Una teologia per la società?

settimananews

teologia per la società


Una delle questioni più importanti per il futuro della teologia nel nostro paese, che ha già un certo impatto sull’attività di chi si occupa professionalmente di questa disciplina, è il suo ruolo nell’ambito civile. Da un lato, si sta abbandonando la convinzione che la sfera pubblica debba essere conquistata dal pensiero cristiano, in quanto senza riferimenti alla dimensione religiosa essa resterebbe senza alcun fondamento teorico e quindi tendenzialmente instabile. Dall’altro, però, ci risulta ancora molto difficile enucleare le valenze culturali del cristianesimo in modo tale che esse possano essere ascoltate nel dibattito pubblico, e siano utili non ad “ecclesializzare” la società, ma a farla crescere nella via di quei valori creaturali che Dio ha posto a suo fondamento.

Per una strada non ecclesiale

Ciò non toglie che una Chiesa che sa ispirare in modo sapiente il contesto civile in cui vive finisca per godere di una maggiore autorevolezza anche quando svolga la sua attività primaria, cioè l’evangelizzazione delle singole persone. Resta il fatto, però, che, se ogni individuo è chiamato alla fede in Gesù ed è quindi debitore dell’annuncio evangelico, la società in quanto tale deve restare non confessionale, e quindi camminare verso il regno di Dio per una strada non ecclesiale.

pluralismo sociale

La teologia nel contesto pubblico dovrebbe precisamente favorire tale processo, cosa che evidentemente non è semplice.

A mio parere, la maggiore difficoltà della riflessione teologica a servire questo aspetto del disegno divino della salvezza è data dal fatto che essa non può limitarsi ad immettere nel contesto pubblico quanto ha già elaborato per servire la fede dei credenti e delle comunità.

In altre parole, una teologia intesa tradizionalmente come fides quaerens intellectum non può funzionare nel contesto civile, in quanto quest’ultimo non può fare proprie alcune imprescindibili premesse metodologiche della prima. Occorre, quindi, dar vita ad una teologia per la società e per l’università che, pur mantenendo le sue radici nella Tradizione della fede ecclesiale e nella sua interpretazione ad opera di una teologia per la Chiesa, si dedichi a riflettere sulla valenza culturale di questo patrimonio, in modo da proporre nel dibattito pubblico qualcosa che possa essere effettivamente fruito dalle istituzioni laiche e da chi non è cattolico.

Le fonti bibliche della cristologia

Per chiarire meglio la necessità di una teologia distinta da quella finalizzata in senso ecclesiale, vorrei fare un esempio a partire da una tematica teologica concreta, cioè l’uso delle fonti bibliche nell’elaborazione della cristologia.

Come è assodato da diversi decenni anche nella visione cattolica, dal punto di vista strettamente storiografico il Cristo raccontato dai quattro vangeli non corrisponde esattamente alla figura storica di Gesù di Nazareth. Le narrazioni evangeliche, infatti, non sono delle cronache giornalistiche ma delle interpretazioni di fede, in cui la narrazione di ciò che Gesù ha realmente detto è fatto è stata opportunamente reinterpretata dalle comunità delle origini e ultimamente dagli evangelisti per trasmettere una specifica lettura della sua identità e del suo messaggio.

Ora, una teologia finalizzata in senso ecclesiale – la fides quaerens intellectum – parte dal presupposto indiscutibile che le interpretazioni che le comunità delle origini hanno dato della persona di Gesù, delle sue parole e delle sue azioni, siano letture assolutamente fedeli e affidabili, seppure parziali. Essere cristiani, infatti, significa accogliere la Tradizione della fede, cioè quella comprensione multiforme dell’evento cristologico che la Chiesa trasmette da duemila anni e che è attestata eminentemente nella Scrittura, e crescere in questo modo nella relazione personale con il Signore nella grazia dello Spirito.

Per questo una teologia che nasce da un’esperienza di fede così configurata non potrà mai mettere in discussione l’autenticità delle tradizioni evangeliche, anche se queste non sono sempre strettamente aderenti dal punto di vista storiografico a quello che il Gesù storico ha realmente detto e fatto.

Gesù storico

Ciò non toglie che, per il credente, soprattutto se teologo, la ricerca sul Gesù storico resti ancora oggi molto importante, ma non per distinguere quegli aspetti della sua vicenda e del suo messaggio che sarebbero storici e normativi da quanto sarebbe stato indebitamente creato dalle comunità delle origini, ma semplicemente per cogliere il carattere parziale di ogni interpretazione dell’evento cristologico.

In altre parole, poter distinguere la vicenda terrena di Gesù dalle sue interpretazioni successive ci fa cogliere come egli abbia dato vita a pluriformi letture del mistero della sua persona, ciascuna delle quali non può esaurirne la ricchezza.Nel quadro della fede e di una teologia finalizzata in senso ecclesiale, però, la validità e la normatività di queste interpretazioni neotestamentarie dovrà essere postulata anche sul piano metodologico.

Le cose stanno molto diversamente se ci si muove in una teologia pensata per la società e l’università. In questo ambito, infatti, fa testo la ricostruzione storica della persona di Gesù e del suo messaggio, mentre le varie interpretazioni a cui le comunità cristiane hanno dato vita e che sono confluite nei vangeli non possono essere ritenute pregiudizialmente espressione autentica del suo messaggio se questo non è dimostrabile sul piano strettamente storiografico.

Ciò non toglie che le narrazioni evangeliche potranno essere ugualmente utili nel dibattito pubblico, nella misura in cui è possibile ricavare da esse dei significati utili a interpretare il senso della vita umana, ma non potranno essere accettate pregiudizialmente come espressive del messaggio di Gesù di Nazareth senza una previa verifica critica. Forse, le incomprensioni che si registrano ancora oggi tra studiosi che afferiscono all’ambito esegetico e teologico sulla questione del Gesù storico potrebbero essere superate se ciascuno chiarisse in quale di questi due ambiti, ecclesiale o civile, intende collocare la propria indagine.

Diversificare l’approccio

Questo semplice esempio dimostra come l’ermeneutica delle fonti di una teologia finalizzata in senso ecclesiale debba svolgersi in termini un po’ diversi da quella di una teologia che vuole riproporne i contenuti nell’ambito pubblico. Questa attenzione non dovrebbe venire meno soprattutto ai nostri giorni, visto che la commistione tra religione e vita pubblica, anche se occasionale, rischia di oscurare il carattere legittimamente non confessionale delle società contemporanee. In Italia non siamo tutti cattolici…

Tutto questo rende ancora più arduo il compito della teologia, che dovrebbe diversificare il suo approccio a seconda del proprio ambito di attività. D’altra parte, è sempre più evidente che il travasare nel contesto pubblico una riflessione teologica nata per alimentare l’esperienza credente dei discepoli di Gesù e delle loro comunità non può che generare forti resistenze o, al peggio, alimentare la nostalgia di una societas christiana.

