Vangelo della domenica. La vostra pace scenderà su di lui (Lc 10,1-12.17-20)

(a cura Redazione “Il sismografo”) 

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra.Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città».I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».Parola del Signore.
Commento di mons. Pierbattista Pizzaballa
Il Vangelo di Luca è il solo a raccontare due volte l’invio in missione dei discepoli: la prima volta, all’inizio del capitolo 9, riguarda i Dodici ed è riservata al popolo di Israele; la seconda -che leggiamo oggi e che si trova al capitolo 10- si allarga ad un numero più ampio, ai 72 discepoli, ed è destinata a tutti, anche ai popoli pagani.
All’evangelista sta particolarmente a cuore affermare che la vita del discepolo è partecipare alla stessa missione di Gesù: Gesù è l’inviato del Padre (cfr v. 16; anche Gv 9) per portare tutti gli uomini all’incontro con Lui, ad una vita da figli; e chi accoglie la salvezza, a sua volta si mette in cammino, dietro a Lui, per contagiare altri con la stessa esperienza di vita: non è qualcosa di facoltativo, non è un optional; è essenziale. Il messaggio cristiano, se si tiene per sé, muore.
Inviando i suoi, Gesù non fa progetti, non insegna strategie, non pianifica il cammino: semplicemente educa ad uno stile, ed è uno stile che ha tutto il gusto della novità del Vangelo. Non fa programmazioni, dunque, ma “getta” i suoi nella vita, li fa entrare nelle case e nelle piazze, lì dove l’uomo vive. Chiede di mangiare con la gente, di aver cura dei loro malati, di partecipare delle loro sofferenze.
Il messaggio cristiano non è un’idea, ma ha bisogno di una casa, di una città, dove entrare e plasmare la vita.
Lo ritroviamo, questo stile paradossale, in alcune espressioni del discorso di Gesù ai suoi missionari.
“Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10,3): il “programma” della missione è un programma pasquale, perché certamente dovrà farsi carico del male presente nella realtà che si incontra. Il Signore non manda i suoi a fare una passeggiata, a raccontare delle cose interessanti che verranno accolte con facilità e disponibilità. Non promette facili risultati, non illude nessuno. Il Signore manda i suoi ad entrare nella morte del mondo, per annunciare che proprio lì –per grazia- accade la salvezza. E questo messaggio accoglierà certamente ostacoli e rifiuti, come è accaduto per Gesù stesso.
Eppure Gesù li manda, sapendo che partire significa donare la vita; e chiede di farlo nello stile dell’agnello mansueto, perché solo questo atteggiamento di mitezza potrà vincere il male. Non con la forza, non con il potere, non con i propri mezzi, ma con l’umile testimonianza dell’amore.
“Non portate borsa, né sacca, né sandali” (Lc 10,4).
Quando si parte per un viaggio, si cerca di prevedere e di prendere con sé tutto ciò che potrà servire. Gesù fa il contrario, e chiede di non portare nulla. Perché?
Perché il successo della missione non dipenderà dai mezzi o dall’equipaggiamento, ma dalla testimonianza umile della vita, che annuncia un Dio che si è fatto povero e solidale.
I discepoli partono poveri perché sappiano aver bisogno dell’altro, sappiano far spazio dentro di sé all’altro, sappiano innanzitutto chiedere. Amare l’altro non è solo dargli qualcosa, ma anche aver bisogno di lui.
Partono poveri, perché possano fidarsi di Colui che li ha mandati, e di coloro che li accoglieranno.
I missionari non sono persone che hanno tutto, che sanno tutto, che pensano di avere tutto ciò di cui gli altri hanno bisogno. Partono umili, perché solo se hanno imparato ad aver bisogno possono davvero incontrare l’altro: così si lasceranno evangelizzare anche loro per primi, e proprio dalle persone che incontreranno.
“Non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada” (Lc 10,4). Anche questo è molto strano. Il riferimento è ad un episodio dell’Antico testamento (2Re 4,29), in cui il profeta Eliseo manda il suo servo Giezi a ridare vita al figlio della Sunnamita: non c’era tempo da perdere, il viaggio era urgente, non ci si doveva perdere in convenevoli. Allora è come se Gesù dicesse ai suoi: guardate che è questione di vita e di morte, state portando la vita ai morti. Non perdete tempo, perché questo è il tempo favorevole, è l’ora della salvezza.
“Se vi sarà un figlio della pace, la pace scenderà su di lui, altrimenti tornerà su di voi” (Lc 10,6). La pace è il grande annuncio di Gesù: pace tra cielo e terra, tra Dio e gli uomini, pace ai vicini e ai lontani, pace tra gli uomini di nuovo fratelli. È la pace del Risorto, quella che ha vinto la morte, che ha riconciliato l’uomo con Dio, che l’ha liberato dalla morte. Ed è una pace che non si può perdere: gli apostoli sono chiamati a darla, ma se non viene accolta, l’apostolo non perde la sua pace, che ritorna a lui.
La pace vera è quella del Risorto, che è già passata attraverso il rifiuto, attraverso la morte: è dunque una pace mite, e non può andare perduta.
“Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti in cielo” (Lc 10, 20). I discepoli partono, e il Vangelo ce li descrive già di ritorno, lieti per i loro risultati pastorali. Il Signore non sminuisce la loro gioia, ma la interpreta come un segno del Regno che sta venendo sulla terra.
E poi non lascia che i suoi si fermino ai risultati.
Il discepolo è un uomo libero: libero dai successi pastorali, e quindi anche dagli insuccessi.
La sua gioia vera è quella di chi sa che la propria vita (e anche quella di tutti coloro ai quali ha portato la buona notizia) è scritta nei cieli, cioè è custodita in Dio.

