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La parrocchia, la Parola e i poveri

La parrocchia ha ottime prospettive se è, rimane e si ostina a rimanere il luogo dove risuona la Parola. Del resto alla nostra generazione non manca il pane. E anche quando nella vita di alcuni nostri fratelli viene a mancare questo alimento necessario – il pane –, noi non possiamo offrirgli solo quello. Sarebbe tradire la loro vita. Perché noi non stiamo in piedi solo con il pane come una macchina non cammina solo con la benzina.

Ad una generazione che ha dimenticato la sua grandezza e ha buttato le istruzioni per l’uso dell’esistenza dobbiamo ricordare che noi siamo una realtà più nobile e più complessa di quello che appare e che il pane non basta. È utilissimo ma insufficiente.

Fede nella Parola

Senza rinunciare a tante attività buone e belle, ma senza diventarne schiavi e senza farsi assorbire completamente da altre cose tutte buone, la parrocchia deve dare spazio all’ascolto della Parola, anche se lì per lì può sembrare inutile, improduttivo, una perdita di tempo… far risuonare la Parola, farla vibrare con tutta la sua forza, farne sentire tutto lo scandalo (cioè la distanza che esiste tra i nostri pensieri e la sua logica), tirarne fuori tutta la sua bellezza e il suo fascino, la sua gustosissima sapienza, la sua dolce verità… è il seme della Parola che ha partorito i giganti e i fuoriclasse.

Qual è la qualità della nostra parola? La parola che porgiamo non può essere difficile, indecifrabile, incomprensibile più del latino di una volta, o scientifica, forbita e, tantomeno, vuota, un suono che non convince e non sveglia nemmeno chi la pronuncia, o la ripetizione noiosa di frasi fatte e scontate che chi ci ascolta già sa in partenza dove andiamo a parare. Prevedibili. Senza una sorpresa che riaccende l’attenzione!

La Parola deve uscire dalla bocca di un testimone, dal cuore di un innamorato, dagli occhi di chi ha veramente fissato uno spettacolo, da una vita appassionata!

Quando la Parola tocca la vita delle persone provoca tante reazioni, anche contrastanti, ma comunque accende sempre la vita. E anche se viene a sconvolgere, viene sempre a creare.

Incontrare gli adulti

È importantissimo che la piccola comunità cristiana parli a tutti e non si perda nessuna delle opportunità che le vengono offerte. Le parrocchie (e questo sì è un vero limite) sono pensate, strutturare e realizzate in vista dei bambini fino alla comunione o alla cresima per i più fortunati.

Chiesa, aule del catechismo (vengono ancora chiamate così), oratorio, calcetto, teatrino, biliardini… ma i grandi? Gli adulti? Quando li incontriamo? Come li incontriamo? Il nostro linguaggio è a misura di un uomo cresciuto e navigato? Oppure conserva il sapore e lo stile di quando parliamo ai bambini? È un po’ che non parliamo a loro, se non a pochissimi e con parole distanti dalla vita e disincarnate dalla realtà.

Sono loro che si allontanano o non è che stiamo dando loro una buona mano per andarsene? Fino a prova contraria, sono ancora tanti quelli che vengono a messa la domenica. Quanti vorrebbero avere di fronte lo stesso numero di persone che li ascolta! Ogni domenica! Ma qual è la qualità delle nostre omelie? Le omelie sono ormai diventate l’unica e prima evangelizzazione per gli adulti. Spesso lamentiamo lo svuotamento delle nostre chiese ma sarebbe utile chiedersi: “ma possibile che la Parola non riesca a trafiggere il cuori dei nostri contemporanei?”. Il Rabbì di Nazareth, quando parlava, provocava sempre tantissime reazioni immediate.

