Borsellino: la veglia e la messa in via D’Amelio a 29 anni dalla strage

Ieri sera in via D’Amelio, a Palermo, la veglia a cura del gruppo Agesci e la Messa per ricordare il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli uccisi nella strage mafiosa di via D’Amelio 29 anni fa. Iniziative anche oggi. La testimonianza di Antonio Vullo unico sopravvissuto all’attentato

“L’agonia di Gesù al Getsemani. In qualche modo la dinamica del Getsemani è la dinamica che racchiude il segreto della vita. Una dinamica che vive Gesù ma che può servirci per leggere la vicenda di Paolo Borsellino – ha detto nell’omelia padre Francesco Cavallini, gesuita che collabora con la pastorale giovanile dell’Arcidiocesi di Palermo, che ha concelebrato la Messa con don Luigi Ciotti e don Mimmo Napoli della parrocchia del Don Orione. Gesù percepisce che rimanere fedele alla sua missione, rimanere fedele all’amore del Padre, rimanere fedele all’annuncio del vero volto di Dio, vuol dire andare incontro alla morte. E sperimenta la solitudine. Al Getsemani il Signore Gesù sperimenta la solitudine, tutti lo mollano, anche i più vicini, sperimenta il tradimento. Come non ricordare gli stati d’animo di Paolo Borsellino in quei giorni che vanno dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio: quel senso di solitudine, quel senso di tradimento, quel sentire che la morte è vicina. Lui sapeva che il tritolo per lui era arrivato a Palermo. Gesù vive questo momento con molta paura, con molta tristezza, era triste fino a sudare sangue. Nessuno è contento di morire, nessuna persona sana desidera la morte”.

“Nel Getsemani Gesù sceglie di rimanere fedele alla sua missione – ha proseguito padre Cavallini – in quel momento sperimenta tutta la fatica, tutta la sofferenza dell’andare incontro alla morte. Paolo Borsellino aveva la possibilità di salvarsi, gli avevano offerto una serie di incarichi per lasciare Palermo, smettere di indagare sulla mafia. Il magistrato decide di rimanere: sa che rimanere dov’è, vuole dire andare incontro alla morte. Paolo Borsellino fu liberato dalla paura della morte. La sintesi è la sua frase “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”: non è vero che non ha paura, ma la paura non condiziona le mie scelte. La consolazione senza causa è quella esperienza interiore che viene da Dio che sostiene quelli che in questo mondo cercano il bene, l’amore, costi quel che costi. Rimanere fedeli costi quel che costi. E Paolo vive tutto questo e per questo è un esempio”.

Palermo ricorda la strage di via D’Amelio

Palermo ricorda il giudice Borsellino

“Resistenza, resilienza, responsabilità”. E’ l’iniziativa in memoria della strage di via D’Amelio in occasione del ventottesimo anniversario dell’attentato mafioso in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta. Un eccidio del quale, ancora oggi, nel tribunale di Caltanissetta, si cercano i mandanti

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“Le cause della morte di Borsellino sono nei 57 giorni che lo separano dalla strage di Capaci” e “nella gestione del rapporto Mafia e Appalti”. Lo ha detto ieri nel tribunale di Caltanissetta l’avvocato Fabio Trizzino, legale dei familiari del magistrato Paolo Borsellino, costituitisi parte civile nel processo in cui il latitante, Matteo Messina Denaro, è imputato per essere uno dei mandanti delle stragi del ‘92. Ventotto anni in attesa della verità da quel 19 luglio quando, alle 16,58, la 126 imbottita di tritolo esplose, uccidendo Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli, sotto casa della madre del giudice. Il Procuratore aggiunto Gabriele Paci, al termine della lunga requisitoria, ha chiesto l’ergastolo per il boss latitante Messina Denaro. Intanto, a causa dell’emergenza Covid-19, le commemorazioni dal luogo della strage potranno essere seguite in streaming dalla Fanpage Facebook centrostudi.paoloeritaborsellino. Il secondo anno di commemorazioni senza Rita Borsellino, la sorella del giudice che nel luglio 2018, poco prima di scomparire, ai nostri microfoni disse: “Giustizia non ce n’è: non ce n’è, perché non se ne è voluta, allora il messaggio sia questo: vogliamo la giustizia e, siccome è realizzabile, realizziamo”.