Pensare di superare queste criticità facendo leva semplicemente su soluzioni di natura giuridica, come quelle che potrebbero derivare dal recente riconoscimento civile dei titoli ecclesiastici, significa dimostrare di non aver capito la complessità del problema.

settimananews

Be Sociable, Share!

Pastore o funzionario del sacro?

cittanuova.it

A motivo della ben nota crisi vocazionale il numero di sacerdoti e religiosi/e è notevolmente diminuito, e con esso di pari passo, ma in modo inversamente proporzionale, è aumentato il vostro carico di lavoro. Sono testimone – e non credo di dire nulla di nuovo – di sacerdoti giovani e meno giovani carichi di impegni, che forse appaiono gratificanti nei primi anni dopo l’ordinazione quando alimentano il senso di onnipotenza – di cui tutti noi, a turno, siamo vittime – ma che, nel corso del tempo, finiscono per diventare degli oneri enormi.

Forse, come lei accenna con sapienza e insieme discrezione, è necessario ripensare il “modello di prete” nel terzo millennio, perché questa vocazione non si appiattisca all’essere un “burocrate del sacro”, come si autodefinisce un mio amico sacerdote.

Mi vengono in mente alcune considerazioni: ormai abbiamo superato il mito del prete come di un uomo superdotato e sempre disponibile, come se non fosse un essere umano con i suoi limiti e le esigenze più semplici di un ritmo di vita sano.

Però bisogna ancora sfatare il mito del prete inteso come uomo singolo a servizio degli altri.

Una vocazione infatti, anzi qualunque vocazione, anche quella degli sposi, non è mai una vocazione individuale che possa sussistere in se stessa, o che possa appoggiarsi unicamente sulla singola personalità, per quanto eccellente sia.

Ogni vocazione è inserita all’interno di una comunità che dà senso, sostiene, collabora alla buona riuscita della coppia, del sacerdote, dell’uomo e della donna consacrata. Forse lo si dice, ma in modo vago ed ideale, invece ha una valenza estremamente seria e concreta.

Tutti siamo reciprocamente responsabili della vocazione altrui. La vocazione del singolo chiamato da Dio, o della coppia, acquistano significato solo all’interno di un noi comunitario.

Nessuno sarebbe in grado di realizzare compiutamente l’essere marito, l’essere moglie, l’essere genitore, l’essere sacerdote, l’essere religioso senza il sostegno di preghiera, ma anche di presenza, di incoraggiamento e di collaborazione degli altri.

Di fatto accade così, ma come può il sacerdote addossarsi da solo, o al massimo con un “vice”, tutte le attività che ruotano attorno a una parrocchia, o comunque a un servizio di apostolato? Non solo per il grande carico materiale, ma anche per quello emotivo, psicologico ed affettivo.

Lo stesso vale per la famiglia che non può portare avanti da sola la chiamata a vivere l’amore in modo esclusivo e generativo, senza persone intorno che la sostengono e la aiutano a custodire il dono reciproco.

Ciascuno, secondo la propria parte – ma il discorso qui è complesso e articolato perché chiama in causa un serio ripensamento dell’organizzazione della Chiesa –, è chiamato a dare ascolto, ad offrire accoglienza, a prestare attenzione, a portare un aiuto materiale perché l’altro funzioni. E se uno di noi cade durante il cammino, tutti cadiamo con lui o con lei, e siamo in qualche modo responsabili della superficialità che non ci ha permesso di cogliere un eventuale malessere o una necessità importante.

Per la fragilità dell’essere umano attuale, per la complessità del mondo contemporaneo, per la quantità di esigenze che ci sono nel mondo,non possiamo più permetterci di ragionare con le categorie dell’io.

Certo è una mentalità oggi tutt’altro che spontanea, per il narcisismo e l’individualismo diffusissimi, e forse il discorso suona utopico, però ritengo che gli anni di formazione alla vita sacerdotale, a quella religiosa, e a quella familiare, dovrebbero introdurre questo modo di intendere la vocazione. Altrimenti tutto si concentra attorno alle capacità strettamente personali e alle doti di questo o quello.

È chiaro che ciascuno ha delle qualità e delle risorse umane uniche, non si tratta di spersonalizzare l’identità del singolo, tuttavia è la comunità di fede ad accogliere una famiglia che si forma e a collaborare perché la sua vocazione si compia, ed è la comunità di fede ad accogliere e sostenere il sacerdote o il religioso, perché la sua specifica missione si realizzi il meglio possibile.

Questo significa formare la mente e il cuore che la fraternità, la “casa”, è una sola.

Quando si percepisce un ambiente come proprio, si ha cura di ogni suo angolo senza pensare a chi tocchi pulirlo, ad esempio. Dentro casa, moglie, marito e figli si ripartiscono i compiti, perché tutto funzioni al meglio, ma ciascuno vive lo spazio della casa come proprio, e sente di essere responsabile del buon andamento generale.

Questo significa aver maturato un senso di appartenenza alla propria vocazione. Altrimenti si è solo ospiti o eternamente bambini.

La persona adulta, che ha sviluppato un senso di appartenenza alla propria comunità familiare e di fede, si impegna perché questa funzioni bene, vive come propria responsabilità il benessere dei suoi membri, si preoccupa per loro, si accorge se c’è qualcosa che non va.

Se gradualmente facessimo nostra questa prospettiva di fraternità, per tornare alla riflessione iniziale, si smorzerebbe la competizione, il conflitto, il voler primeggiare: che senso ha fare a gara in casa propria? Se l’obiettivo è comune, e il compito è portato avanti insieme, diventa molto meno importante chi lo realizza in quel momento. Ciò significa, almeno questo è ciò che riesco a intuire, far sentire la persona parte di una fraternità più vasta e non caricarla di oneri che, se possono farla sentire in gloria in alcuni momenti, possono anche schiacciarla e farla sentire isolata in molti altri.

Be Sociable, Share!

Sulla parrocchia: abbiamo un sogno

settimananews

Il consiglio pastorale e il parroco, don Antonio Torresin, della parrocchia di san Vito al Giambellino (Milano), hanno steso un progetto pastorale dal titolo Una soglia sempre aperta. Un anno di lavoro (2018-2019) per raccontare la memoria e il presente della comunità cristiana. La terza parte, titolata Il sogno, la riprendiamo integralmente(Parrocchia di San Vito al Giambellino, Milano).

tratto da Settimana News

Sognare non è facile e, a volte, i sogni sembrano confondersi con degli incubi, nei quali si addensano le nostre paure. Anche come comunità cristiana abbiamo delle paure, dei fantasmi che abitano la nostra mente e che ci impediscono di immaginare il futuro, di sognare appunto.

Veniamo da un passato glorioso, come Chiesa e come parrocchia, una tradizione ricca e intensa, un mondo dove la cristianità permeava il vissuto della città, della gente, e la parrocchia era il centro della vita. Ora stiamo assistendo al crollo di quel mondo, di quella cristianità, di quella forma di parrocchia, che non esiste più.

