Parrocchie senza prete. Quali soluzioni?

Si è svolta a Torreglia (PD) dal 24 al 27 giugno la 69ª Settimana di aggiornamento pastorale promossa dal Centro orientamento pastorale (COP). I lavori hanno avuto come oggetto “La parrocchia senza preti. Dalla crisi delle vocazioni alla rinnovata ministerialità laicale”. Tra i relatori: F. Garelli, G. Villata, A. Steccanella, L. Bressan, L. Tonello, L. Voltan e A. Mastantuono.

settimananews

I lavori hanno preso avvio con la presentazione della situazione del clero in Italia; è innegabile – ci dicono i dati statistici – che, in tre decenni, il numero dei preti si è ridotto di circa il 16%, con grandi differenze a livello territoriale (situazione assai critica al Nord e più favorevole al Sud), con un’età media di oltre 61 anni, ma anche in questo caso con rilevanti differenze territoriali 1/3 del clero ha più di 70 anni, mentre il clero giovane (con meno di 40 anni) rappresenta il 10% del corpo sacerdotale.

La consapevolezza che il fenomeno ha i caratteri della permanenza e non può essere superato con il ricorso a soluzioni tampone previste dal Codice (can. 517 §2), ha stimolato una riflessione sulla Chiesa in cui il senso di corresponsabilità di tutti e uno stile più sinodale possono contribuire allo slancio missionario, poiché quest’ultimo diviene l’oggetto di tutti i fedeli, non per salvaguardare la sua organizzazione ma per una sempre maggiore fedeltà al mandato evangelico.

Soggetto collettivo

Se nella figura “anteriore” della Chiesa, così come si è costituita nel secondo millennio, la comunità parrocchiale di fatto si è identificata con i servizi resi quasi esclusivamente dal parroco e dai suoi collaboratori, la Lumen gentium (n. 26) invita a pensarci come «soggetto collettivo». La constatazione e l’interrogativo: «Quando assistiamo alle celebrazioni domenicali e ci chiediamo chi è il soggetto: il prete che viene da fuori e continua a tener viva l’eucaristia per persone spesso anziane – cosa assolutamente legittima – oppure una comunità “soggetto collettivo” che accoglie il prete affinché la presieda nel nome dello stesso Cristo?» conduce ad abitare la mancanza di preti spostando l’attenzione dal «che cosa fare» a «chi è coinvolto», in parole più semplici: ad una riflessione sulla Chiesa che superi la tentazione del clericalismo che nasce dal dimenticare che «la Chiesa non è un’élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formano il santo popolo fedele di Dio» (papa Francesco).

Il concilio Vaticano II aveva provato a disegnare una Chiesa in cui «… comune è la dignità dei membri in forza della loro rigenerazione in Cristo, comune è la grazia di essere figli, comune la chiamata alla perfezione, una la speranza e l’indivisa carità» (LG 32). Il sogno è stato mille volte ripensato, ammorbidito e ostacolato.

Corresponsabilità e sinodalità

Ci si augura che sia ormai superata (?) la visione di comunità ecclesiali in cui la relazione dei preti con i laici era costruita sui vecchi modelli dell’accentramento e della delega benevola, che rispecchiava una visione «gerarcologica» (Congar) o «piramidale» (papa Francesco), nella quale l’unico soggetto della missione salvifica era la gerarchia, mentre i laici erano esecutori o poco più; come non è più sufficiente parlare di collaborazione dei presbiteri con i laici, quasi che solo sul piano operativo – e sulla spinta della necessità – si dovessero costruire delle convergenze; è, invece, il momento di strutturare una vera e propria prassi di corresponsabilità, che rispecchia l’ecclesiologia del popolo di Dio tutto intero come “soggetto” della missione.

Il ricorso alla «corresponsabilità di tutto il popolo di Dio» sembra essere una delle strade da percorrere per abitare e superare la mancanza del clero, ma con le necessarie specificazioni.

L’idea che rimanda alla corresponsabilità nel Concilio (ricordiamo che il termine “corresponsabilità” non è presente nei testi conciliari) si fonda sull’asserto che in forza del battesimo tutti, ciascuno per la sua parte, siamo responsabili della comunione e della missione della Chiesa. Corresponsabilità ha qui a che fare certamente con la Chiesa. Non già però con la sua organizzazione o il suo funzionamento, ma con la sua radice – la comunione – e il suo senso ultimo – la missione –, cioè l’essere segno e strumento di tale comunione.

Parrocchia senza preti
Laici, non specialisti del sacro

Nella proposizione attuale della corresponsabilità sembra assente, o poco esplicitato, l’orizzonte ampio e fondamentale della comune responsabilità di fronte al mondo, quello dell’evangelizzazione.

È necessario purificarla da una declinazione eccessivamente funzionale alla gestione ecclesiastica allo scopo di riguadagnare la corretta referenza della comune responsabilità ecclesiale. In altre parole, è indispensabile recuperare la corretta prospettiva conciliare, in base alla quale, quando si parla di comune responsabilità ecclesiale, il riferimento non è tanto alla conduzione/gestione ecclesiale, bensì al comune impegno per la testimonianza della fede. Esiste il rischio che la stabilità e la partecipazione alla «cura pastorale», proprie dei ministeri laicali, conducano a qualche forma di clericalizzazione dei laici, trasformandoli in un «clero di riserva» (a disposizione del «clero ufficiale») o in una nuova categoria di specialisti del sacro estranei di fatto alla vita del mondo.

La corresponsabilità non è prima di tutto un aiuto ai pastori, ma espressione della vita cristiana, che trova luogo e forma principalmente nella vita concreta del territorio, della gente, del luogo di lavoro.

È necessario partire da questo riferimento fondamentale, perché esso chiarisce che i laici sono abilitati e riconosciuti nella loro responsabilità ecclesiale anzitutto e propriamente come laici, cioè non in forza di eventuali incarichi intraecclesiali, ma in forza della loro concreta vita cristiana, secondo la vocazione e lo stato di ciascuno.

L’ambito dell’impegno laicale non è peculiarmente la cura pastorale della comunità cristiana, ma si esprime nella responsabilità testimoniale nel servizio della comunità ecclesiale e sociale.

