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Verso il Sinodo 2018. Il Papa: la Chiesa ascolti anche dubbi e critiche dei giovani

Due tappe verso il Sinodo: a marzo il Papa incontra i giovani di tutto il mondo, di altre confessioni cristiane, di altre religioni e non credenti. Ad agosto ci sarà la due giorni con gli italiani

Sono due gli incontri di preparazione al Sinodo dei vescovi del 2018 che i giovani italiani e di tutto il mondo avranno con papa Francesco.

Il primo con i giovani di tutto il mondo – annunciato dal Papa nell’udienza odierna – coinvolgerà ragazzi di tutte le religioni, e di tutte le confessioni cristiane e anche giovani non credenti e si svolgerà dal 19 al 24 marzo 2018.

Il secondo momento, considerato idealmente una tappa di preparazione al Sinodo 2018, riguarderà, invece, soltanto i giovani italiani che abbracceranno papa Francesco l’11 e il 12 agosto 2018 a Roma, a seguito di una settimana di pellegrinaggi.

Va ricordato che il Sinodo dei vescovi in programma a ottobre 2018 vedrà i vescovi riflettere proprio sul tema “I giovani, la fede e il discernimento“, ecco perché il Papa ha più volte chiesto il loro coinvolgimento con incontri specifici dedicati a loro.

A marzo una riunione di giovani anche non cristiani in vista del Sinodo dei vescovi di ottobre 2018

“Desidero annunciare – ha detto il Papa in udienza generale – che dal 19 al 24 marzo 2018 è convocata dalla Segreteria generale del sinodo dei vescovi una riunione pre-sinodale a cui sono invitati giovani provenienti dalle diverse parti del mondo: sia giovani cattolici, sia giovani di diverse confessioni cristiane e altre religioni, o giovani non credenti”.

“Questa iniziativa – ha spiegato papa Francesco – si inserisce nel cammino di preparazione della prossima assemblea generale del sinodo dei vescovi che avrà per tema ‘I giovani, la fede e il discernimento vocazionale‘, nell’ottobre 2018. Con tale cammino – ha rimarcato – la Chiesa vuole mettersi in ascolto della voce, della sensibilità, della fede e anche dei dubbi e delle critiche dei giovani. Dobbiamo ascoltare i giovani. Per questo, le conclusioni della Riunione di marzo saranno trasmesse ai padri sinodali”.

Dalla Sala Stampa vaticana sono poi arrivate delle precisazioni – a firma del cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo – su questa iniziativa annunciata da papa Francesco “che permetterà ai giovani di esprimere le loro aspettative e i loro desideri, nonché le loro incertezze e le loro preoccupazioni nelle complesse vicende del mondo odierno. Tale iniziativa si inserisce nella tradizione sinodale, in quanto già nel passato sono stati organizzati incontri pre-sinodali, come quello in preparazione alla VII Assemblea Generale Ordinaria del 1987, sulla vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo, e come il Simposio in vista della I Assemblea Speciale per l’Europa del 1991”.

Chi parteciperà alla riunione pre-sinodale a marzo 2018

Nella nota della Santa Sede si legge che “saranno invitati giovani in rappresentanza delle Conferenze Episcopali, delle Chiese Orientali, della vita consacrata e di coloro che si preparano al sacerdozio, di Associazioni e Movimenti ecclesiali, di altre Chiese e comunità cristiane e di altre Religioni, del mondo della scuola, dell’università e della cultura, del lavoro, dello sport, delle arti, del volontariato e del mondo giovanile che si ritrova nelle estreme periferie esistenziali, nonché esperti, educatori e formatori impegnati nell’aiuto ai giovani per il discernimento delle loro scelte di vita”.

“La riunione pre-sinodale contribuirà ad arricchire la fase di consultazione già avviata con la pubblicazione del Documento Preparatorio ed il relativo Questionario, con l’apertura del sito online contenente un apposito Questionario per i giovani e con il Seminario Internazionale sulla condizione del mondo giovanile, tenutosi nello scorso mese di settembre. Il frutto dei lavori di tale riunione verrà offerto ai Padri sinodali, insieme ad altra documentazione, per favorire la loro riflessione e il loro approfondimento”.
Inoltre, è stato chiarito che la data prevista per la riunione pre-sinodale è stata scelta per permettere a tutti i giovani di partecipare, a conclusione dei lavori, il 25 marzo 2018 alla celebrazione della Messa della Domenica delle Palme con papa Francesco in piazza San Pietro in occasione della XXXIII Giornata Mondiale della Gioventùdel 2018 sul tema “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio” (Le 1,30).

A Roma con papa Francesco anche i giovani italiani l’11 e 12 agosto 2018

«La vigilia dell’assemblea sinodale è sempre stata caratterizzata da un momento comune di preghiera, ma stavolta si è pensato di coinvolgere direttamente i ragazzi anticipando l’appuntamento all’estate per favorire una maggiore partecipazione», spiega don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile (Snpg) della Cei sottolineando che l’appuntamento di Roma sarà preceduto da una settimana in cui igiovani scenderanno per le strade, sulle antiche vie di pellegrinaggio più o meno conosciute, sulle orme dei santi, alla scoperta delle ricchezze umane e cristiane del territorio. «Volevamo rendere in modo plastico l’idea che il Sinodo è un cammino», chiarisce don Falabretti per il quale «camminando insieme, giovani e adulti, avranno l’opportunità di ritessere i fili delle relazioni e andare incontro ad esperienze di fede, ma anche di vita sociale e civile che sono segno di speranza e possono diventare oggetto di riflessione, fonte di impegno, modello da imitare».

Nell’attraversare l’Italia, percorrendo ad esempio un tratto della Francigena da nord verso sud o viceversa, facendosi pellegrini da Loreto ad Assisi o lungo il cammino minerario di santa Barbara in Sardegna, nei luoghi di san Benedetto o di sant’Antonio, sulla via calabrese che dal santuario di san Francesco di Paola porta a Serra San Bruno, i ragazzi faranno incontri importanti: con testimoni e luoghi dell’accoglienza dei migranti, della solidarietà e del protagonismo civile, della cura dei disabili, degli anziani e di quanti vivono situazioni di fragilità. «Vedere esperienze concrete – rileva il sacerdote – aiuta a pensare, a riproporre soluzioni simili adattandole al proprio contesto, ad immaginare forme pastorali nuove».
Ad essere, in sintesi, “Chiesa in uscita”, in un duplice senso: «Usciamo in strada sia per andare verso gli altri sia perché la strada ci venga incontro così che il mondo possa dire qualcosa a noi». «L’espressione “Chiesa in uscita” – aggiunge – ci chiama a non essere arroccati e chiusi in noi stessi, ma può essere letta anche come un invito a farci affascinare dalla realtà che incontriamo, a lasciarci convertire dal mondo piuttosto che convertirlo».