I segni di questo crollo sono evidenti: le chiese si svuotano, gli oratori non sono più il luogo scontato di aggregazione dei ragazzi e dei giovani, le forze diminuiscono.

Eppure continuiamo a credere nel futuro della parrocchia come istituzione di vicinanza del Vangelo alla vita degli uomini e delle donne. Non sarà una fotocopia della parrocchia degli anni 30 o 60 o 80, quel mondo non c’è più, ma allora che cosa sarà?

La fine della cristianità come inizio di una nuova visione

L’inizio del sogno passa dall’elaborazione di un lutto. Ci sono molti cristiani che pensano semplicemente che sarebbe bello tornare ad essere quello che eravamo negli anni degli inizi della nostra parrocchia, o nel momento più burrascoso e vivace degli anni 60-80, dove in un caso come nell’altro la parrocchia era il centro della vita del quartiere e tutti, in un modo o nell’altro, passavano da qui.

Il primo passo è accettare che la parrocchia non sia più il centro del villaggio. La città metropolitana non ha più un centro, nemmeno i suoi quartieri; le persone si dislocano in appartenenze multiple e differenziate. Se la parrocchia non è più il centro “inevitabile”, significa che molti non passano più abitualmente dai suoi tempi e nei suoi luoghi.

Eppure la parrocchia non è finita, il Vangelo non smette di essere una parola di speranza destinata a tutti. «Non c’è nulla da temere da quello che è successo. Questo tempo che infrange i nostri sogni è capace anche di aprire i nostri occhi» (Giuliano Zanchi, Rimessi in viaggio. Immagini di una Chiesa che verrà).

Che cosa abbiamo scoperto, che cosa possiamo vedere meglio? La parrocchia non è più il centro e il tutto della vita di una città. È una casa in mezzo alle case, ai margini di un mondo che non è più convenzionalmente cristiano.

I credenti sono parte di questo mondo, vivono nella città e insieme agli altri uomini e donne condividono la vita con le sue contraddizioni e le sue aspirazioni. Non si è spenta la fede, ma vive confusamente nelle trame della vita. I cristiani devono di nuovo “rimettersi in viaggio”, ritrovare un contatto con la vita e la ricerca di senso che in modo confuso circola nelle strade della loro città.

Occorre riattivare una relazione tra la parrocchia e la città al di là di una estraneità che, in certi momenti, ha visto i due luoghi separati se non in competizione, estranei l’uno all’altro. La casa che è la parrocchia deve ritrovare un legame con le case degli uomini.

Una duplice conversione

C’è un episodio del libro degli Atti che può essere di ispirazione. Si tratta della duplice conversione di Pietro e del pagano Cornelio, descritta nel capitolo 10 del racconto lucano. È uno snodo importante del cammino missionario della Chiesa delle origini. Viene descritto il passaggio da una Chiesa ancora tendenzialmente “etnica”, giudaica, a una Chiesa che si apre a coloro che ancora non conoscono il Vangelo. Ma questo comporta una duplice conversione che viene raccontata come due porte che devono aprirsi. Da una parte, Pietro lascia entrare nella sua casa gli inviati di un pagano, Cornelio, che lo invita presso di sé. Dall’altra, Cornelio apre la sua casa alla visita di Pietro. In quel momento Pietro comprende che «Dio non fa preferenze, ma chiunque teme Dio e pratica la giustizia è a lui gradito».

Che cosa significa per noi?

Questo è anche lo stimolo che ci è venuto dal Sinodo minore della nostra diocesi sulla “Chiesa dalle genti”, che ha provocato le nostre comunità a pensarsi come generate dal convergere di uomini e donne credenti provenienti da altre culture e nazioni (B. Scapin, Milano: Indetto un sinodo “minore”). Una Chiesa dalle genti non vive ripiegata su se stessa, non si adagia nella ripetizione del “si è sempre fatto così”, ma vuole restare aperta alle novità che lo Spirito suscita, vuole restare una soglia sempre aperta (P. Martinelli, Milano: “Chiesa dalle Genti”).

Dobbiamo aprire le nostre porte e lasciare che la vita degli uomini e delle donne entri e scombini i nostri luoghi con domande e con doni inaspettati, e dobbiamo imparare a visitare la vita degli uomini là dove essi vivono, scoprendo che già lo Spirito ci precede e apre al Vangelo il cuore di uomini e donne che lo cercano senza ancora conoscerlo. Per questo abbiamo scelto come immagine quella della “soglia” come di un luogo di passaggio che indica un movimento di entrata e di uscita.

Dobbiamo imparare ad ospitare e ad essere ospitati, con lo stesso stile di Gesù la cui “santità ospitale” (Christoph Theobald) era in grado di accendere la fede negli incontri della vita, ad ospitare l’umano facendosi ospite nella vita degli uomini e delle donne che incontrava.

Ripensare le pratiche pastorali

In questo senso dobbiamo ripensare le nostre pratiche pastorali in una dimensione missionaria, come ci indica papa Francesco in Evangelii gaudium: ogni azione pastorale non è volta alla sopravvivenza dell’esistente ma deve avere come intendimento l’incontro con le persone, il sorgere di relazioni generative per la fede degli uomini e delle donne.

Una soglia che deve essere sempre aperta nei due sensi, che deve essere custodita perché ogni passante possa essere ospitato e perché la parrocchia non sia un luogo chiuso ma estroverso, teso verso la città che abita, capace di uscire per entrare nella vita degli uomini e delle donne della nostra città.

Entrare

Il Signore ci raduna.  I primi ad essere ospitati siamo proprio noi, i discepoli di Gesù. Come i due viandanti di Emmaus, disorientati e delusi, messi alla prova dalla vita, ogni domenica siamo raccolti dal Maestro nella locanda per ascoltare la sua Parola e ritrovare la grazia della sua presenza.

È il momento sorgivo del nostro essere parrocchia, casa della fede. Lo facciamo perché portiamo alla mensa i nostri giorni e le nostre fatiche, perché custodiamo un clima familiare e domestico delle nostre assemblee.

Qui ospitati, ospitiamo: perché quella Parola e quel cibo non sono solo per noi, ma lo possiamo e dobbiamo condividere con chiunque cerca parole di speranza e forza per la vita.

L’eucaristia domenicale non è il raduno dei perfetti ma il rifugio per i deboli, il pane per i poveri. E la messa della domenica rimane lo spazio più aperto e accogliente.

Accogliere le storie degli uomini e delle donne. Tutte le altre pratiche pastorali (incontri in occasione dei sacramenti – dell’iniziazione, del battesimo, della cresima, dei funerali…) sono preziose perché in esse possiamo accogliere pezzi di vita delle persone, dare parola alle domande di senso, ascoltare la ricerca e le fatiche della vita, condividere pezzi di strada con uomini e donne a partire da dove si trovano.

