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Mattarella: Ue più forte, la lezione di De Gasperi

Dopo l’esito del referendum sulla Brexit e i referendum nazionali che hanno segnato una battuta di arresto nel processo di unificazione europea, la strada non può essere l’«appiattimento», ma la visione costituente, il «patriottismo veramente europeo» di Alcide De Gasperi, «frutto anch’esso della visione di uno statista che aveva vissuto, e colto, nel breve volgere di mezzo secolo un cambiamento epocale».

Sergio Mattarella, reduce da un breve periodo di riposo a Selva di Val Gardena e alla vigilia del suo intervento, oggi, in apertura del Meeting di Rimini, arriva aPieve Tesino, il borgo natale del grande statista trentino, nell’anniversario della morte, e a settanta anni dallo storicoaccordo De Gasperi-Gruber fra Italia e Austria a tutela delle reciproche minoranze.

La sua è una lectio magistralis che non cerca applausi, ma ne otterrà uno solo, molto prolungato, alla fine, da parte dei concittadini del politico trentino che numerosi sono convenuti, quasi duemila, divisi fra il salone del centro polivalente comunale dove il presidente prende la parola e l’attiguo tendone, dove è stato allestito un maxi-schermo, con altri ad attenderlo oltre le transenne solo per un saluto.

Al suo ingresso in sala il coro degli alpini, che canta “La montanara” e una versione tutta particolare dell’Inno alla gioia, ci mette del suo a ricordare quali fossero le radici popolari di un uomo «mite» e «commovente» insieme, annota Mattarella, per il coraggio che dimostrò in alcuni snodi istituzionali che hanno scritto la storia del nostro Paese. Lui che «non aveva origini repubblicane e che da galantuomo, affrontò deciso e sereno la lotta contro la corona per obbedire al popolo».

Una visita di rievocazione, nella quale il capo dello Stato rende omaggio anche al museo ospitato nella casa natale (accompagnato dalle figlie dello statista Maria Romana, Cecilia e Paola) e scopre una targa in ricordo di quei giorni drammatici del giugno 1946 in cui De Gasperi, avvalendosi della Costituzione provvisoria, assunse con un celebre discorso alla radio anche i poteri transitori di capo dello Stato a colmare il vuoto istituzionale lasciato dalla monarchia sconfitta dalle urne.

Ma un discorso, quello di Mattarella, proiettato anche all’oggi, a pochi giorni del vertice di Ventotene fra Matteo Renzi, Angela Merkel e Francois Hollande.
La decisione del referendum britannico richiede ora «un rilancio dell’integrazione e non una sorta di appiattimento sulle resistenze che hanno condotto a quel risultato negativo», ammonisce il capo dello Stato. E la strada è proprio quella tracciata da De Gasperi, un vero e proprio «padre fondatore» dell’Europa, che avrebbe voluto una «Costituente federale europea» e puntava sin da allora a un esercito oltre che una moneta comune.

Perché se «non sono le banche o le transazioni commerciali che hanno determinato l’Unione europea, ma uomini politici e parlamenti lungimiranti», scandisce Mattarella, non potranno essere le crisi finanziarie a distruggerla, «ma soltanto la nostra miopia nel non riconoscere il bene comune». Perché, ricorda Mattarella, sfide come quelle del terrorismo, delle crisi finanziarie e delle migrazioni, «nessun Paese è in grado di affrontarle da solo».

De Gasperi politico integro, integrale, ma non integralista, lo definisce Mattarella citando Maritain. Un insegnamento, il suo, in cui la fede cristiana e l’«ottimismo generato dalla fiducia nel sistema democratico» diventano tutt’uno nella risposta che diede a sua figlia suora che gli chiedeva un parere circa le previsioni apocalittiche di un filosofo reazionario.

La visione di De Gasperi, ricorda Mattarella, non fu bipolare, ma «trialistica», assegnando al «centro democratico» anche la funzione di fare da argine «a una sinistra e una destra considerate anti-istituzionali». Un messaggio anche questo, che sembra rivolto alla politica di oggi, e alle spinte che attraversano il Continente come il nostro Paese.

«Nel nome di De Gasperi dobbiamo tutti fare uno sforzo per ridare alla politica la dignità che le appartiene strutturalmente», dice il presidente della Provincia Autonoma di Trento Ugo Rossi, che ha fatto gli onori di casa, mentre le pale dell’elicottero che porterà in serata il presidente della Repubblica già verso il Grand Hotel di Rimini iniziano a volteggiare rumorosamente e il presidente dispensa gli ultimi saluti alla gente con la mano levata. Si raduna davanti al centro polivalente anche il nutrito parterre istituzionale che ha fatto da cornice all’evento, un parterre composito, proprio come nella visione dello statista trentino.

Accanto ad ex dirigenti del Ppi e della Dc come Pierluigi Castagnetti e Carlo Fracanzani, ci sono l’ex presidente della Provincia autonoma Lorenzo Dellai, il senatore democratico Giorgio Tonini, presidente della Commissione Bilancio della Camera, ma anche l’ex partigiana comunista Lidia Menapace, e – per Forza Italia – un’esponente di punta come Maria Stella Gelmini. Che tiene a marcare il territorio, nel suo versante: «Ho casa a Gardone Riviera, ma qui ero con piena convinzione, non da turista».

avvenire

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Ho sempre l’impressione che manchi qualcosa capace di tenerci insieme. Sì, forse è proprio la misericordia ciò che manca di più nelle nostre città

elezioni_politicaCaro candidato sindaco,

lo so che in queste ultime ore di campagna elettorale sei impegnatissimo a distribuire volantini e a stringere mani. Ma mi permetto lo stesso di scriverti, perché mi è venuta in mente una cosa.

Stavo ripensando al fatto che era da parecchio tempo che in Italia così tante grandi città non andavano al voto tutte insieme. E – al di là dei motivi non proprio gloriosi che hanno portato alcune amministrazioni comunali al voto anticipato – la trovo una bella cosa. Certo, come sempre scorrendo le pagine di politica dei giornali di tutto si parla tranne che della dimensione locale di questo voto. Ma credo lo stesso che chi andrà a votare la propria città ce l’abbia bene in mente. E dunque mi sembra intrigante questo ricominciare tutti insieme, partendo dal livello della politica più vicino alla vita dei cittadini.

C’è però anche un’altra coincidenza che mi colpisce: questo azzerare e ricominciare avviene proprio durante quello che per la Chiesa è un anno giubilare. E allora mi è venuto spontaneo mischiare le due cose e provare a chiedermi: ma la misericordia, il tema che papa Francesco ci ha invitato a porre al centro del Giubileo, interpella anche un sindaco?

Lasciamo perdere le battutine qualunquiste sul livello dei politici di oggi o sugli amministratori corrotti in cerca di indulgenze a buon mercato. Il discorso vorrebbe essere un po’ più serio; mi chiedo: c’è ancora posto per la misericordia nella vita delle nostre città? Perché lo vediamo bene: le nostre città oggi sono terribilmente fragili, divise, rissose, impoverite; fatichiamo tutti a ritrovare la strada della piazza e non solo per via del traffico che ingolfa le nostre strade. Scorro i programmi e gli slogan elettorali; vi trovo anche idee interessanti. Ma ho sempre l’impressione che manchi qualcosa capace di tenerci insieme. Sì, forse è proprio la misericordia ciò che manca di più nelle nostre città. Siamo pronti a puntare il dito, a difendere ciò che è nostro, a rivendicare servizi all’altezza; ma non riusciamo più ad avere a cuore la sorte dell’altro.

Così mi permetto di suggerirti un programma, che poi non è neanche farina del mio sacco… Non ti preoccupare: non ti chiede corsie preferenziali, magie con le finanze comunali, piani del commercio o manutenzioni nelle scuole. Su quelle cose lì tu ne sai mille volte più di me; e da lunedì, poi, ci penserà l’opposizione nel tuo consiglio comunale – giustamente – a farti le pulci e a tenere la tua amministrazione sulla corda.

A me interessa dirti una parola diversa; qualcosa che riguarda la tua vita personale da sindaco. Il modo in cui tu sceglierai di stare in quell’ufficio sotto le cui finestre vive un’intera città. Ecco è su questo che ho un programma da proporti. Recita così: «Dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i pellegrini…». Ti ricorda qualcosa? Sì, sono proprio le opere di misericordia che papa Francesco ha tolto dalla naftalina dei libri di dottrina e ci sta facendo riscoprire come gesti politici per eccellenza.

Che cosa significa amministrare se non mettere il cuore nel dare risposte ai bisogni della propria comunità? Certo – mi dirai – nel nostro Comune ci sono tante strutture che se ne occupano: le mense, la rete idrica, i servizi sociali, la pro loco… Va bene. Ma è a te che spetta il passo in più; quello che fa la differenza tra un servizio più o meno efficiente e un segno capace di trasmettere un’anima alla tua città.

Che tu sia credente oppure no, io penso che le opere di misericordia possano essere comunque una grande scuola. Prendi ad esempio, visitare gli ammalati: non ti chiede di fare un giro di ispezione in corsia, ma di sostare davvero accanto a chi soffre. Esiste un modo migliore di questo per ascoltare fino in fondo la tua comunità? Oppure visitare i carcerati: non è un modo per ricordarti che anche chi sbaglia resta un tuo cittadino a cui dedicare del tempo?

E poi, accanto a quelle corporali, ci sono le opere di misericordia spirituali: prendi consolare gli afflitti; io non so se ci hai pensato davvero quando hai scelto di candidarti, ma molto prima di quanto pensi scoprirai che questa è una delle cose più difficili che ti verranno chieste come sindaco. Arriveranno a bussare alla tua porta persone devastate da un dolore: chi ha perso un lavoro, chi sta perdendo un figlio, chi per mille motivi non ce la fa più. E in quel momento tu capirai che ci sono problemi a cui nemmeno la politica migliore è in grado di dare risposte. Aprirai lo stesso la porta per ascoltare o ti rifugerai dietro all’immagine del manager?

Quante opere di misericordia sembrano scritte apposta per un sindaco di oggi: perdonare le offese in una politica che sembra fatta tutta di coltellate, sopportare con pazienza le persone moleste (perché lo sai, vero, quello che da domani cominceranno a scrivere su di te nella pagina locale del social network che leggono anche tutti i tuoi amici?). Persino il cattolicissimo ammonire i peccatori ha una declinazione anche laica nella cosa pubblica: sei tu che devi custodire la legalità nella tua città; ed è proprio per questo che quando un primo cittadino viola la legge per interesse proprio o di parte è un fatto così triste.

Se hai il dono della fede, però, credo ci sia un’opera di misericordia che più di ogni altra ti potrebbe essere d’aiuto: pregare Dio per i vivi e per i morti. Mi ha sempre colpito questa specificazione. Ok, pregare, ma perché per i vivi e per i morti? Per ricordarti che la tua città non comincia e non finisce con la tua amministrazione. Temo che per molti sindaci questa sia la verità più dura da accettare: abbiamo tutti dentro il gene del «salvatore della patria». Ma non si costruisce comunità se non si parte da qui; se non si accetta di fare i conti con l’idea che anche nelle città tutto muore, ma può ugualmente diventare una risorsa che ci accompagna nel cammino.

