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riflessioni Archive

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Video Commento Letture S. Messa Dom. 12 Luglio 2015 di don Fabrizio Crotti

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Video commento Letture 7 Giugno 2015 Domenica Corpus Domini di don Fabrizio Crotti

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Maggio con Maria. Riflessioni e incontri in gruppo e in comunità

Trentuno semplici riflessioni su “valori” e “atteggiamenti” in Maria, con l’obiettivo di ribaltarli sul nostro vissuto cristiano. Ogni capitolo comprende riflessioni differenziate per diversi tipi di destinatari (assemblee, gruppi impegnati, adolescenti e giovani), interrogativi per concretizzare la meditazione nell’impegno, preghiere.

Bravo Manuel – Maggio con Maria. Riflessioni e incontri in gruppo e in comunità

Maggio con Maria. Riflessioni e incontri in gruppo e in comunità

Titolo

Maggio con Maria. Riflessioni e incontri in gruppo e in comunità

Autore

Bravo Manuel

Prezzo

Sconto 15%

€ 6,59

(Prezzo di copertina € 7,75 Risparmio € 1,16)

Dati

2000, 144 p.

Traduttore

Pace G.

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Sulla web tv commento alle Letture di Domenica 18 Agosto 2013 di don Fabrizio Crotti

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Il dono gratuito di sé, la sola cura dell'avaro

ROMA, lunedì, 26 luglio 2010 (ZENIT.org).- Imparare a donare ciò che si è ricevuto è l’unico modo per sfuggire alla solitudine e all’ansia di possesso che caratterizzano l’avarizia.

E’ questo in breve l’insegnamento al cuore dell’articolo a firma di padre Giovanni Cucci, S.I., docente incaricato di Filosofia e Psicologia presso la Pontificia Università Gregoriana, dal titolo “L’avarizia, il tentativo illusorio di possedere la vita”, apparso sulla rivista “La Civiltà Cattolica” del 3 luglio scorso.

Nel saggio il gesuita mette a nudo gli aspetti essenzialmente spirituali di questo vizio, che porta a caricare il denaro e le cose in genere di “un valore simbolico spropositato” trasformandole così in “un sinonimo di stima, pace, sicurezza, potere”.

L’avarizia si identifica quindi con “la brama e l’avidità di possesso che indurisce il cuore e conduce alla presunzione di autosufficienza, di bastare a se stessi e di non aver bisogno di nulla”.

Da qui l’aspetto religioso dell’avarizia, sottolinea padre Cucci, “perché il denaro fornisce l’illusione di essere onnipotenti: il denaro per sua natura consente un’autosufficienza che nessun altro oggetto potrebbe fornire. Per Péguy esso è l’unica alternativa veramente atea a Dio, perché dà l’illusione di poter ottenere tutto, poiché ogni realtà può essere trasformata in denaro, che a sua volta consente di entrare in possesso di ogni cosa”.

Anche Marx, analizzando la mentalità capitalista, ne aveva sottolineato “il carattere di consacrazione di tutto il proprio essere a una realtà considerata come assoluta, superiore a ogni altra”.

“L’avarizia – spiega lo scrittore de ‘La Civiltà Cattolica’ –, poiché non riguarda un bisogno del corpo, né tende a un piacere ad esso proprio, ricerca una soddisfazione di tipo affettivo ma insieme impalpabile, legata all’immaginazione”.

In questo modo si configura “come una forma mondana di consacrazione a un idolo, qualcosa cui si è disposti a offrire tutta la propria vita, sacrificando per esso anzitutto la propria libertà e dignità”.

Infatti, il denaro ben lungi dal rassicurare, quando diventa fine a se stesso genera sempre nuove paure, ansie e insicurezze: “quella di perdere ciò che si è guadagnato, la paura che un rivale si aggiudichi quell’affare bramato, che si venga superati nella scala sociale, rendendo vana la fatica di una vita”.

Un altro sentimento tipico dell’avaro è la tristezza, legata alla delusione di non poter mai trovare pienamente quello che brama, ma di sentirsi sempre indigente. Da qui lo “strano masochismo” che caratterizza questo vizio, “in quanto ciò che si ritiene essere l’unica fonte di felicità, rende in realtà angosciati, fino a rovinarsi la vita”.

Inoltre c’è un legame stretto anche tra avarizia e solitudine: “l’avaro si trova a suo agio soltanto in compagnia delle cose, l’unica realtà di cui può fidarsi”, anzi l’avaro se ne è fatto plasmare a tal punto da assumerne “la medesima fissità impersonale”.

Ecco allora che la migliore cura per il vizio dell’avarizia diventa la pratica di usare “ciò che si è ricevuto perché altri possano vivere bene”.