Nella mia piccola esperienza (10 anni da viceparroco e 11 da parroco), ho sempre avuto la sensazione che il catechismo ai bambini in proporzione a quanto si investe sia fallimentare. Mi ha sempre impressionato l’abbandono veloce e di massa, l’esodo di tutti i ragazzi già nelle scuole medie inferiori. Diceva don Mazzolari: «Così, il povero prete della parrocchia – non quello di parata – ha spesso l’impressione che la sua fatica non prenda più. Nessuna comprensione, nessuna risposta, nessuna reazione. La distanza aumenta, la solitudine intorno alla parrocchia, nonostante il moltiplicarsi delle iniziative, aumenta. C’è nel popolo una resistenza silenziosa. Di quanta fede ha bisogno questo povero parroco per resistere alla tentazione di scappare in convento o di rimanere con gli occhi e il cuore chiuso!».

Ricordo a Napoli un bambino vispo, Antimo, intelligentissimo, che la domenica mi aiutava, con i suoi interventi, a fare l’omelia nella messa con più bambini, e con una bellissima famiglia alle spalle che non trascurava affatto la trasmissione della fede ai figli. Ebbene, pochi anni dopo si è dichiarato ateo. Chissà se conosceva il significato di quello che diceva, però era sicuro che preferiva prendere le distanze da una cosa che poco prima amava e seguiva.

È un esodo massiccio e un cambiamento repentino che non può non impressionarci. Va bene ma non possiamo lamentarci poi neanche più di tanto se i ragazzi ci lasciano, perché comunque a loro qualcosa la diciamo e forse questa semina che adesso non mostra frutti può portare domani frutti inaspettati.

Ma gli adulti? Quando parliamo a loro? Dobbiamo accelerare i nostri passi verso di loro e non perdere nessuna delle occasioni che le circostanze ci danno. Preparazione al matrimonio (spesso questo è il primo contatto da adulti con la comunità e con il Vangelo), preparazione al battesimo, benedizione delle famiglie nelle case, cura degli ammalati, vicinanza nel momento della morte, anniversari, catechismo (ho trovato e trovo utilissimo, nella mia esperienza, incontrare i genitori dei bambini che fanno il catechismo; mentre i bambini sono con i catechisti, io, parroco, incontro i genitori. Tutte le volte. Sempre.), confessione e disponibilità al dialogo (quanta gente chiede di parlare e di essere ascoltata!)…

Certo, chiunque legge può dire: “ma queste sono cose che si sono sempre fatte!” Certo!? Come prete che lavora a tempo pieno nella pastorale da 21 anni oso avanzare qualche dubbio. Ma, ammesso anche che si siano sempre fatte (ed è vero che le abbiamo fatte e tante volte sono state fatte bene), sono queste le cose che dobbiamo continuare a fare. Dobbiamo puntare agli adulti senza perdere nessuna delle opportunità che ci vengono continuamente sotto il naso, prima di mettere in programma e in calendario altre iniziative.

Spesso possiamo trovarci nella condizione comica di chi è lì a fare programmi e a pensare e preparare iniziative e a non saper leggere l’ordine del giorno che ci suggerisce la vita. Un po’ come quei genitori che fanno le case per i propri figli e questi, per diverse ragioni, non le abiteranno mai. E forse un giorno si sentiranno pure dire: “e chi ve l’ha fatto fare?”. Certo che dobbiamo avere qualche idea, ma non dobbiamo esserne troppo affezionati. Anche gli apostoli sanno che da Gerusalemme devono arrivare fino ai confini della terra, ma non sanno come.

Dobbiamo ritornare a offrire nelle nostre parrocchie la Parola. Del resto, è questa ciò che chiama, convoca, mette insieme, ci avvicina, ci fa corpo e ci fa fratelli.