Per questo è importante “dare loro la parola”, esercitare una pratica di ascolto prima che di insegnamento. Convertire le pratiche pastorali in luoghi di ospitalità e di ascolto richiede un lavoro delicato di discernimento, di attenzione per costruire relazioni.

Rileggere tutte le pratiche pastorali come luoghi di ospitalità (lasciare entrare la vita). È nella vita con le sue “faglie” che la fede riemerge e torna a smuovere il cuore. La vita è segnata da momenti di grazia – che a volte coincidono con momenti di crisi –, attimi che ci fanno affacciare sul mistero che abita l’esistenza. Noi vorremmo essere capaci di ospitare la vita, le storie, le persone perché in questi passaggi possa di nuovo risuonare una Parola evangelica di speranza.

Forse questo ci chiede di non cadere nell’ansia prestazionale e di curare di più il clima di relazioni tra credenti, che siano autentiche e ospitali. Ogni discepolo, non solo i preti o i catechisti, ma chiunque in nome della parrocchia entra in relazione con chi passa negli spazi e nei tempi di una parrocchia, custodisce la soglia perché quel passaggio sia un momento di condivisione della fede.

Uscire

Abitare le faglie della vita (nascita, morte, amore, lavoro…). La cura per le relazioni non inizia e non finisce nella parrocchia, ma trova il suo luogo naturale anzitutto “fuori”, nella vita quotidiana, nelle pratiche di buon vicinato, nelle relazioni che instauriamo per via di amicizia, nei luoghi di lavoro. È qui che dobbiamo “uscire”, è questa la vita che occorre frequentare abitualmente come luogo della nostra cura pastorale.

Soprattutto nelle “faglie” della vita: la nascita, la morte, il sorgere di un amore, la prova di una malattia.

Sono passaggi che chiedono di essere accompagnati da relazioni di amicizia che noi offriamo in nome della fede, con la discrezione e il tatto che l’umanità richiede, con la fedeltà e la pazienza che rendono affidabili e il calore del Vangelo.

Lasciarci ospitare (visita). La soglia che dobbiamo attraversare non è solo quella che ci porta dalla parrocchia alle vie della nostra città, ma è anche quella delle case degli uomini dai quali vorremmo lasciarci ospitare.

Bussiamo alle loro porte da poveri, senza «bastone né bisaccia», ma solo per offrire una relazione nel nome di Gesù, un’amicizia che si fa compagna di vita.

Alcune pratiche pastorali in questo senso andranno particolarmente valorizzate: la visita alle famiglie per la benedizione di Natale, la visita agli ammalati per portare l’eucaristia, la visita alle famiglie povere. Sono momenti preziosi perché lì ci facciamo ospitare e, da mendicanti, offriamo il poco che abbiamo, l’essenziale che serve, la speranza del Vangelo.

Sostenere la testimonianza (formazione, preghiera). Questo stile pastorale di “uscita” e di testimonianza va sostenuto. Ogni credente che si sente responsabile – in qualche modo – della vita e della fede della nostra parrocchia, diventa soggetto di evangelizzazione là dove vive e nelle “visite” che, in nome della parrocchia, può intraprendere.

Ma questo stile di evangelizzazione va sostenuto. A questo servono i momenti formativi e i tempi ordinari di preghiera.

Nella formazione impariamo a tradurre il Vangelo nella lingua degli uomini e delle donne nostri contemporanei, a interpretare il tempo che stiamo vivendo e a condividere le domande che gli incontri fanno sorgere in noi. Nella preghiera portiamo le storie che incontriamo e impariamo ad intercedere, affidiamo ciò a colui che tutto può e davanti a cui sentiamo tutta la nostra impotenza e povertà.

Stare in rete con le altre parrocchie. Infine, il movimento di “uscita” passa da una comunione più forte con le altre parrocchie, dal fare rete con il territorio in cui viviamo. Non siamo soli e non siamo gli unici.

Ci mettiamo volentieri in comunione con altri credenti che condividono lo stesso Vangelo, perché ci sono situazioni che solo insieme possiamo affrontare e perché solo in comunione con la Chiesa diocesana e con le altre parrocchie possiamo immaginare come sarà la parrocchia di domani.

Un luogo sintetico e simbolico: la soglia dell’eucaristia domenicale. Ogni domenica attraversiamo la porta della chiesa. Veniamo da una settimana di incontri, di lavoro, di fatiche e di speranze. Entriamo insieme come popolo di Dio, in compagnia di tanti altri, vicini e lontani, che solo cercano uno spazio e un tempo di incontro con il Signore.

Quella soglia è preziosa: serve che sia curata, che qualcuno prepari la mensa e spezzi la Parola, intoni il canto e curi il clima della preghiera. Entrando vorremmo che ciascuno si sentisse a casa e potesse trovare il silenzio e la gioia di una preghiera piena di fede. Da quella soglia usciamo. Insieme, come corpo del Signore, che tali ci ha resi con il suo corpo e il suo sangue.

Insieme nella gioia di una famiglia che si ritrova, si saluta e si sente parte di una più grande famiglia. Il sagrato è per noi uno spazio prezioso: qui possiamo soffermarci, vivere attimi di ascolto e di amicizia, senza fretta e senza altre occupazioni. Poi ci aspetta la vita, la settimana, il lavoro, gli incontri, le responsabilità. Ma è un appuntamento che ogni volta ci attende, e che ci tiene in vita.

Dal sogno al progetto

Una Chiesa in discernimento. È importante provare a sognare, avere un’“immaginazione” spirituale di come potrebbe essere la parrocchia di domani, perché senza una “visione” rischiamo di arrancare, di non saper dove andare. Rimane una domanda: “e adesso che cosa dobbiamo fare?” O meglio: “che cosa ci chiede lo Spirito? Quali passi dobbiamo compiere? Quali le priorità?”.

Nella descrizione del sogno ci sono già alcuni spunti per ripensare le pratiche pastorali e per immaginare nuovi passi. Ma, sapendo che non possiamo fare tutto e subito, occorre che la parrocchia, ogni volta si chieda: “oggi che cosa possiamo fare realmente?”.

Si tratta di compiere un discernimento. All’inizio di ogni anno pastorale è forse questa la domanda “tremenda” (da fare con il “timor di Dio”, con fede) che ci chiede di metterci in ascolto di quello che lo Spirito suggerisce, nella storia, alla nostra Chiesa. Per trovare una risposta, occorre ascoltare.

Il bene possibile. Mettersi in ascolto della parola di Dio e delle condizioni concrete della vita della parrocchia. Perché la risposta sul “bene possibile” non si ricava per deduzione, ma chiede un paziente ascolto che mette insieme intuizioni, risorse, occasioni, circostanze, forze e fragilità.

La nascita stessa di questo progetto pastorale è il frutto di un discernimento: ci è parso che ora ci fossero le condizioni per compiere questa operazione sintetica.