Il Sinodo è un cammino: prima dell’evento di Roma una settimana di pellegrinaggi sulle orme dei santi

L’Italia si prepara dunque ad un’invasione pacifica di giovani che, osserva don Falabretti, «saranno visibili e presi in considerazione
per un’iniziativa positiva, mentre spesso salgono alla ribalta solo se fonte di preoccupazione o di turbativa sociale». Ci saranno diocesi che si muoveranno insieme e altre che lo faranno da sole, gruppi regionali e formazioni più piccole. «Alcuni vescovi – confida il responsabile del Snpg – hanno già dato la disponibilità a camminare con i loro ragazzi, altri li raggiungeranno nelle diverse tappe del percorso». Ci si ritroverà poi tutti a Roma, destinazione finale di una quarantina di itinerari, per la grande veglia di sabato con papa Francesco e per la Messa della domenica, il primo raduno dei giovani italiani con un Pontefice a undici anni dall’Agorà di Loreto. La macchina organizzativa si è già messa in moto, il conto alla rovescia è partito. O meglio: il cammino, il Sinodo, è già iniziato.

avvenire

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Documenti. Sui passi di Paolo VI, il Papa riformatore

Papa riformatore Per iniziative editoriali, pubblicazione di inediti da parte dell’Istituto Paolo VI di Brescia, convegni che si soffermano sui momenti salienti del pontificato di Paolo VI, la figura di Giovanni Battista Montini si ripropone sempre più come grande Papa riformatore della modernità, dentro e fuori i confini della Chiesa. Possiamo ricordare due bienni del secondo Novecento, al centro di svolte cruciali per la Chiesa e i suoi rapporti con l’umanità: quello del 1964-65, e l’altro molto celebrato in questi mesi del 1967-68. Nel primo spazio di tempo la Chiesa si rivolge all’umanità, con l’Enciclica programmatica di Paolo VI Ecclesiam Suam, e con il viaggio del 4-6 gennaio del 1964 in Terra Santa dove riannoda i rapporti con l’ebraismo e incontra a Gerusalemme il patriarca ortodosso Atenagora; di lì a poco, nel 1965, segue l’abolizione delle scomuniche reciproche tra le Chiese di Roma e di Costantinopoli, definite da allora «Chiese sorelle». Nel 1965 Paolo VI compie il viaggio a New York per parlare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dando all’Onu un’«altissima ratifica morale» da parte della Chiesa che viene in qualche modo paragonata all’Onu stessa per la sua universalità. Da allora, con la conclusione l’8 dicembre 1965 del Concilio Vaticano II, la missione apostolica, e l’azione internazionale, della Santa Sede non conoscono spazi vuoti o soste nell’intrecciare il dialogo con chiunque sia interessato. Nel biennio tra il 1967 e il 1968 sembra quasi d’essere in un’altra epoca, ma l’opera riformatrice di Paolo VI prosegue con documenti destinati a incidere sulla Chiesa e sui grandi temi che interessano la società.

L’emanazione il 26 marzo 1967 della Populorum progressio, forse la sua più importante enciclica che anticipa l’orizzonte della globalizzazione, estende i princípi della dottrina sociale a tutti i popoli della terra; e l’enciclica del 25 luglio 1968 Humanae vitae sul matrimonio e sul rapporto tra procreazione e sessualità. Tra l’altro, questi richiami smentiscono nettamente la tesi, tanto ricorrente quanto infondata, per cui sul crinale del biennio il papato di Montini conoscerebbe un’involuzione, quasi di pessimismo e ripiegamento, come scossa dal tempo della contestazione, che però nelle sue punte più aspre doveva ancora maturare. In realtà in questi anni Paolo VI non solo intensifica l’opera di attuazione del Vaticano II, ma estende e proietta il suo magistero sulle questioni antropologiche e sociali che segneranno l’epoca successiva, che noi stiamo oggi vivendo appieno. In un commento riassuntivo del suo pontificato nel 1979 (edito su “Notiziario- Istituto Paolo VI” nel 1984) Joseph Comblin si sofferma sui viaggi che il successore di Pietro compie per la prima volta in ogni angolo della terra, e sui diritti dei popoli e delle Nazioni riconosciuti con la Populorum progressio. Quasi cogliendo l’anticipazione del linguaggio di papa Francesco, il teologo ricorda lo stupore del mondo di fronte a Paolo VI che torna a Gerusalemme, e ai viaggi che lo porteranno nelle periferie del mondo. Comblin afferma che «per le Chiese della periferia, il pontificato di Paolo VI ha conciso con un evento unico nel suo genere: il loro ingresso nella Chiesa universale come membra attive, come membra che partecipano alla storia della Chiesa in modo attivo e non puramente passivo come prima. Con Paolo VI, esse hanno cessato di essere semplici “destinatarie” della missione inviata dalle Chiese del centro». Aggiunge, poi, che «questa apertura a tutti i continenti è probabilmente uno dei più importanti tornanti della storia della Chiesa dal concilio di Gerusalemme del primo secolo, quando l’apostolo Paolo fece riconoscere il diritto di aprire le porte della Chiesa ai pagani. L’inizio orienta la storia seguente per secoli. È questo che dà il suo significato storico al pontificato di Paolo VI». Il biennio 1967-68 conosce altre riforme strategiche, quella realizzata il 15 agosto con la Costituzione apostolica Regimini Ecclesiae Universae che adegua la Curia Romana al processo d’internazionalizzazione della Chiesa e la struttura episcopale, e dall’Enciclica Humanae vitae sui grandi temi dell’antropologia.

La riforma della Curia, recepisce tra l’altro, e incardina, gli organismi che hanno aperto al dialogo per l’ecumenismo, ai nuovi rapporti con l’ebraismo, al dialogo interreligioso, con strutture che sono divenute poi essenziali per l’attività della Chiesa nel mondo. Sulla centralità dell’Enciclica Humanae vitae“ Avvenire” ha richiamato l’attenzione nei giorni scorsi per smentire, anche a opera dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, ogni ipotesi complottarda sulla sua elaborazione. La riflessione sull’Humanae vitae invece è di grande rilievo se si valuta la lungimiranza della visione di Paolo VI alla luce dell’evoluzione successiva, cioè della deriva nichilista che s’è avuta proprio sui temi della famiglia e della procreazione. È utile ricordare quanto disse Paolo VI, parlando con Jean Guitton, proprio dell’enciclica del 1968, ricordando che l’etica non può cambiare ogni volta che c’è una scoperta scientifica, assoggettandosi a essa acriticamente: «Per esempio – afferma il Papa – un domani ammetterebbe la procreazione senza paternità; tutto l’edificio della morale verrebbe dissolto» ( J. Guitton, Paolo VI segreto, 2002). Oggi dobbiamo riconoscere che è esattamente ciò che è avvenuto di recente, quando si sono superate barriere inimmaginabili ai tempi di Paolo VI, sui temi della maternità, la filiazione disconosciuta, la maternità surrogata, il diffondersi delle pratiche eterologhe, fino a giungere alla sottrazione di padre o madre – per affidare il bambino a un genitore raddoppiato (due padri, due madri), privandolo della genitorialità complementare – e fino al collasso teorizzato da alcuni per ogni relazione affettiva stabile e matrimoniale. Aggiungeva il Papa che i princípi etici che attengono alla più intima struttura umana devono avere una stabilità e solidità che salvaguardi la persona da sperimentazioni, da scelte superficiali, da un relativismo che reca danni ai diritti e alla aspirazione più profonde dell’uomo. Anche per questa ragione, la figura di Paolo VI è al centro di una rinnovata attenzione ecclesiale e culturale, di iniziative che si susseguono per ricordare le fasi salienti del suo pontificato, e – in questi mesi – per celebrare e riflettere sul 50° della Populorum progressio, e su grandi altre tappe del suo magistero. Tra queste, si può segnalare il Convegno organizzato, per iniziativa dell’Università di Roma Tre, nel novembre prossimo e che si svolgerà nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, con esponenti della cultura laica ed ecclesiastica, destinato ad approfondire alcuni momenti e temi centrali dell’opera riformatrice che ha segnato il Pontificato di Paolo VI.