Una rinnovata visione della ministerialità

Come far vivere le comunità nel «vacuum lasciato da preti diventati itineranti» (C. Theobald)?

La risposta consiste nel creare progressivamente una nuova cultura ministeriale nella Chiesa alla luce di due condizioni: in primo luogo, la presa di coscienza, da parte delle nostre comunità, del loro ruolo di presenza missionaria in seno alla società; in secondo luogo, la scoperta che esse non dispongono automaticamente di preti a volontà ma che questi sono un dono fatto alla comunità che deve, a sua volta, sempre chiedersi di quale ministero ha bisogno per compiere la missione. Un processo – questo – che rimanda a comunità sinodali consapevoli di essere un popolo in cui «tutti fanno tutto, ma non allo stesso modo né allo stesso titolo» (Conferenza episcopale francese).

Dire sinodalità è affermare il camminare insieme, in cui il pastore esercita uno specifico e irrinunciabile compito di guida in un’effettiva, e mai definibile in partenza, interazione con gli altri carismi e ministeri di natura battesimale.

Parrocchie senza prete

Il sorgere di nuovi ministeri ecclesiali non può avvenire per una sorta di accanimento terapeutico su alcuni che vengono quasi precettati per il servizio alla comunità, ma nasce da un’opera di discernimento comune di sacerdoti e laici che si pongono insieme il tema della praticabilità della vita cristiana in quel luogo.

Per quanto nasca da una radice carismatica, un ministero deve avere una figura precisa e godere quindi di una certa stabilità riconosciuta come tale almeno dalla Chiesa diocesana. Se, mediante il battesimo e la cresima, ogni cristiano diventa presenza di Vangelo nel suo ambiente, il riconoscimento di questa persona da parte della comunità e del prete responsabile la trasforma in presenza di Chiesa.

Un ministero suppone quindi un riconoscimento pubblico e un mandato esplicito, ma anche un rendere contodell’azione svolta; in effetti, alla persona inviata sono attribuiti una funzione o un compito ben definiti e stabiliti in una lettera di missione.

Esperienze

All’interno della Settimana COP sono state presentate alcune esperienze già in atto. Le ricordiamo brevemente.

  • Le unità pastorali

È un’esperienza che coinvolge ormai numerose diocesi in Italia; ha innescato un processo di revisione e di rilettura della figura classica e abituale della parrocchia che ha condotto ad una serie di acquisizioni: la riscoperta dell’evangelizzazione, come compito prioritario, appartenente a tutto il popolo di Dio; non più solo il prete come unico referente della pastorale della parrocchia, ma tutti i battezzati che desiderano vivere la loro fede in stile di corresponsabilità; non più la singola parrocchia, caratterizzata dalla coppia “campanile al centro, confini alla periferia”, ma più parrocchie insieme che agiscono, almeno in alcuni ambiti, come soggetto unitario di evangelizzazione.

  • Assunzione di responsabilità da parte di laici e di famiglie

Accanto alla figura di un responsabile parrocchiale laico (cf. can. 517 § 2) sono presenti in Italia alcune esperienze di responsabilità parrocchiale affidate ad una famiglia. In forza del sacramento del matrimonio, la famiglia non solo è luogo originario di relazioni generative al suo interno, ma anche nei confronti della comunità.

  • Le équipes di animazione pastorale

L’attivazione delle équipes contribuisce a rafforzare l’idea di Chiesa che si realizza in un luogo e permette alla singola comunità di continuare ad essere artefice della missione della Chiesa sul territorio localizzandosi e generando vita di fede. In quanto figura pastorale qualificata ed efficace, manifesta una ricca simbolica ecclesiale. Il gruppo evita l’identificazione e la concentrazione dell’azione sulla singola persona (clericalismo); permette un confronto a più voci evitandole personalizzazioni (sinodalità); consente la promozione di una collaborazione efficace (comunione); configura in piccolo la comunità stessa con la varietà dei doni e delle operazioni (soggettualità); traduce in operatività le indicazioni degli organismi di consiglio (prassi pastorale).

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Nomine e trasferimenti in Diocesi

da La Libertà

In data 30 Giugno 2019 sono state comunicate alle comunità interessate e alla Diocesi tutta, le seguenti nomine di Mons. Vescovo:

Parroci:

DON DANIELE CASINI
Parroco dell’Unità Pastorale n.3 “Santa Teresa di Calcutta” in Reggio Emilia,
comprendente le parrocchie di San Michele Arch. in Pieve Modolena, San Pio X° P. in San Pio X°, Ognissanti in Cavazzoli e San Biagio V. in Roncocesi.
Fino ad ora Arciprete della Cattedrale e Parroco dell’U.P. “Ss. Crisanto e Daria”.

DON LUCA GRASSI
– Parroco di Sant’Agostino in Città
e nell’Unità Pastorale n.1/A “Santi Crisanto e Daria” in Reggio Emilia,
delle parrocchie cittadine di San Giovanni Ev. in Santo Stefano, Santissimo Salvatore in Santa Teresa e San Zenone V. e M. in San Zenone.
– Moderatore, nella stessa Unità pastorale, anche delle parrocchie cittadine della Cattedrale e diSan Prospero.
Fino ad ora Sacerdote “Fidei Donum” in Brasile.

DON RICCARDO MIONI (FdC)
Parroco dell’Unità Pastorale n.9 “Canali-Fogliano” in Reggio Emilia,
comprendente le parrocchie di San Marco Ev. in Canali e San Colombano Ab. in Fogliano.
Fino ad ora Sacerdote “Fidei Donum” in Brasile
Collaboreranno, con il nuovo parroco, i sacerdoti (FdC) della “Casa di preghiera” di Albinea.

DON PIETRO RABITTI
Parroco dell’Erigenda Unità Pastorale n. 42 “Puianello-Vezzano”
comprendente le parrocchie di Santa Maria Assunta in Puianello, San Martino V. in Vezzano sul Crostolo, Cuore Immacolato di Maria a La Vecchia, Sant’Eufemia V.M. in Pecorile, San Michele Arch. in Paderna e San Lorenzo M. in Montalto.
Fino ad ora parroco in ministero nella Diocesi di Porto-Santa Rufina (RM)

DON GIOVANNI RIVI
Parroco dell’Erigenda Unità Pastorale n. 18 “Baiso-Viano”
comprendente le parrocchie di San Lorenzo in Baiso, San Salvatore in Viano, San Giovanni Battista inSan Giovanni di Querciola, Santa Maria Assunta in Castello di Querciola, San Pietro Ap. in San Pietro Querciola, San Giovanni Battista in Rondinara, Ss. Quirico e Giulitta in San Romano e Santa Maria Assunta in Visignolo.
Fino ad ora parroco dell’U.P. “Canali-Fogliano”.

