono no a tutto, io non taglio teste”

“Loro fanno il proprio lavoro e io faccio il mio”. Con queste parole il Papa ha risposto a una domanda sugli “ultraconservatori della Chiesa”, nell’intervista rilasciata al quotidiano argentino La Nacion. “Io desidero una Chiesa aperta, comprensiva, che accompagni le famiglie ferite”, ha ribadito: “Loro dicono no a tutto. Io continuo dritto per la mia strada, senza guardare di lato. Non taglio teste. Non mi è mai piaciuto farlo. Lo ribadisco: rifiuto il conflitto”. “I chiodi – ha infine spiegato – si rimuovono facendo pressione verso l’alto. Oppure si lasciano da parte per il riposo, quando arriva l’età del pensionamento”.

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Sport: Al Redemptoris Mater la Clericus Cup. Battuto il Collegio Urbano

E’ giunta a conclusione la X edizione della Clericus Cup, il torneo internazionale di calcio per sacerdoti e seminaristi organizzato dal CSI. Il trofeo è andato al Redemptoris Mater che ha battuto nella finalissima grazie ai rigori il Collegio Urbano. Nella finalina si sono incontrati Università Gregoriana e il Pio Latinoamericano; risultato 4-0. Con noi Felice Alborghetti, portavoce del Csi, e diversi ospiti della squadra vittoriosa. Poi a Non Solo Sport la presentazione al Coni del progetto sul volontariato sportivo. Daniele Gargagliano ha intervistato due volontari e altre autorità civili e religiose presenti all’evento. Infine con Gianmarco Murroniun’iniziativa particolare: l’Olimpiade dei giochi dimenticati: tiro alla fune, corsa ai sacchi, ruba bandiera e altro al Parco Villa Gregoriana. (A cura di Giancarlo la Vella)

radio vaticana

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Radio Giornale 17 Maggio 2016 dalla web radio

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Per la Messa del Lunedì dell’Angelo, i Templari Cattolici d’Italia hanno partecipato alla Santa Messa nella chiesa di Santo Stefano a Reggio Emilia

Templari Cattolici D’Italia (Video)

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Oggi Domenica 8 Maggio la Giornata delle comunicazioni sociali

In uno degli ultimi post sul suo profilo Facebook il vescovo Antonino Raspanti (Nino, secondo il suo account) ha scritto: «L’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale». La frase è tratta dal Messaggio di papa Francesco per la 50ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si celebra oggi. Al centro il «fecondo incontro» – come lo definisce Bergoglio – fra comunicazione e misericordia. «Annunciare la misericordia sui social network può sembrare arduo», spiega il pastore che guida la diocesi di Acireale ed è presidente della Commissione episcopale Cei per la cultura e le comunicazioni sociali. «Invece – prosegue – un aiuto ci viene proprio dal Papa che offre alcune indicazioni da prendere a prestito quando abitiamo la Rete che, come giustamente sottolinea, non va considerata un’espressione tecnologica ma una piazza in cui sempre più persone si incontrano. Ecco, Francesco ci invita innanzitutto al rispetto del prossimo. Poi esorta a non seminare odio, a non condurre alla divisione, a non procurare ferite. Di fatto non possiamo riversare sul web tutta la nostra spazzatura “interiore”. Ciò lacera e innesca sterili polemiche. Serve, al contrario, favorire la riconciliazione, mitigare le avversità, creare ponti, incentivare il dialogo».

Addirittura il Pontefice suggerisce di «prendersi cura» dell’altro, anche attraverso le reti sociali. «Francesco pensa alla comunicazione come prossimità – osserva Raspanti –. Il che significa farci prossimi e stare vicino a chi ci legge o ci risponde. Come sarebbe bello che ci impegnassimo a risanare conversazioni o messaggi che sono pieni di livore o che raccontano tensioni e disagi… Certo, ci vuole un cuore nuovo che si traduce in un atteggiamento nuovo con cui stare nei social network». Tuttavia la verità non va taciuta, evidenzia Bergoglio nel Messaggio. «Fra giustizia, verità e misericordia non c’è alcuna contrapposizione. Anzi in Dio e nel volto di Gesù crocifisso sono un’unica e medesima cosa – chiarisce il vescovo –. Se guardo all’ambiente digitale, uno stile misericordioso non è sinonimo di lassismo. Ci sono momenti in cui occorre prendere posizione e dire quanto si pensa con chiarezza. È un dovere di onestà intellettuale: non si può ricorrere a tattiche o restrizioni mentali per cercare l’applauso a ogni costo sul web».

