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Papa Francesco Archive

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Papa Francesco: “La missione della scuola e degli insegnanti è di sviluppare il senso del vero, del bene e del bello”

Il 5 ottobre u.s. si è celebrata la giornata mondiale degli insegnanti, che in Italia, come evidenziato anche in un articolo pubblicato dalla nostra redazione, hanno ben poco da festeggiare, considerati gli stipendi, la scarsa considerazione sociale e le difficoltà in cui si trovano ad operare.

Tra le personalità di spicco intervenute a commento della predetta Giornata, ricordiamo Papa Francesco che ha espresso un breve pensiero tramite un apposito tweet:

“La missione della scuola e degli insegnanti è di sviluppare il senso del vero, del bene e del bello”.

Si tratta di un breve ma significativo messaggio, che dovrebbe far riflettere non solo i docenti ma anche i decisori politici che, spesso, nel riformare la scuola perdono di vista il principale compito della stessa.

orizzontescuola.it

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Bologna. Zuppi: il pranzo con i poveri in San Petronio «non è desacralizzante»

Il pranzo di papa Francesco con i poveri sotto le maestose volte della Basilica di San Petronio “forse è stato il momento più emozionante dell’intera giornata”.

A dirlo è stato il vicario generale per la Sinodalità della diocesi di Bologna, monsignor Stefano Ottani. Mille poveri della città hanno mangiato insieme al Pontefice, domenica, dopo aver ascoltato la sua catechesi: “Catechesi e pranzo, parola e pane, un’accoppiata che rappresenta una della tradizioni più antiche e consolidate della nostra identità cristiana – spiega Ottani -. Basti pensare all’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. Il Messia ha spezzato il pane, seduto a tavola, lo ha benedetto, lo ha distribuito. Tutto questo è riportato nei Vangeli, la pietra miliare del nostro Credo”.

E poi c’è una nutrita schiera di padri della Chiesa che accostano il cibo alla preghiera. “Era un’usanza diffusa fin dalle prime comunità cristiane – spiega Ottani -. La tavola comune, la santità del luogo, la carità fraterna diventavano per ognuno fonte di virtù”. “Anche Gregorio Magno, vescovo di Roma nel IV secolo, apre le porte della Chiesa per far mangiare i più poveri, in un momento difficile per la sua città – continua don Stefano -. Ma non c’è bisogno di una situazione estrema per mangiare in Chiesa”.

L’idea del pranzo a San Petronio è stata dell’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi “appoggiato da tutto il Consiglio – chiarisce Ottani -. Ci è parsa sin da subito un’idea splendida, convinti della bellezza del messaggio che restituisce agli occhi di tutti. C’è una mensa celeste ma c’è anche una mensa terrena”.

Ed è stato proprio l’arcivescovo di Bologna a rispondere alle critiche e alle polemichepolemiche scaturite dal pranzo di Papa Francesco con i poveri, rifugiati e detenuti avvenuto domenica all’interno della Basilica di San Petronio a Bologna. “Posso capire chi si è scandalizzato – ha spiegato monsignor Zuppi in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche italiane -. È chiaro che c’è un punto importante che riguarda la sacralità del luogo.

“Qui a Bologna – ha aggiunto monsignor Zuppi – padre Marella, un uomo che negli anni 50-60 ha animato la carità della città, tutte le domeniche celebrava la Messa e faceva un offertorio al contrario: invece di raccogliere distribuiva ai poveri. E quindi mangiava in chiesa insieme a loro, una specie di colazione-pranzo con cui continuava l’agape fraterna. La gioia e la bellezza di questa immagine ci aiuta a capire e contemplare in maniera più religiosa l’unità tra le due mense”.

avvenire

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Papa a Bologna: la festa degli studenti (video)

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Papa Francesco allo stadio di Bologna: Chiesa, famiglia, società, mai rinunciare all’incontro

“Non esiste una vita cristiana fatta a tavolino, scientificamente costruita, dove basta adempiere qualche dettame per acquietarsi la coscienza”. Così Francesco pronunciando l’ omelia davanti a migliaia di persone nello Stadio Dall’Ara, dove, questo pomeriggio a conclusione del suo viaggio a Cesena e Bologna, ha presieduto la Santa Messa.

Partendo dal Vangelo odierno, citando la parabola dei due figli, “che alla richiesta del padre di andare nella sua vigna rispondono: il primo no, ma poi va; il secondo sì, ma poi non va”, ha messo in evidenza l’ipocrisia dell’uomo che seppellisce “la voce del padre”, ma anche che “la Parola di Dio fa ardere il cuore, perché ci fa sentire amati e consolati”.

Due i percorsi per il Papa: essere “peccatori in cammino”, restare in ascolto del Signore, poter cadere ma pentirsi e rialzarsi, oppure essere “peccatori seduti”, pronti a giustificarsi sempre e solo a parole secondo quello che conviene.

Francesco ha sottolineato che “la vita cristiana è un cammino umile di una coscienza” che non è “mai rigida” ed è sempre in rapporto con Dio. Una coscienza che “sa pentirsi e affidarsi a Lui nelle sue povertà, senza mai presumere di bastare a sé stessa”.

“Pentirsi” è la parola chiave per non cadere “nell’ipocrisia, la doppiezza di vita, il clericalismo che si accompagna al legalismo, il distacco dalla gente”.

Nel cammino di ciascuno, ha proseguito, ci sono due strade: “essere peccatori pentiti o peccatori ipocriti”. Per il Papa però quel che conta “non sono i ragionamenti che giustificano e tentano di salvare le apparenze, ma un cuore che avanza col Signore, lotta ogni giorno, si pente e ritorna a Lui. Perché il Signore cerca puri di cuore, non puri “di fuori”.

Il Papa ha guardato anche al rapporto tra padri e figli ed in un contesto di rapidi cambiamenti ha esortato al dialogo, ha parlato dei conflitti che possono esserci tra generazioni come di uno stimolo “per cercare nuovi equilibri”.

Ha esortato a non rinunciare mai all’incontro, a cercare vie nuove percamminare insieme e questo in famiglia, nella Chiesa e nella società.