Le iniziative per non dimenticare in streaming da Via D’Amelio

Davanti all’Albero della Pace, un ulivo proveniente da Betlemme piantumato un anno dopo la strage, nella voragine lasciata dall’esplosione del tritolo, a partire dalle 18 di oggi, in via D’Amelio si alterneranno testimonianze di amministratori pubblici, operatori del mondo dell’impresa, delle associazioni, della scuola, dell’arte e dello spettacolo, della pubblica assistenza e del volontariato.  Il giorno in cui cade il ventottesimo anniversario della strage, l’intervento di don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Lo spazio tradizionalmente rivolto alle scolaresche, che ogni anno hanno riempito di vita, voci e colori l’area dell’attentato, a causa delle misure anti assembramento per il Covid-19, cederà il posto all’appuntamento “Via D’Amelio, per i cittadini di domani”: una diretta streaming con letture, interventi, video e proiezioni. Durante questo evento saranno proclamate le 4 scuole vincitrici a pari merito del concorso nazionale ‘Quel fresco profumo di libertà’, giunto alla quinta edizione, organizzato dal Ministero dell’Istruzione e dal Centro studi Paolo e Rita Borsellino. Un concorso ispirato alle parole di Paolo Borsellino, secondo il quale, le giovani generazioni sono “le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà, che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

La ministra dell’Istruzione, Azzolina: “La scuola difende valore della memoria”

“La scuola è in prima linea nella difesa del valore della memoria. Una memoria che nella lotta alle mafie ha un ruolo fondamentale – sostiene la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina – il sacrificio di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli uomini e donne delle loro scorte ha segnato l’inizio di una fase di nuova consapevolezza e intransigenza, soprattutto tra i giovani. Un cambiamento di cui la scuola è custode e garante. Dove c’è la scuola, c’è un presidio di legalità e c’è lo Stato”.

In serata la tradizionale fiaccolata nel rispetto delle misure anti coronavirus

Domani alle 20,30 la consueta fiaccolata che quest’anno, per le norme anti Covid-19, anziché svolgersi in corteo, avrà luogo in forma statica in via D’Amelio nel rispetto del distanziamento sociale. “Anche stavolta – si legge la nota di ‘Forum 19 luglio’ e ‘Comunità 92’, promotori dell’iniziativa – tante fiaccole in cerca di verità illumineranno la città di Palermo, per ribadire che Paolo vive, con le sue idee, i suoi valori, le sue battaglie”. Nel corso della fiaccolata, l’esibizione dell’artista Salvo Piparo con il suo ‘cunto’, racconto, su Falcone e Borsellino.

Tv2000 nell’anniversario dell’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta

Come una forza spirituale calma profondissima. Che ha conosciuto cosa sia la perdita di un congiunto per responsabilità della mafia ma che non ha parole di odio, che non si abbarbica al risentimento, bensì alla quiete radiante della terra e della luce, a quella bellezza e a quell’amore che nessuna bomba potrà mai estirpare, alla continuazione dell’integrità morale dei propri cari in chi resta.

È il sentire privato eppure comune che attraversa le testimonianze racchiuse in Il Dono della Luna di Gianni Vukaj, in anteprima lo scorso febbraio al Sudestival di Monopoli in Puglia e in onda stasera 19 luglio alle 22.45 su Tv2000 nell’anniversario dell’assassinio di Paolo Borsellino e della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina.

