Scuola. Prof di religione, i sindacati: bandire un nuovo concorso

(Ap)

Nel confronto tra sindacati della scuola e ministero dell’Istruzione irrompe anche il caso della mancata copertura di tutte le cattedre di ruolo previste per l’insegnamento della religione cattolica (Irc) nella scuola italiana.

Una questione che coinvolge potenzialmente alcune migliaia di docenti attualmente con contratto a tempo determinato e che lunedì è stata al centro di un incontro che i sindacati confederali (Cisl-scuola, Flc Cgil, Uil Scuola Rua) e di categoria (Fgu Snadir) hanno avuto con il responsabile del Servizio Nazionale per l’Irc della Cei don Daniele Saottini.

La legge 186/2003, che norma il reclutamento degli insegnanti di religione, mette a concorso il 70% delle circa 24mila cattedre previste in organico. Così è stato fatto nel 2004 e tutti i posti di ruolo sono stati assegnati. Da allora, però, sono passati 15 anni e nessun ministro dell’Istruzione ha bandito i concorsi ordinari previsti ogni tre anni dalla legge.

Nel frattempo dei circa 17mila docenti di ruolo molti hanno raggiunto la pensione o hanno lasciato la cattedra per altri motivi, lasciandone scoperte (come titolari di ruolo) circa 4.500. È proprio partendo da questo dato che i sindacati stanno da anni lavorando e hanno deciso di tornare ancora una volta alla carica con il ministero dell’Istruzione perché vi sia un intervento che porti alla copertura delle cattedre di ruolo.

Sul tavolo, come i sindacati hanno illustrato anche al responsabile Cei del Servizio nazionale, vi sono tre possibili strade: un concorso ordinario, un concorso riservato da costruire attraverso una nuova normativa, oppure l’inserimento di una specifica disposizione in aggiunta al piano di stabilizzazione di 50mila precari della scuola che si sta elaborando.

La prima strada è quella prevista dalla stessa legge: appare la più rapida e sembra la via più ‘gradita’ al ministero di viale Trastevere, ma non piace per nulla ai sindacati perché non valorizza adeguatamente i docenti che insegnano da tanti anni.

Si potrebbe, come pare preferisca il fronte sindacale, fare invece un concorso riservato a tutti coloro che, in possesso dei titoli di studi previsti e dell’idoneità riconosciuta dal vescovo diocesano, abbiano insegnato da molti anni sempre con un contratto annuale e non di ruolo. Su questa proposta sono state presentate anche delle proposte di legge, ma le tempistiche per la loro approvazione appaiono molto incerte.

La terza e ultima via, forse rapida ma per nulla facile, è rappresentata dall’inserimento di un capitolo ad hoc nel piano di sistemazione di oltre 50mila precari della scuola, magari facendo riferimento a coloro che hanno già maturato i 36 mesi di servizio con contratto a tempo determinato, che secondo le normative del mondo del lavoro dovrebbero portare all’assunzione a tempo indeterminato (nel caso della scuola, a quello di ruolo).

Da parte sua, il Servizio nazionale per l’insegnamento della religione cattolica nella scuola svolge solo un ruolo di osservatore e garante. Infatti, la questione del bando vede come attori protagonisti il ministero e i sindacati, mentre il Servizio Irc della Cei non partecipa al tavolo di confronto, ma ha solo una funzione esterna di consiglio e sostegno. «Certo da parte nostra – commenta don Saottini responsabile del Servizio Nazionale – ci auguriamo che, come prevede la legge 186/2003, venga rispettato l’obbligo di mettere a concorso i posti di ruolo scoperti». Al di là della scelta che sarà presa nel confronto tra sindacati e ministero, «la Cei si augura che si possa trovare una soluzione condivisa in tempi rapidi, evitando di penalizzare ulteriormente i docenti e la stessa disciplina dell’Irc». Un auspicio, a dire il vero, che negli ultimi tre lustri è andato deluso, visto che nessuno dei ministri che si sono succeduti alla guida dell’Istruzione ha dato attuazione ai concorsi triennali previsti per legge. Tuttavia don Saottini osserva che «questa speranza si fonda sulla disponibilità e sull’impegno che mostrano tutti i protagonisti per poter arrivare presto ad una positiva soluzione, per il bene di tanti docenti che con passione continuano a far apprezzare una materia a volte molto penalizzata come è l’Irc».