DON PAOLO TONDELLI
Parroco dell’Unità Pastorale n. 32 “San Francesco di Assisi”, in Castelnovo di Sotto
comprendente le parrocchie di Sant’Andrea Ap. in Castelnovo di Sotto, San Leonardo Ab. inCogruzzo, San Martino V. in Meletole e San Savino V. in San Savino.
Fino ad ora Vicario Parrocchiale dell’U.P.“Padre Misericordioso” in Reggio Emilia.

Amministratore Parrocchiale:

MONS. ALBERTO NICELLI
Amministratore parrocchiale della Parrocchia di Santa Maria Assunta nella Cattedrale di Reggio Emilia
appartenente alla U.P. 1/A “Santi Crisanto e Daria”.

Vicari Parrocchiali:

DON DANIELE BASSOLI
Vicario Parrocchiale dell’Unità Pastorale n.36 “Sant’Ilario-Calerno” in Sant’Ilario D’Enza
comprendente le parrocchie di Sant’Eulalia V.M. in Sant’Ilario D’Enza e Santa Margherita V.M. inCalerno
Fino ad ora Vicario Parrocchiale dell’U.P. “Santa Teresa di Calcutta” in Reggio Emilia.

DON GIONATAN GIORDANI
Vicario Parrocchiale di Sant’Agostino in Città
e dell’Unità Pastorale n.1/A “Santi Crisanto e Daria” in Reggio Emilia
comprendente le parrocchie cittadine di San Giovanni Ev. in Santo Stefano, Santissimo Salvatore inSanta Teresa e San Zenone V. e M. in San Zenone , Santa Maria Assunta in Cattedrale e di San Prospero V. in San Prospero.
Fino ad ora in Ministero festivo nell’U.P. “Paolo VI°”

 
Collaboratori Pastorali:

DON AMEDEO CANTARELLI
Collaboratore dell’Unità Pastorale n. 7 “Padre Misericordioso” in Reggio Emilia
comprendente le Parrocchie di Sant’Ambrogio V. in Rivalta, Sacro Cuore di Gesù alla Baragalla, Preziosissimo Sangue di N.S.G.C. al Preziosissimo Sangue e dei Santi Gervasio e Protasio Mm. inCoviolo.
Fino ad ora Parroco di Puianello

DON ANGELO GUIDETTI
Collaboratore dell’Unità Pastorale n.30 “Madonna pellegrina”
comprendente le parrocchie dei Ss. Gervasio e Protasio Mm. in Campagnola Emilia, Santa Maria Assunta in Fabbrico e San Giacomo M. in Cognento
Fino ad ora Parroco di Baiso

MONS. EMILIO LANDINI
Collaboratore dell’Unità Pastorale n.36 “Sant’Ilario-Calerno” in Sant’Ilario D’Enza
comprendente le parrocchie di Sant’Eulalia V.M. in Sant’Ilario D’Enza e Santa Margherita V.M. inCalerno.
Fino ad ora Direttore di Radio Pace Redazione Reggiana

DON GIANNI MANFREDINI
Collaboratore in Cattedrale, quale celebrante e confessore.
Fino ad ora Parroco nell’ U.P. “Santa Teresa di Calcutta”

DON GUIDO MORTARI
Collaboratore in Sant’Agostino in Città
Fino ad ora Parroco di Sant’Agostino in Città

Ministero festivo:

DON DANIELE MORETTO
Aiuto festivo nelle parrocchie cittadine dell’Immacolata Concezione e di San Giuseppe artigiano
Fino ad ora in ministero festivo a Campagnola, Cognento e Fabbrico

DON NICOLA RUISI (FSCB)
Aiuto festivo nella parrocchia cittadina di San Pietro
Fino ad ora vicario parrocchiale in San Pietro in città

DON GIANNI BREMBILLA (FSCB)
Aiuto festivo nelle parrocchie dell’U.P. “Cadelbosco”
comprendente le parrocchie di Cadelbosco di sopraCadelbosco di sottoVilla Argine e Villa Seta
Fino ad ora Aiuto festivo nelle parrocchie del centro storico

DON STEFANO TORELLI (SdC)
Aiuto festivo nelle parrocchie dell’U.P. “Beata Vergine della neve” a Reggio E.
comprendente le parrocchie di CastellazzoGavasseto, Marmirolo, Masone, Roncadella, Sabbione, Villa Bagno, Corticella e San Donnino di Liguria
Fino ad ora Collaboratore pastorale dell’U.P. “Santa Teresa di Calcutta”

Cappellania Ospedaliera:

DON ALBERTO NAVA
Cappellano dell’Ospedale di Sassuolo
Attualmente Collaboratore pastorale dell’ U.P. “Madonna di Campiano”

Inoltre:

DON GIANNI MANFREDINI
nominato Canonico del Capitolo della Cattedrale

DON DANIELE CASINI
nominato Canonico onorario del Capitolo della Cattedrale

DON GABRIELE BURANI
inviato come Sacerdote “Fidei Donum” nella nuova Missione in Amazzonia
Fino ad ora Sacerdote “Fidei Donum” in Brasile

DON GABRIELE CARLOTTI
inviato come Sacerdote “Fidei Donum” nella nuova Missione in Amazzonia
Fino ad ora Parroco dell’U.P. “San Francesco d’Assisi” in Castelnovo di Sotto”

DON ALESSANDRO ZANIBONI (Diacono)
In servizio pastorale nell’Unità pastorale n.3 “Santa Teresa di Calcutta”
Diacono-Seminarista alunno del sesto anno di Teologia

DON BOGUMIL KRANKOWSKI
rientra temporaneamente in Polonia per assistere i familiari con problemi di salute
Fino ad ora parroco nell’U.P. n. 18 “Baiso-Viano”

Servizi e uffici pastorali Diocesani:

Nuove nomine per il triennio 2019-2022:

DON MATTEO BONDAVALLI (CSFC)
Direttore dell’Ufficio Liturgico
Attualmente Parroco dell’U.P. “San Giovanni Paolo II° in Città
e incaricato per la musica liturgica e i concerti nelle chiese

DON GIONATAN GIORDANI
Assistente Spirituale della Caritas Diocesana

Nella stessa data sono state confermate, per il prossimo Triennio 2019-2022, le seguenti nomine dei Direttori e dei responsabili di Uffici e Servizi pastorali Diocesani

DON PIETRO ADANI (CSFC)
Centro Missionario diocesano, Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese e Pontificie opere missionarie

DON STEFANO BORGHI
Ufficio Catechistico Diocesano
e Servizi per il Catecumenato e per l’Apostolato biblico

DON PAOLO CROTTI
Ufficio di Pastorale Familiare e degli adulti

DON MATTEO GALAVERNI
Servizio di Pastorale Universitaria

DON CARLO PAGLIARI
Servizio per la Pastorale Giovanile

DON ALESSANDRO RAVAZZINI
Servizio Diocesano Vocazioni

DIACONO FRANCESCO BRAGHIROLI
Ufficio Pastorale Migrantes

DON DANIELE SIMONAZZI
Servizio della pastorale dei “Popoli Nomadi”

DON MARIO PINI
Servizio della pastorale dello “Spettacolo viaggiante”

DIACONO ISACCO RINALDI e Dott. ANDREA GOLLINI
Direttore e Vice direttore della Caritas Diocesana

DIACONO REMO ZOBBI
Ufficio Scuola per l’insegnamento della Religione Cattolica (IRC)

Dott.sa CHIARA FRANCO
Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro

MONS. GIANCARLO GOZZI e DIACONO GIUSEPPE PIACENTINI
Responsabile e Segretario della Commissione Ecumenica Diocesana

MAESTRO GIOVANNI MAREGGINI
Istituto Diocesano di Musica e Liturgia e Coro Diocesano

MAESTRO PRIMO IOTTI
Cappella musicale della Cattedrale

Infine nella medesima data sono state confermate, per il prossimo Triennio 2019-2022, le seguenti nomine riguardanti i servizi amministrativi della Curia Vescovile:

MONS. CARLO PASOTTI
Cancelliere Vescovile e responsabile Ufficio Matrimoni
Vicario Giudiziale del Tribunale Diocesano

DON VASCO ROSSELLI
Vice Cancelliere e Notaio del Tribunale Diocesano

DON ANDREA PATTUELLI (CSFC)
Vicario Giudiziale aggiunto del Tribunale Diocesano

MONS. FRANCESCO MARMIROLI
Difensore del vincolo e promotore di giustizia del Tribunale Diocesano

DON AUGUSTO GAMBARELLI
Archivi Diocesani

DIACONO LORENZO PONTI
Servizio per la Promozione del Sostentamento economico della Chiesa

Dott. EDOARDO TINCANI e Dott. EMANUELE BORGHI
Direttore e Vice direttore del Centro Diocesano Comunicazioni Sociali

Dott. EDOARDO TINCANI
Capo Ufficio stampa

MONS. GIOVANNI COSTI e PROF. GIUSEPPE GIOVANELLI
Corresponsabili del Centro Diocesano Studi Storici “Mons. F. Milani”

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In questa esperienza estiva privilegiata di incontro con i giovani sapremo fare tesoro di quanto la Chiesa ha vissuto in due anni abbondanti di percorso sinodale?

vinonuovo.it

Si aprono in questi giorni le esperienze che in tutta Italia chiamiamo con vari nomi, da Grest a oratorio feriale a campo estivo… ovunque, con la fine della scuola, la comunità cristiana apre i suoi spazi e mette a servizio la sua ricchezza educativa per accompagnare, nel tempo estivo, i bambini, i ragazzi, gli adolescenti.

Questo sarà il primo Grest dopo il Sinodo dei giovani… cambierà qualcosa? Sapremo fare tesoro di quanto la Chiesa ha vissuto in due anni abbondanti di percorso sinodale?

Perché, giova dirlo, se non iniziamo a fare piccoli o grandi passi a partire dal quotidiano, nulla potrà realmente mutare nel nostro approccio ai giovani.

Forse cambieremo per necessità, dati i numeri dei consacrati e dei volontari in diminuzione, o forse cambieremo per convinzione profonda, per obbedienza, per ascolto… ma vale la pensa chiedersi: il Sinodo cosa ha portato di nuovo nel tempo estivo? Perché questi sono i mesi dell’anno in cui la Chiesa ha la possibilità di entrare veramente in contatto con molti ragazzi che, senza dubbio, bussano animati da molteplici interessi e motivi, non tutti certamente spirituali o ‘canonici’. Ma credo che la sfida stia proprio qui: avere a che fare con uno spaccato abbastanza realista del mondo giovanile di oggi nel momento privilegiato del tempo libero, un poco immuni da stress scolastici, sportivi, e anche ‘sacramentali’ (come può essere l’iniziazione cristiana).

Per diverse settimane i ragazzi porteranno vita in ambienti che durante l’anno sono sovente silenziosi e malinconici; genereranno energia e caos; caricheranno gli adulti di attese; potranno sorprenderci e deluderci; avremo a che fare con i loro genitori magari poco collaborativi (purtroppo).

Ma nel frattempo c’è stato un Sinodo e un’esortazione postsinodale che ha parlato di coinvolgimento, di linguaggi nuovi, di Chiesa giovane, di giovani da non tenere prigionieri in oratori e centri parrocchiali, ma da lanciare nel mondo.

Sapremo essere all’altezza? Sapremo dare loro non tanto ospitalità, ma dignità? Saremo in grado di far capire che la Chiesa è anche loro? Che hanno il diritto di farsi sentire, di portare la loro vita spesso un po’ ferita, confusa, contraddittoria (come quelle di tutti) al centro del nostro mondo ecclesiale? Sapremo puntare sull’essenziale, offrendo anche momenti di solidarietà, senza dimenticare il silenzio e la preghiera? Sapremo essere adulti che accompagnano senza soffocare la libertà? Sapremo non solo pensare a proposte nuove, ma anche pensare di lasciare a loro la regia delle proposte?