Il Vangelo. Domenica di Pentecoste. Lo Spirito Santo? È Dio in libertà

di Ermes Ronchi – Avvenire

Domenica di Pentecoste
Anno C

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».
Lo Spirito, il misterioso cuore del mondo, radice di ogni femminilità che è nel cosmo (Davide M. Montagna), vento sugli abissi e respiro al primo Adamo, è descritto in questo vangelo attraverso tre azioni: rimarrà con voi per sempre, vi insegnerà ogni cosa, vi ricorderà tutto quello che vi ho detto. Tre verbi gravidi di bellissimi significati profetici: “rimanere, insegnare e ricordare”. 
Rimanere, perché lo Spirito è già dato, è già qui, ha riempito la “camera alta”
di Gerusalemme e la dimora intima del cuore. Nessuno è solo, in nessuno dei giorni. Se anche me ne andassi lontano da lui, lui non se ne andrà mai. Se lo dimenticassi, lui non mi dimenticherà. È un vento che non ci spinge in chiesa, ma ci spinge a diventare chiesa, tempio dove sta tutto Gesù.
Insegnare ogni cosa: nuove sillabe divine e parole mai dette ancora, aprire uno spazio di conquiste e di scoperte. Sarà la memoria accesa di ciò che è accaduto “’in quei giorni irripetibili” quando la carne umana è stata la tenda di Dio, e insieme sarà la tua genialità, per risposte libere e inedite, per oggi e per domani. Letteralmente “in-segnare” significa incidere un segno dentro, nell’intimità di ciascuno, e infatti con ali di fuoco/ ha inciso lo Spirito /come zolla il cuore (Davide M. Montagna).
Ricordare: vuol dire riaccendere la memoria di quando passava e guariva la vita e diceva parole di cui non si vedeva il fondo; riportare al cuore gesti e parole di Gesù, perché siano caldi e fragranti, profumino come allora di passione e di libertà. Lo Spirito ci fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, incantamento, fervore, poesia, perché “la fede senza stupore diventa grigia” (papa Francesco). 
Un dettaglio prezioso rivela una caratteristica di tutte e tre le azioni dello Spirito: rimarrà sempre con voi; insegnerà ogni cosa, ricorderà tutto.
Sempre, ogni cosa, tutto, un sentore di pienezza, completezza, totalità, assoluto. Lo Spirito avvolge e penetra; nulla sfugge ai suoi raggi di fuoco, ne è riempita la terra (Sal 103), per sempre, per una azione che non cessa e non delude. E non esclude nessuno, non investe soltanto i profeti di un tempo, le gerarchie della Chiesa, o i grandi mistici pellegrini dell’assoluto. Incalza noi tutti, cercatori di tesori, cercatrici di perle, che ci sentiamo toccati al cuore dal fascino di Cristo e non finiamo mai di inseguirne le tracce.
Che cos’è lo Spirito santo? È Dio in libertà. Che inventa, apre, fa cose che non t’aspetti. Che dà a Maria un figlio fuorilegge, a Elisabetta un
figlio profeta. E a noi dona, per sempre, tutto ciò di cui abbiamo bisogno per diventare, come madri, dentro la vita donatori di vita.
(Letture: Atti 2,1-11; Salmo 103; Romani 8,8-17; Giovanni 14, 15-16.23-26).