I passi che verranno li decideremo insieme, perché nessuno da solo può compiere un tale discernimento, né il parroco o i preti, né i singoli laici.

Questo è proprio il compito del consiglio pastorale, che ogni anno prova a delineare i passi concreti con cui dare corpo al sogno di una Chiesa come una “soglia sempre aperta”.

Be Sociable, Share!

Rosmini, la fede, una Chiesa per il domani e l’unità

Confusione e divisione nella Chiesa sono due termini ricorrenti nei media, che spesso travisano quanto accade nella vigna del Signore. Il testo diffuso sabato 9 febbraio a firma del cardinal Gerhard Müller mi sembra un contributo alla riflessione aperto a successivi approfondimenti per la fede dei credenti, eppure è stato presentato come un intervento, anzi un vero e proprio “manifesto della fede”, contro il magistero del Papa e, dunque, contro l’unità della Chiesa. Un’operazione grave e greve.

Parafrasando il beato Antonio Rosmini potremmo dire che nel testo pubblicato ieri da alcuni siti internet di vari Paesi si cerca di declinare la carità intellettuale/dottrinale in conflitto con quella che lo stesso Rosmini denomina «carità pastorale», culmine delle tre forme di carità: temporale (per i bisogni immediati), intellettuale (per la sete di verità), pastorale (per il dono di sé incondizionato). Ora se il cardinale teologo esercita la seconda di queste forme in maniera autentica, non può in nessun modo contrapporsi alla forma suprema di carità, che il Vescovo di Roma esprime nell’oggi della storia. Ricordare la dottrina, purché non si intenda ritenere che il cristianesimo sia esclusivamente “dottrinale”, è un servizio per tutta la Chiesa. Esercitare il servizio della carità pastorale è imprescindibile e necessario in un mondo in cui i gesti valgono più delle parole e i fatti più delle teorie. La Chiesa di oggi non ha alcun bisogno di divisioni e di contrapposizioni, ma di concordia e di unità: quella unità di cui il Papa è segno. Nonostante una minuscola, ma insistente, campagna di deliberato fraintendimento, le verità della Rivelazione che Müller richiama trovano serena espressione nel magistero dell’attuale pontefice, anche in materia “morale” e in particolare per quanto riguarda la logica sacramentale e il rapporto fra i sacramenti dell’eucaristia e del matrimonio. A questo riguardo il cardinale scrive: «Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa Eucaristia fruttuosamente, perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza. Metterlo in evidenza corrisponde a un’opera di misericordia spirituale». Né va dimenticato che, in un testo particolarmente significativo a tale riguardo, Müller aveva affermato: «Se il secondo legame fosse valido davanti a Dio, i rapporti matrimoniali dei due partner non costituirebbero nessun peccato grave, ma piuttosto una trasgressione contro l’ordine pubblico ecclesiastico, quindi un peccato lieve». E tutto ciò è in perfetta coincidenza con il dettato dell’Amoris laetitia.

La confusione e la divisione sono l’arma diabolica utilizzata non da uomini di Chiesa, autenticamente in ricerca e animati dalle migliori intenzioni, ma da vecchi e nuovi media propensi al sensazionalismo, lobby laiciste e manipoli di ipercritici “interni” che sembrano non avere altro interesse che il discredito su quanto lo Spirito opera nell’attuale momento che la Chiesa cattolica vive. Ecco perché il nostro cuore e la nostra mente non sono affatto turbati da simili operazioni (Gv 14,1), in quanto radicati nella convinzione che la comunità ecclesiale non è, nemmeno in questi anni, guidata da un uomo, ma dallo Spirito, perché: «La Chiesa ha in sé del divino e dell’umano. Divino è il suo eterno disegno; divino il principal mezzo onde quel disegno viene eseguito, cioè l’assistenza del Redentore; divina finalmente la promessa che quel mezzo non mancherà mai, che non mancherà mai alla santa Chiesa e lume a conoscere la verità della fede, e grazia a praticarne la santità, e una suprema Providenza che tutto dispone in sulla terra in ordine a lei. Ma dopo ciò, oltre a quel mezzo principale, umani sono altri mezzi che entrano ad eseguire il disegno dell’Eterno: perciocché la Chiesa è una società composta di uomini, e, fino che sono in via, di uomini soggetti alle imperfezioni e miserie dell’umanità. Indi è che questa società, nella parte in cui ella è umana, ubbidisce nel suo sviluppamento e nei suoi progressi a quelle leggi comuni che presiedono all’andamento di tutte le altre umane società. E tuttavia queste leggi, a cui le umane società sono sommesse nel loro svolgersi, non si possono applicare interamente alla Chiesa, appunto perché questa non è una società al tutto umana, ma in parte divina» (Antonio Rosmini, Delle cinque piaghe della Santa Chiesa). E in essa la verità si fa nella carità, ovvero nell’unità (cf Ef 4,15).

di Giuseppe Lorizio – Professore ordinario di Teologia fondamentale

Be Sociable, Share!

Allegria è il nome di Dio

in settimananews

È un vero e proprio “inno alla gioia” quello che il parroco napoletano, docente di teologia pastorale e scrittore, innalza di fronte a Dio e al mondo degli uomini che cercano speranza e motivo per camminare con senso nei giorni loro donati sulla terra. Un inno all’“allegria”, per meglio dire. Perché egli si immagina che questo sia uno splendido nome che si addice meravigliosamente al Dio dei cristiani.

Troppo tempo perso dietro ad un una spiritualità di tristezza, dolore, macerazione, tesa fra bastone e carota. Tradimento di un Dio che è Padre di Allegria, la gioia del mondo. All’inizio egli «Vide che tutto era molto buono», e fu felice. E la sua allegria l’ha donata agli umani con Gesù, il cui nome è Allegria.

In undici lampi di luce, capitoletti di allegria liofilizzata, Matino ripercorre la storia della salvezza dall’inizio della creazione fino all’annuncio del vangelo della gioia portato da Gesù e affidato ai suoi discepoli.

«Se qualcuno ha deciso di essere felice – afferma Agostino – deve assicurarsi ciò che rimane per sempre e non ci può essere tolto da nessuna circostanza sfortunata. E se Dio è eterno e non viene mai a mancare, chi ha Dio con sé è felice» (De vita beata, 2,11: PL 32,966I; cit. a p. 96).

«Rallegrati, piena di grazia», annuncia l’angelo a Maria all’alba di una nuova storia.

Splendida la poesia che l’amico Erri De Luca ha fatto avere all’autore su un semplice foglio di carta. “Il vento di marzo, si intitola.