Sapremo, soprattutto, rischiare? Avremo il coraggio di lasciare spazio alla creatività dei giovani?

È faticoso, richiede tanta fiducia e tanta speranza. Ma non possiamo ritrarci: il passato non tornerà; dobbiamo costruire il futuro.

I prossimi mesi possono essere il primo frutto concreto del Sinodo. Se sapremo metterci in ascolto dello Spirito e tentate qualche nuovo sentiero.

Non siamo soli: siamo una Chiesa in cammino nel tempo della Pentecoste. L’icona di Emmaus ce lo ricorda: il Signore ci si fa accanto se ci mettiamo in cammino, non se restiamo fermi.

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Sulla parrocchia: abbiamo un sogno

settimananews

Il consiglio pastorale e il parroco, don Antonio Torresin, della parrocchia di san Vito al Giambellino (Milano), hanno steso un progetto pastorale dal titolo Una soglia sempre aperta. Un anno di lavoro (2018-2019) per raccontare la memoria e il presente della comunità cristiana. La terza parte, titolata Il sogno, la riprendiamo integralmente(Parrocchia di San Vito al Giambellino, Milano).

tratto da Settimana News

Sognare non è facile e, a volte, i sogni sembrano confondersi con degli incubi, nei quali si addensano le nostre paure. Anche come comunità cristiana abbiamo delle paure, dei fantasmi che abitano la nostra mente e che ci impediscono di immaginare il futuro, di sognare appunto.

Veniamo da un passato glorioso, come Chiesa e come parrocchia, una tradizione ricca e intensa, un mondo dove la cristianità permeava il vissuto della città, della gente, e la parrocchia era il centro della vita. Ora stiamo assistendo al crollo di quel mondo, di quella cristianità, di quella forma di parrocchia, che non esiste più.

I segni di questo crollo sono evidenti: le chiese si svuotano, gli oratori non sono più il luogo scontato di aggregazione dei ragazzi e dei giovani, le forze diminuiscono.

Eppure continuiamo a credere nel futuro della parrocchia come istituzione di vicinanza del Vangelo alla vita degli uomini e delle donne. Non sarà una fotocopia della parrocchia degli anni 30 o 60 o 80, quel mondo non c’è più, ma allora che cosa sarà?

La fine della cristianità come inizio di una nuova visione

L’inizio del sogno passa dall’elaborazione di un lutto. Ci sono molti cristiani che pensano semplicemente che sarebbe bello tornare ad essere quello che eravamo negli anni degli inizi della nostra parrocchia, o nel momento più burrascoso e vivace degli anni 60-80, dove in un caso come nell’altro la parrocchia era il centro della vita del quartiere e tutti, in un modo o nell’altro, passavano da qui.

Il primo passo è accettare che la parrocchia non sia più il centro del villaggio. La città metropolitana non ha più un centro, nemmeno i suoi quartieri; le persone si dislocano in appartenenze multiple e differenziate. Se la parrocchia non è più il centro “inevitabile”, significa che molti non passano più abitualmente dai suoi tempi e nei suoi luoghi.

Eppure la parrocchia non è finita, il Vangelo non smette di essere una parola di speranza destinata a tutti. «Non c’è nulla da temere da quello che è successo. Questo tempo che infrange i nostri sogni è capace anche di aprire i nostri occhi» (Giuliano Zanchi, Rimessi in viaggio. Immagini di una Chiesa che verrà).

Che cosa abbiamo scoperto, che cosa possiamo vedere meglio? La parrocchia non è più il centro e il tutto della vita di una città. È una casa in mezzo alle case, ai margini di un mondo che non è più convenzionalmente cristiano.

I credenti sono parte di questo mondo, vivono nella città e insieme agli altri uomini e donne condividono la vita con le sue contraddizioni e le sue aspirazioni. Non si è spenta la fede, ma vive confusamente nelle trame della vita. I cristiani devono di nuovo “rimettersi in viaggio”, ritrovare un contatto con la vita e la ricerca di senso che in modo confuso circola nelle strade della loro città.

Occorre riattivare una relazione tra la parrocchia e la città al di là di una estraneità che, in certi momenti, ha visto i due luoghi separati se non in competizione, estranei l’uno all’altro. La casa che è la parrocchia deve ritrovare un legame con le case degli uomini.

Una duplice conversione

C’è un episodio del libro degli Atti che può essere di ispirazione. Si tratta della duplice conversione di Pietro e del pagano Cornelio, descritta nel capitolo 10 del racconto lucano. È uno snodo importante del cammino missionario della Chiesa delle origini. Viene descritto il passaggio da una Chiesa ancora tendenzialmente “etnica”, giudaica, a una Chiesa che si apre a coloro che ancora non conoscono il Vangelo. Ma questo comporta una duplice conversione che viene raccontata come due porte che devono aprirsi. Da una parte, Pietro lascia entrare nella sua casa gli inviati di un pagano, Cornelio, che lo invita presso di sé. Dall’altra, Cornelio apre la sua casa alla visita di Pietro. In quel momento Pietro comprende che «Dio non fa preferenze, ma chiunque teme Dio e pratica la giustizia è a lui gradito».

Che cosa significa per noi?

Questo è anche lo stimolo che ci è venuto dal Sinodo minore della nostra diocesi sulla “Chiesa dalle genti”, che ha provocato le nostre comunità a pensarsi come generate dal convergere di uomini e donne credenti provenienti da altre culture e nazioni (B. Scapin, Milano: Indetto un sinodo “minore”). Una Chiesa dalle genti non vive ripiegata su se stessa, non si adagia nella ripetizione del “si è sempre fatto così”, ma vuole restare aperta alle novità che lo Spirito suscita, vuole restare una soglia sempre aperta (P. Martinelli, Milano: “Chiesa dalle Genti”).

Dobbiamo aprire le nostre porte e lasciare che la vita degli uomini e delle donne entri e scombini i nostri luoghi con domande e con doni inaspettati, e dobbiamo imparare a visitare la vita degli uomini là dove essi vivono, scoprendo che già lo Spirito ci precede e apre al Vangelo il cuore di uomini e donne che lo cercano senza ancora conoscerlo. Per questo abbiamo scelto come immagine quella della “soglia” come di un luogo di passaggio che indica un movimento di entrata e di uscita.