Il Vangelo. A Nazaret il sogno di un mondo nuovo

III Domenica
Tempo ordinario – Anno C

[…] In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me» […]

Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Sembrano più attenti alla persona che legge che non alla parola proclamata. Sono curiosi, lo conoscono bene quel giovane, appena ritornato a casa, nel villaggio dov’era cresciuto nutrito, come pane buono, dalle parole di Isaia che ora proclama: «Parole così antiche e così amate, così pregate e così agognate, così vicine e così lontane. Annuncio di un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell’umanità» (R. Virgili). Gesù davanti a quella piccolissima comunità presenta il suo sogno di un mondo nuovo. E sono solo parole di speranza per chi è stanco, o è vittima, o non ce la fa più: sono venuto a incoraggiare, a portare buone notizie, a liberare, a ridare vista. Testo fondamentale e bellissimo, che non racconta più “come” Gesù è nato, ma “perché” è nato. Che ridà forza per lottare, apre il cielo alle vie della speranza. Poveri, ciechi, oppressi, prigionieri: questi sono i nomi dell’uomo. Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo. E lo scopo che persegue non è quello di essere finalmente adorato e obbedito da questi figli distratti, meschini e splendidi che noi siamo. Dio non pone come fine della storia se stesso o i propri diritti, ma uomini e donne dal cuore libero e forte. E guariti, e con occhi nuovi che vedono lontano e nel profondo. E che la nostra storia non produca più poveri e prigionieri. Gesù non si interroga se quel prigioniero sia buono o cattivo; a lui non importa se il cieco sia onesto o peccatore, se il lebbroso meriti o no la guarigione. C’è buio e dolore e tanto basta per far piaga nel cuore di Dio. Solo così la grazia è grazia e non calcolo o merito. Impensabili nel suo Regno frasi come: «È colpevole, deve marcire in galera». Il programma di Nazaret ci mette di fronte a uno dei paradossi del Vangelo. Il catechismo che abbiamo mandato a memoria diceva: «Siamo stati creati per conoscere, amare, servire Dio in questa vita e poi goderlo nell’eternità». Ma nel suo primo annuncio Gesù dice altro: non è l’uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l’uomo. C’è una commozione da brividi nel poter pensare: Dio esiste per me, io sono lo scopo della sua esistenza. Il nostro è un Dio che ama per primo, ama in perdita, ama senza contare, di amore unilaterale. La buona notizia di Gesù è un Dio sempre in favore dell’uomo e mai contro l’uomo, che lo mette al centro, che dimentica se stesso per me, e schiera la sua potenza di liberazione contro tutte le oppressioni esterne, contro tutte le chiusure interne, perché la storia diventi totalmente “altra” da quello che è. E ogni uomo sia finalmente promosso a uomo e la vita fiorisca in tutte le sue forme.
(Letture: Neemia 8,2-4.5-6.8-10; Salmo 18; 1 Corinzi 12,12-30; Luca 1,1-4; 4,14-21)

Vangelo della domenica. Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù (Gv 2,1-11)

(a cura Redazione “Il sismografo”)

“In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.

Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.”
Parola del Signore
Commento di mons. Pierbattista Pizzaballa
L’evangelista Giovanni è molto attento a rileggere l’esperienza di Gesù a partire dal Libro della Genesi.
Come Genesi, infatti, Giovanni inizia il suo racconto con l’espressione “in principio”; e come Genesi raccoglie questo principio nel racconto di una settimana, scandita giorno dopo giorno.
È come dire che è in atto una nuova creazione: come Dio aveva creato il mondo e l’uomo in sei giorni, -dopo di che, il settimo giorno, si era riposato-, così Gesù ora ricrea l’uomo e la realtà, fa rivivere tutto il creato e lo riporta alla sua bellezza originaria, lo riporta al suo vero principio, cioè al Padre.
Il brano che abbiamo ascoltato oggi (Gv 2,1-11) inizia proprio con un’annotazione temporale: “Il terzo giorno vi fu una festa di nozze…” (Gv 2,1). Giovanni aveva raccontato i primi tre giorni trascorsi da Gesù in Galilea, dove si era creato intorno a Lui il primo nucleo di discepoli (Gv 1,19-51). Da lì, insieme a loro, era partito per la Galilea dove, il terzo giorno, aveva partecipato a questa festa di nozze.
Bisogna fermarsi un po’ su queste annotazioni: è il sesto giorno, ovvero quello della creazione dell’uomo; ma Giovanni ci tiene a precisare che è anche il terzo dall’arrivo in Galilea, e questo tre rimanda al grande giorno dell’alleanza secondo quanto è riportato al capitolo 19 del Libro dell’Esodo (Es 19,1; 19,16): il terzo giorno Dio si rivela al popolo in una grande teofania, e dona ad Israele le dieci parole (i dieci comandamenti) che saranno alla base della loro relazione, della loro alleanza.
Cosa vuol dire l’evangelista Giovanni esplicitando questi richiami nell’episodio delle nozze di Cana? Quale nuova creazione è in atto, quale gloria (Gv 2,11) Gesù rivela ai suoi?
In realtà, l’interrogativo è d’obbligo perché a Cana sembra non accadere nulla di veramente eclatante.
Gesù è ad una festa di nozze, e manca il vino (Gv 2,3): certo è un problema, ma non si può dire che sia un evento drammatico, una questione di vita o di morte.
Invece questo miracolo è così importante che Giovanni sottolinea che con esso Gesù dà inizio a tutti gli altri suoi segni, che con esso manifesta la sua gloria e che grazie ad esso i suoi discepoli credono in Lui (Gv 2,11).
A Cana non accade nulla di eclatante se non che un evento ordinario di vita viene ritenuto da Gesù così importante da operare il suo primo miracolo.
E lo fa con uno spreco inaudito, perché la semplice gioia di due sposi vale questo spreco, questo sovrappiù di amore e di dono. Ecco l’uomo nuovo che Gesù crea: l’uomo che Dio ama in eccesso, a cui Dio rivela questo amore, questa parola.
E i discepoli sono chiamati a credere proprio a questo, a vedere la gloria di Dio che si rivela non più come sul monte Sinai tra lampi e tuoni, ma nella gioia ritrovata di due sposi.
Ma qual è la condizione perché questo possa accadere?
Mi sembra che nel testo possiamo scorgerne almeno due.
La prima è già preannunciata in Esodo 19, quando, all’annuncio della venuta del Signore, il popolo aveva esclamato: “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo!” (Es 19, 8). E così, proprio nello stesso modo, avviene a Cana, dove Maria dice ai servi: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5).
La condizione perché il nuovo popolo dei credenti possa ricevere il vino buono della nuova alleanza è quello di “fare la Parola”, ovvero di fidarsi totalmente della Parola del Signore, di quella Parola che dal principio dice il suo amore per noi, il suo desiderio di avere con noi una relazione sponsale, intima, unica.
Dove ci porterà questa obbedienza amorosa?
L’evangelista Giovanni dice che questa obbedienza ci porta a Betania. Lì, infatti, al capitolo 12, c’è l’episodio speculare a questo delle nozze di Cana. È il primo giorno dell’ultima settimana vissuta da Gesù (Gv 12,1), e lì una donna dice il suo amore per Lui ungendolo con un’essenza di puro nardo.
Le nozze, allora, iniziano a Cana, ma si compiono a Betania, dove la sposa risponde all’amore del suo Signore con lo stesso suo stile di abbondanza, di spreco, di dono.
La seconda condizione, anche questa indicataci dalla Madre del Signore, è quella di chiedere a Lui, e non ad altri, il vino (Gv 2,3). Maria, giustamente, non rivolge la sua domanda al maestro di tavola, né a nessun altro, perché sa bene che nessuno può più donare il vino che manca.
C’è, nel cuore dell’uomo, una mancanza radicale di vita e di amore; e questa nuova abbondanza di vita scaturirà per tutti dalla sorgente che si aprirà dal costato di Cristo, il terzo giorno, dove sarà chiaro che la gloria del Signore sarà il suo averci amati fino alla fine.
+Pierbattista

Il Vangelo Domenica 20 Gennaio 2019. Cana, i nostri cuori come anfore da riempire

da Avvenire- di Ermes Ronchi

II Domenica
Tempo ordinario – Anno C

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». […]