Il Padre di Allegria ha inviato il suo angelo a Miriam, ebrea di Galilea. Maria è invitata alla gioia piena, ad accogliere il piano di Dio di iniziare un percorso nuovo nel mondo, per devastare il male e ridonare vita ai cuori prosciugati dalla tristezza. «Non è strano in natura inseminarsi al vento come fiori. Fiore è il nome del sesso delle vergini, coglierlo è deflorare. Maria rimase incinta di un angelo in avvento a porte spalancate, a mezzogiorno. Il vento si è seduto al suo fianco, ha sciolto la cintura lasciando seme in grembo. Maria fu salita senza scostare l’orlo del vestito. Benedetto il vento che scuote spighe e copre di pagliuzze quelli che vanno dietro i mietitori. Ha raccolto del grano, lei contava tre mesi dal maestrale di marzo che le baciò il respiro facendola matrice di un figlio di dicembre, che è luna di (Kisler [sic; Kislew o Kisleu]) per lei Miriam, Maria, ebrea di Galilea» (pp. 26-27).

L’allegria si spande nell’annuncio e nei segni compiuti da Gesù. Non un’allegria ridanciana e superficiale, che nasconde tristezza interiore, ma luce nelle tenebre, forza nel cammino, speranza certa negli occhi.

Quando l’allegria “acchiappa” la vita (come ama dire l’autore), i giorni si fanno sereni dentro, la vita contagia, le difficoltà sono prese su da Gesù e da tanti altri che mi accompagnano nei miei giorni. «Cos’altro sono i servi di Dio, se non quasi suoi giullari, che debbono levare in alto i cuori degli uomini (corda hominum) e muoverli alla letizia spirituale?» si domandava Francesco d’Assisi. «Si guardino i frati dall’apparire fuori ravvoltati e ipocritamente tristi – aggiungeva altrove –, ma sempre si mostrino allegri nel Signore, sorridenti e gai, e convenevolmente graziosi» (cit. pp. 93-94).

Il volto del cristiano è quello di uno abitato da Allegria. Abita come tutti il tempo che gli è dato, le sofferenze, i mali del mondo, il travaglio della morte. Ma il suo cuore è sereno e contagia allegria, il volto vero del cristianesimo per troppo tempo dimenticato (splendide su questo le pagine di Matino nel primo capitolo). «La lotta per la felicità può diventare lotta per un’umanità nuova che, oltre le differenze, creda possibile una rivoluzione che cambi il corso della storia e renda possibile una terra come casa abitata da fratelli» (p. 95).

Gesù è dalla nostra parte, sempre, per sempre (cf. Rm 8,32). Perciò, «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripete: siate lieti», afferma l’Apostolo (Fil 4,4). Paolo lo fu, come innamorato di Cristo, anche se per me, a differenza di Matino, sulla strada di Damasco non lasciò nessun cavallo… (cf. p. 87).

Pagine davvero splendide.

Gennaro Matino, L’allegria (Le ispiere s.n.), EDB, Bologna 2018, pp. 104, € 8,00, ISBN 978-88-0-56913-9.

Be Sociable, Share!

A Reggio Emilia, in collaborazione con la Scuola Teologica Diocesana, nasce da gennaio 2019 la Scuola di Formazione Teologica «Crisanto e Daria»

A Regina Pacis, in collaborazione con la Scuola Teologica Diocesana, nasce da gennaio 2019 la Scuola di Formazione Teologica «Crisanto e Daria». Gli incontri, rivolti in particolare ai fedeli laici del nostro Vicariato urbano, saranno i giovedì di gennaio e febbraio, sul tema diocesano dell’Anno (Giovanni 13-21).

Il primo incontro sarà giovedì 10 gennaio, con don Maurizio Marcheselli, biblista della FTER di Bologna, su “Il risorto in mezzo ai suoi i primi giorni della settimana (Gv 20,19-21)”.

Be Sociable, Share!

Ecumenismo: una teologia

di: Maurizio Abbà – settimananews.it

copertinaUn manuale nell’ambito disciplinare della Teologia dell’ecumenismo, saldamente e sapientemente radicato nella prospettiva cattolica senza farne un recinto escludente, frutto di anni d’insegnamento della materia. Una pubblicazione per i tipi delle Edizioni Dehoniane Bologna nella collana Fondamenta diretta da Pier Luigi Cabri e Roberto Alessandrini, in cui sono presenti testi altamente divulgativi con finalità metodologiche.

È delineato lo stato dell’arte attuale della teologia ecumenica (dove la ricerca teologica in Italia è considerevole con peculiarità straordinarie). Il tutto offerto in maniera puntuale, informata e dai toni appassionati nella sobria misura di chi vuole delineare e magari vedere concretizzato in un futuro non troppo lontano dei risultati. Per risultati basati su: dialogo, unità e comunione (koinonia).

Il dialogo: è condizione previa fondamentale al superamento degli stereotipi e dei pregiudizi sull’identità altra dalla propria. Per questo come antidoto l’elemento dialogico è rintracciato in diversi documenti confessionali ed interconfessionali per dare impulso, facendo leva nella consistente memoria storica del movimento ecumenico, sugli sforzi che hanno prodotto comunque già risultati che meritano di essere resi noti.

L’unità: l’impegno dell’autore, teologo raffinatissimo nella ricerca teologica cattolica in Italia, traspare anche dall’impegno profuso nell’associazione laica ed interconfessionale del Segretariato Attività Ecumeniche (SAE) laboratorio del dialogo interconfessionale ed anche interreligioso. La ricerca di una forma di unità visibile delle diverse Chiese cristiane richiede la disciplina e la fantasia di cercare forme inedite di strumenti di comunione (koinonia) per trovare equilibrio tra affinità dottrinali da raggiungere e collaborazioni nel sociale (pratiche già, per esempio, fortemente in atto nell’accoglienza dei rifugiati con i corridoi umanitari, iniziativa congiunta tra la Comunità di Sant’Egidio e la Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia con il contributo dell’8 per mille valdese).

L’autore: Simone Morandini, tra le sue molteplici attività ed impegni in ambito teologico: è vicepreside all’Istituto di Studi Ecumenici «San Bernardino» di Venezia e docente alla Facoltà Teologica del Triveneto. Per i lettori di Studi Ecumenici la presentazione di Simone Morandini è evidentemente superflua. Non risulta invece superflua la lettura del testo che si prospetta come una ‘cassetta degli attrezzi’ su cui basarsi per l’indicazione di una mole di documenti per approfondire ulteriormente l’universo ecumenico.

Un testo da inserire anche nelle bibliografie istituzionali delle Facoltà Teologiche e degli ISSR. Sulla traccia del bilancio di quanto scritto da Morandini si può evincere che le Chiese dell’Oriente cristiano e, a Occidente, in parte, con l’Anglicanesimo, la Chiesa cattolica-romana giungerà gradualmente e reciprocamente a passi significativi.