Soprattutto non pregare per te; prega per i tuoi cittadini. Non coltivare l’illusione che Dio possa essere il tappabuchi che arriva là dove tu non riesci ad arrivare. Ma prega per la città con la consapevolezza di chi – nel pezzetto di mondo che gli è affidato – per alcuni anni è chiamato a proseguire in una maniera del tutto particolare l’opera della creazione.

Pensa che persino Lui – e in un posto bellissimo da abitare come il giardino dell’Eden – qualche problemino col consenso l’ha avuto. Ma non ha per questo smesso di amare la sua città. Credo sia l’augurio più bello che ti si possa fare in questa vigilia elettorale, comunque vada a finire.

Intanto in bocca al lupo e buon lavoro!

vinonuovo.it

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Slot Mob: nasce il manifesto contro il gioco d’azzardo

Presentata alla Camera dei deputati a Roma il manifesto del Movimento Slot Mob. L’iniziativa mira a un confronto con i parlamentari per combattere la piaga del gioco d’azzardo: un business da più di ottanta milioni di euro. In attesa dello Slot Mob nazionale del 7 maggio con manifestazioni e performance creative in tutto il Paese, Daniele Gargagliano ha intervistato il professore di economia politica dell’Università di Tor Vergata, Leonardo Becchetti, uno dei promotori del progetto.

R. – Lo Slotmob nasce due anni fa, quando con l’approccio del voto col portafoglio, la società civile ha deciso di premiare quei proprietari di bar che toglievano le macchinette e soprattutto per contrastare la piaga del fenomeno dell’azzardo, che è un problema gravissimo nel nostro Paese e che sottrae ogni anno 23 miliardi di euro agli italiani, agendo come una sorte di Roby Hood alla rovescia: togliere risorse ai più poveri per darle ai più ricchi. Il movimento Slotmob ha poi creato una sua e propria articolazione politica con una serie di proposte, che sono quelle ovviamente di rinforzare il contrasto all’azzardo tramite le leggi delle amministrazioni locali e di vietare la pubblicità dell’azzardo in televisione. Il movimento è riuscito ad ottenere una serie di risultati in questi anni: la proibizione della pubblicità sull’azzardo, entrata in vigore ma solo per le tv generaliste e in certe fasce di età; oggi – con questa conferenza stampa – vogliamo un po’ rilanciare e fare le nostre proposte per il futuro.

D. – Il giro di affari del gioco di azzardo è stimato, dalla vostra associazione, per un totale di 88 miliardi di euro ogni anno; come sottolineato anche dalla Direzione Nazionale Antimafia, in questo settore le mafie hanno effettuato ingenti investimenti anche con i giochi illegali; ma chi ne trae benefici da questa ingente somma di denaro?

R. – I gestori, le società che gestiscono questo fenomeno. L’azzardo è una gigantesca tassa regressiva: una tassa cioè sui poveri che finisce nelle casse di alcuni ricchi, in cui poi i confini tra legalità ed illegalità sono molto labili. Ecco perché pensiamo che, per il bene del Paese e per lo sviluppo del Paese, per portare queste risorse alla popolazione che ne ha più bisogno e per farle volano di sviluppo, dobbiamo assolutamente contrastare questa piaga.

D. – La regolamentazione del gioco distingue i giochi vietati da quelli consentiti: per questi ultimi occorre ottenere una apposita concessione e autorizzazione. Anche Regioni e Comuni sono intervenuti sulla materia dei giochi, dando origine ad un complesso contenzioso con gli operatori. Ma cosa chiedete al Parlamento per farsi carico della problematica? Una nuova legge?

R. – Chiediamo innanzitutto che il Parlamento non intervenga a limitare la libertà delle amministrazioni locali di intervenire e le amministrazioni locali sono notoriamente più vicine al fenomeno, osservano sul loro territorio il degrado, pagano i costi della ludopatia e quindi sono più sensibili e più portati all’intervento. Quindi la prima cosa è la libertà delle amministrazioni locali di intervenire sul fenomeno. Chiediamo poi allo Stato di fare un passo più deciso in materia di divieto di pubblicità, per cercare di contenere questa piaga; e, infine, una decisione strategica di spostare le risorse, il prelievo dell’economia da questo settore, che è un settore molto delicato e al confine con la criminalità organizzata, verso altri settori che sicuramente contribuiscono di più al benessere del Paese. Ovviamente noi sappiamo che oggi è più importante tutto quello che riguarda l’economia sociale: c’è il settore delle rinnovabili, l’energia pulita… Ci sono tanti modi per poter conciliare la creazione di valore economico con la sostenibilità sociale e ambientale. Bisogna uscire dall’idea che tutto ciò che aumenta il Pil è bene in sé. Ovviamente non è così: sappiamo che nel Pil c’è droga, contrabbando, prostituzione e azzardo. Dobbiamo imparare a giudicare le leggi e le decisioni economiche sulla base del benessere e non sulla base del Pil.

D. – Vi appellerete anche al Presidente della Repubblica Italiana, Mattarella?

R. – Senz’altro, perché lo riteniamo sicuramente una persona sensibile nei riguardi di questo tema. Vogliamo essere un po’ catalizzatori delle attenzioni e delle sensibilità, che devono dire stanno crescendo in molti ambiti: dai media, dai giornali, dai quali precedentemente non ci aspettavamo nulla. Quindi è stata anche per noi una sorpresa: segno che il problema è molto serio.

D. – Quali sono gli obiettivi concreti da raggiungere?

R.- Senz’altro quello di una campagna di sensibilizzazione nei confronti dei cittadini prima di tutto. Gli italiani si ritengono molto scaltri e bravi nel momento in cui vanno in banca e scelgono il titolo che sembra promettere loro il maggior rendimento. Il paradosso, però, che quando finiscono nella piaga dell’azzardo, come se stessero scegliendo una attività finanziaria, un’azione o un bond, che ha un rendimento atteso del -30 o del -40%… C’è un primo problema che è proprio quello di educazione finanziaria e di sensibilizzazione della gente ed è chiaro che questo obiettivo non si persegue con la pubblicità indiscriminata, che stimola la gente a giocare d’azzardo. Quindi un obiettivo che sicuramente ci poniamo è quello di cambiare la situazione da questo punto di vista, avvicinandoci molto di più a quella che è – per esempio – la situazione in tema di fumo, in cui ovviamente non esiste pubblicità positiva, ma solo pubblicità negativa. Oggi c’è solamente quella timida frase “gioca responsabilmente” che viene detta, però, dopo tutta una serie di incentivi e di stimoli all’azzardo.

Radio Vaticana

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Continuiamo a rincorrere risultati «visibili» e posizioni di «potere» anziché il principale insegnamento del Fondatore: la conversione del cuore di ciascuno

politica

«Ti piace vincere facile?», interrogava una recente pubblicità televisiva. Proseguendo il discorso sull’innegabile ricerca di «valori forti», che si sente sia a livello sociale sia nel mondo cattolico, mi viene in mente come tale esigenza possa costituire la risposta inconscia a uno stato di debolezza.

La Chiesa italiana è oggettivamente debole, infatti; e non tanto per i numeri calanti dei fedeli, oppure per le insufficienze di parte del clero (dalle più alte gerarchie in giù), e nemmeno per la crescente carenza di cultura cattolica – intendo cultura critica, non infarinatura devozionale. La Chiesa italiana è proprio debole di idee e di coraggio nel professarle, e lo si vede dall’affanno con cui ancora rincorre risultati «visibili» e posizioni di «potere», preferendo un’affermarsi di facciata dei suoi princìpi (la famiglia tutelata dalla legge, il gender fuori dalle scuole, i soldi garantiti alle scuole paritarie, eccetera) anziché il principale insegnamento del suo Fondatore: la conversione del cuore di ciascuno, la convinzione delle singole coscienze.

Attenzione: non che si debbano escludere i risvolti sociali e civili della fede, se essa oggettivamente si muove verso il bene comune. Ma c’è differenza tra il convincere che è così e invece il voler vincere comunque sia… E proprio questo appare da certi inconsulti comportamenti visti negli ultimi giorni: invocare il voto segreto (l’importante infatti è che la legge non passi!), minacciare ritorsioni elettorali (#renziciricorderemo), smuovere lobbismi politici di democristiana memoria, condizionare i comportamenti attraverso il principio di autorità. Ai cattolici – a certi cattolici italiani – piace ed è sempre piaciuto «vincere facile», insomma: solo che una volta c’era una cultura cristiana condivisa, almeno formalmente parlando, e passi; adesso non esiste più: e son dolori.

Non si vuol ammettere, anzi proprio non si sopporta di essere «minoranza», pertanto si persiste con i metodi di quando si era (apparentemente) «grande maggioranza». Si punta sui numeri, di piazza o ai seggi – ma non son più quelli di una volta! Si ribadiscono i fondamenti «naturali» o «razionali» della fede – però le filosofie moderne non danno più garanzie su questa strada. Si pone la fiducia negli schemi (educativi, pastorali, etici, liturgici…) ereditati dal passato: se hanno funzionato una volta, lo faranno di nuovo. Non si accetta di essere deboli o addirittura perdenti, ci si aggrappa dunque con le unghie e con le residue energie a un’idea di Chiesa «quantitativa», che ci illuda di essere ancora importanti, di essere ancora noi.

È proprio il contrario: la ricerca di certezze è una confessione implicita di debolezza, anzitutto ideale. Chi non ha il coraggio di affrontare la critica e persino la sconfitta, non è sicuro di se stesso: e per quanti professano fede nell’Onnipotente è un difetto non minore. Si capisce in tal senso la perplessità palpabile che, dietro il solito ossequioso velo clericale, i vertici del cattolicesimo italiano dimostrano alla strategia «senza rete» di Papa Francesco: loro vogliono sicurezze (tangibili, palpabili, possibilmente ratificate dal Parlamento), lui invece rischia, rischia troppo! Senza «vescovi pilota», dove andremo mai a finire?

di Roberto Beretta in vinonuovo.it

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Papa Francesco per «Cattolici in politica, non serve un partito»

Un incontro tra amici. Con un dialogo appassionato, con domande e risposte a 360 gradi. È quello che si è tenuto oggi, in Aula Paolo VI, tra Papa Francesco e i membri della Comunità di vita cristiana (CVX) – Lega Missionaria Studenti d’Italia. Circa 5.000 persone. Di seguito le domande di alcuni partecipanti e le risposte a braccio del Papa. In fondo il testo del discorso scritto che Francesco però non ha letto.