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Scuola: prima edizione delle Olimpiadi di Economia e Finanza

(ANSA) – ROMA, 23 GEN – Al via da quest’anno una nuova competizione, riservata agli studenti del primo triennio degli Istituti secondari di secondo grado: le Olimpiadi di Economia e Finanza che il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici ha promosso in collaborazione con il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Per informarsi e orientarsi in questa nuova Olimpiade è stato creato un sito: https://www.olimpiadi-economiaefinanza.it/ con un sillabo, un glossario e molti link cui collegarsi per consultare dati economici, finanziari e statistici, reperire informazioni, seguire conferenze, brevi lezioni a tema, guardare video di approfondimento.

Questa Olimpiade prevede una gara d’istituto, in programma per il 12 marzo e, dopo circa un mese, il 16 aprile, una semifinale regionale che selezionerà le studentesse e gli studenti finalisti che affronteranno, il 22 maggio prossimo, a Trieste, la finale nazionale. Una gara da vivere con entusiasmo e con il piacere di mettersi in gioco su temi molto seri ed estremamente importanti per l’esercizio di cittadinanza e per capire fino a che punto si sia in grado di utilizzare le proprie competenze trasversali e comunicative in ambito economico.

Per partecipare non è richiesta la frequenza a percorsi in cui i temi economico-finanziari siano presenti nei curricula scolastici.

La proclamazione dei vincitori è fissata per il 22 maggio, all’interno di una manifestazione culturale dedicata ai temi dell’Educazione economica e finanziaria a scuola dal titolo “E+F=…Opinioni a confronto”, nel corso della quale i finalisti avranno la possibilità di sperimentare alcune applicazioni didattiche dedicate all’economia realizzate da prestigiosi istituti di ricerca nazionali e di incontrare amministratori pubblici, imprenditori ed esperti.

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Italia Messaggio della Cei sull’insegnamento della religione nelle scuole. Non proselitismo ma ascolto e confronto