da avvenire

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Vaticano: presentato docufilm “I Giubilei-La strada del perdono”

“I Giubilei. La strada del perdono”: è questo il titolo dello straordinario nuovo documentario, per la regia di Luca Salmaso, realizzato da Ctv e Officina della Comunicazione in partnership con UnipolSai e presentato oggi nella Filmoteca Vaticana della Santa Sede. Già passato in parte alla 73.ma Mostra del Cinema della Biennale di Venezia e in anteprima su Rai Uno nel dicembre scorso, l’iniziativa racconta in modo inedito le grandi cerimonie giubilari, a partire dall’Anno Santo straordinario della Misericordia indetto da Papa Francesco l’8 dicembre del 2015. Ad arricchire la fruizione, l’ascolto del brano musicale “Questa Misericordia” composto appositamente da Sandro Di Stefano sulla base di alcuni versi del Pontefice. Il servizio di Gabriella Ceraso da Radio Vaticana

Chiudere l’Anno del Giubileo straordinario della Misericordia con un documento ufficiale, un racconto di quanto accaduto, di cosa abbia significato viverlo anche per il futuro, ma non solo. Questo nuovo docufilm serve anche ad altro, spiega mons. Dario Edoardo Viganò prefetto della Segreteria per la Comunicazione:

“Comprendere innanzi tutto cosa vuol dire Anno giubilare, cioè anno della liberazione dai pesi. Quindi, c’è anche un progetto per rendere reale e storica la giustizia tra le persone. Poi la storia del Giubileo nei vari momenti è anche un’occasione per riflettere sulla società, sulla giustizia, sulla pace, sulla condivisione, sulla tolleranza”.

L’enorme sintesi che si compie, in 50 minuti di proiezione, è storica, sociale, culturale, ma ha un focus speciale, come tiene a specificare lo storico Marco Roncalli:

“L’attenzione verte soprattutto su questo Novecento che paradossalmente è il secolo più secolarizzato, ma dove c’è la maggiore concentrazione di Giubilei: 1900, 1925,  poi in realtà 1929, perché con i Patti ci fu un Giubileo straordinario; ovviamente il 1950, il Giubileo anche che ci fu alla fine del Concilio, quindi 1964, poi 1975 con Paolo VI, 1983 di nuovo con Papa Wojtyla, il Duemila … Quindi si vuole dare un senso di questa lunga onda dei Giubilei ma soprattutto direi che abbiamo messo in evidenza quello che conta: questo ritorno fortissimo a questa proposta della misericordia, dando conto, oltre a tutto il lavoro di ricostruzione storica, a quello che è stato l’Anno vissuto, soprattutto seguendo quei momenti molto particolari. Ci sono le immagini ovviamente dell’apertura nella Repubblica Centrafricana, ma ci sono anche quelle dei cosiddetti “Venerdì della Misericordia”. Ogni Giubileo rispecchia certamente il periodo in cui viene celebrato: direi però che con il Giubileo di Papa Francesco c’è stato innanzi tutto un rovesciamento di prospettiva.Tutti siamo stati invitati infatti ad essere a nostra volta strumenti di misericordia, ma aldilà di questo, c’è stato anche un voler portare tutto all’essenzialità del cristianesimo nella dimensione della misericordia. Anche lo stesso istituto giubilare, che a lungo ha risentito anche del peso di tanti dibattiti di tipo teologico sulle indulgenze,  non dico che sia stato spazzato via, però direi che si è tornati veramente al cuore del Giubileo, che è appunto l’esperienza del perdono e l’esperienza della misericordia cui siamo stati chiamati anche noi ad essere strumenti”.

Il linguaggio utilizzato in questo documentario non è didascalico ma semplice, immediato e al tempo stesso innovativo. Tre i livelli che si possono identificare, ancora mons. Dario Viganò:

“Il primo livello è di ricostruzione storica. Poi c’è un secondo livello che è dato dal valore aggiunto di grandi professionisti o studiosi, dai teologi agli storici, che raccordano appunto ciò che è avvenuto nella storia con ciò che sta avvenendo in un determinato momento, in questo caso il Giubileo. Il terzo livello è il racconto propriamente spirituale fatto di immagini e di volti, di tutte le persone che hanno avvicinato l’esperienza della misericordia, facendo un cammino reale, fisico oltre che spirituale”.

Per tutto ciò che neanche le immagini di reperorio riescono a documentare, la produzione si è avvalsa di un linguaggio animato. L’amministratore di Officina della Comunicazione, Nicola Salvi:

“Ci siamo avvalsi di disegnatori e animatori che hanno creato delle clip animate per poter rendere anche più adatto anche ad un pubblico giovane questo tipo di racconto. Ne esce a mio avviso un racconto abbastanza innovativo per quello che riguarda il tema”.

Un grazie speciale infine va a Sandro di Stefano che ha musicato parole di Papa Francesco sulla misericordia, arricchendo questo documentario di un contributo unico.

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IL PAPA E I GIOVANI Da Cracovia al Sinodo: il futuro della Chiesa passa da qui

Sarà dedicato ai giovani il prossimo Sinodo convocato da Papa Francesco. Da Cracovia al 2018, la Chiesa scommette su di loro: vuole accompagnarli facendo da “bussola”, ma anche imparare da loro, quando scendono in campo da titolari e non da riserve. Nel 2017 i “Lineamenta”  e un Questionario per consultare la “base” e sfatare pregiudizi, letture superficiali e banalizzanti.

Il parco Blonia, zuppo di pioggia così come i suoi abitanti per una notte. “Io vi domando, voi rispondete: le cose si possono cambiare?”, chiede Papa Francesco. La risposta non si fa certo attendere, e suona in tante lingue quanti sono i Paesi da cui viene la “ola”: “Sì”. “La Chiesa oggi vi guarda, il mondo oggi vi guarda e vuole imparare da voi”. Nessuno sa se nella mente del Papa c’era già il Sinodo dei giovani: ma di certo, a Cracovia, l’estate scorsa abbiamo assistito ad un’anteprima d’eccezione, che in qualche modo ne ha già tracciato il percorso.