I poveri

Credo proprio che siamo alla vigilia di tempi che porteranno nuovi frutti e abbondanti. Molti hanno intravisto una stagione nuova in un’attenzione che le comunità devono offrire ai poveri, che sono sempre stati i prediletti del Padre Celeste (basti pensare a don Primo Mazzolari, a don Tonino Bello, allo stesso papa Francesco): «E i poveri sentono che non hanno più il primo posto nel cuore del parroco e si allontanano anche dalla Chiesa. Se ne sono già allontanati. Per cui abbiamo chiese belle e ricche e riscaldate anche, d’inverno, ma così vuote, così desolatamente vuote, come il cuore di un prete senza poveri» (Mazzolari). Questa sarebbe davvero una conversione pastorale!

Sono sicuro che saranno loro, i poveri, a salvarci. Saranno i poveri, gli ultimi, i falliti, la gente con il cuore spezzato, gli scarti del mondo, quelli che sbarcano, quelli che sono distrutti e offesi, quelli senza pane e senza vita, quelli senza storia e senza nome, quelli abbandonati e messi alle porte, quelli che piangono e agonizzano, quelli che si perdono e sono sbandati, coloro che non vengono mai ascoltati, che non contano nulla, coloro ai quali non si chiede mai il parere, ai diseredati, proprio quelli che bussano alle nostre porte e ci disturbano, saranno loro che rinnoveranno le nostre comunità, con le loro lacrime e il loro lamento, con le loro sofferenze e le loro insistenze, con le loro richieste e il loro grido ci spingeranno a essere ciò che dobbiamo essere, a fare ciò che dobbiamo fare, a dire ciò che dobbiamo dire.

Sono i poveri che hanno suscitato campioni come Giovanni Bosco, Pino Puglisi, Lorenzo Milani, Mario Operti, Luigi Ciotti, Giuseppe Diana, Maurizio Patricello, Oreste Benzi… sono stati sempre loro a salvarci, a portaci fuori dal pantano e a ridarci slanci e grandezza e saranno loro a portarci fuori anche da questa situazione che ci appare grigia e ferma. Ne sono certo loro sapranno indicarci la strada per uscire e ci offriranno soluzioni che noi neanche immaginavamo. Ma già lo fanno. Lo hanno sempre fatto. Forse è per questo che il Signore ci ha detto che sarebbero stati sempre con noi, perché sarebbero stati loro sempre, lungo i tempi, a prenderci per mano e a riportarci all’essenziale, al necessario, al bello, al Vangelo. I poveri ci hanno sempre aiutato molto più di quanto abbiamo fatto noi per loro.

E poi è assurdo pensare che la parrocchia dipenda solo da noi. Ci sono alcuni preti che pensano che prima di loro non c’era niente e dopo di loro tutto crollerà. Sono degli autentici uomini di fede perché credono fermamente e solamente in se stessi (temo, però, che abbiano poca fiducia in Dio). Non è solo l’offerta che crea il mercato. È la domanda che lo genera. Sono i poveri che bussano, non solo i poveri di pane anche quelli smarriti, quelli persi, quelli spenti, quelli soli, delusi, falliti, feriti, malati, aggrovigliati dentro a catene assurde, quelli impantanati… sono loro che fanno la comunità cristiana.

settimananews

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La parrocchia… e il parroco?

Noi preti, addetti ai lavori, dovremmo sapere che la storia non è determinata solo dalla nostra intelligenza o dalla nostra capacità o dalle nostre strategie ma è piena di tante varianti. E una di queste si chiama Provvidenza che è come un piccolo seme piantato nel grande terreno del mondo. Un seme facilmente viene trascurato perché è piccolo, ma porta con sé la potenza di far nascere cose nuove, porta con sé vita, miracoli, spettacoli e frutti.

Pensare che il futuro e il destino della parrocchia dipenda da noi e che siamo noi a tenerla in piedi con i nostri impegni e con i nostri geniali cambiamenti… anche questo è clericalismo. Sottile, ma sempre brutto. Certo abbiamo una responsabilità, ma non tutto dipende da noi.