Paola: Santo Padre – non è un modo di dire … Sono Paola. Presto servizio al carcere di Arghillà, Reggio Calabria. Lì incontro molta sofferenza e tutte le contraddizioni del nostro mondo. Le chiediamo una luce. Tra di noi, in questi ambienti, è facile parlare di speranza, è una parola che ci è familiare; ma come farlo con un ergastolano? Con un uomo che è definito “fine-pena-mai”? E poi volevo chiederle anche come affinare la nostra coscienza, in maniera tale che stare insieme a chi soffre non sia per noi una semplice beneficienza, ma riesca a convertire il nostro cuore, profondamente, e ci renda capaci di lottare con coraggio per un mondo più giusto? Grazie, Santo Padre, perché fa sentire ciascuno di noi, in qualunque condizione ci troviamo, un figlio amato.

Papa Francesco: Paola, qui ho scritte le tue due domande – sono due! – tu sai che a me piace dire – e un modo di dire, ma è la verità del Vangelo, eh? – che dobbiamo uscire e andare fino alle periferie. Anche, uscire per andare alla periferia della trascendenza divina nella preghiera, no? Ma sempre uscire. Il carcere è una delle periferie più, più brutte, [con] più dolore … Andare in carcere significa prima di tutto dire a se stesso: “Se io non sono qui, come questa, come questo, come questa, come questo, è per pura grazia di Dio”. Pura grazia di Dio. Se noi non siamo scivolati in questi sbagli, anche in questi reati o crimini, alcuni forti, è perché il Signore ci ha presi per mano. Non si può entrare in carcere con lo spirito di “ma io vengo qui a parlarti di Dio, perché abbi pazienza, perché tu sei di una classe inferiore, sei un peccatore”: no, no! Io sono più peccatore di te, e questo è il primo passo. Ma, nel carcere uno può dirlo con tanto coraggio, ma dobbiamo dirlo sempre: quando noi andiamo a predicare Gesù Cristo a gente che non lo conosce o che porta una vita che non sembra molto morale, pensare che io sono più peccatore di lui, perché se io non sono caduto in quella situazione è per la grazia di Dio.

Ma questa è condizione indispensabile: noi non possiamo andare in [nelle] periferie senza questa coscienza. Paolo: Paolo aveva questa coscienza. Lui dice di se stesso che è il più grande peccatore; anche, lui dice una parola bruttissima di se stesso: “Io sono un aborto”! Ma questo è nella Bibbia, è la Parola di Dio, eh?, ispirata dallo Spirito Santo! Non è fare faccia di immaginetta come dicono che i Santi … ma i Santi si sentivano peccatori perché avevano capito questo! E la grazia del Signore ci sostiene; se tu – se io, se tu, se ognuno di voi non ha questo non potrà prendere il mandato di Gesù, la missione di Gesù: “Andate fino alla fine del mondo, a tutte le Nazioni, nelle periferie …”. E chi sono quelli che sono stati incapaci di ricevere questo? I chiusi, i dottori, quei dottori della legge, quella gente chiusa che non ha accettato Gesù, non ha accettato il suo messaggio di uscire.

Sembravano giusti, sembravano gente di Chiesa, ma Gesù dice loro una parola non tanto bella, eh?: “Ipocriti”. Così li chiama Gesù. E per farci capire come sono loro, la fotografia che Gesù fa di loro è: “Ma voi siete sepolcri imbiancati!”. Quello che è chiuso, che non può ricevere, è incapace di ricevere questo coraggio dello Spirito Santo, e rimane chiuso e non può andare in periferia. Tu chiedi al Signore di rimanere aperta alla voce dello Spirito, per andare in quella periferia; poi domani, forse, ti chiederà di andare in un’altra, tu non [lo] sai … Ma sempre c’è il Signore che ci invia. E nel carcere dire sempre questo, no? Anche con tante persone che soffrono: perché questa persona soffre, e io no? Perché questa persona non conosce Dio, non ha speranza nella vita eterna, sa che tutto finisce qua e io no? Perché questa persona viene accusata nei tribunali perché è corrotta per questo e io no? Ma, per la grazia del Signore! Questa è la più bella preparazione per andare in [nelle] periferie.

Poi, tu chiedi di … dici: “Di che speranza io parlo, con questa gente in carcere?”, che tanti sono condannati a morte … Ma no, in Italia, non c’è la pena di morte, ma un ergastolano … L’ergastolo è una condanna a morte, perché si sa che di lì non si esce. E’ duro. Cosa dico a quell’uomo? Cosa dico a quella donna? Ma forse … non dire niente. Prendere la mano, accarezzarlo, piangere con lui, piangere con lei … Così, avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. Avvicinarsi al cuore che soffre. Ma tante volte noi non possiamo dire niente. Niente. Perché una parola sarebbe un’offesa. Soltanto i gesti. I gesti che fanno vedere l’amore. “Tu sei un ergastolano, lì, ma io condivido con te questo pezzo di vita di ergastolo”, e quel condividere con l’amore: niente di più. Questo è seminare l’amore. E poi metti il dito nella piaga, no?

“Come affinare la nostra coscienza, perché stare insieme a chi soffre non sia per noi semplice beneficienza, ma converta il nostro cuore e ci renda capaci di lottare con coraggio per un mondo più giusto?”. La beneficienza è uno scalino, eh? “Ma, tu hai fame? – Sì. – Ti do da mangiare, oggi”. Ma la beneficienza è il primo passo verso la promozione. E questo non è facile. Come promuovere i bambini affamati? Come promuovere … parliamo di bambini, adesso: come promuovere i bambini senza educazione? Come promuovere i bambini che non sanno ridere e che se tu li accarezzi ti danno uno schiaffo, perché a casa loro vedono che il papà dà schiaffi alla mamma? Come promuovere? Come promuovere la gente che ha perso il lavoro, come accompagnare e promuovere, no? Fare strada con loro? E che ha bisogno del lavoro perché senza il lavoro una persona si sente senza dignità?

Si, sta bene: tu gli porti da mangiare. Ma la dignità è che lui, lei, portino da mangiare a casa: questo dà dignità. E’ la promozione: il presidente ne ha parlato (il Papa si riferisce all’indirizzo rivoltogli dal Presidente delle CVX poco prima): tante cose che voi fate … Una cosa che fa la differenza tra la beneficienza abituale – non dico la beneficienza per uscire dalle difficoltà più gravi – che fa la differenza tra la beneficienza abituale e la promozione, è che la beneficienza abituale ti tranquillizza l’anima: “Io oggi ho dato da mangiare, adesso vado tranquillo a dormire”. La promozione ti inquieta l’anima: “Ma, devo fare di più: e domani quello e dopodomani quello, e cosa faccio …” … Quella sana inquietudine dello Spirito Santo.

E questo è quello che mi viene di dirti, no? Che questo non sia per noi semplice beneficienza, ma converta il nostro cuore. E questa inquietudine che ti dà lo Spirito Santo per trovare strade per aiutare, promuovere i fratelli e le sorelle, questo ti unisce a Gesù Cristo: questo è penitenza, questo è croce, ma questo è gioia. Una gioia grande, grande, grande che ti dà lo Spirito quando dai quello. Non so se ti aiuta, quello che ti ho detto … Perché, quando mi fanno queste domande, il pericolo – anche il pericolo del [per il] Papa, eh? – è credere che possa rispondere a tutte le domande … E l’unico che può rispondere a tutte le domande, è il Signore. Il mio lavoro è semplicemente ascoltare e dire quello che mi viene da dentro. Ma molto insufficiente e molto poco.

Tiziana: Santo Padre, sono Tiziana e vengo da Cagliari. Mi sento emozionata e felice: stare davanti a Lei è realizzare un sogno che ho avuto fin da bambina. Faccio parte della Comunità di vita cristiana e della Lega missionaria studenti, attraverso cui ho avuto il privilegio di vivere meravigliose esperienze di comunione e servizio. Però, oggi, parlando con il cuore in mano Le confido che la speranza a volte la perdo. A volte la mia fragilità è la stessa di tanti giovani. Aiuti me e tutti noi a capire che Dio non ci abbandona mai, che noi giovani possiamo ancora sognare in mezzo a chi vuole toglierci questo dono.

Papa Francesco: Ma, ai giovani [mi] piace dire: “Non lasciatevi rubare la speranza”. Ma la tua domanda va oltre: “Ma di che speranza mi parla, Padre?”. Alcuni possono pensare che la speranza sia avere una vita comoda, una vita tranquilla, raggiungere qualcosa … E’ una speranza controllata, una speranza che può andare bene in laboratorio, eh?, ma se tu stai nella vita e lavori nella vita, con tanti problemi, con tanto scetticismo che ti offre la vita, con tanti fallimenti, “di che speranza mi parla, Padre?”. Ma, sì, io posso dirti: “Ma, tutti andremo in Cielo …”: sì, è vero. Il Signore è buono. Ma io voglio un mondo migliore, e io sono fragile, e io non vedo come questo si possa fare, io voglio immischiarmi – per esempio – nel lavoro della politica, o della medicina … Ma, alcune volte trovo corruzione, lì, e lavori che sono per servire diventano affari … Io voglio immischiarmi nella Chiesa, e anche lì il diavolo semina corruzione e tante volte c’è … Io ricordo quella Via Crucis di Papa Benedetto XVI, quando ci invitava a cacciare via le sporcizie della Chiesa Anche nella Chiesa [c’]è corruzione! Sempre c’è qualcosa che delude la speranza e così non si può … Ma la speranza vera è un dono di Dio, è un regalo, e quella non delude mai. Ma come si fa, come si fa per capire che Dio non ci abbandona, che Dio è con noi, che è in cammino con noi? Oggi, all’inizio della Messa, c’era un versetto di un salmo molto bello, molto bello: “Quando Tu, Signore, camminavi in mezzo al tuo popolo, quando Tu lottavi con noi, la Terra tremava e i Cieli stillavano”.

Sì. Ma non sempre si vede, questo. Soltanto, una cosa della quale io sono sicuro – [di] questo sono sicuro, ma non sempre lo sento, ma sono sicuro – Dio cammina con il suo popolo. Dio mai abbandona il suo popolo. Lui è il pastore del suo popolo. Ma quando io faccio un peccato, quando io faccio uno sbaglio, quando io faccio una cosa ingiusta, quando io vedo tante cose, io domando: “Ma Signore, dove sei? Dove stai?”. Oggi, tanti innocenti che muoiono: dove stai, Signore? Ma è possibile fare qualcosa? La speranza è una delle virtù più difficili da capire, e alcuni grandi – penso che sia stato Peguy, uno di quelli che dicevano che è la più umile delle virtù, la speranza, perché è la virtù degli umili.