Infine ha parlato delle tre “P”, “tre punti di riferimento”, tre “alimenti-base” per vivere: Parola, Pane e poveri. La Parola come “bussola per camminare umili, per non perdere la strada di Dio e cadere nella mondanità”, il Pane eucaristico, perché “dall’Eucaristia tutto comincia” e infine la “P” dei poveri, coloro ai quali manca il necessario e coloro, ma anche chi è povero di affetto, le persone sole, i poveri di Dio. “In tutti loro – ha sottolineato – troviamo Gesù” e sostegno per “il nostro cammino”.

radio vaticana

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PAPA, LIBERIAMO GLI SCHIAVI, COSI’ AVREMO UN FUTURO

‘BENE SISTEMA EMILIA, ASCENSORE SOCIALE PER I POVERI’ Bologna, ha ricordato il Papa ai migranti dell’Hub che ha visitato nel capoluogo emiliano, è stata la prima città in Europa, 760 anni fa a liberare 5855 schiavi, ‘tantissimi, eppure Bologna non ebbe paura, forse lo fecero anche per ragioni economiche, perché la libertà aiuta tutti e a tutti conviene’, senza paura accolsero quelle ‘non persone’, li riconobbero come esseri umani. Scrissero in un libro’ i loro nomi. Il Pontefice ha lodato il ‘sistema Emilia’ e incontrato in piazza studenti e il mondo accademico.

ansa

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Programma. Papa Francesco a Cesena e Bologna: come seguire la visita in tv

La visita di papa Francesco a Cesena e Bologna, in programma domenica 1 ottobre, può essere seguita anche da casa: in particolare in tivù viene trasmessa in diretta tivù su Tv2000 (canale 28, Sky canale 140, Tivùsat 18).

Come seguire la visita di papa Francesco a Cesena e a Bologna in tv

L’emittente della Cei, in collaborazione con il Centro Televisivo Vaticano, trasmette ogni evento a cura del ‘Diario di Papa Francesco’, condotto da Gennaro Ferrara, a partire dalle ore 7.55. Sono previsti servizi di approfondimento e interviste all’arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Zuppi, a Romano Prodi e ad altre personalità della città.

Tra i contributi un video del comico romagnolo Paolo Cevoli che presenta a papa Francesco la città di Bologna. In studio, tra gli ospiti: l’ex presidente della Provincia di Bologna Beatrice Draghetti; il giornalista Luigi Accattoli; il sacerdote gesuita Jean Paul Hernandez; Padre Giuseppe Ferrari ofm, già provinciale per i francescani Emilia Romagna; il direttore dell’istituto superiore di scienze religiose della facoltà teologica dell’Emilia Romagna Marco Tibaldi; il parroco di Santa Maria Cleofa in Budrio di Longiano (Diocesi di Forlì-Cesena) don Filippo Cappelli. Alle 23 l’instant film con i discorsi e le immagini più significative della visita di Francesco.

Tappe e orari della visita di papa Francesco tra Cesena e Bologna

Cesena
Alle 8.15 l’incontro con la cittadinanza in piazza del popolo; a seguire, alle 9, l’incontro in Cattedrale con il clero, i consacrati e i rappresentanti delle parrocchie.

Bologna
Alle 10.30 la visita all’Hub regionale di via Enrico Mattei per l’incontro con i migranti ospiti e con il personale che svolge servizio di assistenza; in Piazza Maggiore, invece, alle 12 l’incontro con il mondo del lavoro, i disoccupati, i rappresentanti di Unindustria, sindacati, Confcooperative e Legacoop e la recita dell’Angelus.

Nel pomeriggio la diretta di Tv2000 riprende alle 14, mentre papa Francesco alle 14.30, nella Cattedrale di San Pietro, il Papa incontra i Sacerdoti, i Religiosi, i Seminaristi del Seminario Regionale e i Diaconi Permanenti; alle 15.30 in Piazza San Domenico, l’incontro con gli studenti e il mondo accademico e alle 17 nello Stadio Dall’Ara la celebrazione della Messa.

L’annuncio della visita di papa Francesco a Bologna e Cesena

Papa Francesco “verrà in visita pastorale a Bologna in occasione del Congresso eucaristico diocesano, domenica 1° ottobre, giorno in cui si celebra la ‘Domenica della Parola’, nella quale viene rinnovato ‘l’impegno per la diffusione, la conoscenza e l’approfondimento della Sacra Scrittura’ e al cui termine sarà distribuita a tutti una copia del Vangelo”.
Lo ha annunciato l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, esprimendo “la sua più viva gratitudine” al Papaper aver aver accolto l’invito.

Anche nella diocesi di Cesena-Sarsina è previsto un saluto di papa Francesco. La visita del Papa, ha ricordato il vescovo Douglas Regattieri, coincide con il 300° anniversario della nascita di papa Pio VI, il cesenate Braschi. Dopo l’annuncio della visita del Papa, le campane del Duomo di Cesena hanno suonato a festa.

Il programma della visita prevede, come riporta il sito della arcidiocesi di Bologna, in successione:
– visita all’Hub regionale di via Mattei a Bologna; incontro con i giovani nordafricani sbarcati sulle coste italiane
– recita dell’Angelus, in Piazza Maggiore a Bologna
– pranzo con i poveri, nella Basilica di San Petronio a Bologna
– incontro con il clero e i consacrati, in Cattedrale a Bologna
– incontro con il mondo universitario, nella Basilica di San Domenico a Bologna
– celebrazione della Messa

avvenire

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Riguadagnare l’eredità, un compito per l’oggi. Il 38mo Meeting di Rimini apre con il messaggio del presidente Sergio Mattarella

In arrivo anche il messaggio di papa Francesco che sarà letto domenica 20 agosto all’inizio della Santa Messa. 

Alle 15 poi l’incontro inaugurale con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni

Rimini, 19 agosto 2017 – In apertura del XXXVIII Meeting per l’amicizia fra i popoli, che si svolgerà nella Fiera di Rimini da domenica 20 a sabato 26 agosto, giunge un’autorevole e penetrante lettura del titolo scelto per l’edizione di quest’anno, la frase tratta dal Faust di Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”. C’è un’eredità da riguadagnare: ma come? La risposta giunge da un messaggio (qui riportato in allegato ndr) inviato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in attesa del messaggio che papa Francesco sta facendo pervenire attraverso il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin e che verrà letto domenica 20 agosto all’inizio della santa Messa delle 10.45 (trasmessa in diretta RaiUno) che sarà celebrata nell’Auditorium della Fiera dal vescovo di Rimini Francesco Lambiasi.