“Tale predisposizione – spiega padre Cucci – fa infatti scattare qualcosa nel cuore di chi lo attua, il desiderio di spendere bene la propria vita, e rende la persona capace di sacrifici anche notevoli, perché il cuore è diventato sensibile alle sofferenze e ai bisogni altrui”.

Paradossalmente, scrive padre Cucci, forse “al fondo dell’avarizia c’è questo sforzo sovrumano di volersi guadagnare l’esistenza, meritarsi di vivere, una forma malata di stima di sé”.

Al contrario, però, “è nell’incontro con l’altro, nella relazione, che l’uomo ritrova la verità di se stesso”.

“Senza la gratuità – afferma il gesuita – nulla sarebbe possibile, e a maggior ragione non sarebbe possibile alcun guadagno, alcuna ricchezza; d’altra parte nessuno potrà mai pareggiare i conti, ma deve piuttosto spendersi per impegnare a sua volta ciò che ha ricevuto gratuitamente”.

“La vera ricchezza, che realmente ci appartiene, è quella che si riceve offrendo il meglio che si ha, divenendo partecipi della generosità sovrabbondante di Dio – conclude poi –. Soltanto donando è possibile uscire dalla solitudine infernale in cui si è rinchiuso l’avaro”.

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LA PAZIENZA DI DIO

LA PAZIENZA DI DIO
 SALVATORE MANNUZZU
  – avvenire
C
ara Madre, ieri le dicevo di sentirmi (sperarmi) perdonato ma non consolato. E di non poter chiedere di più: forse non rassegnarsi a essere quel che si è stati – con tutta la fatica e tutto il dispiacere che comporta – è a un certo punto l’unica salute. Ma se poi non è solo il passato che ti viene addosso ma il presente, ciò che hai appena finito di fare, che ancora stai facendo? Intendo la tristezza d’aver perso il pelo, completamente o quasi, ma non il vizio; la tristezza che a un certo punto si confonde con l’intera tua storia, l’intera tua vita, perfino con il tuo futuro, intimandoti: tu sei questo. Sì, il senso di irrimediabilità, di irredimibilità che ti stringe alla gola. Ma Dio ha davvero tanta
pazienza?
  Un teologo insegnava che c’è peccato ogni volta che viene da dire: che peccato. Quando per colpa nostra una cosa non diventa se stessa, non matura il suo destino, secondo il disegno della Creazione. E il peso del peccato è avvertire l’incompiutezza, trovarsi prigionieri dentro di essa; e separati: da tutto. Per contrappasso, lo spreco delle occasioni di vita relega fra gli avanzi delle cose consumate invano; la cieca scelta di sé, e non degli altri, rinchiude in recinti sempre più stretti, sempre più bui.
  Sapremo mai uscirne? Cara Madre, preghi per me la Pazienza di Dio.
 

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IDEE La scuola ha bisogno di nuovi Socrate

Nel campo dell’istruzione l’America deve affrontare tre grandi sfide che impongono un miglioramento dei programmi di formazione didattica più che mai urgente. Primo, l’istruzione che milioni di americani hanno ricevuto in passato non è più al passo con i tempi. In un’economia globale competitiva, persino chi possiede un diploma delle superiori, se non si iscrive all’università, si ritrova con una gamma limitata di possibilità.

Secondo, oggi più che mai dobbiamo riconoscere la necessità – e il dovere per una scuola pubblica – che tutti gli studenti possano trarre dall’insegnamento tutto il potenziale possibile. Allo stato delle cose, tuttavia, ci troviamo ben lungi dall’avere conseguito l’agognato obiettivo di pari opportunità educative. Attualmente quasi il 30% dei nostri studenti abbandona la scuola o non riesce a terminare gli studi superiori nei tempi previsti. A malapena il 60% degli studenti afro-americani e ispanici riesce a diplomarsi entro i regolari anni di corso. Se abbiamo a cuore il desiderio di offrire possibilità, di ridurre le disuguaglianze, di promuovere la coscienza civica e la partecipazione, è l’aula scolastica il punto da cui partire.

La terza sfida è l’esodo di massa dal corpo insegnanti da parte delle persone nate negli anni del baby boom previsto per il prossimo decennio. Attualmente contiamo 3,2 milioni di insegnanti che lavorano in circa 95.000 scuole. Nei prossimi quattro anni potremmo perdere un terzo dei nostri insegnanti e funzionari scolastici più esperti, causa pensionamento e logoramento. La nostra capacità di attrarre, ma, ancor di più, di trattenere i grandi talenti nei prossimi anni lascerà un’impronta profonda sull’istruzione pubblica.