Francesco consiglia di «scegliere con cura parole e gesti». «È ciò che dovremmo fare quando parliamo o dialoghiamo in modo da non separare, mortificare, scartare ma pacificare, confortare, accompagnare – afferma il presule –. L’uso di un vocabolario di misericordia è una grande arte, un esercizio di discernimento. Direi che è un atto che, da una parte, rimanda alla creatività e, dall’altro, esige responsabilità. Il linguaggio è simile alla materia nelle mani di un artista. In questo caso l’artista è di chi fa comunicazione. Ebbene, si può scrivere o parlare in un modo o in un altro». Raspanti fa un esempio. «Nel nostro Paese ci sono argomenti che possono incendiare facilmente gli animi. Penso a quelli eticamente, politicamente o socialmente sensibili, in quest’ultimo caso il lavoro o l’immigrazione. Quando si interviene su questi temi, occorre evitare scontri di basso profilo».

Il Papa esorta anche all’«ascolto» per costruire una società che sia una «famiglia». «Nei social network crediamo di essere protagonisti. In realtà siamo ingabbiati dentro schermi e algoritmi che determinano molto del nostro dire e del nostro sapere. A ciò si aggiunge una concezione individualistica: parlo sempre di me. Il risultato è che non si riesce più ad ascoltare e quindi a conversare. Paradossalmente l’inflazione di comunicazione ci lascia più soli. È la contraddizione del nostro tempo. Sarebbe, quindi, opportuno che, invece di incentrare post e messaggi su noi stessi, incentivassimo discussioni su problemi, valori e questioni che toccano le persone». Nel Messaggio non manca un monito alla Chiesa, in particolare ai «pastori», a evitare «l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico» e la «freddezza del giudizio». «Va congiurato un atteggiamento che, abbracciando i sani principi e la corretta dottrina, li usi per imporre fardelli, come dice il Vangelo di Matteo – conclude il vescovo –. Una Chiesa “ospedale da campo” sa guarire le piaghe dell’uomo con umiltà profonda e nel segno del servizio».

avvenire

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Comunicatori, Portare il Vangelo a tutti, valorizzare le risorse umane

Portare il Vangelo a tutti, valorizzare le risorse umane, ottimizzare i costi perché ogni euro speso deve avere “una motivazione apostolica”. Sono alcuni dei punti forti dell’intervento che mons. Dario Edoardo Viganò ha tenuto alla Sala Stampa della Santa Sede, rivolgendosi ai partecipanti al 10.mo Seminario dei Comunicatori – 400 di 40 Paesi – promosso dalla Pontificia Università Santa Croce. Il prefetto della Segreteria per la Comunicazione ha quindi sottolineato che il criterio fondamentale della riforma dei media vaticani è il “criterio apostolico”.

La riforma dei media vaticani per essere efficace dovrà riguardare non solo le strutture ma anche i “processi comunicativi”. E’ quanto sottolineato da mons. Dario Edoardo Viganò che – parlando ai partecipanti al Seminario sulla Comunicazione della Santa Croce – si è soffermato sul tema “La Chiesa e le nuove sfide della Comunicazione”.

Riforma dei media vaticani segue “criterio apostolico”
Mons. Viganò ha tenuto a sottolineare che il criterio fondamentale, la parola chiave per comprendere la riforma dei media vaticani in corso, è “il criterio apostolico” da cui seguono tutti gli altri. L’obiettivo è dunque far sì che il Vangelo e il Magistero del Papa raggiungano il cuore delle persone, di tutti. Questo criterio apostolico, ha proseguito, va poi declinato in modo che non sostituisca la comunicazione delle Chiese locali e al tempo stesso sostenga le comunità ecclesiali che più hanno bisogno.