Il presidente Mattarella interpretando la frase di Goethe mette l’accento sulle responsabilità nel passaggio generazionale. «Responsabilità degli adulti, che non possono consumare in sovrappiù beni e opportunità sottraendoli ai propri figli. Responsabilità anche dei giovani, che sono chiamati a far proprie le storie e le cose per dare ad esse un futuro e divenire di questo protagonisti».

Il mondo globalizzato e ipertecnologico «mette in discussione l’autonomia stessa della persona» (al Meeting per inciso si rifletterà a fondo sull’intelligenza artificiale con alcuni tra i maggiori esperti del tema). Ma anche qui, nessun ripiegamento: «L’idea di libertà, il senso di comunità, l’ambizione di fare storia, richiedono di essere continuamente riformulati, vissuti nel presente». Un lavoro che spetta primariamente ai giovani e alle «forze vive lungimiranti: tenere sempre viva l’attenzione sulle conseguenze delle scelte di oggi e contrastare il campo corto di chi rinuncia ad alzare lo sguardo e progettare il futuro».

Le parole chiave indicate dal Presidente sono responsabilità (soprattutto «verso chi viene dopo di noi») e solidarietà, da esplicitare in chiave sussidiaria, coinvolgendo una molteplicità di soggetti: «La politica, le istituzioni, i soggetti economici, i corpi sociali, hanno tutti un peso nel determinare gli esiti dei cambiamenti in atto». Complessità e interdipendenza quindi «non sono alibi per un disimpegno». E qui Mattarella punta l’attenzione su un tema che attraverserà trasversalmente tutto il Meeting di quest’anno. «L’attenzione verso i giovani deve tradursi in occasioni concrete e innovazioni, che aprano le porte a una mobilità sociale vera e a una piena cittadinanza, a partire dal diritto al lavoro e alla istruzione, che sta alle radici della libertà delle persone e della società. Così, investendo sul futuro, una collettività ritrova fiducia e raddoppia la propria forza».

«Avremo tutta la settimana del Meeting non tanto per riprendere, ma per lasciarci leggere e mettere in questione dal messaggio del Presidente, in attesa di quello del Papa», commenta la presidente della Fondazione Meeting Emilia Guarnieri. «Un anno fa scegliemmo la frase di Goethe perché ci sembrava utile per l’oggi, una chiave di lettura del presente. Ora capiamo di più il perché di quella scelta. Siamo grati al presidente Mattarella che guarda al Meeting come un luogo in cui si può rilanciare un messaggio di ripresa e di speranza per tutti, un’esperienza che si mette accanto ad altre al servizio della comunità civile».

Intanto domenica 20 agosto alle 15.00 l’evento inaugurale del Meeting sarà l’incontro con il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni sul tema “L’eredità e il futuro dell’Italia”. Il Presidente interverrà in Auditorium Intesa Sanpaolo B3 dopo le introduzioni di Emilia Guarnieri, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli e Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà. In apertura Nassir Abdulaziz Al-Nasser, alto rappresentante dell’ONU per l’Alleanza delle Civiltà, darà lettura del messaggio di saluto del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres.

fonte: Comunicato Stampa

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Udienza. Il Papa: la Chiesa è popolo di peccatori che sperimentano la misericordia

Gesù non ha scelto i perfetti, ma è venuto a dare speranza ai peccatori. Lo ha ribadito papa Francesco stamani all’udienza generale del mercoledì, la seconda dopo la pausa di luglio, tenutasi in Aula Paolo VI per evitare il caldo agostano di piazza San Pietro. Accolto come sempre dall’abbraccio entusiastico dei presenti, il Pontefice si è soffermato a salutare, ascoltare, benedire, farsi scattare selfie con lui. Dopo la lettura del brano del Vangelo secondo Luca sulla peccatrice alla quale «sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato», Francesco ha proseguito il ciclo di catechesi sulla speranza cristiana Il perdono divino: motore di speranza», TESTO INTEGRALE).

Gesù compie gesti scandalosi

«Abbiamo sentito la reazione dei commensali di Simone Fariseo: chi è costui che perdona anche i peccati? Gesù ha appena compiuto un gesto scandaloso» esordisce il Papa. E riassume brevemente l’episodio: una donna conosciuta come peccatrice è entrata in casa di Simone, si è chinata ai piedi di Gesù e ha versato sui suoi piedi olio profumato. I presenti mormorano: se costui è un profeta non dovrebbe accettare. «Quelle erano donne, poverette, che servivano solo per essere “visitate” di nascosto, anche dai capi, o per essere lapidate» chiosa il Papa. «L’atteggiamento di Gesù è diverso»: lui «avvicina i lebbrosi, gli indemoniati, tutti i malati e gli emarginati». «Questa simpatia di Gesù per gli esclusi, gli intoccabili, sarà una delle cose che più sconcerteranno i suoi contemporanei: laddove c’è una persona che soffre Gesù se ne fa carico».

 

Gesù ci vuole guariti e liberi

Gesù condivide il dolore umano e quando lo incrocia sente misericordia. «Gesù prova compassione», insiste il Papa, non ha l’atteggiamento degli stoici che invitano a sopportare la sofferenza. «Laddove c’è un uomo o una donna che soffre Gesù vuole la sua guarigione, la sua liberazione, la sua vita piena». Non si tratta di guarigione solo da un male fisico, ma anche da un male spirituale, dalla condizione di peccato. E quante persone, anche oggi, osserva il Papa, «perdurano in una vita sbagliata perché non trovano nessuno disposto a guardali con il cuore di Dio, cioè con speranza». Gesù «vede una possibilità di resurrezione anche in chi ha accumulato tante scelte sbagliate» e «spalanca quella misericordia che ha nel cuore: perdona, abbraccia, capisce». Gesù per prima cosa libera la peccatrice da «quel senso di oppressione, di sentirsi sbagliata».