L’Osservatore Romano

Non uno spazio di proselitismo ma un’occasione di «ascolto» e «confronto serio e culturalmente fondato» sulle questioni centrali della vita e della fede. È questa l’opportunità offerta dall’insegnamento della religione cattolica che studenti e genitori nei prossimi giorni, come di consueto, saranno chiamati a scegliere in vista dell’iscrizione al nuovo anno scolastico.
Nell’approssimarsi di questa importante scadenza la presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei) ha diffuso un messaggio ricordando specificità e rilevanza di un’insegnamento che negli anni ha dimostrato di essere sempre largamente apprezzato dalla maggioranza delle famiglie.
L’insegnamento della religione cattolica (Irc) intende dunque essere, all’interno di tutto il mondo della scuola, sottolineano i vescovi, «un’occasione di ascolto delle domande più profonde e autentiche degli alunni, da quelle più ingenuamente radicali dei piccoli a quelle talora più impertinenti degli adolescenti». In questo senso, viene specificato, «le indicazioni didattiche in vigore per l’Irc danno ampio spazio a queste domande; a loro volta, gli insegnanti di religione cattolica sono preparati all’ascolto, presupposto per sviluppare un confronto serio e culturalmente fondato».
Nel richiamare i contenuti del Sinodo dei vescovi dello scorso ottobre, la Cei evidenzia come i giovani si siano dimostrati «sensibili alla figura di Gesù, quando viene presentata in modo attraente ed efficace», e desiderosi di conoscerlo. L’Irc, si legge ancora nel messaggio dei vescovi italiani, «è il luogo più specifico in cui, nel rigoroso rispetto delle finalità della scuola, si può affrontare un discorso su Gesù. Come insegna Papa Francesco, non si tratta di fare proselitismo, ma di offrire un’occasione di confronto per lasciare che ognuno possa, nell’intimo della propria coscienza, trovare risposte convincenti». Di qui l’auspicio che «anche quest’anno siano numerosi gli alunni che continueranno a fruire di tale offerta educativa, finalizzata ad accompagnare e sostenere la loro piena formazione umana e culturale».
Frutto, come è noto, della revisione del Concordato del 1984, l’insegnamento della religione cattolica, sottolineano ancora i vescovi, «si è ormai consolidato come apprezzata componente del curricolo scolastico ed è scelto da una maggioranza ancora cospicua di studenti e famiglie, che vi trovano risposta soprattutto in termini di formazione personale, di proposta educativa e di approfondimento culturale». E nel cercare di rispondere sempre meglio a tali aspettative, prosegue il messaggio, «gli insegnanti di religione cattolica potranno trovare ulteriori e importanti sollecitazioni dal Sinodo dei vescovi che si è concluso nelle scorse settimane e che è stato dedicato proprio ai giovani, cui la Chiesa intende rivolgere un’attenzione sempre maggiore».
Tra le numerose tematiche discusse, i vescovi italiani evidenziano proprio il richiamo legato alla domanda di ascolto che viene dal mondo giovanile e riportano questo passaggio del documento finale del suddetto Sinodo: «I giovani sono chiamati a compiere continuamente scelte che orientano la loro esistenza; esprimono il desiderio di essere ascoltati, riconosciuti, accompagnati.
Molti sperimentano come la loro voce non sia ritenuta interessante e utile in ambito sociale ed ecclesiale. In vari contesti si registra una scarsa attenzione al loro grido, in particolare a quello dei più poveri e sfruttati, e anche la mancanza di adulti disponibili e capaci di ascoltare». Da qui l’augurio che «anche quest’anno siano numerosi gli alunni che continueranno a fruire di tale offerta educativa».
L’Osservatore Romano, 3-4 gennaio 2019

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Scuola: Skuola.net,iscrizioni quasi uno su 2 ancora indeciso

(ANSA) – ROMA, 3 GEN – Il 7 gennaio aprono le iscrizioni e gli studenti saranno chiamati a fare il grande salto dalle scuole medie alle superiori. La decisione del Miur di anticipare la finestra in cui si dovrà decidere a quale indirizzo (e soprattutto a quale istituto) segnarsi per l’anno 2019/2020 ha spiazzato non poco i ragazzi. Quasi la metà (44%) non ha ancora le idee chiare. È questo il dato saliente della ricerca – effettuata su 4mila studenti di terza media – condotta da Skuola.net in collaborazione con Radio24. Una scelta che, però, è considerata dagli stessi ragazzi davvero importante: per l’89% le scuole superiori sono un passaggio chiave per il lavoro che si andrà a fare da grandi.

Quasi un mese in meno ha fatto lievitare il numero degli indecisi. Basti pensare che, dodici mesi fa (quando le iscrizioni aprivano a febbraio), il dato si fermava al 36%. Anche perché, nel frattempo, sembrano migliorare le attività di orientamento organizzate dalle scuole: quasi 9 studenti su 10 – l’87% – hanno effettivamente partecipato a incontri mirati (nel 2017 erano l’80%). Solo il Sud resta sui numeri dell’anno scorso, ma il dato è comunque buono.