Ma bisogna abbassarsi tanto perché il Signore ce la doni, perché il Signore ce la dia. E’ lui che ci sostiene. Ma dimmi: che speranza può avere, dal punto di vista naturale, pensiamo a un ospedale: una suora che da 40 anni è nel reparto di malattie terminali, e ogni giorno uno, l’altro, l’altro, l’altro … Ma, sì, credo in Dio, ma l’amore che dà quella donna sempre finisce, finisce, finisce … e a un certo punto quella donna può dire a Dio: “Ma questo è il mondo che Tu hai fatto? Si può sperare qualcosa da Te?”. La tentazione, quando noi siamo nelle difficoltà, quando noi vediamo le brutalità che succedono nel mondo, la speranza sembra cadere. Ma nel cuore umile rimane. E’ difficile capire questo perché la tua domanda è molto profonda, no? Come non lasciare la lotta e fare la dolce vita e così, senza speranza … è più facile … Il servizio è lavoro di umili: oggi l’abbiamo sentito nel Vangelo. Gesù è venuto per servire, non per essere servito. E la speranza è virtù degli umili. Credo che quella può essere la strada. Ma ti dico con sincerità, non mi viene di dirti un’altra cosa. Umiltà e servizio: queste due cose custodiscono la piccola speranza, la virtù più umile, ma quella che ti dà la vita. Adesso? Grazie … Non so. E’ quello che mi viene di dirti. Grazie.

Bartolo: Carissimo Santo Padre, mi chiamo Bartolo e sono sacerdote diocesano da nove anni. Attualmente la missione affidatami è quella di formatore di seminaristi e docente presso il Seminario campano interregionale di Napoli, retto dai Padri Gesuiti; luogo in cui tante volte si danno molte cose per scontate: la formazione in genere … Da circa dieci anni collaboro con padre Massimo Nevola nell’animazione dei campi missionari, in particolare a Cuba, proposti a giovani adulti della Lega missionaria studenti. Attraverso queste esperienze ho toccato con mano le ferite del Signore nella povertà degli uomini del nostro tempo, che mi hanno messo in crisi e mi hanno spinto a cercare di più il Suo volto. E questo ha rafforzato molto la mia vocazione presbiterale, che sento sempre più come un dono per tutta l’umanità e la Chiesa. Le volevo chiedere, vista anche la presenza di tante parrocchie: che apporto specifico può offrire un movimento di ispirazione ignaziana, quale la Cvx, per la formazione cristiana di operatori pastorali, e la Lega missionaria studenti per il coinvolgimento e l’educazione alla mondialità di giovani? Grazie.

Papa Francesco: Il presidente ha fatto memoria di un motto ignaziano, no?, “contemplativo nell’azione”, e essere contemplativo nell’azione non è camminare nella vita guardando il cielo, perché cadrai in un buco [ride], sicuro … E questo è capire cosa significa questa contemplazione, no? Tu hai detto una cosa, una parola che mi ha colpito: ho toccato con mano le ferite del Signore nelle povertà degli uomini del nostro tempo. E questa credo che sia una delle migliori medicine per una malattia che ci colpisce tanto, che è l’indifferenza. Anche lo scetticismo: credere che non si possa fare niente.

Il patrono degli indifferenti e degli scettici è Tommaso: e Tommaso ha dovuto toccare le ferite. C’è un bellissimo discorso, una bellissima meditazione di San Bernardo sulle piaghe del Signore. Tu sei prete, puoi trovarla nella terza settimana di Quaresima, nelle letture, nelle seconde letture della terza settimana; non ricordo in che giorno. Entrare nelle ferite del Signore: noi serviamo un Signore piagato d’amore; le mani del nostro Dio sono mani piagate di amore. E essere capaci di entrare lì … e anche, Bernardo continua: “E sii fiducioso: entra nella ferita del suo fianco e contemplerai l’amore di quel cuore”.

Le ferite dell’umanità, se tu ti avvicini lì, se tu tocchi – e questa è dottrina cattolica – tocchi il Signore ferito: questo lo troverai in Matteo 25, non sono eretico, dicendo questo, eh? Quando tu tocchi le ferite del Signore, tu capisci un po’ di più il mistero di Cristo, di Dio incarnato. Questo è proprio il messaggio di Ignazio, nella spiritualità: una spiritualità dove al centro è Gesù Cristo, non le istituzioni, non le persone, no. Gesù Cristo. Ma Cristo incarnato! E quando tu fai gli Esercizi [spirituali], ma Lui ti dice che vedendo il Signore che soffre, le ferite del Signore, ma fa forza per piangere, per sentire dolore! E la spiritualità ignaziana dà al vostro Movimento questa strada, offre questa strada: entrare nel cuore di Dio attraverso le ferite di Gesù Cristo.

Cristo ferito negli affamati, negli ignoranti, negli scartati, negli anziani soli, negli ammalati, nei carcerati, nei pazzi … è lì. E quale potrebbe essere lo sbaglio più grande per uno di voi? Parlare di Dio, trovare Dio, incontrare Dio ma un Dio, un “Dio-spray”, un Dio diffuso, un Dio all’aria … Ignazio, Ignazio voleva che tu incontrassi Gesù Cristo, il Signore, che ti ama e ha dato la sua vita per te, ferito per il tuo peccato, per il mio peccato, per tutti … E le ferite del Signore sono dappertutto. In questo che tu hai detto è proprio la chiave, no? Noi possiamo parlare tanto di teologia, tanto … cose buone, eh?, parlare di Dio … ma la strada è che sei capace di contemplare Gesù Cristo, leggere il Vangelo, cosa ha fatto Gesù Cristo: è Lui, il Signore! E innamorarti di Gesù Cristo e dire a Gesù Cristo che ti scelga per seguirlo, per essere come Lui.

E questo si fa con la preghiera e anche toccando le ferite del Signore. Mai conoscerai, tu, Gesù Cristo se non tocchi le sue piaghe, le sue ferite. Lui è stato ferito per noi. E questa è la strada, è la strada che ci offre la spiritualità ignaziana a tutti noi: il cammino … Ma anche io vado un po’ di più: tu sei formatore di futuri sacerdoti, eh? Ma per favore: … se tu vedi che un ragazzo intelligente, bravo ma che non ha questa esperienza di toccare il Signore, di abbracciare il Signore, di amare il Signore ferito, consigliagli di andarsene a prendere belle vacanze di uno, due anni … e gli farai [del] bene. “Ma, Padre, noi siamo pochi sacerdoti: ne abbiamo bisogno …”. Per favore, che l’illusione della quantità non ci inganni e ci faccia perdere di vista la qualità!

Abbiamo bisogno di sacerdoti che preghino. Ma che preghino Gesù Cristo, ma che sfidino Gesù Cristo per il loro popolo, come Mosé che aveva la faccia tosta per sfidare Dio e salvare il popolo che Dio voleva distruggere, con quel coraggio davanti a Dio: anche sacerdoti che abbiano il coraggio di soffrire, di portare la solitudine e dare tanto amore. Anche per loro vale quel discorso di Bernardo sulle piaghe del Signore, eh? Capito? Grazie.

Gianni: Santo Padre, io sono Gianni, vengono dalla Cvx dell’Aquila. Siamo impegnati da oltre 30 anni nel volontariato, nell’associazionismo e nella politica. Allora, nel nostro impegno nella vita sociale vorremmo che ognuno – specialmente chi è più giovane tra noi – comprenda che oltre al bene privato, troppo spesso prevalente, esiste un interesse generale che appartiene alla comunità intera. Santo Padre, quale discernimento può venirci dalla spiritualità ignaziana per aiutarci a mantenere vivo il rapporto tra la fede in Gesù Cristo e la responsabilità ad agire sempre per la costruzione di una società più giusta e solidale? Grazie.

Papa Francesco: Credo che questa domanda che tu hai fatto la risponderebbe molto meglio di me padre Bartolomeo Sorge – non so se è qui: no, non l’ho visto … Lui è stato uno bravo, eh? Lui è un gesuita che ha aperto la strada in questo campo della politica. Ma, si sente: “Noi dobbiamo fondare un partito cattolico!”: quella non è la strada. La Chiesa è la comunità dei cristiani che adora il Padre, va sulla strada del Figlio e riceve il dono dello Spirito Santo. Non è un partito politico. “No, non diciamo partito, ma … un partito solo dei cattolici”: non serve e non avrà capacità convocatorie, perché farà quello per cui non è stato chiamato. “Ma, un cattolico può fare politica?” – “Deve!” – “Ma un cattolico può immischiarsi in politica?” – “Deve!”.

Il Beato Paolo VI, se non sbaglio, ha detto che la politica è una delle forme più alte della carità, perché cerca il bene comune. “Ma, Padre, fare politica non è facile, perché in questo mondo corrotto … e alla fine tu non puoi andare avanti …”: cosa vuoi dirmi, che fare politica è un po’ martiriale? Sì. Eh sì: è una sorta di martirio. Ma è un martirio quotidiano: cercare il bene comune senza lasciarti corrompere. Cercare il bene comune pensando le strade più utili per quello, i mezzi più utili. Cercare il bene comune lavorando nelle piccole cose, piccoline, da poco … ma si fa.

Fare politica è importante: la piccola politica e la grande politica. Ma, nella Chiesa ci sono tanti cattolici che hanno fatto una politica non sporca, buona; anche, che hanno aiutato alla pace nei Paesi. Ma pensate ai cattolici qui, in Italia, del dopoguerra – alcuni: pensate a De Gasperi; pensate alla Francia: Schumann, che ha la causa di beatificazione … Si può diventare santo facendo politica. E non voglio nominare più: valgono due esempi, di quelli che vogliono andare avanti nel bene comune.

Fare politica è martiriale: davvero un lavoro martiriale, perché bisogna andare tutto il giorno con quell’ideale, tutti i giorni, con quell’ideale di costruire il bene comune. E anche portare la croce di tanti fallimenti, e anche portare la croce di tanti peccati. Perché, nel mondo è difficile fare il bene in mezzo alla società senza sporcarsi un poco le mani o il cuore: ma per questo vai a chiedere perdono, chiedi perdono e continua a farlo. Ma che questo non ti scoraggi. “No, Padre, io non faccio politica perché non voglio peccare” – “Ma non fai il bene! Vai avanti, chiedi al Signore che ti aiuti a non peccare, ma se ti sporchi le mani, chiedi perdono e continui avanti!”. Ma fare, fare … E proprio lottare per una società più giusta e solidale.

Qual è la soluzione che oggi ci offre, questo mondo globalizzato, per la politica? Semplice: al centro, il denaro. Non l’uomo e la donna: no. Il denaro. Il dio denaro. Questo al centro. Poi, tutti al servizio del dio denaro. Ma per questo, quello che non serve al dio denaro si scarta. E quello che ci offre oggi il mondo globalizzato è la cultura dello scarto: quello che non serve, si scarta.

Si scartano i bambini perché non si fanno bambini o perché si uccidono i bambini prima di nascere; si scartano gli anziani, perché … ma, gli anziani non servono: ma adesso che manca il lavoro vanno a trovare i nonni perché la pensione ci aiuti, no? Ma servono congiunturalmente, no? Ma si scartano, si abbandonano gli anziani. E adesso, il lavoro si deve diminuire perché il dio denaro non può fare tutto, e si scartano i giovani: qui, in Italia, giovani dai 25 anni in giù – non voglio sbagliare, correggimi, eh? – il 40-41% è senza lavoro. Si scarta … Ma questo è il cammino della distruzione.