«Tanti cattolici si credono perfetti e disprezzano gli altri»

L’atteggiamento di Gesù scandalizza gli scribi e la loro reazione ricorda al Papa quella di «tanti cattolici che si credono perfetti e disprezzano gli altri: è triste questo». «Dovremmo ricordarci – esorta Francesco – di quanto siamo costati all’amore di Dio», poiché Gesù ha dato la vita per ciascuno di noi. «Gesù non va in croce perché sana i malati», ma «perché perdona i peccati, perché vuole la liberazione totale, definitiva del cuore dell’uomo, perché non accetta che l’essere umano consumi tutta la sua esistenza con il tatuaggio incancellabile di non essere accolto dal cuore di Dio».

Gesù dà la speranza di una vita nuova

«I peccatori non solamente vengono rasserenati a livello psicologico, Gesù offre alle persone che hanno sbagliato la speranza di una vita nuova» osserva Francesco. «Guarda avanti e ti faccio un cuore nuovo: questa è la speranza che ci dà Gesù». Ma c’è di più: non solo Gesù offre ai peccatori una speranza concreta, ma proprio fra quei peccatori pentiti scegli i suoi primi discepoli. E il Papa fa nomi e cognomi: Matteo il pubblicano diventato apostolo di Cristo, Zaccheo ricco corrotto che «sicuramente aveva una laurea in tangenti», la donna di Samaria «che aveva avuto 5 mariti e ora convive con un altro» si sente promettere un’acqua viva che per sempre sgorgherà dentro di lei. «Dio non ha scelto come primo impasto per formare la sua Chiesa le persone che non sbagliavano mai: la Chiesa è un popolo di peccatori che sperimentano la misericordia di Dio». Francesco conclude: «Siamo tutti poveri peccatori, bisognosi della misericordia di Dio, che ha la forza di trasformarci e darci speranza ogni giorno. Andiamo avanti con questa fiducia».

Sulla Nigeria: «Mai più crimini nei luoghi di culto»

Al termine dell’udienza, papa Francesco ha ricordato la strage in chiesa in Nigeria. «Sono rimasto profondamente addolorato dalla strage avvenuta domenica scorsa in Nigeria, all’interno di una chiesa, dove sono state uccise persone innocenti» ha detto. «E purtroppo stamattina è giunta notizia di violenze omicide nella Repubblica Centrafricana contro la comunità cristiana. Auspico che cessi ogni forma di odio e di violenza e non si ripetano più crimini così vergognosi, perpetrati nei luoghi di culto, dove i fedeli si radunano per pregare. Pensiamo ai nostri fratelli e sorelle in Nigeria e in Repubblica Centrafricana e preghiamo per loro tutti insieme». Il Papa ha quindi invitato i presenti a recitare un’Ave Maria.

da Avvenire

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“Il Piccolo Principe” in dialogo con Papa Francesco

Enzo Romeo, vaticanista del Tg2, due anni fa l’aveva riletto alla luce della Bibbia e ora per i tipi della stessa editrice Ancora è la volta di un altro giornalista, Umberto Folena, caporedattore di «Avvenire», ad accostarsi all’opera più nota di Antoine de Saint-Exupéry con un prodotto originale.

Scaduto ormai il copyright sulle opere dello scrittore francese (1900 – 1944) e a più di 70 anni dalla pubblicazione, «Il Piccolo Principe» continua a tenere banco sugli scaffali delle librerie e nelle vendite online. Alla prima versione italiana, realizzata nel 1949 da Nini Bompiani Bregoli, molte altre se ne sono aggiunte – comprese le traduzioni d’autore e i disegni rivisitati dai bambini di oggi – ma ciò che mancava era l’accostamento al magistero di papa Francesco.

Un accostamento forzato, magari frutto della popolarità di cui gode Bergoglio, oppure due voci che, pur appartenendo a epoche e luoghi di provenienza assai diversi, scoprono di cantare in coro? Folena, anticipando la domanda, fornisce la sua spiegazione: alla richiesta esplicita che gli era pervenuta la prima reazione era stata quella della rinuncia («maltrattare una meravigliosa fiaba e un ottimo pontefice, giammai»). Ma il dubbio si è ben presto dissolto perché «una cosa risultava evidente: qualunque fosse l’argomento, entrambi parlavano al bambino».

E non un bambino qualsiasi, bensì il bambino che abita in ciascuno di noi, «il bambino che – nonostante i doveri assortiti, la professione, i troppi eventi della vita che ti spoetizzano cercando di renderti disincantato e cinico – ancora respira e vive da qualche parte della mia anima». Un bambino che «non ha nulla di zuccheroso o infantile», ma che va preso tremendamente sul serio, perché per parlare con il bambino è necessario dimenticarsi della propria adultità, per «stare al gioco della purezza». Che altro non è che il magistero di papa Francesco, annota l’autore, per via di quel suo continuo appello a lasciare strada libera al bambino. Perché solo quanti possiedono un cuore e un animo di bambino sono in grado di accogliere l’inatteso, quell’«essenziale», nascosto nell’invisibile e nella minorità. Che è poi l’obiettivo che il Pontefice indica anche alla Chiesa: una Chiesa capace di chinarsi e comprendere, di riconoscere ogni bambino che incontra anche quando questi possiede un’anima imprigionata fino a soffocare.

Se è vero che qualcuno ha definito il piccolo libro quasi un «Nuovissimo Testamento» per via di quella incisiva esplorazione dell’assoluto, la lettura guidata da Folena (con la traduzione di Vincenzo Canella religioso dei Fratelli delle Scuole cristiane) diventa anche un sussidio utilizzabile a livello pastorale.

Molte sono le analogie individuate, sempre calzanti, anche quando a prima vista sembrerebbero imprevedibili o forzate. A partire dall’«immaginazione» – leggi anche «fantasia» – che lo scrittore francese ha utilizzato a piene mani per la sua fiaba straordinaria: «Non perdete la capacità di sognare – è l’invito di Bergoglio alle famiglie radunate a Manila per l’Incontro mondiale del 2015 – Non è possibile una famiglia senza un sogno. Quando in una famiglia si perde la capacità di sognare, i bambini non crescono e l’amore non cresce, la vita si affievolisce e si spegne». «Lo Spirito è freschezza, fantasia, novità», dirà agli anziani radunati in piazza San Pietro nell’autunno 2014.