Nella vita e nella storia ci sono le varanti orizzontali e quelle verticali. Ci sono cose che non si decidono nei convegni (pur necessari), ci sono sorprese che non si possono prevedere a tavolino, ci sono fratelli che animati da un amore per Dio (che hanno ricevuto in una piccola parrocchia) esplodono in una creatività bellissima perché i loro occhi vedono, il loro cuore si apre, le loro orecchie sentono, la loro vita si muove. E ci sono anche oggi questi fratelli, preti, religiosi/e, laici, donne che hanno un cuore grande e hanno a cuore tutti.

Ci sono varianti verticali perché, mentre Israele piange in Egitto, un bimbo viene salvato dalle acque e, mentre Israele è impaurito di fronte ai filistei e a Golia, Dio suscita un ragazzino… e, mentre era notte, è apparsa una Luce e, per arrivare ai confini della terra, era già pronto un apostolo tirato fuori dalle file degli “avversari”. E, quando sembrava che tutto fosse finito e perso con la croce, si trova il rimedio a tutto e a tutti. Non sono mica male queste varianti verticali. E non sono finite.

Preti così

Per le nostre comunità parrocchiali abbiamo bisogno di pastori che sanno vedere oltre e lontano.
Che si lasciano trafiggere per primi il cuore e la vita dalla spada della Parola e dall’amore del Cielo.
Che perdano l’ossessione per se stessi e ritrovino la sensibilità per il pianto altrui.
Che non stiano a calcolare il tempo, né a vedere l’orologio.
Che siano disposti a farsi mangiare proprio come Uno che conosciamo.
Che abbiano a cuore tutti, a cominciare dagli ultimi proprio per non escludere nessuno.
Che si lascino disturbare sempre e da tutti.
Che vadano a cercare tutti proprio come Dio ha fatto subito e per sempre.
Che non si accontentino di novantanove pecore su cento, ma che non abbiano pace finché non ritrovino anche l’ultima.
Che non diano solo regole e divieti ma che portino pace e vera libertà.
Che sappiano indicare la meta e con pazienza ricalcolare il percorso tutte le volte proprio come un tomtom.
Che siano attenti alla fame, alla sete, alla nudità, alla mano tesa di chiunque, non pensando mai che queste sono cose secondarie.
Che sappia offrire sempre anche ciò che gli altri non sanno chiedere, ma che desiderano tanto.
Che sappia regalare momenti di semplice spensieratezza e offrire rapimenti ultraterreni.
Che non passi mai oltre e mai dall’altra parte quando incrocia un uomo, tantomeno se ferito.
Che sappia sempre qual è l’indirizzo del malato e non lo lasci solo. Che sappia piangere con chi piange.
Che sappia aspettare e trascinare. Stare insieme e andare avanti.
Che non perda mai di vista chi rimane indietro.
Che sappia avere una parola per lo sfiduciato e una carezza per chi è solo.
Che non si metta al di sopra degli altri ma che – come gli ricorda la parola con la quale viene definito “ministro” – sia disposto a stare sotto per sostenere chiunque.
Che non abbia timore a bussare e non abbia paura di aprire.
Che possa portare il profumo di Cristo e l’odore delle pecore.
Che sia disposto a lavare i piedi non solo il giovedì santo durante la liturgia.
Che gioisca quando qualcuno gli chiede di confessarsi.
Che quando celebra la messa o qualsiasi altro sacramento ci metta tanta di quella passione da contagiare.
Che non trattenga nulla di quanto gli passa nelle mani se non quello che gli basta per vivere.
Che sia disposto a fare anche le cose più umili.
Che non scansi la fatica e il lavoro come fossero malattie.
Che sappia riconoscere le pecore dai lupi e non abbandoni il gregge quando è minacciato.
Che sappia accettare le offese e sopportare l’ingratitudine.
Che abbia un bagaglio leggero per essere sempre pronto alle variabili verticali.
Che coltivi un’intimità con Dio che gli trasfiguri il volto come Mosè.
Che sappia riconoscere le orme del Risorto e il passaggio degli angeli.
Che sappia gioire di ogni piccolo traguardo dei suoi fedeli e dei suoi confratelli.
Che respinga la mondanità ma che ami il mondo.
Che non si ostini a fare da solo.
Che senta la gioia di andare a due a due e di lavorare insieme.
Che non creda mai di essere migliore degli altri.
Che si ricordi sempre che è stato generato in una comunità e che non si trova in nessun posto a nome suo.
Che sappia essere operatore di pace e costruttore di comunione.
Che non sia mai causa di divisioni.
Che sappia innamorare tutti alle cose belle.
Che risvegli la nostalgia che ogni uomo porta nel cuore del cielo.
Che, mentre conduce pian piano le pecore madri, cioè quelle che, per la loro generosità, sono stanche, si porti gli agnellini sul petto, cioè abbia cura dei piccoli e dei giovani, sappia stare con loro e si lasci contagiare dalla loro fantasia e dalla loro esuberanza.
Che sappia essere vicino a tutti e non sia estraneo a nessuno e distante da nemmeno uno, soprattutto se l’ultimo.
Che sappia essere talmente libero da essere pronto a lasciare tutto come la prima volta.
Che abbia fiducia nella provvidenza e non si lasci vincere dalla paura.
Che abbia una speranza nel cuore e corra spedito verso la meta.
Che sia contento di farsi popolo e non guardi nessuno dall’alto in basso.
Che faccia tutto per amore di Colui che l’ho ha amato.
Che gli scoppi nel cuore la gratitudine per la grande quantità di regali che riceve.
Che sappia inginocchiarsi davanti al tabernacolo e lo sappia fare anche davanti alla carne di Cristo nei fratelli.
Che sia uomo della Pasqua, dallo sguardo rivolto al Regno, verso cui sente che la storia umana cammina, nonostante i ritardi, le oscurità e le contraddizioni (papa Francesco).