Ripensare la comunicazione, cambiare processi non solo strutture
Dopo aver illustrato la “timeline” della riforma che vede quest’anno coinvolti Radio Vaticana e Centro Televisivo Vaticano, mons. Viganò ha ribadito che la riforma dei media vaticani non è solamente un “cambiamento semantico”, un maquillage o un semplice accorpamento o coordinamento di strutture. Si tratta, ha detto, di “ripensare” la comunicazione vaticana così da renderla più efficace e performante soprattutto in un momento in cui – con lo sviluppo dei media digitali – è necessaria una maggiore convergenza e interattività. In particolare, ha soggiunto, bisogna ripensare i processi produttivi “in modo trasversale” così da portare ad un “nuovo flusso comunicativo”. Dunque, un sistema comunicativo nuovo, che sia anche aggiornato a livello tecnologico, ma che al contempo non dimentichi le realtà più bisognose, anche sul fronte della comunicazione.

Una comunicazione che non guardi il proprio ombelico
Il prefetto del dicastero per la Comunicazione ha, quindi, avvertito che bisogna vincere la retorica autoconsolatoria e “aprire le finestre” per vedere se davvero rispondiamo alle domande dei nostri interlocutori, vincendo dunque la tentazione di guardare il proprio ombelico. Per questo, ha detto, vanno valorizzate le risorse umane attraverso alcuni punti forti come la formazione, la riorganizzazione, il team building, la partecipazione e la condivisione. Mons. Viganò ha affermato che ritiene fondamentale in questo processo il “gioco di squadra”, per vincere i mali dell’individualismo e del mancato coordinamento.

Dalla leadership gerarchica alla leadership “retarchica”
Rilevando l’entusiasmo di quanti stanno lavorando alla realizzazione di questa riforma, il prefetto della Segreteria per la Comunicazione ha quindi messo l’accento sull’importanza di una leadership, in particolare nella comunicazione, che non sia più gerarchica, direttiva, quanto piuttosto “retarchica”, che guardi alla rete dei suoi collaboratori, che valorizzi il personale. Una guida che si basi sulla condivisione, che sia capace di trasformare un deficit comunicativo in un surplus comunicativo. Una leadership più interessata ad orientare domande che a ricevere risposte. Infine, rispondendo alle domande dei partecipanti, mons. Viganò ha tenuto ad evidenziare che nella comunicazione – a qualsiasi livello – è fondamentale coltivare i rapporti umani, creare un contesto di simpatia umana. Il cuore, infatti, ha concluso, si apre solo ad un amico.

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La visita a Lesbo. La preghiera: liberaci dall’indifferenza

Dio di misericordia,
Ti preghiamo per tutti gli uomini, le donne e i bambini, che sono morti dopo aver lasciato le loro terre in cerca di una vita migliore.
Benché molte delle loro tombe non abbiano nome, da Te ognuno è conosciuto, amato e prediletto.
Che mai siano da noi dimenticati, ma che possiamo onorare il loro sacrificio con le opere più che con le parole.
Ti affidiamo tutti coloro che hanno compiuto questo viaggio, sopportando paura, incertezza e umiliazione, al fine di raggiungere un luogo di sicurezza e di speranza.
Come Tu non hai abbandonato il tuo Figlio quando fu condotto in un luogo sicuro da Maria e Giuseppe, così ora sii vicino a questi tuoi figli e figlieattraverso la nostra tenerezza e protezione.
Fa’ che, prendendoci cura di loro, possiamo promuovere un mondo dove nessuno sia costretto a lasciare la propria casa e dove tutti possano vivere in libertà, dignità e pace.
Dio di misericordia e Padre di tutti, destaci dal sonno dell’indifferenza,apri i nostri occhi alle loro sofferenze e liberaci dall’insensibilità, frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi.
Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui, a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste sono nostri fratelli e sorelle.
Aiutaci a condividere con loro le benedizioni che abbiamo ricevuto dalle tue mani e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana,siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te, che sei la nostra vera casa, là dove ogni lacrima sarà tersa, dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio.

da Avvenire

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Amoris Laetitia. Papa: misericordia e integrazione per tutte le famiglie

Misericordia e integrazione: questo il nucleo dell’Esortazione apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia – La gioia dell’amore”, siglata da Papa Francesco il 19 marzo e diffusa oggi. Suddiviso in nove capitoli, il documento è dedicato all’amore nella famiglia. In particolare, il Pontefice sottolinea l’importanza e la bellezza della famiglia basata sul matrimonio indissolubile tra uomo e donna, ma guarda anche, con realismo, alle fragilità che vivono alcune persone, come i divorziati risposati, ed incoraggia i pastori al discernimento. In un chirografo che accompagna l’Esortazione inviata ai Vescovi, il Papa sottolinea che “Amoris Laetitia” è “per il bene di il bene di tutte le famiglie e di tutte le persone, giovani e anziane” ed invoca la protezione della Santa Famiglia di Nazareth. L’Esortazione raccoglie i risultati dei due Sinodi sulla famiglia, svoltisi nel 2014 e nel 2015. Il servizio di Isabella Piro di Radio Vaticana.