E poi il tema dell’«incontrare» e «uscire» che traccia il filo del racconto, ma anche quello di un pontificato: «Una Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada».

O ancora quell’immagine della pecora e quell’espressione (forse quella più associata a Bergoglio) che diventa simbolo della tenerezza di Dio e si fa invito nei confronti di preti, vescovi e in fin dei conti di ogni battezzato, «siate pastori con l’odore delle pecore».

O quel «custodire» che diventa una vera e propria missione: «custodire la gente, aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore», come affermava nell’omelia d’inizio pontificato in quell’ormai lontano 19 marzo 2013.

Significativo il parallelo al celeberrimo capitolo XXI, quello dove si narra dell’incontro sulla spiaggia tra il piccolo principe e la volpe. Un passo che spesso viene utilizzato nella pastorale familiare, simbolo di quel legame che unisce gli sposi: «Dopo l’amore che ci unisce a Dio, l’amore coniugale è la “più grande amicizia”. È un’unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa» (AL 1239). E quell’«addomesticare» spiegato con tanta saggezza dalla volpe diventa un appello a superare ciò che il Papa definisce la «fatica di intessere legami profondi», come dirà ai partecipanti all’assemblea del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali.

E sempre quella capacità di «guardare oltre», come il deserto: non solo vuoto o completa aridità, bensì il deserto che, come nelle parole dei profeti, è in grado di «fiorire».

Quasi un’appendice a conclusione la storia di Saint-Exupéry narrata con la passione che quasi trasuda da ogni pagina di un libretto che, come il volumetto di Romeo, è già un piccolo classico.

Antoine De Saint-Exupéry – Umberto Folena (a cura di), «Il Piccolo Principe. Commentato con testi di papa Francesco», pp. 176, €17,00.

Vatican Insider

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Neocatecumenali e movimenti: carisma e politica

L’annuale appuntamento delle Comunità neocatecumenali con il papa si è rinnovato il 18 marzo, con 7.000 persone in Sala Nervi e 250 famiglie inviate in 57 nuove missio ad gentes sia in Europa sia in altri 13 paesi dei diversi continenti (Canada, Stati Uniti, Brasile, Perù, India, Cina, Australia, Papua Nuova Guinea, Etiopia, Costa d’Avorio, Sudafrica, Guinea Equatoriale, Nigeria). Il Cammino neocatecumenale è oggi presente in 1.320 diocesi di 110 paesi con 21.000 comunità attive in 6.000 parrocchie. I membri adulti del movimento sono 300.000 (ma con i figli arriverebbero a circa un milione). I preti formati dal movimento nei 103 seminari sono 2.000 e i seminaristi 2.200. Per l’Italia si parla di 5.000 comunità (circa 100.000 persone). Sono centinaia i gruppi di missione, formati da un prete e alcune famiglie,  in tutti i continenti.

Inculturare il carisma

Una realtà ecclesiale significativa, che, come gli altri movimenti,  da un decennio viene sostanzialmente ignorata dai media (anche ecclesiali), dopo alcuni lustri in cui era enfaticamente raccontata, in positivo o negativo secondo i casi. Papa Francesco ci ha abituati a un approccio diretto e privo di cautelose approssimazioni con tutte le identità ecclesiali. E così è anche per i movimenti. L’anno scorso (6 marzo 2015) aveva evidenziato il valore dell’esperienza: «E io oggi confermo la vostra chiamata, sostengo la vostra missione e benedico il vostro carisma… Io dico sempre che il Cammino neocatecumenale fa un grande bene nella Chiesa» e aveva ricordato il triplice riferimento: «Il Cammino poggia su quelle tre dimensioni della Chiesa che sono la Parola, la liturgia, la comunità», senza sottoporre a verifica la loro pratica – ostica a molti vescovi – della celebrazione eucaristica al sabato con le lodi in famiglia il giorno di domenica (senza eucaristia). Aveva valorizzato la loro dimensione missionaria: «In diverse occasioni ho insistito sulla necessità che la Chiesa ha di passare da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria», sollecitandoli a «evangelizzare i non cristiani». Quest’anno, a quasi 50 anni dall’avvio dell’esperienza, è entrato in dialogo attraverso tre altri riferimenti.

Il primo è l’invito all’unità, come ultima e decisiva richiesta di Gesù, contro la tentazione che può provocare «la presunzione, il giudizio sugli altri, le chiusure, le divisioni… È la tentazione di tutte le comunità e si può insinuare anche nei carismi più belli della Chiesa». Il carisma infatti «può deteriorarsi quando ci si chiude o ci si vanta, quando ci si vuole distinguere dagli altri. Perciò bisogna custodirlo» attraverso l’unità umile e obbediente. Solo respirando nella Chiesa e con la Chiesa, assomigliamo ad essa e non la trasformiamo in «uno strumento per noi: noi siamo Chiesa». La fecondità della testimonianza ha bisogno del ministero e della guida dei pastori. «Anche l’istituzione è un carisma, perché affonda le radici nella stessa sorgente che è lo Spirito Santo». Il riferimento al carisma è uno dei luoghi più citati dal papa, in particolare per i religiosi, ma viene evocato spesso anche per i movimenti. Nel 2015, parlando al movimento di Comunione e liberazione, aveva detto: «Il centro non è il carisma, il centro è uno solo, è Gesù, Gesù Cristo! Quando metto al centro il mio metodo spirituale, il mio cammino spirituale, il mio modo di attuarlo, io esco di strada. Tutta la spiritualità, tutti i carismi nella Chiesa, devono essere “decentrati”: al centro c’è solo il Signore… Fedeltà al carisma non vuol dire “pietrificarlo”…, (significa piuttosto) tenere vivo il fuoco e non adorare le ceneri».

Moti interni

Il secondo riferimento è la parola «gloria», quella che indica la croce, secondo la tradizione giovannea: «La gloria di Dio si rivela sulla croce: è l’amore che lì risplende e si diffonde. È una gloria paradossale: senza fragore, senza guadagno e senza applausi». La terza parola è «mondo»: «Voi andrete incontro a tante città, a tanti paesi… Non sarà facile per voi la vita in paesi lontani, in altre culture, non vi sarà facile. Ma è la vostra missione… familiarizzate con le culture, le lingue e gli usi locali, rispettandoli e riconoscendo i segni di grazia che lo Spirito ha già sparso. Senza cedere alla tentazione di trapiantare modelli acquisiti, seminate il primo annuncio».