Dopo il Sinodo in due tempi dedicato alla famiglia, un’altra “prima assoluta” di Francesco, il 2018 sarà l’anno in cui la Chiesa universale è chiamata a raccolta per i giovani. E la preparazione comincia già con il 2017 che stiamo per inaugurare, con il documento preparatorio – i “Lineamenta” – che sarà inviato a tutti gli episcopati del mondo, unitamente ad un Questionario – come è stato fatto per la famiglia in occasione del Sinodo precedente – per consultare la “base” in forma diretta e avere da diocesi, parrocchie, associazioni e movimenti un identikit di coloro a cui appartiene il futuro della comunità ecclesiale e della stessa famiglia.

“I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, sarà il tema del secondo Sinodo dei giovani convocato da Papa Francesco in quattro anni di pontificato. Quando, a ottobre 2016, il Papa ha dato l’annuncio del tema scelto per il Sinodo del 2018, lo ha definito “in continuità” con quanto emerso dalle Assemblee sinodali sulla famiglia (2014 e 2015) e con l’esortazione post-sinodale “Amoris Laetitia”. L’obiettivo è chiaro:

“Accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all’incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all’edificazione della chiesa e della società”.

Il questionario sarà certo di grande aiuto per fotografare l’esistente, con gli accenti e le sfumature diverse, a volte anche nette e perentorie, tra i vari Continenti, e all’interno di essi tra le Chiese di antica tradizione – quelle forse più a corto d’ossigeno in quanto alle percentuali di partecipazione attiva, in prima fila la “vecchia” Europa – e quelle che possono vantare una maggiore vitalità e freschezza di testimonianza della fascia “under 35”, come nel caso di Asia e Africa.

Ma i giovani, si sa, sono allergici alle percentuali e vivono di eccezioni: così, il Sinodo del 2018 potrà forse essere l’occasione per sfatare alcuni pregiudizi e magari dare maggiore titolarità al “popolo giovane” della Chiesa, quello che risente di più di alcune sue letture superficiali e banalizzanti da parte della galassia dei – cosiddetti – adulti.

Papa Francesco è un maestro in questa “cultura dell’incontro”: anche all’interno di folle oceaniche come quelle della Gmg di Cracovia è capace di guardare ciascuno dritto negli occhi. Come ha fatto con gli affacci a sorpresa dalla finestra dall’arcivescovado di Via Franciszkanka, la stessa da cui si affacciava Giovanni Paolo II. Nel primo ha ricordato Maciek, un giovane volontario che doveva essere lì ma non ce l’ha fatta perché stroncato a 20 anni da un tumore. Il Papa lo ha chiamato per nome e ha chiesto ai giovani, per un momento, di alzare lo sguardo e di non aver paura di guardare la vita, ma non dal balcone o dal divano del salotto: la vita è così, un giorno ci siamo e l’altro chissà. Perché la vita passa da qui, più che dagli schermi asettici di uno smartphone, e ha bisogno di “giovani con le scarpe” che lascino un’impronta, che sappiano giocare in campo da titolari e non da riserve.

I sogni e il realismo cristiano. E’ questo il binomio più amato dal Papa per descrivere l’universo giovanile, ai quali non fa mai sconti e chiede di declinare in senso alto la speranza cristiana, che non è mai utopica ma si nutre della concretezza della vita. I giovani sono il futuro, sono i sognatori per eccellenza, ma spesso hanno bisogno di una “bussola” per decifrare lo spessore delle loro situazioni esistenziali , misurare le difficoltà, addomesticare i desideri, tenere a bada le paure e pesare le aspettative.

Il prossimo Sinodo, insomma, potrebbe essere l’occasione per dimostrare che i giovani non sono una categoria, ma una fascia di età, fatta di volte e storie diverse, in cui c’è tutta la ricchezza della vita, con le sue gioie, le sue fatiche e le sue contraddizioni.

La Chiesa è pronta ad accompagnarli, ma anche a imparare da loro. A partire dal suo – e dal loro – “padre”, che in più occasioni ha esortato i pastori a “stare dietro”, oltre che davanti e in mezzo, alla gente. Ai giovani il ruolo di apripista, magari anche con diritto di parola all’appuntamento del 2018.

sir

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Madre Teresa: Roma, venerdì 2 veglia a San Giovanni in Laterano. Tanti gli eventi per la canonizzazione

Sarà un calendario fitto di eventi quello che precederà e seguirà la canonizzazione della beata Madre Teresa di Calcutta (1910 – 1997). La fondatrice della Congregazione delle Missionarie della Carità sarà proclamata santa da Papa Francesco domenica 4 settembre in piazza San Pietro alle 10.30 durante la solenne concelebrazione eucaristica in occasione del Giubileo degli operatori e dei volontari della misericordia. E sarà sempre il Santo Padre, il giorno precedente alle 10 in piazza San Pietro, a tenere la catechesi a loro rivolta. Mentre la Messa di ringraziamento, il 5 settembre (prima festa di Santa Teresa di Calcutta) nella basilica di San Pietro in Vaticano alle ore 10, sarà presieduta dal cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato Vaticano.

Precederanno la canonizzazione diversi appuntamenti di preghiera organizzati dalle Missionarie della Carità; due si svolgeranno nella basilica di San Giovanni in Laterano. Il primo di essi, venerdì 2 settembre, sarà la veglia di preghiera presieduta dal cardinale vicario Agostino Vallini. Intitolata “Irradiando la luce di Cristo: una chiamata alla santità”, inizierà alle 20.30. Durante la liturgia si pregherà per la pace nel mondo e la pace in ogni cuore, per la santità delle famiglie, dei religiosi e specialmente dei sacerdoti e dei missionari di misericordia e ci sarà la possibilità di accostarsi al sacramento della confessione in lingue diverse. Al termine della liturgia, come segno dell’amore della beata Madre Teresa e della sua presenza, a ciascuno verrà data una piccola immagine con una reliquia e una breve citazione. Sarà sempre la basilica lateranense a ospitare dal pomeriggio di lunedì 5 (ore 16-18) a martedì 6 settembre (ore 7-18) la venerazione delle reliquie di Santa Teresa di Calcutta. Venerazione delle reliquie che proseguirà mercoledì 7 e giovedì 8 settembre nella chiesa dei Santi Andrea e Gregorio al Celio (piazza San Gregorio, 1), dalle 9 alle 18, con la possibilità di visitare la stanza di Madre Teresa nel convento di San Gregorio (ore 8.30-18). Altri appuntamenti di preghiera sono previsti venerdì 2 settembre nella basilica di Sant’Anastasia al Palatino (piazza Sant’Anastasia): alle 9 la Messa in inglese, alle 10.30 la Messa in spagnolo e alle 12 la Messa in italiano. Al termine di ogni celebrazione sarà possibile venerare la reliquia della beata Madre Teresa e confessarsi. Il programma degli eventi prevede anche una mostra alla Lumsa e un momento di preghiera e meditazione con arte e musica a Sant’Andrea della Valle.