Io cattolico guardo dal balcone? Non si può guardare dal balcone! Immischiati lì! Dà il meglio: se il Signore ti chiama a quella vocazione, va lì, fai politica: ti farà soffrire, forse ti farà peccare, ma il Signore è con te. Chiedi perdono e vai avanti. Ma non lasciamo che questa cultura dello scarto ci scarti tutti! Anche scarta il Creato, ché il Creato ogni giorno viene distrutto di più. Non dimenticare quello del Beato Paolo VI: la politica è una delle forme più alte della carità. Non so se ho risposto …

Io avevo scritto un discorso … [ridono] forse noioso, come tutti i discorsi, no?, ma lo consegnerò, eh?, perché ho preferito questo dialogo … [Poi il Papa recita con tutta l’Assemblea una Preghiera alla Madonna della Strada… e infine imparte la Benedizione.] E per favore, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie.

Il discorso non letto
Di seguito il testo del discorso del Papa preparato e dato per letto:

Cari fratelli e sorelle, saluto tutti voi, che rappresentate la Comunità di Vita Cristiana d’Italia, e gli esponenti dei vari gruppi di spiritualità ignaziana, vicini alla vostra tradizione formativa e impegnati nell’evangelizzazione e nella promozione umana. Un saluto particolare agli alunni ed ex-alunni dell’Istituto “Massimo” di Roma, come pure alle rappresentanze di altre scuole dirette dai Gesuiti in Italia.

Conosco bene la vostra Associazione per esserne stato assistente nazionale in Argentina, alla fine degli anni settanta. Le vostre radici affondano nelle Congregazioni Mariane, che risalgono alla prima generazione dei compagni di sant’Ignazio di Loyola. Si tratta di un lungo percorso nel quale l’Associazione si è distinta in tutto il mondo per l’intensa vita spirituale e lo zelo apostolico dei suoi membri, e anticipando, per certi versi, i dettami del Concilio Vaticano II circa il ruolo e il servizio dei fedeli laici nella Chiesa. Nel solco di questa prospettiva, avete scelto il tema del vostro Convegno, che ha come titolo “Oltre i muri”. Oggi vorrei offrirvi alcune linee per il vostro cammino spirituale e comunitario. La prima: l’impegno per diffondere la cultura della giustizia e della pace. Di fronte alla cultura della illegalità, della corruzione e dello scontro, voi siete chiamati a dedicarvi al bene comune, anche mediante quel servizio alle gente che si identifica nella politica.

Essa, come affermava il beato Paolo VI, «è la forma più alta ed esigente della carità». Se i cristiani si disimpegnassero dall’impegno diretto nella politica, sarebbe tradire la missione dei fedeli laici, chiamati ad essere sale e luce nel mondo anche attraverso questa modalità di presenza. Come seconda priorità apostolica vi indico la pastorale familiare, nel solco degli approfondimenti dell’ultimo Sinodo dei Vescovi. Vi incoraggio ad aiutare le comunità diocesane nell’attenzione per la famiglia, cellula vitale della società, e nell’accompagnamento al matrimonio dei fidanzati. Al tempo stesso, potete collaborare all’accoglienza dei cosiddetti “lontani”: tra di essi vi sono non pochi separati, che soffrono per il fallimento del loro progetto di vita coniugale, come pure altre situazioni di disagio familiare, che possono rendere faticoso anche il cammino di fede e di vita nella Chiesa.

La terza linea che vi suggerisco è la missionarietà. Ho appreso con piacere che avete avviato un cammino comune con la Lega Missionaria Studenti, che vi ha proiettato sulle strade del mondo, nell’incontro con i più poveri e con le comunità che più necessitano di operatori pastorali. Vi incoraggio a mantenere questa capacità di uscire e di andare verso le frontiere dell’umanità più bisognosa. Oggi avete invitato delegazioni di membri delle vostre comunità presenti nei Paesi dei vostri gemellaggi, specie in Siria e Libano: popoli martoriati da terribili guerre; ad essi rinnovo il mio affetto e la mia solidarietà. Queste popolazioni stanno sperimentando l’ora della croce, pertanto facciamo sentire loro l’amore, la vicinanza e il sostegno di tutta la Chiesa. Il vostro legame solidale con esse, confermi la vostra vocazione a tessere ovunque ponti di pace.

Il vostro stile di fraternità, che vi sta impegnando anche in progetti di accoglienza dei migranti in Sicilia, vi renda generosi nell’educazione dei giovani, sia all’interno della vostra associazione, sia nell’ambito delle scuole. Sant’Ignazio capì che per rinnovare la società bisognava partire dai giovani e stimolò l’apertura dei collegi. E in essi nacquero le prime Congregazioni Mariane. Sulla scia luminosa e feconda di questo stile apostolico, anche voi potete essere attivi nell’animazione delle varie istituzioni educative, cattoliche e statali, presenti in Italia, così come già avviene in tante parti del mondo. Alla base di questa vostra azione pastorale ci sia sempre la gioia della testimonianza evangelica, unita alla delicatezza dell’approccio e al rispetto dell’altro.

La Vergine Maria, che col suo “si” ispirò i vostri fondatori, vi conceda di rispondere senza riserve alla vocazione di essere “luce e sale” negli ambienti nei quali vivete e operate. Vi accompagni anche la mia benedizione che di cuore imparto a voi tutti e ai vostri familiari. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

avvenire.it

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Per il cardinale Parolin è una grande sfida portare la fede nella politica

politica

La Chiesa ha bisogno di voi per la sua missione universale e, viceversa, voi avete bisogno della Chiesa come madre e maestra di tutti”. Così il segretario di Stato Vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha portato oggi il suo saluto al quinto meeting dell’International Catholic Legislators’ Network, in corso a Frascati (Roma). Ricordando la missione della Chiesa di “ricondurre tutte le cose a Cristo”, il segretario di Stato ha rimarcato che “la Chiesa ha bisogno di voi” perché “la vostra produzione legislativa è una parte vitale dell’apostolato dei laici”. Come operatori della politica, ha aggiunto, “il vostro ruolo non è solo vivere ‘in mezzo al mondo’, ma anche essere ‘lievito nel mondo’ a favore della famiglia, delle comunità locali e delle rispettive nazioni. La grande sfida per voi è portare la vostra fede nell’affrontare le questioni pressanti del mondo di oggi, nel dialogare con la società e la cultura, e parlare umilmente della luce che la nostra fede offre”.

“La Chiesa – ha quindi osservato Parolin – sa che il vostro lavoro non è facile. È consapevole delle numerose minacce alla vita familiare, sotto forma di politiche e leggi che consentono o addirittura accelerano il suo dissolvimento. È anche ben conscia dell’urgenza di alleviare la povertà e sostenere lo sviluppo integrale dei membri più trascurati della società. Così, come la Chiesa ha bisogno di voi, voi avete bisogno della Chiesa. Ella mette a vostra disposizione i suoi sacramenti, il suo consiglio saggio e il suo impegno per le verità morali della legge naturale. Supporta le iniziative che promuovete a servizio del bene comune attraverso la produzione legislativa”.

agensir

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Partiamo da un manifesto per ricostruire il mondo

Si aggira anche per l’Italia, ma non è necessariamente uno spettro. Al contrario è un elemento di vitalità, un desiderio – espresso oltretutto in forma collettiva – di rompere l’immobilismo dello status quo. Anche il modello originale, del resto, nasceva con le stesse intenzioni, poi clamorosamente smentite dagli orrori dell’ideologia e dalla ferocia della dittatura.

I diversi e ormai numerosi “manifesti” che si stanno susseguendo nel nostro Paese non hanno la pretesa massimalista del capostipite, il Manifesto del Partito Comunista pubblicato nel 1848 da Engels e Marx (lo storico Eric J. Hobsbawn lo considerava un «esempio di retorica politica dotato di un vigore quasi biblico»). Però la voglia di trasformare il mondo rimane, anche perché il mondo così com’è ha ormai dimostrato di non funzionare a dovere. E in questo, forse, le analogie con la critica al capitalismo ottocentesco sono meno peregrine di quanto vorremmo pensare.

Affermatosi in ambito politico, il linguaggio del “manifesto” ha avuto nel corso del tempo le applicazioni più svariate: dalle avanguardie storiche (il Futurismo fu prodigo di proclami e dichiarazioni d’intenti) al cinema d’autore (ricordate il «voto di castità» di Dogma 95, il movimento capitanato dal regista Lars von Trier?), fino al più recente Hacker Manifesto con cui, nel 2004, lo studioso statunitense Ward McKenzie invitava alla sollevazione dei «lavoratori immateriali». A distanza di dieci anni, con le turbolenze di un’epocale crisi economica ancora in atto, il manifesto scopre una nuova rilevanza sociale e una più accentuata concretezza. Che affiora, per paradosso, perfino quando l’oggetto del contendere è rappresentato dall’altrimenti negletta tradizione umanistica, come accade nel fortunato L’utilità dell’inutile di Nuccio Ordine, edito in Italia da Bompiani e best seller in mezza Europa. Controllate la copertina: la dicitura “manifesto” c’è anche qui e anche qui, non a caso, si ragiona di modelli di business fallimentari, di alternative possibili, di investimenti non rinviabili.

L’orizzonte di una «società dei liberi» è coerentemente indicato da Mauro Magatti e Chiara Giaccardi nel loro Generativi di tutto il mondo unitevi! (Feltrinelli), dove il precedente marxiano è richiamato fin dal titolo, sia pure con intonazione ironica, ma in libreria si possono trovare anche “manifesti” filosofici (come quello, assai discusso, del Nuovo realismo di Maurizio Ferraris, Laterza), legalitari (il Manifesto dell’antimafia di Nando Dalla Chiesa, Einaudi) o riferiti al sempre più incandescente dibattito sul gender (Massimo Introvigne firma per SugarCo il suo Sì alla famiglia!).

Si ricorre al manifesto perché la realtà che già esiste non soddisfa. Si ricorre al manifesto perché si vuole cambiare, e cambiare insieme. È questo, per esempio, il senso della consultazione on-line avviata dal mensile e società editrice Vita, che il 21 marzo scorso ha avuto un momento di elaborazione pubblica a Milano. Realizzato attraverso la piattaforma civica InMovimento (inmovimento.civi.ci), questo percorso di rifondazione del Terzo Settore si articola in un dibattito su sette parole-chiave, in parte analogo a quanto proposto da un altro “manifesto”, quello della Chiesa per la Scuola, la grande manifestazione in calendario a Roma per il prossimo 10 maggio. Il punto di partenza è addirittura lo stesso, e cioè il tema dell’educazione.

O, secondo la formulazione di Vita, dell’educare, visto che qui la preferenza va ai verbi, «la parte del discorso che descrive un’azione implicando un soggetto», come ricorda il direttore editoriale Riccardo Bonacina. Un rifiuto dell’astrazione, dunque, a tutto vantaggio dell’esperienza, della progettualità, di quello che resta da fare ora che il non profit così come lo conosciamo è chiamato da molte e contemporanee sfide ad attualizzare la sua preziosa funzione.