È davvero un’opportunità che capita una sola volta nell’arco di una generazione. Per mantenere competitiva l’America, e per trasformare in realtà il sogno americano di un’uguale istruzione garantita a tutti, è nostro dovere reclutare, retribuire, formare, ascoltare e rispettare una nuova generazione di insegnanti di talento. Per ottenere questo è tuttavia essenziale elevare lo standard dei programmi di formazione didattica poiché agli insegnanti di oggi, rispetto anche a soli dieci anni fa, chiediamo molto di più.

Il presidente Obama si è infatti posto l’ambizioso obiettivo di far riguadagnare all’America, entro il 2020, il primato della nazione che vanta, in proporzione, il più alto numero di laureati al mondo. Per raggiungere tale obiettivo, tuttavia, sia il nostro sistema scolastico sia i programmi di formazione didattica devono migliorare sensibilmente. La posta in gioco è immensa e il tempo di aggrapparsi al passato è finito. C’è una ragione per cui molti di noi ricordano per sempre il proprio insegnante preferito. Un grande insegnante può letteralmente cambiare il corso della vita di uno studente. Gli insegnanti accendono una curiosità che dura tutta la vita, destano il desiderio di partecipare alla democrazia e instillano la sete di conoscenza.

Non sorprende che tutti gli studi affermino ripetutamente come sia la qualità dell’insegnante responsabile della classe il fattore decisivo per la crescita scolastica di uno studente, e non le condizioni socio-economiche o l’ambiente familiare. Reclutare e addestrare questo esercito di nuovi, grandi insegnanti dipende fortemente dalle nostre facoltà di Scienze dell’educazione. Esse avranno il compito di formare più della metà dei nostri futuri docenti.

Le facoltà umanistiche e scientifiche rivestono un ruolo assolutamente essenziale nel consolidare il bagaglio culturale di un futuro insegnante. Fatico a capire i rettori e i presidi delle facoltà umanistiche e scientifiche che trascurano i programmi di Scienze dell’educazione delle loro università. Il fatto è che Stati, distretti, e governo federale sono ugualmente responsabili della costante debolezza dei programmi di formazione didattica delle facoltà di Scienze dell’educazione. Gran parte degli Stati membri approvano d’ufficio i programmi delle facoltà che, solitamente, si basano su criteri di valutazione degli studenti affidati a test scritti senza una reale valutazione della loro effettiva preparazione all’insegnamento in una classe.

Pochissimi Stati e pochissimi distretti monitorano attentamente il lavoro degli insegnanti, valutando se e quali programmi di formazione didattica hanno creato docenti ben preparati e quali invece insegnanti dal rendimento scarso. Dovremmo, da un lato, studiare e riprodurre le pratiche rivelatesi efficaci e, dall’altro, esortare gli insegnanti meno efficienti a rivedere il proprio modo di lavorare o a rinunciare a questa professione.

S’è detto spesso che i grandi insegnanti sono eroi di cui non sono cantate le gesta, ma a parer mio questa evidente verità ha un significato profondo. L’insegnamento è una delle poche professioni che non è solo un lavoro o addirittura un’avventura estemporanea: è una vocazione. I grandi insegnanti si sforzano di aiutare ogni studente a sbloccare il proprio potenziale e a sviluppare l’atteggiamento mentale che gli servirà per tutta la vita. Essi lavorano nella convinzione che tutti gli studenti abbiano un dono, anche quando dubitano di se stessi. Le sfide che il nostro sistema scolastico ed educativo deve affrontare sono enormi. Ma altrettanto immensa è l’opportunità di servire al meglio i nostri figli e il bene comune.

Arne  Duncan – Segretario di Stato all’Educazione degli Stati Uniti in avvenire 2/6/2010

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Il coraggio dei poeti salva i secoli

DI ALESSANDRO ZACCURI in Avvenire

 I veri maestri, alla fine, non sono quelli che insegnano: sono quelli che continuano a imparare. E Claudio Scarpati è così, lo è sempre stato fin da quando, nelle sue lezioni di Letteratura italiana alla Cattolica di Milano, si interrompeva all’improvviso per guardare fuori dalla finestra mentre gli studenti, in aula, aspettavano.
  Ora, da poco superato il traguardo dei settant’anni, Scarpati riceve l’omaggio di molti di quegli allievi, diventati suoi discepoli e colleghi. Il risultato è un volume di oltre mille e cento pagine (
Studi di letteratura italiana in onore di Claudio Scarpati,
curato da Eraldo Bellini, Maria Teresa Girardi e Uberto Motta per Vita e Pensiero), che verrà presentato lunedì 3 maggio alle 16 presso la Cripta dell’Aula Magna dell’ateneo milanese.
  Scarpati – che ha ormai lasciato l’insegnamento – parlerà delle rime spirituali di Michelangelo: poesia, pittura e spiritualità che si intrecciano, ancora una volta.