Papa Francesco e Kiko Argüello

Papa Francesco e l’iniziatore del Cammino neocatecumenale, Kiko Argüello (REUTERS)

Parole non di circostanza, soprattutto in riferimento all’autorità dei pastori nella Chiesa, alla funzionalità del carisma rispetto alla centralità di Cristo, all’approccio cordiale alle culture e alla lingue dei paesi ai quali si è inviati. Dall’interno dell’esperienza del Cammino, oltre alla conferma della sua qualità cristiana e della «tenuta» delle singole comunità, sorgono anche interrogativi su alcune tensioni con gli episcopati, sulla leadership, sui seminari e sulla esposizione «politica». È noto il caso dei vescovi del Giappone che hanno chiesto al movimento di chiudere il seminario e di accettare l’indirizzo pastorale della Chiesa locale (2010-11) come anche le numerose lettere dei vescovi in merito alle prassi del movimento (un centinaio solo per l’Italia). La leadership è da sempre saldamente in mano ai due fondatori, Francisco José Gomez Argüello (Kiko) e Carmen Hernandez, affiancati da un presbitero (Mario Pezzi), ma i seri problemi di salute di Carmen e l’avanzata età di Kiko hanno suggerito l’avvio di una elaborazione per una possibile successione.

Per quanto riguarda i seminari le domande sono relative alle modalità di reclutamento (per alzata di mano in occasioni di grandi raduni), alla sapienza del discernimento (per diversi casi i numeri dei seminaristi sono talmente ridotti da rendere problematica l’accurata scelta degli educatori e il cima formativo) con qualche esito problematico (anche nel caso di allontanamento, quando l’interessato trova accoglienza presso i pastori locali, soprattutto in America Latina). Sulla questione della politica il Cammino è sempre stato molto defilato e restio, mentre è intervenuto con forza in alcuni momenti come il Family day. Fino ad entrare in rotta di collisione con la segreteria CEI. È successo nel 2015 (20 giugno), quando Kiko ha espressamente criticato il segretario e mons. Galantino si è trovato sulla sua posta elettronica una valanga di critiche (con qualche insulto).

Movimenti ecclesiali e politica

Sul tema dell’esposizione civile sono in atto spostamenti significativi all’interno dei movimenti ecclesiali. È nota la maggiore attenzione del Rinnovamento nello Spirito sui temi della dottrina sociale e del «pre-politico» (cf. l’intervista a Salvatore Martinez in Sett. 44/2014, pp. 8-9). Sta diventando evidente, sul fronte opposto, la prudenza di Comunione e liberazione, scottata dai molti scandali che hanno investito uomini politici del movimento, soprattutto in Lombardia. La probabile dislocazione di candidati su ambedue i fronti nelle prossime elezioni amministrative metteranno alla prova quanti identificano il nucleo di senso spirituale con l’uniformità del voto. In una intervista dell’anno scorso (Vatican Insider, 31 marzo 2015), il presidente della Fraternità di Comunione e liberazione, don J. Carrón, aveva detto: «Evidentemente, quando si parla di realtà sociale delle dimensioni del movimento, ci troviamo sempre sotto i riflettori. A volte questo ci permette di offrire agli altri un contributo, a volte, invece è motivo di umiliazione, perché anche noi abbiamo dei limiti, come succede anche nella Chiesa nel suo insieme» (cf. anche AA.VV, : Il caso CL nella Chiesa e nella società italiana. Spunti per una discussione, Il Margine, Trento 2014). Il caso più interessante è forse quello dei Focolari. La presenza di uomini e donne focolarini in politica è di lunga data, ma il movimento non è mai stato coinvolto in particolari scandali, né identificato con interessi di parte.

I movimenti ecclesiali sono ormai una presenza consolidata nel  panorama delle Chiese locali, ma è venuta meno la volontà, più o meno giustificata, di affidare loro il ruolo di punta di diamante in ordine al confronto con la modernità e l’indifferenza religiosa. Una espressione precisa della situazione la si trova nell’esortazioneEvangelii Gaudium. «Le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori. Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e una capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa. Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare» (n. 29). «Un chiaro segno dell’autenticità di un carisma è la sua ecclesialità, la sua capacità di integrarsi armonicamente nella vita del popolo santo di Dio per il bene di tutti» (n. 130).

Co-essenziali e petrini

Il movimentismo nella Chiesa è assai più vecchio dei movimenti. Nasce nell’800 con il «movimento cattolico» concentrandosi progressivamente nell’Azione cattolica e poi nei partiti di ispirazione cristiana. I movimenti hanno una lunga incubazione dagli anni ’30, ma si manifestano dagli anni ’50, e, in grande maggioranza, dopo il Vaticano II. Nel loro insieme rappresentano la risposta del cattolicesimo alla modernità. Una risposta dalla doppia valenza: del dialogo o piuttosto del conflitto. La polarizzazione, nell’attuale stagione, successiva al riconoscimento e all’enfasi, attraversa anche i movimenti ecclesiali. Non è casuale che, dopo i convegni internazionali del 1981, 1987, 1991, 1998 e quelli successivi, a cura del Pontifico consiglio dei laici, nel 2002 e nel 2006 e 2014, si vada spegnendo la spinta di rappresentazione unitaria del movimentismo a favore di una spendita nell’insieme della Chiesa. Come diceva il card. A. Scola nel 2006 alcuni movimenti tendono ad acquisire forme giuridiche proprie, altri ad integrarsi nella normale appartenenza ecclesiale. Vi è sempre minore insistenza su due elementi che nel passato erano fortemente enunciati: la co-essenzialità fra carismi (movimenti) e istituzione e la collocazione «apostolica», cioè immediatamente «petrina» dei movimenti stessi.

settimananews.it

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Il Papa all’Angelus: Gesù non si impone, ma si propone donandosi

Papa Francesco ha presieduto il consueto Angelus domenicale in una calda giornata di sole alla presenza di tanti pellegrini giunti in Piazza San Pietro da tutto il mondo. Al centro della sua catechesi, il Vangelo della celebre parabola del seminatore.