In questa prospettiva, educare rimanda, per esempio, alla pratica della “scuola aperta”, sulla quale si è soffermato Giovanni Del Bene, dirigente di un istituto milanese, il Cadorna, i cui locali vengono utilizzati anche al di fuori dell’orario di lezione, grazie all’alleanza tra genitori e volontari del quartiere. Allo stesso modo, riflettere sul verbo donare significa domandarsi a che punto siamo con la cultura del fund raising, magari mettendo in discussione un regime fiscale che attualmente limita la pratica delle donazioni (fra i suggerimenti avanzati c’è anche l’abolizione del tetto di 70mila euro per la deducibilità). Ancora, non si può parlare di produrre senza una riforma della legislazione sull’impresa sociale, non ci si può nascondere dietro lo scudo del cooperare senza interrogarsi sulla realtà di un’Europa in cui quasi cinque milioni e mezzo di persone operano in circa 160mila imprese di “economia condivisa”. E non ci si rende conto di che cosa vuol dire lavorare oggi se non ci si decide a riconoscere anche al Terzo Settore un adeguato margine di flessibilità.

Quest’ultima sottolineatura è stata espressa da Raffaella Pannuti, direttore della Fondazione Ant, onlus attiva nel campo dell’assistenza oncologica gratuita. Con questo ci si sposta verso un altro verbo, curare, frontiera troppo delicata per essere presidiata solo dalla logica del business. Manca un’ultima azione, recuperare, alla quale questa volta si aggiunge un doppio complemento oggetto: spazi e bellezza. Lo fanno le scuole che si aprono alla società, appunto, come sottolinea l’architetto Stefano Boeri. Lo fanno, benissimo, iniziative di avanguardia, tra cui la riqualificazione delle Officine Grandi Riparazioni a Torino richiamata dal direttore di Domus Academy, lo scrittore Gianluigi Ricuperati.

Sono le parole giuste? In rete se ne discuterà per qualche settimana, poi l’iniziativa di Vita presenterà un primo bilancio. Il fatto che non si tratti di un “manifesto” isolato, ma di un ragionamento che si mette in comunicazione con altre istanze (ai punti di contatto già indicati andranno almeno aggiunte le Strade Nuove ipotizzate dal Movi, il Movimento di volontariato italiano) lascia intendere se non altro che proprio dalle parole, oggi più che mai, è necessario ripartire. Organizzandole in un manifesto, tanto per cominciare. E poi declinando nella realtà. È un’arte antica: i greci – che di parole se ne intendevano – la chiamavano politica.

 

Alessandro Zaccuri – avvenire.it
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Politica. La lezione del Colle: mai più decreti così

Decreti legge ancora nel mirino del Quirinale. Dopo la solenne bocciatura del decreto “Salva Roma”, il presidente della Repubblica ha raccomandato ai presidenti delle Camere «il massimo rigore» nel valutare «l’ammissibilità degli emendamenti ai disegni di legge di conversione».

Con una lettera a Grasso e a Boldrini, Napolitano riapre un fronte annoso e sempre “caldo” tra Quirinale e da una parte, e governo e Parlamento dall’altra. Quello, ossia, dell’abuso della decretazione di urgenza che ha spinto negli anni diversi presidenti della Repubblica a lanciare dei veri e propri altolà in difesa della Costituzione.

«Numerosi – ricorda a questo proposito Napolitano nella lettera ai presidenti – sono stati i richiami formulati nelle scorse legislature da me, e già dal presidente Ciampi, alla necessità di rispettare i principi relativi alle caratteristiche e ai contenuti dei provvedimenti di urgenza». Principi contenuti nella Costituzione, nella legge 400 sui poteri del governo e, rammenta ancora il capo dello Stato, ribaditi più volte dalla Corte Costituzionale.

Napolitano cita, in particolare, una pronuncia della Consulta del 2012, secondo la quale «l’inserimento di norme eterogenee rispetto all’oggetto o alle finalità del decreto spezza il legame logico-giuridico tra la valutazione fatta dal governo dell’urgenza del provvedere e i provvedimenti provvisori con forza di legge». Del resto, sembra dire Napolitano, i moniti a non continuare con abusi e stravolgimenti della decretazione non sono mancati. E ricorda che «proprio a seguito di questa sentenza» egli stesso aveva inviato agli allora presidenti dei due rami del Parlamento l’avviso che «di fronte all’abnormità dell’esito del procedimento di conversione non avrei più potuto rinunciare ad avvalermi della facoltà di rinvio». Pur sapendo, spiega ancora il presidente, che mancando il potere di rinvio parziale, sarebbe stato costretto – come è accaduto con il «Salva Roma» – a bocciare l’intero provvedimento.

La conclusione della lettera è molto esplicita, rinnovando l’invito «ad attenersi, nel valutare l’ammissibilità degli emendamenti riferiti ai decreti legge, a criteri di stretta attinenza allo specifico oggetto degli stessi e alle relative finalità, anche adottando, se ritenuto necessario le opportune modifiche dei regolamenti parlamentari».
Laura Boldrini promette: «A gennaio la bozza di riforma dei regolamenti». Mentre Grasso ha annunciato che da ora in Senato si adotterà la linea dura.

 

Giovanni Grasso – avvenire.it
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La buona politica è servizio

Accingendomi a studiare dal punto di vista teologico il problema dei rapporti della Chiesa con la società civile in un regime di laicità dello Stato, e scorrendo i documenti conciliari, ho osservato, con un certo stupore, che il termine “democrazia” non vi compare mai. Molte cose vi si dicono sul necessario rispetto della dignità e della libertà della persona umana, ma – mi sono chiesto – come mai non si parla direttamente di democrazia? Bisognerebbe fare un’indagine sugli Acta synodalia per appurare i percorsi della redazione dei testi. Non potendolo fare, però, è facile immaginare le ragioni, a partire dal contesto storico sia esterno che interno alla Chiesa, che hanno dissuaso i Padri conciliari dall’esprimersi con questo termine.

Al tempo del Concilio, infatti, sovrabbondavano nel mondo nazioni governate da crudeli dittature, che si ammantavano del nobile nome di repubblica popolare o repubblica democratica. Basti ricordare la Ddr, la repubblica democratica tedesca, che nel 1961, quando il Concilio stava per iniziare, a Berlino costruiva il muro e dichiarava delitto contro lo Stato, punibile con la morte, l’attraversamento del confine, mentre l’ateismo di Stato veniva imposto come la piattaforma di tutto il sistema educativo. Ce n’era abbastanza per diffidare del termine.

Il problema nasceva anche dall’interno della Chiesa stessa, se appena ricordiamo la ripetuta condanna della democrazia, assimilata all’indifferentismo morale e religioso, da parte del magistero dei papi. Basti citare la Mirari vos (1832) di Gregorio XVI, che definisce il sistema delle libertà moderne come «perversa opinione […] delirio […] errore velenosissimo […] inquinatissima sorgente di quella piena e smodata libertà d’opinare che va sempre alimentandosi a danno della Chiesa e dello Stato». Dal fatto che il sistema democratico di governo dà ad ogni cittadino, indipendentemente dalla sua religione e dalla sua visione della vita, il diritto di manifestare e diffondere le sue idee e così contribuire a determinare, con il suo voto, l’ordinamento della società, la morale cattolica deduceva, e non senza un qualche fondamento, che un tale sistema di governo avrebbe abbandonato la società e la coscienza civile dei cittadini all’arbitrio morale. Ricavandosi il giudizio morale non solo dalla rivelazione, ma anche dalla legge naturale, della cui interpretazione il solo magistero della Chiesa è investito da Dio, se ne deduceva che la legislazione degli Stati, indipendentemente dalla fede, deve sottomettere al giudizio morale del magistero la sua legislazione. Leone XIII, nell’Immortale Dei del 1885, dichiarava esplicitamente la sua nostalgia per l’epoca nella quale «la filosofia dell’Evangelo governava gli Stati», quando «la religione di Gesù Cristo, posta solidamente in quell’onorevole grado che le spettava, andava fiorendo all’ombra del favore dei príncipi e della dovuta protezione dei magistrati». Separazione della Chiesa dallo Stato, laicità delle istituzioni civili, libertà e parità di diritti delle religioni, sistema democratico di governo erano, quindi, inesorabilmente da condannare.

Sarà solo Pio XII, nel famoso Radiomessaggio del Natale 1944, a dire le prime parole di apprezzamento della democrazia, considerando che essa avrebbe potuto evitare alle nazioni la tragedia della guerra. Ma la si pensa sempre nel quadro di uno Stato confessionale, che in ogni modo dovrà privilegiare la religione cattolica e l’autoritàmorale del magistero della Chiesa.

Alba, 25.2.13: spoglio delle schede per le elezioni politiche e regionali (foto MARCATO)

Alba, 25.2.13: spoglio delle schede per le elezioni politiche e regionali (foto MARCATO)

La buona politica è servizio

Il Concilio ha compiuto su questo tema una svolta decisiva. Dal punto di vista della dialettica conciliare, il giudizio positivo sulla democrazia è dovuto principalmente all’influenza dei vescovi degli Stati Uniti, che vi apportarono la loro esperienza felice di una libera Chiesa in libero Stato. Dal punto di vista interno ai contenuti dottrinali, il motivo fu l’aver collocato in primo piano, nei rapporti dell’uomo con Dio, la persona con la sua libertà e la sua dignità.

La Dei Verbum nel numero 2 definì l’evento della rivelazione e della fede come un rapporto personale con Dio, il quale «nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e s’intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» e ne derivò l’alto senso della dignità di ogni persona umana, che accompagnerà tutto il restante discorso conciliare. Ne conseguì la ripresa di «un elemento fondamentale della dottrina cattolica, contenuto nella parola di Dio e costantemente predicato dai Padri», cioè che «gli esseri umani sono tenuti a rispondere a Dio credendo volontariamente […] giacché non possono aderire a Dio che ad essi si rivela, se il Padre non li trae e se non prestano a Dio un ossequio di fede ragionevole e libero».

Ne seguì non solo la legittimazione, ma l’alto apprezzamento di quel sistema di governo della società che, garantendo a ciascuno la libertà di religione e di perseguire la sua visione della vita, «contribuisce non poco a creare quell’ambiente sociale nel quale gli esseri umani possono essere invitati senza alcuna difficoltà alla fede cristiana, e possono abbracciarla liberamente e professarla con vigore in tutte le manifestazioni della vita» (DH 10). In termini più diretti è come aver detto che la fede trova nell’ordinamento democratico della società l’ambiente migliore per la sua testimonianza e la sua diffusione.