C’è una festa grande, in una casa di Cana di Galilea: le porte sono aperte, come si usa, il cortile è pieno di gente, gli invitati sembrano non bastare mai alla voglia della giovane coppia di condividere la festa, in quella notte di fiaccole accese, di canti e di balli. C’è accoglienza cordiale perfino per tutta la variopinta carovana che si era messa a seguire Gesù, salendo dai villaggi del lago. Il Vangelo di Cana coglie Gesù nelle trame festose di un pranzo nuziale, in mezzo alla gente, mentre canta, ride, balla, mangia e beve, lontano dai nostri falsi ascetismi. Non nel deserto, non nel Sinai, non sul monte Sion, Dio si è fatto trovare a tavola. La bella notizia è che Dio si allea con la gioia delle sue creature, con il vitale e semplice piacere di esistere e di amare: Cana è il suo atto di fede nell’amore umano. Lui crede nell’amore, lo benedice, lo sostiene. Ci crede al punto di farne il caposaldo, il luogo originario e privilegiato della sua evangelizzazione. Gesù inizia a raccontare la fede come si racconterebbe una storia d’amore, una storia che ha sempre fame di eternità e di assoluto. Il cuore, secondo un detto antico, è la porta degli dei. Anche Maria partecipa alla festa, conversa, mangia, ride, gusta il vino, danza, ma insieme osserva ciò che accade attorno a lei. Il suo osservare attento e discreto le permette di vedere ciò che nessuno vede e cioè che il vino è terminato, punto di svolta del racconto: (le feste di nozze nell’Antico Testamento duravano in media sette giorni, cfr. Tb 11,20, ma anche di più). Non è il pane che viene a mancare, non il necessario alla vita, ma il vino, che non è indispensabile, un di più inutile a tutto, eccetto che alla festa o alla qualità della vita. Ma il vino è, in tutta la Bibbia, il simbolo dell’amore felice tra uomo e donna, tra uomo e Dio. Felice e sempre minacciato. Non hanno più vino, esperienza che tutti abbiamo fatto, quando ci assalgono mille dubbi, e gli amori sono senza gioia, le case senza festa, la fede senza slancio. Maria indica la strada: qualunque cosa vi dica, fatela. Fate ciò che dice, fate il suo Vangelo, rendetelo gesto e corpo, sangue e carne. E si riempiranno le anfore vuote del cuore. E si trasformerà la vita, da vuota a piena, da spenta a felice. Più Vangelo è uguale a più vita. Più Dio equivale a più io. Il Dio in cui credo è il Dio delle nozze di Cana, il Dio della festa, del gioioso amore danzante; un Dio felice che sta dalla parte del vino migliore, del profumo di nardo prezioso, che sta dalla parte della gioia, che soccorre i poveri di pane e i poveri di amore. Un Dio felice, che si prende cura dell’umile e potente piacere di vivere. Anche credere in Dio è una festa, anche l’incontro con Dio genera vita, porta fioriture di coraggio, una primavera ripetuta.
(Letture: Isaia 62,1-5; Salmo 95; 1 Corinzi 12,4-11; Giovanni 2,1-11)

Paolo e il suo Vangelo

Paolo e il suo Vangelo. La vita, la missione e le lettere

da settimananews

Docente all’Università Pontificia Salesiana, Benzi amplia il suo precedente volume del 2000 con il materiale delle lezioni tenute all’ISSR “Alberto Marvelli” di Rimini. La sua opera non vuole essere una biografia di Paolo né un’introduzione alla sua teologia e neppure riportare l’esegesi di alcuni brani scelti. In ogni caso, viene fornita una sintetica raccolta dei dati riguardanti la sua persona e la sua attività seguendo il filo degli Atti degli Apostoli.

La presentazione di Paolo nel suo contesto storico e culturale (pp. 9-84) abbraccia la descrizione dei suoi viaggi, l’esame del suo duplice rapporto con la cultura ebraica (sinagoghe, Scritture, Legge, Tradizione) e, nello stesso tempo, con la cultura ellenistica nella sua qualità di cittadino romano (di cui Benzi non propone una soluzione precisa per la sua acquisizione). Non mancano indicazioni sulle caratteristiche del suo stato fisico, civile, intellettuale ecc. Sono le notizie fondamentali sulla sua persona, la sua vita con la sua cronologia, le sue caratteristiche culturali e religiose fondamentali.