Dobbiamo imparare ad ospitare e ad essere ospitati, con lo stesso stile di Gesù la cui “santità ospitale” (Christoph Theobald) era in grado di accendere la fede negli incontri della vita, ad ospitare l’umano facendosi ospite nella vita degli uomini e delle donne che incontrava.

Ripensare le pratiche pastorali

In questo senso dobbiamo ripensare le nostre pratiche pastorali in una dimensione missionaria, come ci indica papa Francesco in Evangelii gaudium: ogni azione pastorale non è volta alla sopravvivenza dell’esistente ma deve avere come intendimento l’incontro con le persone, il sorgere di relazioni generative per la fede degli uomini e delle donne.

Una soglia che deve essere sempre aperta nei due sensi, che deve essere custodita perché ogni passante possa essere ospitato e perché la parrocchia non sia un luogo chiuso ma estroverso, teso verso la città che abita, capace di uscire per entrare nella vita degli uomini e delle donne della nostra città.

Entrare

Il Signore ci raduna.  I primi ad essere ospitati siamo proprio noi, i discepoli di Gesù. Come i due viandanti di Emmaus, disorientati e delusi, messi alla prova dalla vita, ogni domenica siamo raccolti dal Maestro nella locanda per ascoltare la sua Parola e ritrovare la grazia della sua presenza.

È il momento sorgivo del nostro essere parrocchia, casa della fede. Lo facciamo perché portiamo alla mensa i nostri giorni e le nostre fatiche, perché custodiamo un clima familiare e domestico delle nostre assemblee.

Qui ospitati, ospitiamo: perché quella Parola e quel cibo non sono solo per noi, ma lo possiamo e dobbiamo condividere con chiunque cerca parole di speranza e forza per la vita.

L’eucaristia domenicale non è il raduno dei perfetti ma il rifugio per i deboli, il pane per i poveri. E la messa della domenica rimane lo spazio più aperto e accogliente.

Accogliere le storie degli uomini e delle donne. Tutte le altre pratiche pastorali (incontri in occasione dei sacramenti – dell’iniziazione, del battesimo, della cresima, dei funerali…) sono preziose perché in esse possiamo accogliere pezzi di vita delle persone, dare parola alle domande di senso, ascoltare la ricerca e le fatiche della vita, condividere pezzi di strada con uomini e donne a partire da dove si trovano.

Per questo è importante “dare loro la parola”, esercitare una pratica di ascolto prima che di insegnamento. Convertire le pratiche pastorali in luoghi di ospitalità e di ascolto richiede un lavoro delicato di discernimento, di attenzione per costruire relazioni.

Rileggere tutte le pratiche pastorali come luoghi di ospitalità (lasciare entrare la vita). È nella vita con le sue “faglie” che la fede riemerge e torna a smuovere il cuore. La vita è segnata da momenti di grazia – che a volte coincidono con momenti di crisi –, attimi che ci fanno affacciare sul mistero che abita l’esistenza. Noi vorremmo essere capaci di ospitare la vita, le storie, le persone perché in questi passaggi possa di nuovo risuonare una Parola evangelica di speranza.

Forse questo ci chiede di non cadere nell’ansia prestazionale e di curare di più il clima di relazioni tra credenti, che siano autentiche e ospitali. Ogni discepolo, non solo i preti o i catechisti, ma chiunque in nome della parrocchia entra in relazione con chi passa negli spazi e nei tempi di una parrocchia, custodisce la soglia perché quel passaggio sia un momento di condivisione della fede.

Uscire

Abitare le faglie della vita (nascita, morte, amore, lavoro…). La cura per le relazioni non inizia e non finisce nella parrocchia, ma trova il suo luogo naturale anzitutto “fuori”, nella vita quotidiana, nelle pratiche di buon vicinato, nelle relazioni che instauriamo per via di amicizia, nei luoghi di lavoro. È qui che dobbiamo “uscire”, è questa la vita che occorre frequentare abitualmente come luogo della nostra cura pastorale.

Soprattutto nelle “faglie” della vita: la nascita, la morte, il sorgere di un amore, la prova di una malattia.

Sono passaggi che chiedono di essere accompagnati da relazioni di amicizia che noi offriamo in nome della fede, con la discrezione e il tatto che l’umanità richiede, con la fedeltà e la pazienza che rendono affidabili e il calore del Vangelo.

Lasciarci ospitare (visita). La soglia che dobbiamo attraversare non è solo quella che ci porta dalla parrocchia alle vie della nostra città, ma è anche quella delle case degli uomini dai quali vorremmo lasciarci ospitare.

Bussiamo alle loro porte da poveri, senza «bastone né bisaccia», ma solo per offrire una relazione nel nome di Gesù, un’amicizia che si fa compagna di vita.

Alcune pratiche pastorali in questo senso andranno particolarmente valorizzate: la visita alle famiglie per la benedizione di Natale, la visita agli ammalati per portare l’eucaristia, la visita alle famiglie povere. Sono momenti preziosi perché lì ci facciamo ospitare e, da mendicanti, offriamo il poco che abbiamo, l’essenziale che serve, la speranza del Vangelo.

Sostenere la testimonianza (formazione, preghiera). Questo stile pastorale di “uscita” e di testimonianza va sostenuto. Ogni credente che si sente responsabile – in qualche modo – della vita e della fede della nostra parrocchia, diventa soggetto di evangelizzazione là dove vive e nelle “visite” che, in nome della parrocchia, può intraprendere.

Ma questo stile di evangelizzazione va sostenuto. A questo servono i momenti formativi e i tempi ordinari di preghiera.

Nella formazione impariamo a tradurre il Vangelo nella lingua degli uomini e delle donne nostri contemporanei, a interpretare il tempo che stiamo vivendo e a condividere le domande che gli incontri fanno sorgere in noi. Nella preghiera portiamo le storie che incontriamo e impariamo ad intercedere, affidiamo ciò a colui che tutto può e davanti a cui sentiamo tutta la nostra impotenza e povertà.

Stare in rete con le altre parrocchie. Infine, il movimento di “uscita” passa da una comunione più forte con le altre parrocchie, dal fare rete con il territorio in cui viviamo. Non siamo soli e non siamo gli unici.