Due studenti su 3 sembrano orientati ad andare al liceo; il 21%, invece, sembra prediligere un istituto tecnico; il 9% un istituto professionale; il 4% un corso regionale di formazione professionale. La maggior parte (53%) sostiene di aver già in mente il lavoro che vorrà fare da grande. Ma una quota altrettanto elevata (55%) ha paura di non riuscire a trovarlo alla fine degli studi (sia che in tasca abbia il diploma o la laurea). In tantissimi il loro futuro (lavorativo o universitario) lo vedano fuori dall’Italia: per il 38% è una possibilità, per il 24% praticamente una certezza

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Scuola: iscrizioni 2019/2020 al via dal 7 al 31 gennaio

Iscrizioni al nuovo anno scolastico ai nastri di partenza: dal 7 al 31 gennaio 2019 le famiglie potranno effettuare le iscrizioni a scuola per l’anno scolastico 2019/2020. Tempi anticipati, dunque, rispetto alle passate iscrizioni che si erano svolte a partire dalla metà di gennaio e fino ai primi di febbraio.

L’anticipo del periodo delle iscrizioni servirà per far partire prima la macchina delle operazioni che servono per portare in cattedra tutti i docenti a inizio anno scolastico, ha spiegato il Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti.

Ci sarà dunque tempo dalle 8.00 del 7 gennaio alle 20.00 del 31 gennaio 2019 per effettuare la procedura on line per l’iscrizione alle classi prime della scuola primaria e della secondaria di I e II grado. Già a partire dalle 9.00 del 27 dicembre scorso le famiglie avevano potuto accedere alla fase di registrazione sul portale www.iscrizioni.istruzione.it. Le iscrizioni on line riguardano anche i corsi di istruzione e formazione dei Centri di formazione professionale regionali nelle Regioni che hanno aderito. Per le scuole dell’infanzia la procedura è cartacea. L’adesione delle scuole paritarie al sistema delle ‘Iscrizioni on line’ resta sempre facoltativa.

Per effettuare l’iscrizione on line le famiglie dovranno innanzitutto individuare la scuola di interesse. Sarà disponibile, a questo scopo, il portale ‘Scuola in Chiaro’ che raccoglie i profili di tutti gli istituti italiani e consente di ricavare informazioni utili che vanno dall’organizzazione del curricolo, all’organizzazione oraria, agli esiti degli studenti e ai risultati a distanza (Università e mondo del lavoro).

* Scuola dell’infanzia La domanda resta cartacea e va presentata alla scuola prescelta. Possono essere iscritti alle scuole dell’infanzia i bambini che compiono il terzo anno di età entro il 31 dicembre 2019, che hanno la precedenza. Possono poi essere iscritti i bambini che compiono il terzo anno di età entro il 30 aprile 2020. Non è consentita, anche in presenza di disponibilità di posti, l’iscrizione alla Scuola dell’infanzia di bambini che compiono i tre anni di età successivamente al 30 aprile 2020. I genitori possono scegliere tra tempo normale (40 ore settimanali), ridotto (25 ore) o esteso fino a 50 ore.

* Scuola primaria Le iscrizioni si fanno on line. I genitori possono iscrivere alla prima classe i bambini che compiono sei anni di età entro il 31 dicembre 2019. Si possono iscrivere anche i bambini che compiono sei anni dopo il 31 dicembre 2019 e comunque entro il 30 aprile 2020. Non è consentita, anche in presenza di disponibilità di posti, l’iscrizione alla prima classe della primaria di bambini che compiono i sei anni successivamente al 30 aprile 2020. I genitori, al momento della compilazione delle domande di iscrizione on line, esprimono le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che può essere di 24, 27, fino a 30 ore oppure 40 ore (tempo pieno). Possono anche indicare, in subordine rispetto alla scuola che costituisce la loro prima scelta, fino a un massimo di altre due scuole di proprio gradimento. Il sistema di iscrizioni on line comunica di aver inoltrato la domanda di iscrizione verso le scuole indicate come seconda o terza opzione nel caso in cui non vi sia disponibilità di posti nella scuola di prima scelta.