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Nuovo dicastero, il Papa in persona si occuperà dei migranti

 ANDREA TORNIELLI
CITTA’ DEL VATICANO – da vaticaninsider
Nasce il nuovo dicastero sociale, «per il servizio dello sviluppo umano integrale», che accorpa diversi pontifici consigli. Ma Papa Francesco, per il momento, ha stabilito che si occuperà direttamente lui del dipartimento dedicato ai migranti e rifugiati. Una scelta legata all’emergenza di questi tempi. Un modo per sottolineare l’importanza di questo tema e l’impegno personale del Pontefice. La responsabilità diretta del Vescovo di Roma è «ad tempus», cioè temporanea. Bergoglio agirà attraverso due vice, che risponderanno direttamente a lui. Dunque, anche se l’accorpamento prevede che l’attuale Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti – fino ad oggi guidato dal cardinale Antonio Maria Vegliò – diventi una delle sezioni del nuovo dicastero, la sua importanza con la decisione odierna sarà in realtà ancora più evidenziata. Avendo come commissario speciale lo stesso Pontefice.

Com’è noto sono numerose le iniziative che Francesco ha preso durante il suo pontificato: il primo viaggio fuori Roma, nel luglio 2013, è stata la visita a Lampedusa. Il Papa era rimasto colpito e commosso dalle notizie sui barconi naufragati nel Mediterraneo, con tante donne e bambini morti e rimasti in fondo al mare. Con il crescere del fenomeno, a motivo del conflitto in Siria, Bergoglio ha invitato ogni parrocchia ad accogliere una famiglia di rifugiati. E il 16 aprile 2016, per manifestare la sua vicinanza ai rifugiati, Francesco, insieme al Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo e all’arcivescovo ortodosso di Atene Hyeronimos, ha visitato il Mòria refugee camp dell’isola greca di Lesbos. A sorpresa, nel viaggio di ritorno a Roma, il Papa ha portato con sé sull’aereo dodici profughi.

Alla guida del nuovo dicastero «per il servizio dello sviluppo umano integrale» Francesco ha nominato il cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, fino ad oggi presidente del Pontificio consiglio della Giustizia e la Pace, anch’esso destinato a diventare parte del nuovo unico organismo. La proposta finale per questo dicastero era stata consegnata lo scorso giugno nelle mani del Papa dal C9, il Consiglio dei cardinali che aiuta Francesco nella riforma della Curia e nel governo della Chiesa universale. Fino a quel momento veniva definito «Carità, Giustizia e Pace». Oltre ai due pontifici consigli già citati (migranti, giustizia e pace), il nuovo dicastero ingloberà anche Cor Unum e il pontificio consiglio per la pastorale degli operatori sanitari.

Il nuovo organismo sarà operativo a partire dal prossimo 1° gennaio. Nel paragrafo 4 del primo articolo dello statuto del dicastero è precisata l’inedita competenza papale, che non ha precedenti nella storia recente della Santa Sede:
«Una Sezione del dicastero si occupa specificamente di quanto concerne i profughi e migranti. Questa sezione è posta ad tempus sotto la guida del Sommo Pontefice che la esercita nei modi che ritiene opportuni».

Il nuovo dicastero, si legge nello statuto, «assume la sollecitudine della Santa Sede per quanto riguarda la giustizia e la pace, incluse le questioni relative alle migrazioni, la salute, le opere di carità e la cura del creato». E «promuove lo sviluppo umano integrale alla luce del Vangelo e nel solco della dottrina sociale della Chiesa».

«Il dicastero – continua lo statuto – esprime pure la sollecitudine del Sommo Pontefice verso l’umanità sofferente, tra cui i bisognosi, i malati e gli esclusi, e segue con la dovuta attenzione le questioni attinenti alle necessità di quanti sono costretti ad abbandonare la propria patria o ne sono privi, gli emarginati, le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime delle forme contemporanee di schiavitù e di tortura e le altre persone la cui dignità è a rischio».

Una novità significativa è data dal fatto che il segretario e il sotto-segretario del nuovo organismo potranno essere dei laici (articolo 2 dello statuto). Nella sua attività, il dicastero potrà intrattenere relazioni con «associazioni, istituti e organizzazioni non governative, anche al di fuori della Chiesa cattolica, impegnate nella promozione della giustizia e della pace» e dialogare «con rappresentanti dei governi civili e di altri soggetti di diritto internazionale pubblico». Il nuovo dicastero lavorerà in stretta collaborazione con la Segreteria di Stato, a cui competono le relazioni con gli Stati.

Nel dicastero «per il Servizio dello sviluppo umano integrale», vengono costituite la Commissione per la carità, la Commissione per l’ecologia e la Commissione per gli operatori sanitari. L’organismo sarà competente anche su Caritas Internationalis.

Nel motu proprio che accompagna lo statuto, il Papa scrive: «In tutto il suo essere e il suo agire, la Chiesa è chiamata a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo. Tale sviluppo si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato. Il Successore dell’apostolo Pietro, nella sua opera in favore dell’affermazione di tali valori, adatta continuamente gli organismi che collaborano con lui, affinché possano meglio venire incontro alle esigenze degli uomini e delle donne che essi sono chiamati a servire». Una chiave di lettura quest’ultima, per tutta la riforma della Curia.

Infine, come spiega a Vatican Insider il vescovo Marcello Semeraro, segretario del C9, il nome scelto dal Pontefice per il nuovo dicastero parla di sviluppo (come Paolo VI nella «Populorum progressio») umano (un riferimento a «Caritas in veritate» di Benedetto XVI) integrale (come riferisce l’enciclica di Francesco «Laudato si’»).

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Papa Francesco prega per le vittime di un attentato in Turchia

È salito a 50 morti e 94 feriti il bilancio di un attentato avvenuto ieri durante un ricevimento di nozze in Turchia. L’attacco è stato ricordato oggi al termine dell’Angelus in piazza San Pietro dal Papa che ha espresso dolore per le vittime e solidarietà nella preghiera alle persone colpite.

“Cari fratelli e sorelle, mi ha raggiunto la triste notizia dell’attentato sanguinario che ieri ha colpito la cara Turchia. Preghiamo per le vittime, per i morti e i feriti e chiediamo il dono della pace per tutti”.

Una preghiera per le vittime e un’invocazione del dono della pace che avvolga tutto il Paese: così Francesco ha voluto ricordare i morti e i feriti dell’attentato terroristico di ieri a Gaziantep, città della Turchia a maggioranza curda, non lontana dal confine con la Siria. Nel corso dei primi sopralluoghi sono stati ritrovati i resti di una cintura esplosiva: sarebbe stato, dunque, un kamikaze confusosi tra gli invitati ad attivare l’esplosione, udita in tutta la città che conta circa un milione e mezzo di abitanti. La deflagrazione ha completamente distrutto la sala in cui si stava svolgendo la festa, cui partecipavano molte persone di etnia curda, comprese donne, bambini e anziani. Tra i feriti, non in modo grave, anche gli sposi, che erano fuggiti tempo fa da un villaggio curdo più a est per evitare gli scontri. Lo sposo, riferisce la Bbc, è un esponente del partito filo-curdo. La polizia, secondo quanto appreso, starebbe cercando in particolare due persone che avrebbero accompagnato l’attentatore e si sarebbero poi dileguate dopo lo scoppio.