Preti così ce ne sono. Forse non hanno tutte le qualità che agli occhi nostri sembrano necessarie e fondamentali, ma ce ne sono.

Dio e il piccolo “resto”

Diceva don Tonino Bello poco prima di diventare vescovo, in un intervento bello, appassionato e intelligente, a una settimana teologico-pastorale della diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca: «Vorrei rivolgermi ai parroci qui presenti. So bene, miei carissimi fratelli, per esperienza pastorale, che discorsi del genere, mentre esaltano i laici, a volte deprimono noi; ci lasciano sfiduciati; ci mozzano il coraggio; ci fanno quasi convincere che forse abbiamo sbagliato tutto. Io vorrei dirvi: “non è vero!”. Abbiate fiducia. L’amarezza che abbiamo accumulata o, le disillusioni che abbiamo mietuto, la poesia che abbiamo perso lungo la strada… non sono motivi sufficienti per deprimerci. La nostra croce e la carretta che dobbiamo tirare. Un nostro famosissimo collega, don Primo Mazzolari, scriveva: “Pesa la croce, pesa la carretta, ma che te ne importa del peso? Forse il Maestro ha pesato la croce prima di abbracciarla? Se c’è da portare, ma c’è di mezzo il cuore, l’amore s’attacca sotto senza badare né al carico né alla strada”. Ebbene, io credo che sono stati tali e sono tali l’amore e la generosità della vostra vita, che non ci sono motivi sufficienti per scoraggiarsi, né un metodo sbagliato, né un’impostazione pastorale sorpassata, né la percezione che il mondo ha forse bisogno di ben altro che della nostra poverissima missione. Anche Mosè ha percepito l’inutilità della sua opera».