Prima di commentare la parabola del seminatore, il Papa premette cheGesù usava un linguaggio semplice, servendosi “anche di immagini che erano esempio di vita quotidiana in modo da poter essere compreso facilmente da tutti”:

“Per questo lo ascoltavano volentieri e apprezzavano il suo messaggio che arrivava dritto nel loro cuore; e non era quel linguaggio complicato da comprendere, quello che usavano i Dottori della Legge del tempo, che non si capiva bene ma che era pieno di rigidità e allontanava la gente. E con questo linguaggio Gesù faceva capire il mistero del Regno di Dio: non era una teologia complicata”.

Il seminatore – spiega Francesco – è Gesù che con questa immagine “si presenta come uno che non si impone, ma si propone; non ci attira conquistandoci, ma donandosi”, spargendo “con pazienza e generosità la sua Parola, che non è una gabbia o una trappola, ma un seme che può portare frutto” se noi lo accogliamo. Gesù – osserva il Papa – effettua una sorta di “radiografia spirituale” del nostro cuore, che è il terreno sul quale cade il seme della Parola:

“Il nostro cuore, come un terreno, può essere buono e allora la Parola porta frutto, e tanto, ma può essere anche duro, impermeabile. Ciò avviene quando sentiamo la Parola, ma essa ci rimbalza addosso, proprio come su una strada”.

Tra il terreno buono e la strada ci sono due terreni intermedi. Il primo è quello sassoso: qui il seme germoglia, ma non riesce a mettere radici profonde:

“Così è il cuore superficiale, che accoglie il Signore, vuole pregare, amare e testimoniare, ma non persevera, si stanca e non ‘decolla’ mai. È un cuore senza spessore, dove i sassi della pigrizia prevalgono sulla terra buona, dove l’amore è incostante e passeggero. Ma chi accoglie il Signore solo quando gli va, non porta frutto”.

C’è poi il terreno spinoso, pieno di rovi che soffocano le piante buone. I rovi – dice Gesù – rappresentano la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza:

“I rovi sono i vizi che fanno a pugni con Dio, che ne soffocano la presenza: anzitutto gli idoli della ricchezza mondana, il vivere avidamente, per sé stessi, per l’avere e per il potere. Se coltiviamo questi rovi, soffochiamo la crescita di Dio in noi. Ciascuno può riconoscere i suoi piccoli o grandi rovi, i vizi che abitano nel suo cuore, quegli arbusti più o meno radicati che non piacciono a Dio e impediscono di avere il cuore pulito. Occorre strapparli via, altrimenti la Parola non porterà frutto”.

Gesù – afferma il Papa – ci invita “a guardarci dentro: a ringraziare per il nostro terreno buono e a lavorare sui terreni non ancora buoni”:

“Troviamo il coraggio di fare una bella bonifica del terreno, una bella bonifica del nostro cuore, portando al Signore nella Confessione e nella preghiera i nostri sassi e i nostri rovi. Così facendo, Gesù, buon seminatore, sarà felice di compiere un lavoro aggiuntivo: purificare il nostro cuore, togliendo i sassi e le spine che soffocano la sua Parola”.

Radio Vaticana

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Charlie. Il Papa: difendere vita, soprattutto se ferita da malattia

La drammatica vicenda del piccolo Charlie continua a commuovere il mondo: l’ospedale di Londra in cui è ricoverato il bimbo di 10 mesi, affetto da una malattia rara considerata incurabile dai medici, ha rinviato di qualche tempo la decisione di staccare il ventilatore che lo tiene ancora in vita. E il Papa ieri sera è intervenuto con un tweet: un appello a difendere la vita, soprattutto nella malattia. Il servizio di Sergio Centofanti da Radio Vaticana

Milioni di persone in tutto il mondo pregano per il piccolo Charlie, perché gli sia data l’ultima speranza. Una gara di solidarietà internazionale ha permesso ai genitori di raccogliere un milione e mezzo di euro per portare il bimbo negli Stati Uniti per sottoporlo a una terapia sperimentale. Per i medici inglesi sarebbe solo un accanimento terapeutico che allungherebbe le sofferenze di Charlie colpito da una malattia rara che indebolisce progressivamente muscoli e nervi. Ma un genitore non smette di credere anche se c’è una remota possibilità di salvezza. Anche la Corte europea dei diritti umani ha detto di no all’ultima speranza. I genitori hanno chiesto allora di far morire il piccolo a casa. Ma anche questo è stato negato. Papa Francesco ieri sera con un tweet a sorpresa ha scritto: “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”. In tanti sono costernati dal fatto che non si rispetti la libertà di scelta dei genitori. Ascoltiamo il prof. Francesco Belletti, presidente del Centro studi famiglia, al microfono di Fabio Colagrande:

R. – E’ terribile, perché noi accettiamo un intervento dello Stato sui bambini, sui figli dei genitori quando i genitori sono incompetenti, quando rifiutano la cura, quando maltrattano: allora tutti noi ci aspettiamo che lo Stato intervenga a favore del bambino. Ma quando il bambino è super-protetto dai genitori, quando i genitori fanno di tutto – avevano fatto una raccolta fondi, avevano recuperato i soldi anche per poter fare questo viaggio della speranza in America – lo Stato decide al posto dei genitori che la loro titolarità non c’è più. Questo è un dato devastante, che potrebbe essere applicato in qualunque circostanza, per esempio su scelte educative di qualunque genere … Quindi, è molto preoccupante questa invasività arrogante dello Stato al posto dei genitori. Ricordo che in tutte le Dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del fanciullo, i genitori hanno la piena e inviolabile titolarità alla responsabilità. Qui i genitori hanno fatto di tutto per il loro figlio e lo Stato propone loro una cultura della morte. Quindi, questo è assolutamente intollerabile.