Cap. 1 La Parola di Dio in famiglia e il dramma dei profughi
Misericordia e integrazione: Amoris Laetitia ruota attorno a questi due assi che ne rappresentano l’architrave. Il Papa ricorda che “l’unità di dottrina e di prassi” è ferma e necessaria alla Chiesa, ma sottolinea anche che, in base alle culture, alle tradizioni, alle sfide dei singoli Paesi, alcuni aspetti della dottrina possono essere interpretati “in diversi modi”. Il primo capitolo del documento, dedicato alla Parola di Dio, ribadisce la bellezza della coppia formata da uomo e donna, “creati ad immagine e somiglianza di Dio”; richiama l’importanza del dialogo, dell’unione, della tenerezza in famiglia, definita non come ideale astratto, ma “compito artigianale”. Ma non vengono dimenticati alcuni drammi, tra cui la disoccupazione, e “le tante famiglie di profughi rifiutati ed inermi” che vivono “una quotidianità fatta di fatiche e di incubi”.

Cap. 2 La realtà e le sfide della famiglia. La grande prova delle persecuzioni
Poi, lo sguardo del Papa si allarga sulla realtà odierna, e insieme al Sinodo, tenendo “i piedi per terra”, ricorda le tante sfide delle famiglie oggi: individualismo, cultura del provvisorio, mentalità antinatalista che – scrive Francesco – “la Chiesa rigetta con tutte le sue forze”; emergenza abitativa; pornografia; abusi sui minori, “ancora più scandalosi” quando avvengono in famiglia, a scuola e nelle istituzioni cristiane. Francesco cita anche le migrazioni, la “grande prova” della persecuzione dei cristiani e delle minoranze soprattutto in Medio Oriente; la “decostruzione giuridica della famiglia” che mira ad “equiparare semplicisticamente al matrimonio” le unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso. Cosa impossibile, scrive il Papa, perché “nessuna unione precaria o chiusa alla trasmissione della vita assicura il futuro della società”.

Ideologia gender è  “inquietante”
Francesco ricorda poi “il codardo degrado” della violenza sulle donne, la strumentalizzazione del corpo femminile, la pratica dell’utero in affitto, e definisce “inquietante” che alcune ideologie, come quella del “gender” cerchino di imporre “un pensiero unico” anche nell’educazione dei bambini. Davanti a tutto questo, però – è il monito del Papa – i cristiani “non possono rinunciare” a proporre il matrimonio “per essere alla moda” o per un complesso di inferiorità. Al contrario, lontani dalla “denuncia retorica” e dalle “trappole di lamenti auto-difensivi”, essi devono prospettare il sacramento matrimoniale secondo una pastorale “positiva, accogliente” che sappia “indicare strade di felicità”, restando vicina alle persone fragili.

Matrimonio non è un ideale astratto. Chiesa faccia salutare autocritica
Troppe volte, infatti – afferma il Papa con una “salutare autocritica” – il matrimonio cristiano è stato presentato puntando solo sul dovere della procreazione o su questioni dottrinali e bioetiche, finendo per sembrare “un peso”, un ideale astratto, piuttosto che “un cammino di crescita e di realizzazione”. Ma i cristiani – nota Francesco – sono chiamati a “formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”, così come faceva Gesù che proponeva un ideale esigente, ma restava anche vicino alle persone fragili.