Non voglio dire e concludere, ingenuamente, che tutto va bene ma, per una volta, voglio ricordarmi che il bene è seminato già. Che la nostra povera storia è gravida anche di cose belle e di semi che sottoterra stanno già morendo per offrire raccolti nuovi. Non voglio mettere la testa nella sabbia, ma voglio alzarla una volta verso il cielo e continuare a credere che Dio sta già operando, con il suo modo nascosto e lento, e sta già preparando le sue mosse.

Noi facciamo bene a riflettere, a rivedere, a ragionare anche se qualche volta sarebbe bene affacciarsi alla finestra e vedere se “fuori” sta accadendo qualcosa di nuovo, se qualche mandorlo è in fiore. Certo che dobbiamo vedere tutto quello che possiamo fare, ma per un attimo lasciatemi credere che, al di là dei nostri piani, qualcosa si sta muovendo già. E noi non riusciamo né a vederlo, né ad immaginarlo. «Questo nostro povero mondo materialista e calcolatore non può essere salvato sul piano del calcolo e della quantità. Dio ha sempre scelto le cose che non sono per confondere quelle che credono di essere; gli ignoranti per confondere i sapienti; i folli per confondere i prudenti; i poveri per confondere i ricchi» (Mazzolari).

Non dobbiamo agitarci tanto o entrare nel panico. Dio ha sempre messo insieme un popolo, spesso piccolo e insignificante, e con questa piccola comunità ha operato e agito. Forse la parrocchia scomparirà (dopo tutto è vecchia sì, ma non è esistita da sempre), ma Dio sa fare grandi cose con il “resto”. E io lo voglio credere.

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La parrocchia: scuola di comunione

I nostri non sono momenti facili. La nostra è un epoca di grandi e velocissime trasformazioni. E non siamo pronti. Del resto sarebbe da presuntuosi pensare di esserlo. E come se un contadino sapesse già, nel momento della semina, che cosa gli serve per proteggersi da siccità o grandine, come Noè dal diluvio. La vita si presenta sempre nuova. È un sfida continua. E bisogna entrare in questa sfida con umiltà e fiducia. Entriamo in ogni novità con i mezzi e le conoscenze che abbiamo. Non abbiamo la soluzione in tasca, e non possiamo neanche pensare ogni volta: “adesso è la fine”. È semplicemente la novità che ci visita. Le soluzioni arrivano e si affacciano lentamente. A volte la soluzione è nella testa, a volte è fuori dalla nostra portata, a volte è nel problema, a volte è il risultato di un lungo processo e travaglio, a volte si presenta come un regalo.

Ogni realtà porta con sé i suoi frutti e le sue malattie. La nostra è un’epoca dove giganteggia l’individualismo, dove lo si esaspera, dove lo si esalta, dove lo si abbraccia come la via più giusta, più sicura e più veloce. La parrocchia, anche se all’orecchio di molti può avere il suono di una realtà superata, è un luogo che può aiutarci a ritrovare quello che stiamo perdendo senza abbandonare ciò che di bello ancora ci appartiene.

Comunione, comunità, fraternità

In un tempo dove siamo molto poveri nelle relazioni, dove abbondano i sorrisi virtuali, si raccoglie dalla nostra fragilità una solitudine spaventosa. Nella mia esperienza di parroco colgo che la gente cerca un riparo da questa orribile peste della solitudine. Cerca un’oasi dove trovare ristoro. Cerca un luogo dove può estinguere la sua sete. Cerca amicizia. È felice appena trova un briciolo di comunione, di comunità, di fraternità… certo spesso non ha la pazienza di aspettare, di costruire, di passare ad un livello più profondo, ma è affamata di comunione. E quale luogo può essere più idoneo se non quello dove risuona la parola che dice “amatevi gli uni gli altri” e dove si può ascoltare la “Voce” che insegna tutti a farlo?

Diceva un grande parroco, don Primo Mazzolari, ultimamente onorato insieme a don Lorenzo Milani da papa Francesco: «L’amore colma i vuoti dell’uomo: dove c’è un vuoto più grande, occorre una sovrabbondanza d’amore, una predilezione, che non è affatto un privilegio, molto meno un’ingiustizia. Gesù, che pure ci ama a uno a uno senza misura, ha la predilezione dei poveri, dei bambini, dei malati, dei peccatori.