Ma con le Chiese della Riforma? Dopo il Giubileo della Riforma basato su una delle possibili date (1517) su cui fondare l’inizio dell’età della Riforma protestante con le 95 tesi di Lutero, si delinea un’altra data di celebrazione storica da rivisitare: la Confessione Augustana (1530) ‘insegnamento’ scritto da Filippo Melantone il cui cinquecentesimo anniversario segnerà presumibilmente e auspicabilmente un’altra tappa nella reciproca comprensione dottrinale tra le Chiese (la Confessione Augustana non è però «fondamentale per l’intero mondo della Riforma», p. 202, in quanto, storicamente, il settore «Battista» della Riforma non può condividerlo). Si potrebbero aprire spazi di un nuovo respiro ecumenico con quella che si può chiamare, in sintesi per intenderci, «ospitalità eucaristica» dove con tatto e determinazione si esce dai soliti recinti senza confusione (qui è da menzionare la significativa esperienza del gruppo torinese Strumenti di Pace).

Morandini delinea bene le domande opposte che scaturiscono da questa prassi con limiti da non sottovalutare e possibilità da non reprimere (p. 222-228). Mettere l’accento su ciò che unisce aiuta a capire che vi è davvero tanto patrimonio comune da condividere. Resta il fatto che solo affrontando ed attraversando i nodi controversistici, anche i più aspri, si può capire su cosa poggiano le prospettive diverse relative a una medesima tematica di fede. Se poi saranno prospettive superabili e quindi finalmente ricomponibili o permarranno irriducibili, questo lo si valuterà solo vivendo e vivendo comunque ecumenicamente.

La pastorale ecumenica ha giustamente un posto di rilievo così come la spiritualità ecumenica in quanto pratica congiunta e condivisa. Molto appropriatamente Morandini indica la catechesi come un sito ecumenico su cui lavorare insieme per quanto possibile.

L’etica: in questo manuale non poteva che avere poco più di qualche cenno, comunque possiamo reperire nella bibliografia dell’autore utili strumenti. Le tematiche etiche hanno una duplice peculiarità: sono foriere di differenze e anche di controversie come e più delle differenze dottrinali e inoltre, com’è noto, sono trasversali all’interno delle stesse confessioni, sono in continua e rapidissima evoluzione oltre i tempi di elaborazione ordinari di risposta, ed il mondo ecclesiastico non fa eccezione.

Lo conferma una frontiera che è urgentemente d’affrontare e su cui le Chiese ma non solo, sono inadeguate nel dotarsi di una strumentazione critica: tutto ciò che concerne le frontiere immaginabili e quelle inimmaginabili dell’impatto della robotica sulla vita quotidiana. Impatto i cui tempi e modalità d’inserzione (si pensi al mondo del lavoro) non sono solo futuribili, anzi hanno già fatto irruzione nel presente.

Simone Morandini, Teologia dell’Ecumenismo, collana «Fondamenta, Biblioteca di scienze religiose», EDB, Bologna, 2018, pp. 248. Pubblicata su Studi Ecumenici36(2018)1-2, pp. 541-543.

Be Sociable, Share!

In 2000 anni di storia la Chiesa ha sviluppato una dottrina che fonda le sue basi sulla Sacra Scrittura, la Tradizione e il suo magistero vivente, crescendo sempre di più nell’intelligenza della fede

L'essenza del cristianesimo è la carità

L’annuncio della modifica del Catechismo della Chiesa Cattolica sul tema della pena di morte ha generato un vivace dibattito in tutto il mondo. Ogni sviluppo della dottrina nella storia della Chiesa ha suscitato consensi o critiche costruttive ma anche resistenze e rifiuti. Oggi può far rumore una nota di Amoris laetitia o un nuovo insegnamento sulla pena capitale, ma guardando indietro, ripercorrendo velocemente 2000 anni di cristianesimo, si nota che tante cose sono cambiate e oramai le diamo per acquisite. Resta il fatto che ogni cambiamento può creare scandalo e sconcerto.
La pena di morte nella Bibbia
Basta leggere la Bibbia per comprendere quanto cammino si è fatto. Oggi si resta inorriditi di fronte a certi ordini impartiti da Dio a Mosè, come vengono riportati dalle Sacre Scritture. Nel Levitico (Capitolo 20) il Signore comanda di uccidere idolatri, adulteri, sodomiti, incestuosi e anche chi maltratta il padre o la madre deve essere messo a morte. Certo Mosè è vissuto più di 3000 anni fa. Certo, questi ordini sono contenuti nell’Antico Testamento, però alla fine della lettura diciamo sempre: Parola di Dio.
Progressi dottrinali nella prima comunità cristiana
Pensiamo al trauma vissuto dai primi cristiani convertiti dall’ebraismo: quanto coraggio hanno dovuto avere nell’abbandonare leggi fondamentali del loro popolo, come la circoncisione. Quanta apertura di mente e di spirito per accettare nella Chiesa i pagani, considerato allora non lecito. Pietro – raccontano gli Atti degli Apostoli – aveva già ricevuto lo Spirito Santo, ma ancora non lo capiva. Solo davanti a un centurione romano, Cornelio, e alla sua famiglia, viene illuminato e dice: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Questa è la parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, recando la buona novella della pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è il Signore di tutti”. In questa frase “sto rendendomi conto” c’è tutto il graduale progredire della nostra conoscenza delle verità di Dio. Un cammino che non finisce finché dura la storia. Cresce l’intelligenza della fede.
Primi Concili ecumenici
Pensiamo al cammino della Chiesa nei primi Concili ecumenici nello stabilire le fondamenta delle verità cristiane, a partire dalla Trinità e dai dogmi cristologici. Tante le lotte contro le eresie in questo periodo all’insegna del motto “Extra ecclesiam nulla salus” (al di fuori della Chiesa non c’è salvezza). Niente Paradiso, dunque, per i non battezzati. Eppure, pian piano si è compreso in modo più profondo questo concetto, come dice la Dichiarazione Dominus Jesus firmata dal cardinale Ratzinger: “Circa il modo in cui la grazia salvifica di Dio, che è sempre donata per mezzo di Cristo nello Spirito ed ha un misterioso rapporto con la Chiesa, arriva ai singoli non cristiani, il Concilio Vaticano II si limitò ad affermare che Dio la dona «attraverso vie a lui note»”. Capiamo sempre meglio che Dio vuole salvare tutti.
Eresie e violenza
La lotta contro gli eretici, contro chi la pensa diversamente, si sa, ha portato conseguenze nefaste nella storia: guerre di religione, roghi, inquisizione. Anche se tante leggende nere promosse dalla propaganda anticattolica sono state smontate dagli storici, non nascondiamoci dietro un dito: la Chiesa, figlia del suo tempo, ne ha condiviso spesso la mentalità. Oggi tremiamo nel leggere la Bolla pontificia “Ad Extirpanda” promulgata nel 1252 da Papa Innocenzo IV e confermata da Papa Alessandro IV nel 1259 e da Papa Clemente IV nel 1265: il documento approvava la tortura dei sospetti eretici, anche se molto mitigata rispetto a quanto veniva fatto dai contemporanei: non doveva procurare mutilazioni né fuoriuscita di sangue né la morte. Tutto questo perché si considerava sopra ogni cosa la salvezza dell’anima. Quanti cambiamenti da allora.
Graduale comprensione della libertà di coscienza
E quanta strada è stata fatta rispetto alla dottrina dell’Enciclica Mirari vos di Papa Gregorio XVI, del 1832. E’ ovvio, siamo in un contesto storico difficilissimo per il Papato, sono passati quasi 200 anni, ma alcune frasi ci fanno comprendere meglio le ragioni dei progressi dottrinali. Gregorio XVI definisce la libertà di coscienza come un “delirio” un “errore velenosissimo” che apre la strada a “quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato”, in aggiunta a “quella pessima, né mai abbastanza esecrata ed aborrita «libertà della stampa» nel divulgare scritti di qualunque genere”. La Chiesa ha imparato meglio a comprendere cosa sia la libertà anche da quelli che non sono nella Chiesa.
Scandalizzati da una dottrina che cambia
Lo scandalo dello sviluppo della dottrina nasconde un problema centrale della fede: una Legge che non cambia dà sicurezza e potere all’uomo che in questo modo riesce a controllare i suoi comportamenti religiosi e anche a manipolare le esigenze delle norme divine. Una Legge che cambia, toglie questo potere e lo dà nelle mani di un Altro. Questo è stato lo scontro immane di Gesù con i farisei. Gesù si è posto come Legge vivente, mentre i farisei chiedevano una Legge scritta e muta che potevano gestire. Se la Legge è vivente, non smette di parlare e di dire cose nuove e soprattutto ci costringe a cambiare. Questo non ci piace perché in ognuno di noi c’è sempre un fariseo che rispunta con le sue ragioni immutabili e immobili. La Legge dell’amore, invece, ci muove, ci spinge a un continuo esodo dall’io al tu. E’ un continuo progredire nella conoscenza della verità assoluta che è Dio e Dio è amore. E l’amore ci costringe a cambiare per l’altro. Il bello è che anche Dio – che è lo stesso ieri, oggi e sempre – è cambiato per amore nostro: e si è fatto uomo.
Appartenere alla Verità
Tornando a Pietro davanti ai pagani, stava imparando che non era lui il padrone della verità ma che apparteneva alla Verità. Mentre parlava, lo Spirito Santo scendeva sopra tutti coloro che ascoltavano il suo discorso: “E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: «Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?»”. E’ Dio che ci fa comprendere sempre meglio Se stesso. Ci fa comprendere che l’essenza del cristianesimo è l’amore.
Nessun Pietro sarà contro la Chiesa
Infine, per quanti contrappongono Benedetto XVI e Giovanni Paolo II a Francesco, si possono ricordare le parole consolanti pronunciate da Papa Ratzinger il 27 maggio 2006 a Cracovia, davanti a un milione di giovani. Ai ragazzi cresciuti nella fede da Papa Wojtyla, Papa Benedetto dice con forza: “Non abbiate paura a costruire la vostra vita nella Chiesa e con la Chiesa! Siate fieri dell’amore per Pietro e per la Chiesa a lui affidata. Non vi lasciate illudere da coloro che vogliono contrapporre Cristo alla Chiesa! (…) Voi giovani avete conosciuto bene il Pietro dei nostri tempi. Perciò non dimenticate che né quel Pietro che sta osservando il nostro incontro dalla finestra di Dio Padre, né questo Pietro che ora sta dinanzi a voi, né nessun Pietro successivo sarà mai contro di voi, né contro la costruzione di una casa durevole sulla roccia. Anzi, impegnerà il suo cuore ed entrambe le mani nell’aiutarvi a costruire la vita su Cristo e con Cristo”.