Ci mettiamo volentieri in comunione con altri credenti che condividono lo stesso Vangelo, perché ci sono situazioni che solo insieme possiamo affrontare e perché solo in comunione con la Chiesa diocesana e con le altre parrocchie possiamo immaginare come sarà la parrocchia di domani.

Un luogo sintetico e simbolico: la soglia dell’eucaristia domenicale. Ogni domenica attraversiamo la porta della chiesa. Veniamo da una settimana di incontri, di lavoro, di fatiche e di speranze. Entriamo insieme come popolo di Dio, in compagnia di tanti altri, vicini e lontani, che solo cercano uno spazio e un tempo di incontro con il Signore.

Quella soglia è preziosa: serve che sia curata, che qualcuno prepari la mensa e spezzi la Parola, intoni il canto e curi il clima della preghiera. Entrando vorremmo che ciascuno si sentisse a casa e potesse trovare il silenzio e la gioia di una preghiera piena di fede. Da quella soglia usciamo. Insieme, come corpo del Signore, che tali ci ha resi con il suo corpo e il suo sangue.

Insieme nella gioia di una famiglia che si ritrova, si saluta e si sente parte di una più grande famiglia. Il sagrato è per noi uno spazio prezioso: qui possiamo soffermarci, vivere attimi di ascolto e di amicizia, senza fretta e senza altre occupazioni. Poi ci aspetta la vita, la settimana, il lavoro, gli incontri, le responsabilità. Ma è un appuntamento che ogni volta ci attende, e che ci tiene in vita.

Dal sogno al progetto

Una Chiesa in discernimento. È importante provare a sognare, avere un’“immaginazione” spirituale di come potrebbe essere la parrocchia di domani, perché senza una “visione” rischiamo di arrancare, di non saper dove andare. Rimane una domanda: “e adesso che cosa dobbiamo fare?” O meglio: “che cosa ci chiede lo Spirito? Quali passi dobbiamo compiere? Quali le priorità?”.

Nella descrizione del sogno ci sono già alcuni spunti per ripensare le pratiche pastorali e per immaginare nuovi passi. Ma, sapendo che non possiamo fare tutto e subito, occorre che la parrocchia, ogni volta si chieda: “oggi che cosa possiamo fare realmente?”.

Si tratta di compiere un discernimento. All’inizio di ogni anno pastorale è forse questa la domanda “tremenda” (da fare con il “timor di Dio”, con fede) che ci chiede di metterci in ascolto di quello che lo Spirito suggerisce, nella storia, alla nostra Chiesa. Per trovare una risposta, occorre ascoltare.

Il bene possibile. Mettersi in ascolto della parola di Dio e delle condizioni concrete della vita della parrocchia. Perché la risposta sul “bene possibile” non si ricava per deduzione, ma chiede un paziente ascolto che mette insieme intuizioni, risorse, occasioni, circostanze, forze e fragilità.

La nascita stessa di questo progetto pastorale è il frutto di un discernimento: ci è parso che ora ci fossero le condizioni per compiere questa operazione sintetica.

I passi che verranno li decideremo insieme, perché nessuno da solo può compiere un tale discernimento, né il parroco o i preti, né i singoli laici.

Questo è proprio il compito del consiglio pastorale, che ogni anno prova a delineare i passi concreti con cui dare corpo al sogno di una Chiesa come una “soglia sempre aperta”.

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Giornata nazionale di sensibilizzazione 2019. A cosa sono destinati i fondi dell’8xmille?

Trasparenza e informazione al centro Giornata nazionale di sensibilizzazione sull’8xmille, domenica 19 maggio. Nelle 25mila parrocchie italiane sacerdoti, volontari, incaricati diocesani per il sovvenire e componenti del Consiglio affari economici inviteranno le comunità a scoprire da dove vengono i fondi che hanno dato man forte nell’ultimo anno alla missione della Chiesa, a documentarsi sulla stampa diocesana e sui media nazionali, oltre che a riconfermare la firma anche nel 2019. Nelle chiese, dove sono già affisse le locandine della Giornata e della campagna nazionale di comunicazione “C’è un Paese”, verranno distribuiti pieghevoli informativi, che danno conto di dove trovare bilanci diocesani e rendiconti nazionali. Dal sito 8xmille.it dove la documentazione è disponibile tutto l’anno, alla pubblicazione sui principali quotidiani nazionali, fino alla “Mappax8mille”, consultabile sullo stesso sito istituzionale, che ‘geolocalizza’ il bene realizzato per regione, provincia e comune, spesso anche con foto e video.

Anche quest’anno gli animatori della Giornata nazionale 8xmille ricorderanno a tutti i titolari dei modelli fiscali che la firma è un diritto importante da esercitare.

L’invito è soprattutto rivolto ai titolari di modelli fiscali Cu, per lo più pensionati, che oggi non sono più obbligati a consegnare la dichiarazione e spesso rinunciano a firmare.

Molte parrocchie hanno da anni attivato un servizio ‘consegna-Cu’ che dà una mano riducendo gli oneri burocratici e recapitando per conto dei contribuenti agli uffici postali, in busta chiusa e con una ricevuta, le schede con la scelta 8xmille.

Un invito a conoscere il bene realizzato per riconfermare la firma anche nel 2019. La Giornata nazionale per la sensibilizzazione alla firma 8xmille punta anche a diffondere nelle comunità gli strumenti per orientarsi nella rendicontazione. A partire dalla ripartizione delle risorse nazionali da parte della Conferenza episcopale italiana. Lo scorso anno, in base alle indicazioni dei cittadini che le hanno destinato quest’importante quota Irpef, la Chiesa cattolica ha potuto ripartire i fondi ricevuti secondo le tre grandi direttrici ‘culto e pastorale’ (356 milioni di euro), sostentamento dei 34mila sacerdoti diocesani compresi circa 500 missionari nel Terzo mondo (367 milioni di euro) e progetti caritativi in Italia e all’estero (275 milioni di euro).
Nella prima voce sono comprese risorse destinate alla formazione dei catechisti, ai seminari e alle facoltà teologiche, ai restauri che tramandano fede e cultura, alla manutenzione delle strutture diocesane, all’accessibilità dei tribunali ecclesiastici con tariffe contenute, alla costruzione di nuovi spazi parrocchiali.