L’attentato sarebbe di matrice jihadista, stando a quanto confermato dal governo turco, anche se non ci sarebbe ancora una rivendicazione da parte dello Stato islamico. In realtà la Turchia meridionale, e non solo,è stata più volte presa di mira dai militanti dell’Is, come pure dai separatisti curdi del Pkk. Non è però l’unica zona in cui il terrorismo islamico ha colpito. Nel luglio scorso, 44 persone sono morte in un attacco all’aeroporto di Istanbul, mentre una quarantina erano state le vittime ad Ankara a marzo.

“I terroristi, che non possono sopraffare la Turchia, non vinceranno”. Così ha esordito questa mattina il presidente turco, Erdogan, in un messaggio alla nazione all’indomani dell’attentato a Gaziantep. Nel suo comunicato, il presidente ha anche precisato che “non c’è differenza tra i seguaci di Gülen, il Pkk e l’Is. Il nostro Paese non può che reiterare un unico messaggio ai terroristi: sarete sconfitti”. Intanto anche l’Alto rappresentante della politica estera dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha espresso solidarietà alla Turchia e promesso che l’Europa resterà al fianco del popolo turco nella lotta al terrorismo. Una condanna dell’attacco in Turchia arriva anche dal presidente russo Putin.

radio vaticana

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Papa crea Commissione di studio sul Diaconato delle donne

Papa Francesco, come espresso lo scorso 12 maggio nell’incontro con le superiori generali in Aula Paolo VI, ha ufficialmente istituito una Commissione incaricata di studiare la questione del Diaconato delle donne”, “soprattutto riguardo ai primi tempi della Chiesa”.

Come presidente, Francesco ha nominato l’arcivescovo Luis Francisco Ladaria Ferrer, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede. I membri della Commissione sono 12, sei donne e sei uomini. Di seguito i loro nomi:

Rev.da Suor Nuria Calduch‑Benages, M.H.S.F.N., Membro della Pontificia Commissione Biblica;

Prof.ssa Francesca Cocchini, Docente presso l’Università «La Sapienza» e presso l’Istituto Patristico «Augustinianum», Roma;

Rev.do Mons. Piero Coda, Preside dell’Istituto Universitario «Sophia», Loppiano, e Membro della Commissione Teologica Internazionale;

Rev.do P. Robert Dodaro, O.S.A., Preside dell’Istituto Patristico «Augustinianum», Roma, e Docente di patrologia;

Rev.do P. Santiago Madrigal Terrazas, S.I., Docente di Ecclesiologia presso l’Università Pontificia «Comillas», Madrid;

Rev.da Suor Mary Melone, S.F.A., Rettore Magnifico della Pontificia Università «Antonianum», Roma;

Rev.do Karl‑Heinz Menke, Docente emerito di Teologia dogmatica presso l’Università di Bonn e Membro della Commissione Teologica Internazionale;

Rev.do Aimable Musoni, S.D.B., Docente di Ecclesiologia presso la Pontificia Università Salesiana, Roma;

Rev.do P. Bernard Pottier, S.I., Docente presso l’«Institut d’Etudes Théologiques», Bruxelles, e Membro della Commissione Teologica Internazionale;

Prof.ssa Marianne Schlosser, Docente di Teologia spirituale presso l’Università di Vienna e Membro della Commissione Teologica Internazionale;

Prof.ssa Michelina Tenace, Docente di Teologia fondamentale presso la Pontificia Università Gregoriana, Roma;

Prof.ssa Phyllis Zagano, Docente presso la «Hofstra University», Hempstead, New York.

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Terrorismo: card. Tauran a Radio Vaticana, “solo la cultura dell’incontro sconfigge odio e terrorismo”

“Il pericolo maggiore è che una volta passati il dolore e la ribellione, sia l’odio a invadere i cuori, le nostre conversazioni e i nostri atteggiamenti”. Per questo si impone oggi “un’urgenza: ed è l’educazione. L’educazione delle giovani generazioni. La persona diversa da me, che pratica un’altra religione, non è un nemico. Siamo tutti creature di Dio, siamo l’umanità”. Risponde così il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, a Radio Vaticana in un’intervista rilasciata all’indomani della scia di attentati che stanno sconvolgendo la vita quotidiana di così tante persone. “Tutti noi abbiamo ricevuto due doni straordinari da Dio: l’intelligenza per comprendere e il cuore per amare. È questo il messaggio che deve essere diffuso ed è questo il messaggio che i giovani devono ascoltare e devono vedere che ispira la nostra vita quotidiana”.
“A mano a mano che arrivano queste notizie – dice il porporato -, uno si chiede: ‘Ma perché? L’uomo è fatto per la morte?’. Un evento di questo tipo non può non suscitare queste domande fondamentali sul senso della nostra vita… Credo che in un mondo in cui tutto è precario, anche il nostro rapporto con la morte è cambiato. Una volta si diceva: ‘Prima o poi si dovrà morire’, ma in fondo non ci credeva nessuno. Adesso, la morte è in agguato ogni giorno: usciamo di casa ma non sappiamo se ci torneremo”.
Di fronte ad una tale precarietà della vita, “penso anche – osserva Tauran – che sia necessario elaborare una nuova filosofia dell’incontro. Non si potrà essere felici gli uni senza gli altri e ancor meno gli uni contro gli altri”. A questo proposito il presidente del dicastero vaticano ricorda che “il dialogo continua: ci sono state – aggiunge – testimonianze di solidarietà veramente commoventi da parte musulmana – penso al principe Bin Talal di Giordania – e progredisce anche: abbiamo ripreso gli scambi con l’Università al-Azhar del Cairo. Poi, dobbiamo considerare i sentimenti della maggior parte dei musulmani che condannano queste azioni, questi crimini abominevoli”. E conclude: “Non c’è altra soluzione: o il dialogo o il confronto. Come dico sempre, siamo condannati al dialogo”.

sir

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Papa Francesco alle contemplative nella costituzione apostolica «Vultum Dei quaerere» (La ricerca del volto di Dio)

Il Papa invita i monasteri di suore contemplative a «non lasciarsi prendere dalla tentazione del numero e della efficienza», nella costituzione apostolica «Vultum Dei quaerere» (La ricerca del volto di Dio) pubblicata oggi, scegliendo con cura le vocazioni, evitando di reclutare candidate da altri paesi «con l’unico fine di salvaguardare la sopravvivenza del monastero», rafforzando le federazioni (che possono implicare «lo scambio di monache e la condivisione di beni») e l’autonomia giuridica (che implica «un numero anche minimo di sorelle, purché la maggior parte non sia di età avanzata» e prevede un «processo di accompagnamento per una rivitalizzazione del monastero, oppure per avviarne la chiusura».

La promozione di una adeguata formazione; la centralità della “lectio divina” criteri specifici per l’autonomia delle comunità contemplative; l’appartenenza dei monasteri ad una federazione: sono i punti principali della Costituzione Apostolica “Vultum Dei quaerere. La ricerca del volto di Dio”, firmata da Papa Francesco il 29 giugno e pubblicata oggi, dedicata alla vita contemplativa femminile.