* Secondaria di I grado All’atto dell’iscrizione on line, i genitori esprimono le proprie opzioni rispetto alle possibili articolazioni dell’orario settimanale che può essere di 30 oppure 36 ore, elevabili fino a 40 (tempo prolungato), in presenza di servizi e strutture idonee. In subordine alla scuola che costituisce la prima scelta, è possibile indicare fino a un massimo di altre due scuole di proprio gradimento. Per l’iscrizione alle prime classi a indirizzo musicale, i genitori devono barrare l’apposita casella del modulo di domanda di iscrizione on line. Le istituzioni scolastiche organizzeranno la prova orientativo-attitudinale in tempi utili per consentire ai genitori, nel caso di carenza di posti disponibili, di presentare una nuova istanza di iscrizione, eventualmente anche a un’altra scuola.

* Secondaria di II grado Nella domanda di iscrizione on line alla prima classe di una scuola secondaria di secondo grado statale, i genitori esprimono anche la scelta dell’indirizzo di studio, indicando anche l’eventuale opzione rispetto ai diversi indirizzi attivati dalla scuola. Oltre alla scuola di prima scelta è possibile indicare, in subordine, fino a un massimo di altre due scuole di proprio gradimento

ansa

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Il ritorno dell’Educazione civica. Un’ora per discutere ma non di regole

Un’ora per discutere ma non di regole

Caro direttore,
mi permetto d’intrufolarmi nel dialogo pubblicato, domenica 10 giugno, nella rubrica ‘Il Direttore risponde’ con il collega Leonardo Eva. E lo faccio con empatia, perché anch’io ho insegnato Italiano, Storia ed Educazione civica, e poi Storia e Filosofia e Pedagogia dal 1959 al 1971. Comincio ricordando che l’Assemblea Costituente, l’11 dicembre 1947, quasi al termine dei suoi lavori, votò con unanimi prolungati applausi l’odg firmato da Aldo Moro e altri, in cui si chiedeva: «che la Carta Costituzionale trovi senza indugio adeguato posto nel quadro didattico della scuola di ogni ordine e grado, al fine di rendere consapevole la giovane generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali che costituiscono ormai sacro retaggio del popolo italiano». Quel giorno, ha scritto Mario Lodi, è nata la scuola della Repubblica italiana.

Moro non chiedeva che «si passasse un’ora in più a parlare di regole», come dice il collega Eva, che si è fatto un’idea non proprio esaltante della Costituzione e del suo potenziale educativo e creativo. Platone, Dante e tutto il ben di Dio della nostra storia di scienze, lettere e arti facevano parte anche dei programmi della scuola fascista, quando si pretendeva che si studiasse per «credere obbedire combattere», dato che il Duce aveva «sempre ragione».

Ma i valori della nostra composita, limpida e anche torbida civiltà ebraico greco romano cristiana, illuministica, personalistica e sociale non erano passati invano nelle memorie e nelle coscienze di quei giovani che affrontarono la Resistenza. Anche per il loro sacrificio si arrivò alla Costituzione. L’indugio, paventato da Moro, fu superato dieci anni dopo, il 13 giugno 1958, giusto 60 anni fa, quando, divenuto ministro della Pubblica Istruzione, emanò con Gronchi il dpr che integrava i programmi di insegnamento della Storia negli istituti e scuole di istruzione secondaria e artistica con i «programmi di Educazione civica». Il posto trovato nella scuola, era scarso, ma quanto di meglio si potesse fare, in quel contesto postbellico. Venne il fatidico ’68. Il 6 aprile scrissi sulla mia agenda: «Gruppo con studenti per leggere i programmi di studio dei licei classico, scientifico, magistrale. Conclusione: si possono applicare in modo intelligente. Il programma di Educazione Civica è stato innestato su un tronco vecchio.

Ma è l’idea nuova per cui battersi (adempimento della legge!). Oggi 18 ore l’anno sono rubate all’educazione civica. Occorre chiederne ragione ai consigli di classe». Sono 50 anni che cerco di rendere questa ‘nuova idea’ comprensibile, amabile, praticabile come luce orientante dei curricoli e insieme alimentabile col meglio di tutte le discipline scolastiche. Ho presieduto quattro gruppi di lavoro istituiti da diversi ministri, oltre al Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, ricominciando ogni volta il discorso da capo, con approcci, temi, nomi, leggi, norme applicative, ‘sperimentazioni’ diverse.