Cap. 3 La vocazione della famiglia e l’inalienabile diritto alla vita
In quest’ottica, l’indissolubilità del matrimonio non va intesa come “un giogo”, e il sacramento non come “una ‘cosa’, un rito vuoto, una convenzione sociale”, bensì “un dono per la santificazione e la salvezza degli sposi”. Quanto alle “situazioni difficili ed alle famiglie ferite”, il Papa sottolinea che i pastori, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere, perché “il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi”. Se da una parte, dunque, bisogna “esprimere con chiarezza la dottrina”, dall’altra occorre evitare giudizi che non tengano conto della complessità delle diverse situazioni e della sofferenza dei singoli. Francesco ribadisce, poi, con forza, il “grande valore della vita umana” e “l’inalienabile diritto alla vita del nascituro”, sottolineando anche l’obbligo morale all’obiezione di coscienza per gli operatori sanitari, il diritto alla morte naturale e il fermo rifiuto alla pena capitale.

Cap. 4 L’amore nel matrimonio è amore di amicizia
Ma qual è, allora, l’amore che si vive nel matrimonio? Francesco lo definisce “l’amore di amicizia”, ovvero quello che unisce l’esclusività indissolubile del sacramento alla ricerca del bene dell’altro, alla reciprocità, alla tenerezza tipiche di una grande amicizia. In questo senso, “l’amore di amicizia si chiama carità”, perché “ci apre gli occhi e ci permette di vedere, al di là di tutto, quanto vale un essere umano”. In quest’ottica, il Pontefice sottolinea anche l’importanza della vita sessuale tra i coniugi, “regalo meraviglioso”, “linguaggio interpersonale” che guarda “al valore sacro ed inviolabile dell’altro”. La dimensione erotica dell’amore coniugale, dunque, non potrà mai intendersi come “un male permesso o un peso da sopportare”, bensì come “un dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi”. Per questo, Amoris Laetitia rifiuta “qualsiasi forma di sottomissione sessuale” e ribadisce, con Paolo VI, che “un atto coniugale imposto al coniuge…non è un vero atto d’amore”.

Cap. 5 L’amore diventa fecondo. Ogni figlio ha diritto a madre e padre
Soffermandosi, quindi, sulla generazione e l’accoglienza della vita all’interno della famiglia, il Papa sottolinea il valore dell’embrione “dall’istante in cui viene concepito”, perché “ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio”. Di qui, l’esortazione a non vedere nel figlio “un complemento o una soluzione per un’aspirazione personale”, bensì “un essere umano con un valore immenso”, del quale va rispettata la dignità, “la necessità ed il diritto naturale ad avere una madre ed un padre”, che insegnano “il valore della reciprocità e dell’incontro”.

La famiglia esca da se stessa per rendere ‘domestico’ il mondo
Al contempo, il Papa incoraggia le coppie che non possono avere figli e ricorda loro che la maternità “si esprime in diversi modi”, ad esempio nell’adozione. Di qui, il richiamo a facilitare la legislazione sulle procedure adottive e di affido, sempre nell’interesse del bambino e contrastando, con le dovute leggi, il traffico di minori. Quindi, Francesco sottolinea che ovunque c’è bisogno di “una robusta iniezione di spirito familiare”, ed incoraggia le famiglie ad uscire da se stesse, trasformandosi in “luogo di integrazione e punto di unione tra pubblico e privato”. Perché ogni famiglia – è il monito del Papa – è chiamata ad instaurare la cultura dell’incontro e a rendere ‘domestico’ il mondo. Per questo, il Papa lancia “un serio avvertimento”: chi si accosta all’Eucaristia senza lasciarsi spingere all’impegno verso i poveri ed i sofferenti, riceve questo sacramento “indegnamente”.

Cap. 6 Alcune prospettive pastorali. Accompagnare gli sposi da vicino
A metà dell’Amoris Laetitia, il Papa riprende, in modo sostanziale, i temi sinodali. Ad esempio richiama: la necessità di una formazione più adeguata per i presbiteri e gli operatori della pastorale familiare; il bisogno di guidare i fidanzati nel cammino di preparazione al matrimonio, perché “imparare ad amare qualcuno non è una cosa che si improvvisa”; l’importanza di accompagnare gli sposi nei primi anni di matrimonio, affinché non si fermi la loro “danza con occhi meravigliati verso la speranza” e siano generosi nella comunicazione della vita, guardando al contempo ad una “pianificazione familiare giusta”, basata sui metodi naturali e sul consenso reciproco; la necessità di una pastorale familiare missionaria che segua le coppie da vicino e non sia solo una “fabbrica di corsi” per piccole élites.