Sono risonanze dell’anima che troviamo nel primo racconto dalla campagna vicino Firenze, nelle parole addolorate e dolci di Patrizia Nencioni (col marito Luigi) e di Teresa Fiume, sorelle rispettivamente di Fabrizio e Angela rimasti uccisi con le loro bambine, Nadia di nove anni e Caterina di due mesi, nell’attentato all’Accademia dei Georgofili vicino agli Uffizi la notte tra il 26 e il 27 maggio ’93. In una ranocchia di pezza amatissima da Nadia e ritrovata in cima a cumuli di macerie esplose, nella certezza di Teresa quando il figlio le chiede cosa ha provato davanti a Riina nell’aula bunker: “mai morte a morte”. Ancora è nella luce carezzevole di un pomeriggio al parco a Palermo con Fiammetta Borsellino – la minore dei tre figli di Paolo – e le sue bambine Felicita e Futura, ritratto filiale e intimo del magistrato palermitano ucciso 28 anni fa: Il tempo delle mele visto insieme, la delusione per il concerto negato dei Duran Duran, la gioiosità del padre e il suo essere cercato dai nipoti, mentre le bambine arrampicandosi sull’albero giocano forse col nonno che non c’è più…

Fiammetta ha ereditato il coraggio e l’autorevolezza dolente di chi non potrà mai barare sulla pelle degli altri, di chi sa farsi guida di una comunità come delle sue bimbe nel grande cesto della bici… Per Fiammetta “chi uccide, uccide la parte migliore di sé”.

Infine tutto questo risuona nel chiarore dei campi di grano di San Marco in Lamis (FG), al binario dove il 9 agosto 2017 furono assassinati i fratelli Aurelio e Luigi Luciani, agricoltori, trovatisi per caso in un agguato mafioso. Da questo avamposto tragico inimmaginabile, le loro mogli Maria Anna Ciavarella e Arcangela Petrucci – tra fuori fuoco offuscati dal dolore – fanno librare parole che ritornano a quel giorno, al ricordo del grido della suocera, al diritto di sapere, mentre i figli giocano nella campagna dei padri, mentre Arcangela darebbe tutto per quei dieci minuti col marito al supermercato di corsa prima della chiusura.

Ma al tempo stesso è un sentire che ha potuto esprimersi grazie a una visione umana condivisa con la squadra intorno a Vukaj: da Beatrice Bernacchi, che con lui firma la scrittura, a Gabriella Tafuri e Concetta Malatesta per la Tv2000 Factory, al piccolo Antonio Tancredi Cadili, tenero narratore delle tre storie come de L’Orlando furioso. Un reciproco affidarsi che disvela le doti visionarie di Vukaj nonché i doni incommensurabili che la luna riserva a chi, come Astolfo, non smette mai di nutrire d’amore e di verità la distanza dal bene perduto.

Ci racconta la genesi del progetto e come siete giunti a questo taglio intimo, non comune.

Il film ha origine da una proposta che il nuovo direttore di rete Vincenzo Morgante ha fatto a me e a Beatrice Bernacchi. Sapeva che avremmo toccato carne occhi mani di queste storie e non la dimensione giudiziaria, che non ci appartiene. Dal suo input ci siamo chiesti come raccontare: un attentato apre uno squarcio nella vita di chi resta e così abbiamo cercato di avvicinarci alle anime, alle piccole cose. Prima però c’è stato un lungo lavoro di studio sui singoli casi: volevamo capire come ci saremmo dovuti rapportare. Man mano, in questi sette mesi di ricerca, attraverso i contatti telefonici, sono emerse tre storie. In modo sorprendente era come se fossero loro ad aspettare noi. Per esempio le due donne del capitolo dei Georgofili, pur essendo state contattate nel tempo da tanti, in 26 anni non avevano ancora mai parlato con nessuno.

In tutte le storie c’è un esplicito rinnegare la vendetta e l’odio per scegliere l’amore e la vita, come una “forza calma”.

Di questa propensione comune ci siamo accorti dalle strette di mano, dal caffè preso insieme nelle loro case. A queste persone si chiede di donare una parte importantissima e peraltro dolorosa della loro vita, così mi vedo sempre nei loro panni e mi chiedo, ma io lo farei? Per questo ci tengo sempre a incontrarci e a guardarci negli occhi. Ci sono stati tanti segnali che era la via giusta: per esempio appena arrivati a casa di Fiammetta Borsellino, sua figlia Felicita stava leggendo un libro sulla luna…

Come ha affrontato vissuti così radicali non conosciuti direttamente?