A proposito: la legge in vigore (n.169 del 2018) parla di «conoscenze e competenze relative a cittadinanza e Costituzione nell’ambito delle aree storico geografica e storico sociale», non della sola cittadinanza, né di generica ‘trasversalità’ di questi temi, ossia di facoltatività superflua. Nonostante le ambiguità ministeriali, c’è un patrimonio di esperti e docenti di varie discipline, di documenti ufficiali e di studi, di esperienze e di ‘buone pratiche’, che consente di affrontare credibilmente i problemi impostati e chiariti, anche se non sempre risolti, neppure da Gesù e da Socrate. I quali, fra l’altro, non sempre sono riusciti a «trovare il tempo per far lezione con tranquillità», come richiede Eva. Ho citato il ’68. Dieci anni dopo fu assassinato Aldo Moro. È inquietante e non infondato pensare che se i brigatisti che compirono quel misfatto, nella distorta convinzione che servisse a rovesciare un sistema politico ritenuto altrimenti ingiusto e immodificabile, avessero studiato e capito la Costituzione, che il ministro Aldo Moro aveva introdotto nella scuola nel 1958, quel delitto non si sarebbe compiuto vent’anni dopo.

Credo che l’intera società, insieme alla Famiglia Moro, debba essere in qualche modo risarcita per la debolezza con cui si è affrontata nelle scuole l’Educazione civica, fino a farla tacitamente scivolare fuori dal curricolo. Don Milani scrisse nella Lettera a una professoressa: «Voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione». Quest’anno si sono commemorati ufficialmente al Miur e nella scuola italiana sia Moro sia don Milani. Ma il loro pensiero e la loro testimonianza devono essere più profondamente compresi e messi in pratica. Diverse iniziative riscoprono in questi mesi il valore pedagogico della Costituzione e chiedono che sia ricuperato con legge di iniziativa popolare il profilo culturale e motivazionale per l’educazione civica previsto da Moro. Si tratta di un albero frondoso, ma con radici ampie e robuste. Va coltivato e potato con cura, anche dai docenti.

da Avvenire

di Luciano Corradini – Professore emerito di Pedagogia generale, Università di Roma Tre

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La scuola da riformare. Basta con le «riformette», serve un cambio radicale

Chi parla assennatamente di cambiamento di una società, sa bene che il luogo dove si realizza un cambiamento è la dimensione educativa. I cambiamenti o sono di tipo educativo o sono di altre due tipi, entrambi non consigliabili: superficiali o violenti. E se dunque qualcosa in Italia deve cambiare la prima attenzione del governo e del popolo dovrebbe essere sulla scuola, o meglio, sul campo educativo.

Un dibattito si è sviluppato in questi giorni con l’insediamento del nuovo governo. Poiché il tema è complesso e delicato non crediamo a ricette miracolose. Ma un buon inizio può essere porsi le domande giuste (e scomode). Eccone alcune. La scuola infatti non è solo affare del governo, ma soprattutto del popolo, cioè di genitori, famiglie, giovani etc. La prima domanda riguarda l’epoca che viviamo. Molte strutture fondamentali della vita pubblica fissate da centinaia di anni stanno modificandosi o sono in crisi. I motivi della trasformazione sono tanti, ma è evidente che partiti, media, organizzazione del lavoro e anche degli Stati, editoria e disponibilità dei contenuti sono mutati profondamente.

L’impianto della scuola invece no.

Come se fosse naturale che nel 2018, ad esempio, dei quindicenni stiano cinque, sei, sette ore al giorno in aule spesso bruttone come facevano i loro bisnonni. O come se fosse ovvio che uno stipendio e uno statuto da funzionario medio bassi fossero gratificanti, come un secolo fa, per persone, maestri e professori, a cui oggi però capita più che essere autorità d’esser terminali di infiniti problemi e disagi. Quindi, prima domanda, siamo sicuri che non occorra un cambio radicale e non solo riformette?