Quindi, dicendo che la parrocchia è a servizio dei poveri, non solo non si toglie niente a nessuno, ma si dà, o si riconosce, nella comunità parrocchiale, una funzione primaria a coloro che non si credono poveri.

Chiamo i ricchi così, perché la più grande disgrazia è quella di non crederci poveri, scomunicandoci dalla prima beatitudine».

La parrocchia ha delle grandi chance nel nostro tempo.

Può offrire gli strumenti per regalare agli uomini e alle donne contemporanee il sale della vita che non sta nel portafogli, nella bellezza, nella carriera, nella nostra falsa libertà, nell’efficienza, nel piacere, nella sicurezza, ma nell’amore. Nell’accogliere e nell’essere accolti. Nel riconoscere e nell’essere riconosciuti. Può essere (e lo dovrebbe essere sempre) una scuola di comunione. «Non è bene che l’uomo sia solo»! L’uomo nella single-tudine perde la sua grandezza e la sua nobiltà.

Prima la vita, poi le strutture

Sostieni SettimanaNews.itCerto, e qui andiamo subito nel cuore della questione, se uno pensa alle strutture, alle forme, all’organizzazione, ai programmi e ai piani pastorali, tante cose sono superate e vanno sicuramente riviste e ripensate ma qui si tratta di una vita che precede e deve sempre precedere ogni struttura e strategia. La vita delle persone viene prima e tutto il resto viene dopo. Non è l’uomo che è stato fatto per il sabato ma il sabato per l’uomo. Ecco perché questa povertà di relazioni, questo triste accumulo di solitudine, questa frantumazione, questo isolamento nel quale si trova l’uomo contemporaneo, è un punto di partenza necessario e utile per ripartire e ritrovare gusto nelle fatiche pastorali.

Del resto, è stato lo stile di Gesù di Nazaret che ha cominciato dalla gente, e soprattutto dai più poveri, non soltanto di beni ma di vita, quelli che tutti ormai giudicavano come falliti e persi (i peccatori). Non dimentichiamo che Gesù è stato continuamente accusato per quelli che avvicinava. Bisogna ripartire dalla vita. Dalla gente, non dai muri e tantomeno dai programmi o dai convegni. La capillarità delle parrocchie sul territorio ci mette già sotto il naso una grande via d’uscita dalla nostra sfiducia: la gente. Basta aprire le porte, basta uscire fuori, basta cominciare a parlare, basta cominciare ad ascoltare, basta buttarsi nella mischia e prima di farsi maestri farsi compagni di viaggio e fratelli nelle fatiche e nelle angosce, nelle gioie e nelle speranze.

Ancora la parrocchia oggi può offrire senso. Siamo velocissimi. Ma spesso non sappiamo verso dove andiamo e qual è la destinazione della nostra corsa. Arriviamo prima ma non sappiamo dove. Che fatica a guardare avanti!

Ci manca la prospettiva. Ci manca una visione d’insieme. Siamo, molto spesso, preoccupati di essere ben equipaggiati ma pensiamo poco alla destinazione. Pensiamo a fare bene lo zaino e non ci interessiamo della mèta. Abbiamo buonissime valige e tutte piene, ma non sappiamo dove andare. Imbocchiamo strade che non sappiamo dove portano. Ci stanchiamo girando attorno e senza muovere passi verso una direzione. Spariamo senza avere un bersaglio.