La seconda voce è invece ispirata al modello di Chiesa-comunione ribadito dal Concilio Vaticano II e ispirato al modello delle prime comunità cristiane, dove i presbiteri erano affidati ai fedeli. In questa quota sono compresi anche i preti ormai anziani o malati (circa 3mila) che dopo una vita di servizio vengono accolti e curati nelle case religiose diocesane. Infine la terza direttrice –l’azione caritativa- oggi assicura progetti nelle diocesi che vanno dalle mense alle case-famiglia, dal Progetto Policoro (il piano anti-disoccupazione della Chiesa italiana che forma i giovani all’autoimprenditorialità, dotato di 1,7 milioni di euro annui dall’8xmille, finora ha dato vita ad oltre 700 cooperative) alla Consulta nazionale anti-usura. Nei Paesi in via di sviluppo, i fondi Cei hanno significato interventi di promozione umana (dalle scuole agli ospedali), di formazione di medici e insegnanti, la promozione dei corridoi umanitari, oltre al soccorso nelle emergenze umanitari e ambientali.

agensir

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Caritas: mons. Pizziolo (presidente ad interim), “difficoltà a coinvolgere i giovani nel servizio agli ultimi”

“Non farsi fagocitare dal ‘fare’. Il pericolo è sempre in agguato, ma chi dirige questi organismi ha ben chiaro che non è alla guida di Ong cui vengono delegate ‘le opere buone’. D’altra parte la promozione dell’impegno caritativo esige anche un esempio nell’agire concreto”. Lo dice il vescovo di Vittorio Veneto, mons. Corrado Pizziolo, presidente ad interim di Caritas italiana, in un’intervista al settimanale diocesano “L’Azione”. Il presule la considera “una struttura solida e ben funzionante”. Indicando la necessità di “individuare in ogni passaggio epocale le fasce più bisognose da un punto di vista materiale e morale”, il vescovo afferma che “in questo tempo le emergenze sono la disoccupazione giovanile e l’immigrazione, con la contraddizione di molti giovani italiani che se ne vanno all’estero in cerca di lavoro e tanti stranieri che arrivano qui per lavorare”. Mons. Pizziolo segnala inoltre “una difficoltà a coinvolgere forze nuove, specialmente i giovani”: “dopotutto mettersi a servizio degli ultimi è una scelta impegnativa. Ma questa difficoltà non deve scoraggiarci!”. Infine, a proposito del rapporto con le istituzioni, il vescovo sostiene che “la Caritas non è né il governo né lo Stato e rispetta le competenze di tutti”. “In rapporto di dialogo offre proposte che possono contribuire al bene comune. Non sono preoccupato, perché la Caritas agisce a favore della comunità e non contro qualcuno”.

agensir

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Domenica 23 dicembre, a venti anni dalla morte LA PARROCCHIA DI SANTO STEFANO HA RICORDATO IL PARROCO DON BRUNO MORINI

I 55 anni del generoso e prezioso ministero sacerdotale di don Bruno Morini, spentosi il 15 dicembre 1998 a 78 anni, e i vari incarichi da lui ricoperti sono stati ripercorsi domenica 23 dicembre da mons. Emilio Landini nell’omelia della Messa presieduta in Santo Stefano dal parroco don Daniele Casini nel ventesimo della morte del sacerdote.

Per ben ventidue anni, dal 1951 al 1973, don Morini guidò la parrocchia cittadina di Santo Stefano lasciando una profonda impronta e promuovendo iniziative che ancora continuano: ritrovo parrocchiale; F.A.C. – Fraterno Aiuto Cristiano, anticipatore della Caritas per dare a chi è in situazione di difficoltà e per ascoltarne le necessità -; consacrazione delle famiglie alla Madonna l’8 dicembre; fondazione del “Diario” il bollettino parrocchiale inviato a tutte le famiglie della parrocchia. Don Bruno si distinse nell’applicazione della riforma liturgica voluta dal Concilio; nella valorizzazione piena dei laici nella vita della comunità e  nel rilievo dato al Consiglio Pastorale Parrocchiale; è stato guida spirituale per tanti giovani. Ha saputo fare di Santo Stefano una parrocchia all’avanguardia, ha rimarcato mons. Landini.

Prima di diventare parroco in città, don Bruno, nato a Montecchio il 2 ottobre 1920 e ordinato sacerdote il 27 giugno 1943, ha svolto il suo ministero per otto anni – di cui tre mentre infuriava la guerra – in montagna a Pianzo e Poiano.

Mons. Landini ha altresì sottolineato la profonda vocazione contemplativa-monastica di don Bruno che a 53 anni si ritirò a Rossena e Canossa per dare maggiore spazio alla meditazione; ha lasciato due preziose pubblicazioni: “Se lo vedessi” e “Se lo sentissi”, titoli di chiara ispirazione manzoniana. Poi nel 1978 il vescovo Gilberto Baroni lo chiamava ad assumere il ruolo di Segretario del Sinodo diocesano, incarico mantenuto sino alla conclusione dell’assise.

Don Bruno aveva una spiccata vena poetica: lo dimostrano due raccolte di componimenti: “Voglio svegliare l’aurora” e “Svegliatevi arpa e cetra”.

Profonda spiritualità, intensa vita di preghiera, lettura e meditazione costante della Parola di Dio, attenzione all’ascolto e al dialogo, contatto continuo con i parrocchiani soprattutto con i giovani, accoglienza e sorriso, capacità di consigliare, senso dell’amicizia sono state le doti che hanno sempre contraddistinto don Bruno, a cui tanti gli sono ancora debitori per la loro formazione umana e cristiana.

Don Morini aveva notevoli interessi culturali; è stato tra i soci fondatori della Società Reggiana di Archeologia e durante io suo parroccato ha promosso accurate indagini sull’architettura di Santo Stefano, riscoprendo preziosi tracce dell’antica chiesa.

In occasione del ventennale della morte è stato edito un numero speciale commemorativo del “Diario”, ricco di testimonianze di parrocchiani, corredate da fotografie; alla celebrazione eucaristica hanno partecipato “giovani” formatisi e cresciuti in Santo Stefano sotto la guida di don Bruno.

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Nella foto: mons. Emilio Landini pronuncia l’omelia

Nella foto: i “giovani” di Don Bruno

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