Occorrono idee forti.

L’esistente è fissato su alcuni capisaldi tanto irremovibili quanto inadeguati, ‘pilastri’ che rischiano di restare in piedi mentre tutto intorno crolla. Le crepe sono evidenti. La scuola spesso è un posto dove i ragazzi e gli adulti mandano ogni mattina i propri ‘fantasmi’, le ‘maschere’ ma le persone vere sono altrove. Da qui un diffusissimo senso di stress e di frustrazione e la sensazione di spreco di tempo e energie. Il primo pilastro dell’attuale situazione è che l’educazione dei giovani è compito dello Stato attraverso suoi funzionari. Stranamente mentre su altri campi non meno delicati della cultura e della educazione (dai musei ai teatri) lo Stato, se non altro per motivi economici, chiede l’intervento del popolo (attraverso fondazioni sponsorizzazioni, defiscalizzazioni…) sulla Scuola invece l’iniziativa del popolo è malvista e osteggiata.

Non sarebbe ora di invertire radicalmente la direzione? Inoltre, non sarebbe meglio immaginare per i nostri figli ritmi e luoghi della formazione diversi da quanto avveniva più di un secolo fa? Molte scuole somigliano a palazzoni a metà tra ospedali e riformatori. Passarci dentro sei ore al giorno a chi può giovare? Non è che si tengano lì i ragazzi perché altrimenti non si sa dove metterli? La nostra infatti è una società che non prevede oltre alla scuola una condivisione di tempo tra adulti e giovani, eccetto rare eccezioni come lo sport e qualche gruppo religioso o di volontariato.

Una ricerca svolta da un giovane sociologo dell’Università di Bologna, Giuseppe Monteduro, dimostra che i manager di grandi aziende desiderano assumere ragazzi ben formati su aspetti fondamentali e relazionali invece che infarciti di nozioni. Ma basta stare solo con genitori e professori per trarre tale vera educazione?

da Avvenire

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Scuola: Corte dei Conti, sì al rinnovo del contratto

– La Corte dei Conti ha certificato l’ipotesi di rinnovo del contratto del comparto del settore Istruzione e Università – che comprende Scuola, Università, Alta formazione artistica, musicale e coreutica (AFAM), Ricerca – siglata il 9 febbraio. La certificazione riguarda l’attendibilità dei costi quantificati per il rinnovo del contratto e la compatibilità con le risorse disponibili. A breve seguirà la firma definitiva del nuovo contratto collettivo nazionale da parte dell’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni (ARAN) e le Organizzazioni sindacali: per circa 1,2 milioni di dipendenti entreranno così in vigore le novità previste dal nuovo contratto. “Siamo molto soddisfatti per il traguardo raggiunto – commenta la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli
– che ci consente di dare il giusto riconoscimento professionale
ed economico, dopo oltre 8 anni di attesa, a tutti coloro che lavorano con passione e serietà nel comparto della conoscenza”.(ANSA).

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Scuola: da oggii al via prove Invalsi, le prime su pc Riguarderà oltre 574mila ragazzi, un computer ogni 2,5 studenti

 © ANSA

Partono oggi le prove Invalsi per gli studenti della terza media, le prime “computer based”, ovvero su pc. Complessivamente sono coinvolti 574.600 ragazzi e, dal censimento delle strutture informatiche effettuato da Invalsi, le postazioni effettive nelle scuole risultano 216 mila, il che significa che è a disposizione un computer ogni 2,5 studenti. Tra le novità introdotte quest’anno oltre alle prove su supporto informatico anche l’Invalsi per la lingua inglese. Negli anni passati i test Invalsi duravano due giorni, quest’anno invece potranno svolgersi da domani al 21 aprile.

Questo perchè le scuole possano organizzarsi al meglio e superare l’eventuale problema della cosiddetta ‘connessione’. Per quanto riguarda la terza prova, quella dell’inglese, una sezione è rivolta alla comprensione della lettura, una alla comprensione dell’ascolto.

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