 Professore, lei è figlio di un pittore molto apprezzato, Giorgio Scarpati. Non è mai stato tentato dal disegno?

 «No, però inizialmente volevo studiare architettura – confessa. Ho sempre trovato appassionante la grafica, in particolare la varietà dei caratteri tipografici. Ho disegnato diversi alfabeti, lo ammetto. Ma niente di più».

 Un atteggiamento da uomo del Rinascimento, il periodo a cui ha dedicato i suoi studi più conosciuti…

 «Quello per il Rinascimento è un interesse nato in modo apparentemente casuale, come a volte accade qui in università. In seguito ho capito, magari tardivamente, che in quest’epoca più di una nazione europea riconosce le sue origini. È un periodo in cui l’Italia è ancora osservata come esemplare e in cui la nostra letteratura si muove in una dimensione europea. Sono convinto che le nazioni con le quali oggi il nostro Paese riesce più
facilmente dialogare sono quelle che hanno in qualche modo partecipato al Rinascimento. Per contro, l’attuale assopimento del sentimento nazionale unitario, che nell’Ottocento ha avuto testimoni eccellenti in autori come Manzoni e Leopardi, è una conseguenza dell’appannarsi della nostra tradizione letteraria».

 Lei ha spesso adoperato autori del passato come punto di partenza per una riflessione sul presente.
  Quanto è nostro contemporaneo, per esempio, il suo Leonardo?

 «Negli anni Ottanta il dibattito intorno ai linguaggi era molto inteso, ma restava tutto ancorato al
presente, senza riferimenti alla lezione rinascimentale. Così ho sentito il bisogno di tornare a Leonardo: il suo Paragone delle arti

 tratteggia il primo moderno sistema organico dei linguaggi artistici, anticipando le acquisizioni di Herder nell’età dell’Illuminismo».

 Un altro suo importante tema di ricerca è stato il rapporto fra verità e falsificazione in letteratura. A che punto siamo?

 «La letteratura non può essere mera evasione. Ne va di mezzo, tra l’altro, la missione educativa che all’insegnamento universitario resta strettamente connaturata.
 
Leggendo la Gerusalemme liberata ci si rende conto che per Tasso l’arte può sì esplorare i territori dell’immaginario, a patto però di non rinnegare l’insegnamento di Agostino, per cui ciò che significa non è mai falso. Detto altrimenti, ogni invenzione, se è capace di alludere, contiene in sé un germe di verità. Nell’ultimo secolo, tuttavia, la produzione letteraria è stata talmente ampia da rendere fatale il dirigersi verso le zone più lontane dall’esperienza profonda dell’individuo. Ma se consideriamo la ricerca poetica in senso stretto, possiamo dire che i poeti non hanno abdicato. Al contrario, hanno riservato a sé questo compito, presentandosi come gli ultimi interpreti dell’esigenza fondamentale dell’uomo, quella cioè della conoscenza di sé».

 I poeti come custodi della spiritualità, dunque?

 «Di sicuro nel Novecento hanno avuto coraggio, sono stati quasi ardimentosi nel non escludere i temi più decisivi, le questioni radicali. Personalmente mi affascina scoprire come la poesia abbia saputo suggerire al linguaggio religioso nuove modalità di interrogazione, accessibili anche all’uomo frastornato di oggi. Sono i motivi per cui ho studiato Luzi e Montale, specie quello della
Bufera, che per me resta il poeta capace, più di ogni altro di bussare, ‘a tutte le porte’».

 E lei, a quale porta vorrebbe bussare adesso?

 «Uno dei miei ultimi corsi universitari è stato dedicato a Leopardi e, in quell’occasione, ho rischiato di naufragare nella bibliografia critica. Mi sembra però di essere riemerso e ora ho qualche domanda da porre a questo poeta».

 Non le mancheranno gli studenti?

 «Ho imparato molto da loro, dalla loro generosità nel volontariato, dalla loro capacità di donare il proprio tempo. Più in generale, sono convinto che una ricerca non trova terreni nuovi se non dopo aver operato assaggi nella comunicazione con un gruppo. È la reazione del gruppo a indicare le vie percorribili o quelle da escludere, rivelando un’autentica comunità. In questi ultimi anni, in particolare, ho assistito a una crescita sorprendente della domanda vitale, un ritorno alle questioni essenziali sull’essere, sul vivere, sull’essere giovani. Si dice che i ragazzi di oggi sono più distratti, ed è vero. Ma proprio per questo cercano nell’università un’oasi in cui pensare, in cui interrogarsi. Gli studenti sono meravigliosi, come sempre».

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