vaticannews.va

Be Sociable, Share!

Concluso il Congresso “Medellín: 50 anni dopo”

Processione della Via Crucis a Medellin

A Bogotà 25 teologi tra vescovi, cardinali e professori, si sono incontrati per celebrare la Conferenza del Celam che 50 anni fa ha segnato il cammino della Chiesa in America Latina. La riflessione su “una Chiesa autenticamente povera, missionaria e pasquale”

“Vogliamo riflettere sulla pastoralità come nota intrinseca del lavoro ecclesiale e teologico, e non come una semplice applicazione, pastorale o pratica, della teologia e della vita della Chiesa” così “cerchiamo di approfondire il dialogo tra le generazioni che hanno fondato la teologia nell’Ispano-America, con altre intermedie ed emergenti, al fine di contribuire a una migliore comprensione del processo di riforme guidato da Papa Francesco”: lo affermano in una nota ricevuta dall’Agenzia Fides, i Coordinatori del Progetto Ispanoamericano di teologia nell’ambito della celebrazione per il 50° anniversario della Conferenza Episcopale Latinoamericana (Celam) svoltasi a Medellín. Conferenza che ha segnato la vita e ha indicato la strada per la quale la Chiesa del continente ha camminato fino ad oggi.

Opzione per i poveri. Chiesa sia missionaria

Circa 25 teologi tra Vescovi, Cardinali e professori, si sono incontrati dal 3 al 5 aprile alla Pontificia Universidad Javeriana di Bogotá, in Colombia, insieme all’intera comunità universitaria, per celebrare il Congresso Internazionale “Medellín: 50 anni dopo”, in cui hanno riflettuto, tra gli altri temi, sulla sua “attuale validità”, sulla “opzione per i poveri e la povertà” e sul “volto di una Chiesa autenticamente povera, missionaria e pasquale”. L’apertura del Congresso, organizzata dalla Facoltà di teologia della Javeriana e dalla Scuola di Teologia e Ministero del Boston College, è stata a cura del Card. Baltazar E. Porras Cardozo, Arcivescovo di Mérida, mentre Mons. Raúl Biord Castillo, Vescovo di La Guaira e Vicepresidente della Conferenza episcopale venezuelana, ha presentato il tema “Evangelizzazione e promozione umana a Medellin”.

Rinnovamento ecclesiale

Già nel febbraio 2017 la Scuola di Teologia e Ministero aveva tenuto il primo Incontro Ispanoamericano di Teologia in cui più di 50 teologi dell’America Latina, della Spagna e latini del Nord America avevano iniziato un percorso di dialogo teologico-pastorale nei contesti iberoamericani. “In questa occasione, abbiamo voluto svolgere due nuove attività. La prima è una nuova riunione di lavoro del Gruppo Ispanoamericano di Teologia, e la seconda, aperta a tutti, è stata la realizzazione del Congresso Internazionale” spiegano i Coordinatori, commentando che la teologia latinoamericana ha svolto un ruolo importante nell’attuale processo di rinnovamento ecclesiale che porta avanti Papa Francesco.

Il ricordo dell’incontro del 1968

La Seconda Conferenza generale dell’Episcopato Latinoamericano celebrata a Medellin, in Colombia, nel 1968, ha rappresentato una tappa fondamentale per la storia della Chiesa dell’America latina e dei Caraibi. (Agenzia Fides)

Be Sociable, Share!