Preoccupante l’aumento dei divorzi. I figli non siano ostaggi
Oggi, crisi di ogni genere minano la storia delle famiglie – dice il Papa – ma ogni crisi “nasconde una buona notizia che occorre saper ascoltare affinando l’udito del cuore”. Di qui, l’incoraggiamento a perdonare e sentirsi perdonati per rafforzare l’amore familiare, e l’auspicio che la Chiesa sappia accompagnare tali situazione in modo “vicino e realistico”. Certo: nella nostra epoca esistono drammi come il divorzio “che è un male” – sottolinea l’Esortazione – e che cresce in modo “molto preoccupante”. Bisogna, allora, prevenire tali fenomeni, soprattutto tutelando i figli, affinché non ne diventino “ostaggi”. Senza dimenticare che, di fronte a violenze, sfruttamento e prepotenze, la separazione è inevitabile e “moralmente necessaria”.

Divorziati risposati non si sentano scomunicati
Quanto a separati, divorziati e divorziati risposati, l’Amoris Laetitia ribadisce quanto già espresso dai due Sinodi: occorre discernimento ed attenzione, soprattutto verso coloro che hanno subito ingiustamente la scelta del coniuge. Nello specifico, i divorziati non risposati vanno incoraggiati ad accostarsi all’Eucaristia, “cibo che sostiene”, mentre i divorziati risposati non devono sentirsi scomunicati e vanno accompagnati con “grande rispetto”, perché prendersi cura di loro all’interno della comunità cristiana non significa indebolire l’indissolubilità del matrimonio, ma esprimere la carità.

Rispetto per omosessuali, ma nessuna analogia tra matrimonio e unione gay
L’Esortazione ricorda poi le “situazione complesse” come quelle dei matrimonio con disparità di culto, “luogo privilegiato di dialogo interreligioso”, purché nel rispetto della “libertà religiosa”. Riguardo alle famiglie con persone di tendenza omosessuale, si ribadisce la necessità di rispettare la loro dignità, senza marchi di “ingiusta discriminazione”. Al contempo, si sottolinea che “non esiste alcun fondamento” per assimilare o stabilire analogie “neppure remote” tra le unioni omosessuali ed il matrimonio secondo il disegno di Dio. E su questo punto, è “inaccettabile” che la Chiesa subisca “pressioni”. Particolarmente preziosa, poi, è la parte finale del capitolo, dedicata all’accompagnamento pastorale da offrire alle famiglie colpite dalla morte di un loro caro.

Cap. 7 Rafforzare l’educazione dei figli, diritto-dovere dei genitori
Ampio, poi, il capitolo dedicato all’educazione dei figli, “dovere gravissimo” e “diritto primario” dei genitori. Cinque i punti essenziali indicati dall’Esortazione: educazione non come controllo, ma come “promozione di libertà responsabili che nei punti di incrocio sappiano scegliere con buon senso e intelligenza”. Educazione come insegnamento alla “capacità di attendere”, fattore “importantissimo” nel mondo attuale dominato dalla “velocità digitale” e dal vizio del “tutto e subito”. Educazione come incontro educativo tra genitori e figli, anche per evitare “l’autismo tecnologico” di molti minori scollegati dal mondo reale ed esposti alle manipolazioni egoistiche esterne.

Educazione sessuale sia educazione all’amore e al sano pudore
Il Papa dice, poi, sì all’educazione sessuale, da intendere come “educazione all’amore” da impartire “nel momento appropriato e nel modo adatto”, insegnando anche quel “sano pudore” che impedisce di trasformare le persone in puro oggetto. A tal proposito, Francesco critica l’espressione “sesso sicuro” che vira al negativo “la naturale finalità procreativa della sessualità” e sembra trasformare un eventuale figlio in “un nemico dal quale proteggersi”. Infine, la trasmissione della fede, perché la famiglia deve continuare ad essere il luogo in cui si insegna a coglierne le ragioni e la bellezza. I genitori siano, dunque, soggetti attivi della catechesi, non imponendo, ma proponendo l’esperienza spirituale alla libertà dei figli.