Così il Concilio può fare sua l’aspirazione, che i Padri scorgono molto diffusa nel mondo, a «instaurare un ordine politico, sociale ed economico che sempre più e meglio serva l’uomo e aiuti i singoli e i gruppi ad affermare e sviluppare la propria dignità », giacché «l’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà» (GS 9). A lungo la Chiesa aveva osteggiato le cosiddette “libertà moderne”, pensando che si dovesse garantire prima di tutto all’uomo il perseguimento del bene oggettivo in forza di un sistema giuridico e politico, le cui decisioni attingessero la loro legittimazione dalla morale cattolica, enunciata dal magistero della Chiesa. La svolta operata dai Padri conciliari del Vaticano II appare chiara, quando essi sostengono che «l’ordine sociale pertanto e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, poiché l’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone e non l’inverso», trovando un suo «equilibrio sempre più umano nella libertà». Non si manca di ricordare «quanto suggerisce il Signore stesso quando dice che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato» (GS 26). La preoccupazione di partenza del Concilio, infatti, era proprio quella di superare il plurisecolare conflitto con il mondo moderno: il primo passo doveva essere la manifestazione del rispetto e dell’amore della Chiesa anche per «coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo». Non si tratta di abbandonare l’amore per la verità, la certezza della fede, il compito di operare perché tutti possano condividerla. Si dice, infatti che «certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene». Ma si aggiunge che «occorre distinguere tra errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che conserva sempre la dignità di persona, anche quando è macchiato da false o insufficienti nozioni religiose» (GS 28).

Democrazia a difesa dei diritti

È noto il detto di Churchill, secondo il quale la democrazia è un pessimo sistema di governo, ma fino ad ora non se n’è inventato uno migliore. Oggi, in particolar modo negli ambienti cattolici, la democrazia non di rado è guardata con diffidenza: è vero, infatti, che essa non offre garanzie che la decisione della maggioranza dei cittadini sia sempre buona e giusta. Vedi la sorte dei poveri nelle nazioni ricche. Il Concilio era anche preoccupato di non dogmatizzare alcun sistema di governo della società, perché «le modalità concrete con le quali la comunità politica organizza le proprie strutture e l’equilibrio dei pubblici poteri possono variare, secondo l’indole dei diversi popoli e il cammino della storia».

Ma per il Concilio non c’è dubbio che «è in ogni caso inumano che l’autorità politica assuma forme totalitarie, oppure forme dittatoriali che ledano i diritti della persona o dei gruppi sociali» (GS 74). L’antidoto è la protezione di quei diritti che la cultura laica moderna aveva elaborato, come «ad esempio, il diritto di liberamente riunirsi, associarsi, esprimere le proprie opinioni e professare la religione in privato e in pubblico» (GS 73). Un compito ancora non perfettamente attuato, almeno in Italia, è quello di ricalibrare i rapporti fra la Chiesa e lo Stato in maniera coerente con lo spirito e la lettera di quel Concilio che ha voluto rendere la Chiesa libera da ogni legame con il potere, perché possa avere aperte davanti a sé le vie di una rinnovata testimonianza della fede.

Severino Dianich

vita pastorale luglio 2013

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PER UNA NUOVA GENERAZIONE DI CATTOLICI IMPEGNATI IN POLITICA: DA DOVE PARTIRE?

Per iniziativa dell’Azione Cattolica, all’Università di Reggio Emilia, martedì 7 maggio, ore 21.00




Da dove partire per formare una nuova generazione di cattolici impegnati in politica. E’ una domanda di non poco conto, soprattutto nell’attuale momento, alla quale intende dare un contributo di risposta l’Azione Cattolica diocesana coinvolgendo il suo presidente nazionale, Franco Miano.
L’appuntamento è per martedì 7 maggio, alle 21.00, nell’Aula  magna dell’Università di Modena e Reggio Emilia in via Allegri (Palazzo Giuseppe Dossetti).
E’ noto che dal dopoguerra sono uscite dalle fila dell’Azione Cattolica generazioni di laici – donne e uomini – che a livello nazionale e locale, soprattutto  nel partito della Democrazia Cristiana, hanno saputo assumere ruoli di primo piano in campo politico e amministrativo, contribuendo in modo esemplare alla rinascita e alla crescita del Paese.  Infatti il percorso formativo sviluppato dall’Associazione, già negli anni ’30 e ’40 li aveva preparati a impegnarsi generosamente per la propria comunità.
L’incontro pubblico dell’Azione Cattolica diocesana viene dunque a rivestire un particolare significativo sia per la rilevanza del tema, che per la competenza del relatore.
Infatti Franco Miano, classe 1960, sposato e padre di due figli, ha rivestito incarichi di dirigente dell’Azione Cattolica dapprima nella sua parrocchia della B.V. del Rosario di Pomigliano d’Arco, dove vive, e poi nella Diocesi di Nola; quindi a livello nazionale come vicepresidente del settore giovani e poi del settore adulti, nonché di consigliere nazionale del Meic (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) e di direttore dell’Istituto Bachelet. Nominato Presidente Nazionale dell’ Azione Cattolica Italiana il 27 maggio 2008 dal Consiglio Permanente della Cei, è stato confermato per un ulteriore triennio il 25 maggio 2011.
Ordinario di Filosofia presso l’Università romana di Tor Vergata, si occupa di filosofia contemporanea e in particolare di problematiche antropologiche, etiche e politiche. Su tali questioni ha pubblicato numerosi saggi e volumi. Tra i più recenti vanno segnalati “Responsabilità” e “Chi ama educa”.
L’incontro pubblico del 7 maggio moderato da Alberto Saccani, presidente diocesano dell’Azione Cattolica, prevede l’intervento di Edoardo Tincani direttore del settimanale diocesano “La Libertà” e autore del libro “In politica con più fede”, e il saluto finale del Vescovo Massimo Camisasca.
diocesi.re.it
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Ecco il governo di Letta: sono 21 i ministri

sono 21 i ministri

Alle 17.15 il presidente del Consiglio incaricato Enrico Letta – dopo aver sciolto la riserva – è apparso nella sala stampa del Quirinale per presentare la sua lista dei ministri. Il giuramento si terrà domenica alle 11.30. Ecco l’elenco dei 21 ministri che compongono la squadra del primo governo Letta:

Interni e Vicepremier – Angelino Alfano
Difesa – Mario Mauro
Esteri – Emma Bonino
Giustizia – Anna Maria Cancellieri
Economia – Fabrizio Saccomanni
Riforme istituzionali – Gaetano Quagliariello
Sviluppo – Flavio Zanonato
Infrastrutture – Maurizio Lupi
Politiche Agricole – Nunzia Di Girolamo
Istruzione, Università e ricerca – Maria Chiara Carrozza
Salute – Beatrice Lorenzin
Lavoro e Politiche sociali – Enrico Giovannini
Ambiente – Andrea Orlando
Beni culturali e Turismo- Massimo Brai
Coesione territoriale – Carlo Trigilia
Politiche comunitarie – Anna Maria Bernini
Affari regionali, sport e turismo – Graziano Delrio
Pari opportunità, sport, politiche giovanili – Iosefa Idem
Rapporti con il Parlamento – Dario Franceschini
Integrazione – Cecile Kyenge
Pubblica Amministrazione- Giampiero D’Alia

“Abbiamo costituito un governo fatto da una squadra coesa e fortemente determinata a risolvere i problemi del Paese. Una squadra basata sulle competenze, sul ringiovanimento, e può vantare un record nella presenza femminile che per quello che mi riguarda è una delle più grandi soddisfazioni”. Lo ha detto il presidente del Consiglio in caricato, Enrico Letta, dopo aver letto al Quirinale la lista dei ministri del suo governo.

“Il governo Letta lavori in grande coesione e rispetto reciproco”. È questo l’auspicio espresso da Giorgio Napolitano. “Ora questo governo dovrà lavorare insieme, senza conflittualità pregiudiziali e con reciproco
rispetto per dare una risposta e le giuste soluzioni ai problemi del Paese, con spirito di assoluta e indispensabile coesione”. Il capo dello Stato ha ringraziato Letta e le forze che sosterranno la maggioranza di questo governo “frutto dello sforzo paziente e tenace del premier e dei leader delle forze politiche che, nonostante tutte le difficoltà incontrate, hanno mostrato disponibilità con un supplemento di volontà e collaborazione”.

 avvenire.it

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Intervista ad Andrea Riccardi. Cattolici in politica

Per un cattolico ci sono dei valori di fondo che non possono passare in secondo piano. In questo momento di crisi economica, è una priorità occuparsi delle famiglie, degli anziani: non fu creato un fisco a misura di famiglia, e ora si vede. Le diverse appartenenze sono una ricchezza.

Per anni corteggiato a destra e a sinistra, il 16 novembre 2011 Andrea Riccardi aveva detto il suo sì a Mario Monti, entrando a far parte del governo con la carica di ministro (senza portafoglio) per la cooperazione internazionale e l’integrazione. Romano, classe ’50, ordinario di storia contemporanea presso la Terza università degli studi di Roma, esperto del pensiero umanistico contemporaneo, Riccardi è noto soprattutto per essere stato il fondatore, nel 1968, della Comunità di Sant’Egidio. Oltre che per l’impegno sociale e i numerosi progetti di sviluppo nel Sud del mondo, l'”Onu di Trastevere”, come viene chiamata, è conosciuta per il suo lavoro a favore della pace e del dialogo. È stato insignito di molti premi internazionali, tra cui il Premio Balzan 2004 per l’umanità, la pace e la fratellanza fra i popoli.

Il cardinale Bergoglio in visita alla sede della Comunità di Sant'Egidio di Buenos Aires (foto ANSA / COMUNITÀ SANT'EGIDIO).

Il cardinale Bergoglio in visita alla sede della Comunità di Sant’Egidio di Buenos Aires (foto ANSA / COMUNITÀ SANT’EGIDIO).

Professore, cattolico politico o politico cattolico? Quale definizione preferisce e perché.

«Mi piace “cattolico appassionato di politica”. La “passione” per la politica, una politica che guarda al bene comune, si è persa negli ultimi anni, tra interessi “particolari”, lotte di potere, scandali e vere e proprie ruberie».

Cosa significa per lei la “laicità” nell’esercizio della politica?

«Significa, ma non mi sembra di dire nulla di originale, saper distinguere – senza separare – tra il piano della fede e quello della politica. Sapendo che lo Stato e la Chiesa concorrono, nei rispettivi ambiti, per la promozione del bene comune».

L’Italia (i suoi governi e le forze politiche) viene accusata di subire l’ingerenza della Chiesa cattolica, anche nelle sue scelte legislative. Cosa ne pensa?

«C’è in Italia una storia secolare della presenza della Chiesa la cui influenza è stata, nel tempo, favorita, contrastata, combattuta, ridimensionata. Certo, in Italia c’è una cultura impregnata di cattolicesimo, ma oggi il popolo vota liberamente, sceglie i suoi rappresentanti in Parlamento. La Chiesa nell’Italia pluralista di oggi è una voce decisiva, un grande riferimento morale, una fonte viva d’ispirazione per cattolici e laici. Ma non mi pare disponga di “truppe” o di mezzi capaci d’imporre volontà a governi, partiti o al Parlamento».

Spesso l’etichetta “cattolico” viene usata per indicare dei temi sensibili che per alcuni dovrebbero portare direttamente alla costituzione di un nuovo partito “cattolico”. Lei cosa ne pensa?