Può attenere a un lutto per una morte casuale o a uno dovuto alla mafia, ma io credo che la sofferenza sia universale. Da parte mia, ho sempre raccontato le periferie, i conflitti, le migrazioni, ho lavorato in Israele e Palestina, a Lampedusa. Amo narrare l’essere umano, la bellezza come il dolore. Mi viene istintivo immedesimarmi invece ho dovuto col tempo imparare a prendere un po’ di distanza da questo sentire, a buttare fuori.

A ogni storia avete donato le sue luci e le sue ombre…

Volevo cogliere i protagonisti in momenti della giornata a loro cari. Così con il mio operatore Roberto Evangelista abbiamo intervistato Patrizia Nencioni proprio nell’ora in cui va a fare le sue passeggiate. Pochi minuti in più, se si tratta di luce, possono cambiare tutto: sono cresciuto in Toscana e conosco quei paesaggi, quei tramonti. Con la bomba ai Georgofili la mafia ha voluto colpire la bellezza, ma quella meraviglia è ancora lì. Per questo ho voluto mostrarla, lo dovevo a Nadia e alle sue poesie. Lo stesso è stato con la luce abbacinante del parco pubblico di Palermo, abbiamo seguito Fiammetta e le figlie nell’ora in cui sono solite andare. E vale per i campi di grano della Puglia, quel grano che è vita e che è pane. Abbiamo voluto fare le riprese poco prima che fosse raccolto…

Il film ha una visionarietà sul futuro molto spiccata, ma ci sono anche squarci in cui il tempo si riavvolge…

Ci siamo accorti che i bambini erano il fil rouge di queste tre storie e – dopo aver scoperto la simpatia di Antonio in un suo intervento su internet – abbiamo voluto che fosse lui il nostro cantastorie. Per quanto riguarda questa vicinanza della telecamera di cui parla, mi hanno sempre insegnato a riprendere i bambini da pari. Con loro abbiamo cercato una intimità da coetanei. Quando la figlia di Fiammetta si arrampicava sull’albero noi la seguivamo, attaccati, come a mostrare ciò che avrebbe visto il nonno, come le avrebbe dato la mano per aiutarla a salire…. Invece il rewind alla fine di ogni capitolo dà a chi guarda quei dodici secondi per riflettere su quello che ha visto prima di passare alla storia successiva, e insieme ci ricorda di custodire la memoria.

Data la vicinanza nel tempo della storia di San Marco in Lamis, si resta sconvolti dal coraggio con cui Maria Anna e Arcangela parlano dal binario, ma si avverte la forza terapeutica trasformativa del progetto per tutti protagonisti del film.

Il binario è stata una mia proposta. Fortissima. Loro non solo hanno accettato ma hanno detto cose che mai mi sarei aspettato. Il momento in cui Maria Anna indica il punto cruciale a pochi metri da sé, dicendo che suo marito poteva forse nascondersi e salvarsi, mi è rimasto impresso dalla prima volta che l’ho sentito in cuffia. A lei e ad Arcangela avevo detto, mi piacerebbe riprendervi tutti insieme in campagna. Da allora non erano più andati. Dopo un mese e mezzo sono riuscito a convincere Maria Anna con i figli, ma dopo un po’ quella sera sono arrivati tutti e sono rimasti fino a tardi.

Appare il padre dei due fratelli ma il fuoricampo è gravido dell’assenza significativa della loro madre. Sono sue le grandi braccia femminili inquadrate per un momento a cornice dei giochi della piccola figlia di Aurelio?

É lei. Avrei voluto ci fosse. In uno dei primi incontri che abbiamo fatto con la famiglia, ci siamo incrociati con gli occhi e lei mi ha detto tante cose. Ho capito che non era il caso di chiederle nulla e ho rispettato la sua volontà. Poi quella sera di cui parlavo è venuta in campagna…

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