A motivare il documento, spiega papa Francesco, sono il cammino compiuto dalla Chiesa e “il rapido progresso della storia umana” a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II. Di qui, la necessità di intessere un dialogo con la società contemporanea, salvaguardando però “i valori fondamentali” della vita contemplativa, le cui caratteristiche di silenzio, ascolto e stabilità, “possono e devono costituire una sfida per la mentalità di oggi”. Introdotto da una riflessione sull’importanza delle monache e delle contemplative per la Chiesa e per il mondo, il documento indica 12 temi di riflessione e discernimento per la vita consacrata in generale e si conclude con 14 articoli dispositivi.

In un mondo che cerca Dio, anche inconsapevolmente, scrive nel documento papa Francesco, le persone consacrate devono “diventare interlocutori sapienti” per “riconoscere le domande che Dio e l’umanità pongono”. Per questo, la loro ricerca di Dio non si deve fermare mai. Francesco esprime apprezzamento per le “sorelle contemplative”, ribadendo che “la Chiesa ha bisogno” di loro per portare “la buona notizia del Vangelo” all’uomo contemporaneo. E non si tratta di una missione facile, considerata la realtà attuale che “obbedisce a logiche di potere, economiche e consumistiche”.

Tuttavia, la sfida indicata dal Pontefice alle contemplative è proprio questa: essere “fari e fiaccole” che guidano ed accompagnano il cammino dell’umanità, “sentinelle del mattino” che indicano al mondo Cristo, “via, verità e vita”. “Dono inestimabile ed irrinunciabile” per la Chiesa, dice ancora la costituzione apostolica, “la vita consacrata è una storia di amore appassionato per il Signore e per l’umanità”, che si dipana attraverso “l’appassionata ricerca del volto di Dio”, di fronte al quale “tutto si ridimensiona”, perché guardato con “occhi spirituali” che permettono di contemplare “il mondo e le persone con lo sguardo di Dio”. Di fronte alle “tentazioni”, poi, il Papa esorta le contemplative a “sostenere coraggiosamente il combattimento spirituale”, vincendo con tenacia, in particolare, “la tentazione che sfocia nell’apatia, nella routine, nella demotivazione, nell’accidia paralizzante”.

Così come invita le suore ad usare con accortezza i social network e i nuovi mas media: “strumenti utili per la formazione e la
comunicazione”, ma esorta tuttavia le suore contemplative ad “un
prudente discernimento” perché questi mezzi non siano occasione
di “dissipazione o di evasione dalla vita fraterna, danno alla
vocazione o ostacolo alla contemplazione”.

avvenire

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Largo ai vescovi da strada. La Chiesa da tre anni in qua, pian piano, procedendo gradualmente, sta mutando volto

Vaticano, promosso il vescovo che ha provato a fare il barbone

Largo ai vescovi da strada. La Chiesa da tre anni in qua, pian piano, procedendo gradualmente, sta mutando volto. Man mano che nelle diocesi i vescovi se ne vanno in pensione raggiungendo il 75esimo anno, il Papa li sta sostituendo con candidati di rottura, pastori che si avvicinano al suo modo di agire per costruire l’ospedale da campo, decisamente più aperti alla gente, accoglienti verso gli emarginati, propensi ad un dialogo a 360 gradi capace di sbriciolare steccati culturali o ideologici. In sintesi più ardimentosi e meno conformisti. L’ultima nomina che va in questa direzione riguarda il Canada, la città di Regina. A ricoprire la sede vacante è andato un giovane vescovo, Donald J. Bolen, noto per avere provato a vivere come un homeless per tre giorni, facendo la fila alle mense, chiedendo l’elemosina, dormendo in alloggi di fortuna, fraternizzando con gli altri senza tetto di Saskatoon, una cittadina canadese di 200 mila abitanti, dove le estati sono calde e gli inverni sono capaci di arrivare anche a meno 50 gradi. Bolen di quei giorni ha riportato una esperienza capace di cambiarlo. “Ho capito molte cose”.

Insomma l’identikit del vescovo ‘modello’ è il prete callejero, il prete da strada, colui che non ha paura a sporcarsi le mani, ad immergersi nella realtà circostante abbandonando, se occorre, le certezze della torre d’avorio. L’orientamento di Bergoglio era stato chiaro sin dall’inizio, anche in Italia, con la nomina di Galantino che da vescovo di Cassano allo Jonio si è ritrovato a fare il segretario della Cei. Catapultato dalla periferia al centro da un giorno all’altro. Uno che non si è mai fatto chiamare “eccellenza” ma solo don Nunzio e che ha sempre viaggiato in seconda classe o guidato la sua utilitaria un po’ scassata. Poi è stata la volta dei nuovi arcivescovi di Bologna e Palermo. Altri due esempi illuminanti. Anche lì si è trattato di una sorpresa per il profilo dei prescelti. Il nuovo vescovo di Palermo, Corrado Lorefice, prima era uno sconosciuto parroco siciliano che ha scritto un libro sulla Chiesa dei poveri secondo il Concilio Vaticano II.

A Bologna, invece, Bergoglio ha nominato Matteo Zuppi, già vescovo ausiliare di Roma, con alle spalle una storia di impegno per i poveri e per la pace in Africa. La scorsa estate, invece, aveva mandato a Padova un parroco di Mantova, Claudio Cipolla, anche in questo caso andando a pescare fuori dalla regione ecclesiastica del Triveneto e dai nomi proposti. L’idea del Papa è di mescolare le carte, scoraggiare i carrierismi e le ambizioni di chi spera in uno scatto di posizione fino arrivare alla porpora. Insomma la Chiesa 3.0.

Avvenire

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Vaticano, in Albania a settembre proclamati beati i primi martiri del comunismo

Città del Vaticano Papa Bergoglio proclama beati i primi martiri del regime di Henver Hoxa, la dittatura comunista che dal 1945 al 1990 in Albania cercò di mettere al bando Dio dalla società albanese. Nella Costituzione rimasta in vigore fino al 1992 si celebrava il “primo Stato ateo al mondo”. Prigioni, torture, lavori forzati, sevizie, uccisioni. Lo stesso destino toccato ai primi 38 beati che il prossimo 5 settembre, a Scutari, verranno elevati all’onore degli altari dal vescovo locale, su indicazione di Papa Francesco. Ad annunciarlo è stato  Francesco che ha mandato una lettera ai vescovi del Paese, ultima tappa del processo canonico che, dopo un lungo iter, ha riconosciuto la “testimonianza del martirio per la fede e la patria”.

Tra questi martiri emblematica è la vicenda di monsignor Prennushi, nato a Scutari il 4 settembre 1885. Un francescano colto e mite che venne arrestato nel 1947 e condannato a 20 anni di prigione. Morì in carcere a Durazzo, a seguito delle ripetute torture subite poiché non acconsentì alla richiesta del dittatore Hoxha di formare una Chiesa nazionale, fedele al regime comunista e non al Papa. Con questo vescovo, nella stessa prigione  c’erano anche diversi gesuiti, francescani, altri preti diocesani ed anche quattro laici, tre uomini e una donna, di varie nazionalità: due tedeschi, la maggior parte albanesi, un gesuita italiano e alcuni sacerdoti di origine croata.