Ci affatichiamo senza avere un progetto. Abbiamo l’agenda piena in una vita vuota. Siamo obesi, ma non siamo sazi. Abbiamo una casa ma non abbiamo la famiglia. Ho l’impressione che, in queste corse impazzite, siamo tutti costretti a stordirci per coprire il malessere che abita l’anima. Giriamo a vuoto. Camminiamo tanto, per non arrivare da nessuna parte. Dobbiamo anestetizzare il dolore che viene da dentro. Dobbiamo coprirlo con una quantità di cose, droghe, fughe, alienazioni, ubriacature … perché altrimenti ci prende un’angoscia che ci devasta.

La parrocchia può offrire senso, può aiutare chi si avvicina, ad alzare la testa e a fissare la meta. Può rimettere in moto l’uomo moderno se non rinuncia ad essere luce. L’uomo che cerca il pane, ed è giusto che lo faccia, non ha mai raggiunto la pace quando l’ha trovato. Quando ha trovato pane in abbondanza, ha trovato di sicuro l’abbiocco ma non la pace. La vita di molti, oggi, sembra come la strada che deve percorrere il condannato a morte che è stato chiamato dalla sua cella perché il boia è pronto. Diventa un tragitto senza slancio, triste, in cui anche se si riesce a fare qualche passo in avanti, i piedi si rifiutano di camminare. È vero che i giovani non riescono a guardare al futuro! Ma ho la sensazione che non sono molti quelli che ci riescono neanche tra gli adulti. Non basta essere bene equipaggiati.

Dove nasce la vita

La parrocchia può offrire moltissimo all’uomo smarrito del nostro tempo. Senza presunzione e forzature (bellissima l’immagine del sale e del lievito: stare dentro senza apparire, portare gusto e aiutare a crescere rimanendo nascosti) la piccola comunità cristiana può offrire una carità che chi passa non chiede ma che urla e grida nel cuore di tutti. Forse stiamo vivendo un tempo in cui contano più i gemiti che le parole, in cui sono più eloquenti le lacrime che i discorsi. La parrocchia può offrire mete da vertigini. Può (e deve, se non vuole perdere sapore) indicare il Cielo. Può aiutare tutti ad alzare lo sguardo e a contemplare lontano. Può aiutare tutti a fissare la meta e a dare senso e slancio vero alla nostra corsa.

È bellissimo il campanile in una parrocchia. E forse non è neanche un caso che spesso diventa motivo di disturbo per molti. Perché la sua struttura che si innalza racconta e offre una destinazione ostinata e contraria rispetto a tutte le nostre corse. Punta altrove rispetto a tutti i nostri affanni.

E qui c’è lo spazio per le nostre piccole comunità cristiane per ritrovare se stesse, il loro valore e la loro validità, per ricordare la loro missione e la loro importanza. Farsi compagni di viaggio per poi illuminare, con garbo e pazienza, le trame della vita.

La parrocchia oggi, se non rinuncia alla sua missione unica, primaria, essenziale, necessaria… di far risuonare la Parola, non soltanto sopravviverà ma sarà un luogo dove nasce la vita. Come lo è sempre stato, con tutti i limiti di ogni tempo. E poi campioni, giganti, grandissime e nobilissime creature come T. Bello, Madre Teresa di Calcutta, Gianna Beretta Molla, Karol Wojtyla… dove sono nati? Da quale grembo sono stati generati? Se la parrocchia non rinuncia alla sua missione che coincide con la sua nobiltà, la sua grandezza e il suo fascino non sarà un luogo morto o un reperto storico ma sarà un grembo che genera.

Spesso confondiamo tutti l’istituzione con la realtà. La parrocchia è una piccola comunità cristiana. Potranno cadere tante realtà che sono state utili un tempo, potranno sparire le chiese, e tutto ciò che le circonda, gli archivi, i documenti, i teatri, i campi di calcetto, le feste di paese, le processioni, le devozioni, le candele da accendere, le sagrestie, le lotterie… ma questa non è la realtà. Era ed è un aiuto alla realtà. Ciò che conta è la comunità dei fratelli guidata da un presbitero, cioè da qualcuno che non si tiene per sé quanto ha ricevuto.

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