Cap. 8 Accompagnare, discernere e integrare le fragilità
Riprendendo, quindi, uno dei temi centrali del dibattito sinodale, il Papa si sofferma sulle famiglie che vivono situazioni di fragilità ed afferma, in primo luogo, che “non ci si deve aspettare dall’Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi”. Pertanto, i pastori dovranno promuovere il matrimonio cristiano sacramentale, unione esclusiva, libera e fedele tra uomo e donna; ma dovranno anche accogliere, accompagnare ed integrare con misericordia le fragilità di molti fedeli, perché la Chiesa deve essere come “un ospedale da campo”. “Non ci capiti di sbagliare strada – scrive Francesco – La strada della Chiesa è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione”, quella che non condanna eternamente nessuno, ma effonde la misericordia di Dio “a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero”, perché la logica del Vangelo dice che “nessuno può essere condannato per sempre”.

No a norma canonica generale, ma discernimento responsabile caso per caso
Integrare tutti, dunque – raccomanda l’Esortazione – anche i divorziati risposati che possono partecipare alla vita della comunità ad esempio attraverso impegni sociali o riunioni di preghiera. E riflettere su quali delle attuali esclusioni liturgiche e pastorali possano essere superate con “un adeguato discernimento”, affinché i divorziati risposati non si sentano “scomunicati”. “Non esistono semplici ricette – ribadisce il Papa – Si può soltanto incoraggiare ad un discernimento responsabile dei casi particolari, perché “il grado di responsabilità non è uguale per tutti”.

Eucaristia non è premio per i perfetti, ma alimento per i deboli
In due note a pie’ di pagina, poi, il Papa si sofferma sulla disciplina sacramentale per i divorziati risposati: nella prima nota afferma che il discernimento pastorale può riconoscere che, in una situazione particolare, “non c’è colpa grave” e che quindi “gli effetti di una norma non necessariamente devono essere gli stessi” di altri casi. Nella seconda nota, Francesco sottolinea che “in certi casi” l’aiuto della Chiesa per le situazioni difficili “potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti”, perché “il confessionale non deve essere una sala di tortura” e “l’Eucaristia non è un premio per i perfetti, ma un alimento per i deboli”.

Esame di coscienza per divorziati risposati. Leggi morali non sono pietre
Per i divorziati risposati, risulta comunque utile “fare un esame di coscienza” ed avere un colloquio con un sacerdote in foro interno, ovvero in confessione, per aiutare la formazione di “un giudizio corretto” sulla situazione. Essenziale, però – sottolinea il Pontefice – è la garanzia delle condizioni di “umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa”, per evitare “messaggi sbagliati”, come se la Chiesa sostenesse “una doppia morale” o i sacramenti fossero un privilegio da ottenere “in cambio di favori”. Perché è vero che “è meschino” considerare l’agire di una persona solo in base ad una norma ed è vero che le leggi morali non possono essere “pietre” lanciate contro la vita dei fedeli. Però la Chiesa non deve rinunciare “in nessun modo” a proporre l’ideale pieno del matrimonio. Anzi: oggi è più importante una pastorale del consolidamento, piuttosto che del fallimento, matrimoniale.

Chi pone condizioni alla misericordia di Dio annacqua il Vangelo
L’ideale evangelico, allora, non va sminuito, ma bisogna anche assumere “la logica della compassione verso le persone fragili”. Non giudicare, non condannare, non escludere nessuno, ma vivere di misericordia, “architrave della Chiesa” che non è dogana, ma casa paterna in cui ciascuno ha un posto con la sua vita faticosa. E questo, in fondo, è “il primato della carità” che non pone condizioni alla misericordia di Dio “annacquando il Vangelo”, che non giudica le famiglie ferite con superiorità, in base ad una “morale fredda da scrivania”, sedendo sulla cattedra di Mosè con cuore chiuso, ma si dispone a comprendere, perdonare, accompagnare, integrare.

Cap. 9 Spiritualità coniugale e familiare. Cristo illumina i giorni amari
Nell’ultimo capitolo, Amoris Laetitia invita a vivere la preghiera in famiglia, perché Cristo “unifica ed illumina” la vita familiare anche “nei giorni amari”, trasformando le difficoltà e le sofferenze in “offerta d’amore”. Per questo, il Papa esorta a non considerare la famiglia come “una realtà perfetta e confezionata una volta per sempre”, bensì come uno sviluppo graduale della capacità di amare di ciascuno. “Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare!” è l’invito conclusivo di Francesco che incoraggia le famiglie del mondo a non “perdere la speranza”.