D. – Lei ha detto tra l’altro che si tratta di un modo di concepire la legge che riduce una persona alla sua malattia …

R. – Certo: questo bambino sicuramente soffre, ma quante famiglie con malati terminali già oggi, in tutto il mondo, guardano un familiare che soffre! I primi che soffrono per il male del loro bambino sono stati i genitori di Charlie. Certamente anche a loro la sofferenza del bambino dava una ferita al cuore terribile; e però, contemporaneamente gli stavano vicino e lo vedevano come una persona piena, non lo riducevano al fatto di una malattia. Questa è l’altra cosa che antropologicamente è intollerabile. Pensiamo anche a tutti gli operatori della sanità, a quanta gente sta negli hospice, nelle strutture dove devono accompagnare alla morte gli anziani, le persone gravemente non autosufficienti … Dentro questa condizione, la persona è sempre più grande della malattia e la malattia non ha mai l’ultima parola. Hanno fatto vincere la malattia, i giudici hanno deciso che Charlie non era tanto una persona ma era caratterizzato solo dalla sua malattia. E’ veramente terribile. Mi rendo conto che sono parole dure, però bisogna che qualcuno alzi la voce davanti a queste cose perché poi l’orizzonte di una decisione di questo tipo è infinito: uno Stato che pretende di decidere la tua dignità e pone le soglie anche quando ci sono le condizioni per la cura più umana possibile. Purtroppo, c’è anche questa idea, probabilmente c’è anche un retro-pensiero: se abbiamo meno persone di cui dobbiamo farci carico per tanti anni, spenderemo meno come sistema sociale. E questo non possiamo tacerlo. Cioè, dietro a questa idea di evitare la sofferenza, oltre che motivi umanitari purtroppo potrebbero esserci motivi economici.

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Papa prega sulla tomba di don Milani Per Francesco Campane a festa in parrocchia per prete ‘scomodo’

L’elicottero con a bordo Papa Francesco è atterrato nello spiazzo antistante la chiesa di Barbiana, la piccola parrocchia nelle colline sopra a Vicchio, nel Mugello, dove visse don Lorenzo Milani, il sacerdote fiorentino sulla cui tomba Francesco, subito dopo l’arrivo, ha pregato in forma strettamente privata. Al suo arrivo è stato accolto dall’arcivescovo di Firenze, cardinale Giuseppe Betori, e dal sindaco di Vicchio, Roberto Izzo. All’ arrivo del Papa le campane della chiesa di Barbiana hanno suonato a festa. Il programma prevede che il Papa, nel piazzale e all’interno della chiesa, saluti alcuni discepoli ed ex-alunni di don Lorenzo, il cosiddetto prete ‘scomodo’ che a Barbiana arrivò in ‘esilio’.

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16.04.2017 Santa Messa di Pasqua e Messaggio e benedizione ‘Urbi et Orbi’ live dal vivo

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Il Papa nella Veglia pasquale: donare a tutti la speranza di Cristo risorto

Il dolore delle Marie in visita al Sepolcro è il dolore di chi conosce le ingiustizie. Papa Francesco, nell’omelia della Veglia pasquale, richiama al pianto delle donne, in lacrime per la morte del Signore che, con la sua resurrezione, regala agli uomini nuova speranza. Francesca Sabatinelli:

E’ nel volto di Maria di Magdala e dell’altra Maria in visita al Sepolcro che si possono ritrovare i “volti di tante madri e nonne, il volto di bambini e giovani che sopportano il peso e il dolore di tanta disumana ingiustizia”. Nei “volti pallidi, bagnati dalle lacrime” di due donne che piangono la morte del Signore, donne “capaci di non fuggire, capaci di resistere, di affrontare la vita così come si presenta e di sopportare il sapore amaro delle ingiustizie”, si vedono riflessi i volti di “tutti quelli che, camminando per la città, sentono il dolore della miseria, il dolore per lo sfruttamento e la tratta” e “vedono crocifissa la dignità”:

“In loro vediamo anche i volti di coloro che sperimentano il disprezzo perché sono immigrati, orfani di patria, di casa, di famiglia; i volti di coloro il cui sguardo rivela solitudine e abbandono perché hanno mani troppo rugose. Esse riflettono il volto di donne, di madri che piangono vedendo che la vita dei loro figli resta sepolta sotto il peso della corruzione che sottrae diritti e infrange tante aspirazioni, sotto l’egoismo quotidiano che crocifigge e seppellisce la speranza di molti, sotto la burocrazia paralizzante e sterile che non permette che le cose cambino”.

Come le due donne davanti al sepolcro, incapaci di accettare che tutto debba finire così, anche i fedeli possono sentirsi “spinti a camminare”, a non rassegnarsi. Però, spiega il Papa, sebbene il cuore sappia che “le cose possono essere diverse”, ci si può abituare, quasi senza accorgersene, “a convivere con il sepolcro, a convivere con la frustrazione”. Ci si può convincere che questa sia “la legge della vita” e quindi anestetizzarsi “con evasioni che non fanno altro che spegnere la speranza posta da Dio nelle nostre mani”. Ed ecco che l’andare può essere come quello delle due donne, “tra il desiderio di Dio e una triste rassegnazione”, e in questo caso “non muore solo il Maestro: con Lui muore la nostra speranza”. Dio, però, riserva una sorpresa al suo popolo fedele, quella di scoprire che la vita “nasconde un germe di risurrezione”:

“Il palpitare del Risorto ci si offre come dono, come regalo, come orizzonte. Il palpitare del Risorto è ciò che ci è stato donato e che ci è chiesto di donare a nostra volta come forza trasformatrice, come fermento di nuova umanità. Con la Risurrezione Cristo non ha solamente ribaltato la pietra del sepolcro, ma vuole anche far saltare tutte le barriere che ci chiudono nei nostri sterili pessimismi, nei nostri calcolati mondi concettuali che ci allontanano dalla vita, nelle nostre ossessionate ricerche di sicurezza e nelle smisurate ambizioni capaci di giocare con la dignità altrui”.

Il Papa chiede quindi ai fedeli di “annunciare la notizia” nei luoghi “dove sembra che il sepolcro abbia avuto l’ultima parola e dove sembra che la morte sia stata l’unica soluzione”. Chiede di annunciare, condividere e rivelare che il “Signore è Vivo” e che “vuole risorgere in tanti volti che hanno seppellito la speranza, hanno seppellito i sogni, hanno seppellito la dignità”:

“E se non siamo capaci di lasciare che lo Spirito ci conduca per questa strada, allora non siamo cristiani”.

da Radio Vaticana