«I tempi per il partito cattolico non ci sono più. Peraltro la stessa Democrazia cristiana – il partito nel quale ha militato la maggioranza dei politici cattolici italiani – rifiutava l’etichetta di partito confessionale, definendosi partito laico d’ispirazione cattolica. E così il Partito popolare di Sturzo, da lui descritto come “aconfessionale”. Da molti anni la scelta dei cattolici è pluralista anche se in alcune aree c’è una concentrazione maggiore».

Quali sono a suo parere i temi che un politico cattolico dovrebbe avere come priorità?

«Per un cattolico ci sono dei valori di fondo, penso alla difesa della vita dal suo concepimento alla morte naturale, i valori della famiglia e della pace, che non possono mai passare in secondo piano. In questo momento di grave crisi economica, ritengo una priorità occuparsi delle famiglie, specie quelle numerose, che sono diventate dei veri e propri ammortizzatori sociali e che stanno soffrendo parecchio per via di scelte economiche ultradecennali, che non ne hanno mai valorizzato l’importanza fondamentale all’interno della società. Collegato con questo, c’è il tema degli anziani. La società invecchia, i costi per l’assistenza vanno alle stelle. Bisogna favorire il più possibile la permanenza degli anziani nella loro casa, vicino alle loro famiglie».

Guardando alle ultime legislature, quali le sembrano le occasioni che, tenendo presenti i temi di cui sopra, sono state sprecate o sbagliate?

«Stiamo attraversando un momento di crisi e ci siamo dannati, durante il governo Monti, per trovare qualche risorsa per le famiglie. Il grande rammarico è che nei periodi in cui le risorse c’erano non c’è stata la lungimiranza necessaria per costruire un fisco a misura di famiglia».

Il pluralismo culturale e religioso in che misura interpella il Parlamento e il governo italiano? Quali sono le scelte che, nell’ambito a lei più caro, andrebbero prese?

«Stiamo andando, necessariamente, verso una società in cui dovranno convivere culture, etnie e religioni. Bisogna lavorare fin da ora sui temi dell’integrazione, se vogliamo che il domani sia un domani di convivenza e di serenità. Durante il mio incarico di ministro ho insediato la Consulta religioni, cultura e integrazione, con i leader religiosi delle comunità immigrate presenti in Italia. È stata un’esperienza significativa e feconda: i leader religiosi sono molto influenti presso le loro comunità e il dialogo continuo, tra loro e con le istituzioni, ci ha aiutato molto a mettere a fuoco problemi, idee e proposte».

Durante la recente esperienza politica il fatto di essere essere cattolico in che misura ha pesato?

«In ogni decisione pesa la propria appartenenza, la propria storia, la propria esperienza. Ma le diverse appartenenze sono una ricchezza, non degli steccati. Nel governo Monti c’erano ministri di diverso orientamento. Abbiamo condiviso idee, proposte e impegni non sulla base dell’appartenenza, ma su quella dell’interesse nazionale».

Che tipo di riconoscimento dovrebbero avere le coppie di fatto?

«Per me il matrimonio resta un’unione tra una donna e un uomo. E anche per la nostra Costituzione la famiglia è fondata sul matrimonio. La difesa della famiglia non significa negare che nella società di oggi ci sono altre forme di convivenza. Penso per loro a soluzioni equilibrate, nel campo del diritto civile, dell’assistenza sanitaria, e così via».

Ha un politico, italiano o straniero, come riferimento nel suo impegno?

«Mi sto interrogando molto in questi ultimi anni intorno all’attualità di una grande figura come Alcide De Gasperi».

Vittoria Prisciandaro vita pastorale aprile 2013

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Leggo che càpita al calcio italiano di avere un «presidente di una sola parte». La Repubblica Italiana è e dev’essere ben altro

Sul “Fatto” (5/4, p. 22: “Crisi con vuoto cattolico. Le colpe di un’assenza”) Marco Politi sull’attuale realtà politico-istituzionale: «Nella crisi italiana spicca il grande vuoto del mondo cattolico», le «grandi risorse» dei cattolici «non riescono ad emergere nell’ora critica e risultano di fatto cancellate dalla scena politica». Basta intedersi su che cosa è «scena politica». Se s’intende il parolaio “teatrino della politica” in sostanza è così. Il giorno dopo (6/4, p. 1: “Morti che parlano”) ancora Politi sul triplice suicidio di Civitanova Marche, indice di una tragedia dimenticata da troppi, con riflessione amara: «Bisogna andare a San Pietro per sentire parole come “poveri” ed “emarginati”». E Malpelo controfirmerebbe. Non basta: in questi giorni sempre “Il Fatto” pare l’unica testata (a parte questa) in cui leggi che la candidatura di Emma Bonino al Quirinale, annunciata con toni trionfalistici da (quasi) tutti i giornali, è un’operazione ambigua e falsificante. In prima e dentro per la parte politico-sociale Marco Travaglio documenta alla sua maniera l’insostenibilità di una candidatura che per essere credibile deve nascondere tante, troppe cose, di un lungo passato. Se del resto come leggi (ieri, “Repubblica”, pp. 2-3) «il Presidente dovrà rappresentare l’unità nazionale, e (…) non apparire ostile a una parte del popolo italiano», è chiaro – come qui è già stato scritto – che questa candidatura non è sostenibile. La sua «ostilità» totale a gran parte dei valori condivisi da «parte» considerevole «del popolo italiano», su famiglia, ricerca scientifica, vita nascente e morente è da decenni del tutto evidente. Su “Repubblica” (6/4, p. 59) leggo che càpita al calcio italiano di avere un «presidente di una sola parte». La Repubblica Italiana è e dev’essere ben altro.

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a cura di Gianni Gennari – avvenire.it

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Napolitano: incarico a Bersani

“Si apre oggi una fase decisiva per dare all’Italia un nuovo governo sulla base dei risultati elettorali”: così ha esordito il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al termine dell’incontro con Pier Luigi Bersani. “L’incarico che sto per dare è il primo passo di un cammino per il raggiungimento dell’obiettivo” che deve portare “al più presto” alla nascita di un esecutivo per una “normale e piena attività legislativa”.

“Ho conferito, in continuità con eloquenti precedenti, all’onorevole Bersani l’incarico di verificare un sostegno parlamentare certo, a un governo che abbia la fiducia delle Camere” ha detto il presidente.

“Reagisco a certe affermazioni infondatamente polemiche” su “presunte lentezze italiane”, ha affermato Napolitano che ha sottolineato come si proceda con “ponderatezza” e con “equilibrio” e nei tempi regolari considerando che per formare il nuovo governo Israele ci ha messo ad esempio 55 giorni.

Con l’occasione il presidente della Repubblica ha ricordato che non è trascorso ancora un mese dal voto e che da una settimana si sono insediate le Camere e si è “complimentato” per l’elezione ieri, degli uffici di presidenza di Camera e Senato

“Mi metterò al lavoro certamente con un primo necessario riferimento alle forze parlamentari che chiederò di incontrare senza dimenticare il dialogo, il colloquio con i soggetti sociali. Inizierò da subito” ha detto Pier Luigi Bersani.

“Cercherò di corrispondere l’incarico nel solco delle parole di Napolitano e cioé l’avvio di una legislatura che abbia un governo in condizioni di generare il cambiamento necessario” afferma Bersani.

“Mi prendo il tempo necessario, è una situazione difficile” ha risposto ai giornalisti che al Quirinale gli chiedevano se prevedesse tempi lunghi per le sue consultazioni.

Un governo in grado di avviare “un percorso di riforma che sia in grado di realizzare quello non è stato fatto qui e cioé aspetti rilevanti di riforme costituzionali e politico-elettorale.

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PARLAMENTO Grasso presidente del Senato: «Il Paese ha bisogno di risposte»

L’ex procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, senatore del Pd, è il nuovo presidente del Senato, con 137 voti validi: 20 voti in più di Renato Schifani (Pdl), che ne ha presi 117, e 12 voti in più rispetto alla sua coalizione. Presenti 313, votanti 313.

Un lungo applauso del centrosinistra ha accolto il risultato del ballottaggio nell’Aula del Senato. I grillini sono rimasti immobili come la maggior parte del Pdl. Molti senatori del Pdl non si sono nemmeno alzati: tra loro Silvio Berlusconi.

“Rivolgo questo primo discorso soprattutto a quei cittadini che seguono i lavori di quest’Aula con apprensione e speranza per il futuro del Paese. Un Paese che mai come oggi ha bisogno di risposte efficaci”. È con queste parole che il neopresidente del Senato, Pietro Grasso ha aperto il suo discorso di insediamento. “Mai come ora il destino e la storia dell’Italia si intreccia con quello europeo – ha quindi aggiunto -. I loro destini sono comuni”. “Sogno che quest’Aula diventi una casa di vetro, e questa scelta possa contagiare tutte le altre istituzioni”.

Il Presidente del Senato Pietro Grasso ha rivolto “un deferente saluto” al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e un ringraziamento al suo predecessore Renato Schifani e al presidente anziano Emilio Colombo.

“Quanto sia radicale e urgente il tempo del cambiamento lo dimostra la scelta del nuovo Pontefice, Papa Francesco, i cui primi atti hanno evidenziato un’attenzione prioritaria verso i bisogni reali delle persone”.

“Il suo discorso è stato ottimo: non c’è stato nulla che abbia destato in noi alcuna perplessità”: lo ha detto Silvio Berlusconi fuori dall’aula di Palazzo Madama al presidente del Senato Piero Grasso, al termine
del discorso di insediamento.

Gli schieramenti Scelta Civica aveva deciso di votare scheda bianca.
Il gruppo del Movimento 5 stelle non ha sostenuto nessuno dei due candidati nel ballottaggio, in una decisione adottata a maggioranza nel corso di una riunione a palazzo Madama. Un esponente del movimento di Grillo ha aggiunto che la decisione è stata adottata a maggioranza, ma c’è chi non esclude un voto a favore di Grasso. “Amici. Libertà di voto. Senza contrattazioni e senza trucchi Borsellino ci chiede un gesto di responsabillità e noi non siamo irresponsabili, finché siamo qui dentro”, ha scritto su Facebook il senatore Bartolomeo Pepe. Un’altra senatrice, Ornella Bertorotta, eletta in Sicilia, ha confermato, sempre su Facebook, questo orientamento: “Libertà di voto. È questo che abbiamo deciso. Ogni cittadino portavoce al Senato voterà secondo coscienza. Come è sempre stato nel m5s, in ogni ballottaggio. Come ritengo sia giusto. È questo il M5S a cui appartengo… è questo il M5S che mi piace”.

Anche Berlusconi ha partecipato alla votazione, nel suo primo giorno da senatore. Al suo arrivo al Senato, intorno alle 17.30, appena sceso dalla macchina indossando un vistoso paio di occhiali scuri, è stato accolto da fischi e da qualche grido da parte delle numerose persone ferme dietro le transenne. Il Cavaliere dopo qualche passo si è rivolto alla folla, replicando: “Vergognatevi”, per poi fare ingresso nel Palazzo, dove è giunto per garantire il suo voto a Renato Schifani nel ballottaggio.

avvenire.it