Durante la dittatura la fede cattolica in Albania fu preservata grazie agli anziani preti torturati e costretti ai lavori forzati nei lager (se ne contavano 31 nel 1991 secondo i rapporti di Amnesty International), alle suore che a rischio della vita battezzavano clandestinamente i bambini e alle anziane nonne che insegnavano le preghiere ai nipoti prima di addormentarsi, nascoste sotto le coperte per non farsi sentire. Davanti alle chiese (che nel frattempo erano state confiscate e trasformate in teatri e centri sportivi) capitava di notare ogni tanto qualche cero lasciato nel buio della notte. A scuola i bambini venivano istigati a denunciare i genitori se si azzardavano a insegnare loro le preghiere; a Pasqua bastava avere l’alito che sapeva di aglio (che gli albanesi usano per festeggiare quel giorno) per rischiare l’arresto.

Il Messaggero

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Musei Vaticani in giro per l’Italia

Possiede 2797 chiavi; 300 sono quelle che utilizza quotidianamente per l’apertura e la chiusura dei Musei Vaticani. Tutte le mattine si reca alle 5.45 alla Gendarmeria vaticana per ritirare le chiavi che servono ad aprire le porte delle sale affrescate dei Musei, visitati ogni anno da 6 milioni di turisti.Gianni Crea è il clavigero dei Musei Vaticani, colui che custodisce tutte le chiavi.

“Custodisco e conservo tutte le chiavi del Museo del Papa. Trecento vengono usate quotidianamente per aprire e chiudere i diversi reparti. Le altre 2.400 chiavi vengono custodite in un bunker che prevede un sistema di condizionamento per impedire che si arrugginiscano e usate settimanalmente per verificare la funzionalità. Conosco le chiavi come le mie tasche”, spiega Crea.

Le chiavi più antiche sono tre: la numero 1 è quella del portone monumentale, attualmente l’uscita dei Musei Vaticani; la chiave numero 401 che apre il Portone di Ingresso del Museo Pio Clementino e poi c’è la chiave più grande e più importante di tutte, quella senza numero, che apre la porta della Cappella Sistina, sede dal 1492 di ogni Conclave. È la chiave più preziosa, custodita nel bunker in una busta chiusa, sigillata e controfirmata dalla direzione e ogni suo utilizzo deve essere autorizzato e protocollato su un antico registro, dove è necessario scrivere anche il motivo di ogni suo utilizzo.

Curiosità, aneddoti, immagini e filmati inediti sui Musei Vaticani e la Cappella Sistina saranno svelati in una conferenza evento in programma il 18 luglio a Reggio Calabria, prima tappa di un viaggio ideale dei Musei Vaticani in giro per l’Italia che vedrà la partecipazione di Sandro Barbagallo, curatore del Reparto collezioni storiche dei Musei Vaticani e noto critico d’arte, e Paolo Merenda, teologo e professore presso l’Istituto di Scienze Religiose “Ecclesia Mater” della Pontificia Università Lateranense.

avvenire

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Vatileaks2. Prosciolti i giornalisti, condanna per mons. Vallejo e Chaouqui

Dopo 21 udienze e otto mesi si è chiuso il primo grado del processo in Vaticano per appropriazione e divulgazione di documenti riservati. Il Tribunale ha prosciolto i due giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi, assolto Nicola Maio e condannati mons. Angel Lucio Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui. Massimiliano Menichetti da Radio Vaticana

’ il presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano Giuseppe Dalla Torre a leggere nel pomeriggio il dispositivo per il processo iniziato a fine novembre 2015. I cinque imputati sono attentissimi, Nicola Maio tiene la mani serrate sul viso. Il Tribunale “rileva” “il difetto di giurisdizione”, ovvero non può giudicare, per quanto riguarda gli imputati Gianluigi Nuzzi e Emiliano Fittipaldi. La sentenza, perciò, non entra nel merito se ci siano state pressioni o meno da parte dei giornalisti per avere i documenti riservati. I giornalisti sono prosciolti e si lanciano uno sguardo che pesa di emozione.

Assolto dai capi d’accusa l’ex segretario esecutivo di Cosea, Nicola Maio. La condanna a 18 mesi di carcere è per mons. Angel Lucio Vallejo Balda, ex segretario della Commissione incaricata di studiare e raccogliere dati sugli enti vaticani e della Santa Sede. Secondo i magistrati ha dunque sottratto e consegnato ai giornalisti i documenti riservati. Il prelato resterà in semilibertà entro i confini vaticani. Condannata, per “concorso” anche Francesca Immacolata Chaouqui a 10 mesi di detenzione, con il beneficio della sospenzione condizionale della pena.

“Un grande giorno per questo Stato”, commenta Nuzzi, che dopo la lettura del dispositivo abbraccia il collega Fittipaldi. La stessa cosa fa Maio con il legale che l’ha difeso per otto lunghi mesi. Più defilati Francesca Immacolata Chaouqui e mons. Vallejo Balda. Centrale oggi anche la parte della sentenza relativa alla “libertà di Stampa e manifestazione del pensiero” in Vaticano dove si precisa che “sono radicati e garantiti dal Diritto Divino”. Per tutti gli imputati è caduta l’accusa di associazione criminosa, da oggi l’Ufficio del promotore di Giustizia e gli imputati hanno 3 giorni di tempo per un eventuale ricorso.

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Papa Francesco: Angelus, no a “carrierismo” e “sete di potere”

“Il Regno di Dio si costruisce giorno per giorno e offre già su questa terra i suoi frutti di conversione, di purificazione, di amore e di consolazione tra gli uomini. È una cosa bella! Costruire giorno per giorno questo Regno di Dio che si va facendo. Non distruggere, costruire!”. Lo ha esclamato il Papa, durante l’Angelus di ieri, in cui ricordando le parole di Gesù – “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” – ha sottolineato che “l’ostilità è sempre all’inizio delle persecuzioni dei cristiani; perché Gesù sa che la missione è ostacolata dall’opera del maligno”. Per questo, “l’operaio del Vangelo si sforzerà di essere libero da condizionamenti umani di ogni genere, non portando borsa, né sacca, né sandali, come ha raccomandato Gesù, per fare affidamento soltanto sulla potenza della Croce di Cristo”. Di qui la necessità di “abbandonare ogni motivo di vanto personale, di carrierismo o fame di potere, e farsi umilmente strumenti della salvezza operata dal sacrificio di Gesù”.  “Quella del cristiano nel mondo è una missione stupenda, è una missione destinata a tutti, è una missione di servizio, nessuno escluso”, ha commentato il Papa, secondo il quale “c’è tanto bisogno di cristiani che testimoniano con gioia il Vangelo nella vita di ogni giorno”, come “sacerdoti – quei bravi parroci che tutti conosciamo -, suore, consacrate, missionarie, missionari…”. “Quanti di voi giovani che adesso siete presenti oggi nella piazza, sentono la chiamata del Signore a seguirlo?”, la domanda di Francesco: “Non abbiate paura! Siate coraggiosi”.

agensir

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