L’autore raccoglie la parte centrale del suo studio sotto la categoria “vangelo” che, secondo lui, costituisce una cifra riassuntiva del suo pensiero (“Il vangelo di Paolo”, pp. 85-157). Paolo è l’uomo del vangelo. Dell’apostolo si narra per ben tre volte l’incontro decisivo con Cristo nell’evento di Damasco.

Il fatto gratuito della salvezza operata da Gesù tramite il dono della sua vita nella morte e risurrezione, trasmesso ai credenti in lui grazie all’azione dello Spirito effuso nei cuori, costituisce il nucleo centrale delle convinzioni di Paolo. Ad esso egli si dedica con tutte le proprie energie intellettuali, affettive ed evangelizzatrici. Il vangelo costituito da Gesù diventa in tal modo il “mio” vangelo, al quale Paolo si sente chiamato e di cui diventa l’evangelizzatore ad ogni costo e a qualsiasi livello culturale, religioso ed etnico. Il suo stile di evangelizzazione è itinerante, unito al lavoro manuale se necessario, gratuito, per non essere confuso con l’attività dei filosofi ambulanti, molti dei quali veri e propri imbroglioni.

Nella terza parte del suo volume (pp. 157-226) Benzi presenta sinteticamente le tredici lettere attribuite a Paolo nella sua corrispondenza con le varie comunità. Oltre alle sette riconosciute unanimemente come autoriali di Paolo (o homologoumena: Rm, 1-2Cor, Gal, Fil, 1Ts, Fm), vengono presentate anche quelle discusse o pseudepigrafiche: le antilegomena (Ef, Col, 2Ts) e le lettere “pastorali”: 1-2Tm, Tt.

La conclusione dello studio (pp. 227-238) è costituita da una densa riflessione sull’itinerario educativo della fede cristiana in ordine alla configurazione a Cristo, tratteggiata sul filo dei versetti di Rm 12,1-2.

Dal 2008 al 2014 Benzi è stato direttore dell’Ufficio catechistico nazionale della CEI, e il taglio kerigmatico-catechistico dei suoi interessi biblici, unito alla sua preparazione tecnica di natura esegetica, è ben evidenziato nella riflessione che chiude il volume.

Il cammino che il Paolo “educatore” propone alle sue comunità parte dalla considerazione del fatto che il referente del suo annuncio è l’adulto in situazione (andrologia paolina). Senza proporre una teoria educativa, Paolo «è il primissimo testimone di un itinerario che il cristiano battezzato deve compiere perché il mistero pasquale del Cristo nel quale è stato immerso possa rilucere in pienezza nella sua vita» (p. 228).

Per ricercare un riferimento antropologico e teologico a una teoria dell’educazione e della formazione, Benzi propone di tener presente la lezione di Lonergan.

La “pedagogia” paolina presenta per Benzi tre livelli:

1) l’azione costruttiva di un atteggiamento cristiano fedele alla prospettiva biblica;

2) la metafora rigenerativa dell’apostolo nei confronti della comunità (metafora materna e paterna; Paolo parla da “persona” a “persone”);

3) la dinamica configurativa a Cristo così come è delineata da Rm 12,1-2 (“culto razionale”) e sviluppata in Rm 12,1–15,13, capitoli a carattere parenetico/esortativo incentrati sull’amore ad intra e ad extra della comunità.

Alle pp. 239-245 è raccolta la bibliografia su Paolo, costituita dalle opere e dai contributi citati nel corso del volume.

Siamo certi che il volume di Benzi potrà concorrere ad una maggior conoscenza, stima e assimilazione della figura e del pensiero di un campione delle vita cristiana, l’“apostolo del vangelo”. Un amore e un’accoglienza che superi definitivamente ogni pregiudizio e la conoscenza settoriale e frammentaria elaborata a partire dalla sola lettura “a spezzoni” proposta dalla liturgia.

Guido Benzi, Paolo e il suo Vangelo. La vita, la missione e le lettere(Itinerari bilici s.n.), Queriniana, Brescia 2018, pp. 256, € 18,00, ISBN 978-88-399-2914-3.

Dario Viganò: immagini e Vangelo

Vaticano

SettimanaNews

(Lorenzo Prezzi) Quello che è importante per il cristianesimo – dichiara mons. Dario Edoardo Viganò, in questa seconda parte dell’intervista – è fornire attrezzi d’analisi per decodificare la manipolazione a cui vengono sottoposti i segni religiosi immessi dai media in questo pluralismo di linguaggi e pseudo-culture.

Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio. Commento al Vangelo Epifania

Epifania del Signore

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. […]

Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia. «Alza il capo e guarda». Due verbi bellissimi: alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo. E guarda, cerca un pertugio, un angolo di cielo, una stella polare, e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti. Il Vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro. Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica. Poi il momento più sorprendente: il cammino dei Magi è pieno di errori: perdono la stella, trovano la grande città anziché il piccolo villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute. Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni. Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche. Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui. Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande. Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono. Adorano un bambino. Lezione misteriosa: non l’uomo della croce né il risorto glorioso, non un uomo saggio dalle parole di luce né un giovane nel pieno del vigore, semplicemente un bambino. Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi. E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti. Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo! Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce, è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo che distruggono sogni e speranze. Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque: Hai trovato il Bambino? Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone; cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.
(Letture: Isaia 60,1-6; Salmo 71; Efesini 3,2-3.5-6; Matteo 2,1-12)

di Ermes Ronchi – Avvenire

Dio racchiude il grande nel piccolo, l’eternità nell’attimo. Commento al Vangelo Domenica 17 Giugno 2018

XI Domenica
Tempo ordinario Anno B

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra (…)».

Gesù, narratore di parabole, sceglie sempre parole di casa, di orto, di lago, di strada: parole di tutti i giorni, dirette e immediate, laiche. Racconta storie di vita e le fa diventare storie di Dio, e così raggiunge tutti e porta tutti alla scuola delle piante, della senape, del filo d’erba, perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della natura coincidono; quelle che reggono il Regno di Dio e quelle che alimentano la vita dei viventi sono le stesse. Reale e spirituale coincidono.

Accade nel Regno ciò che accade nella vita profonda di ogni essere. C’è una sconosciuta e divina potenza che è all’opera, instancabile, che non dipende da te, che non devi forzare ma attendere con fiducia. Gesù ha questa bellissima visione del mondo, della terra, dell’uomo, al tempo stesso immagine di Dio, della Parola e del regno:
tutto è in cammino, un fiume di vita che scorre e non sta fermo. Tutto il mondo è incamminato, con il suo ritmo misterioso, verso la fioritura e la fruttificazione. Il paradigma della pienezza regge la nostra fede. Mietiture fiduciose, abbondanti. Gioia del raccolto. Sogni di pane e di pace. Positività.
Il
terreno produce da sé, per energia e armonia proprie: è nella natura della natura di essere dono, di essere crescita. È nella natura di Dio. E anche dell’uomo. Dio agisce in modo positivo, fiducioso, solare; non per sottrazione, mai, ma sempre per addizione, aggiunta, incremento di vita. Con l’atteggiamento determinante della fiducia!
Il terreno produce spontaneamente. Non fa sforzo alcuno il seme, nessuna fatica per il terreno, la lucerna non deve sforzarsi per dare luce se è accesa; il sale non fa sforzo alcuno per dare sapore ai piatti. Dare è nella loro natura. È la legge della vita: per star bene anche l’uomo deve dare. Quando è maturo infine il frutto si dà, si consegna, espressione inusuale e bellissima, che riporta il verbo stesso con cui Gesù si consegna alla sua passione. E ricorda che l’uomo è maturo quando, come effetto di una vita esatta e armoniosa, è pronto a donarsi, a consegnarsi, a diventare anche lui pezzo di pane buono per la fame di qualcuno. Nelle parabole, il Regno di Dio è presentato come un contrasto: non uno scontro apocalittico, bensì un contrasto di crescita, di vita. Dio viene come un contrasto vitale, come una dinamica che si insedia al centro, un salire, un evolvere, sempre verso più vita. Quando Dio entra in gioco, tutto entra in una dinamica di crescita, anche se parte da semi microscopici:

Dio ama racchiudere
il grande nel piccolo:
l’universo nell’atomo
l’albero nel seme
l’uomo nell’embrione
la farfalla nel bruco
l’eternità nell’attimo
l’amore in un cuore
se stesso in noi.
(Letture: Ezechiele 17, 22-24; Salmo 91; 2 Corinzi 5,6-10; Matteo 4, 26-34).

di Ermes Ronchi – Avvenire