Piano piano si comincia a rientrare in classe (parte l’Alto Adige) e il tema della sicurezza in tempo di pandemia resta centrale

Ne parliamo con Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, coordinatore del Cts e direttore di Medicina sperimentale di precisione del Bambino Gesù di Roma.

«I pilastri su cui si fonderà il rientro a scuola, il più possibile in sicurezza e con l’obiettivo di dare continuità alla didattica in presenza, sono tre: il Green pass per gli operatori scolastici, quindi corpo docente e personale non docente. Per Green pass si intende: soggetti vaccinati o che abbiano superato la malattia o che si siano sottoposti a tampone. L’auspicio e l’esortazione che rivolgo è che la percentuale dei vaccinati sia la più alta possibile».

Il secondo pilastro della sicurezza?

«Vaccinare il maggior numero di adolescenti delle superiori e degli ultimi due anni di medie. Abbiamo due vaccini a Rna messaggero approvati, Pfizer-BioNTech e Moderna. La speranza è di aumentare ulteriormente la già buona percentuale di soggetti che hanno ricevuto la prima dose che oggi tra i 15 e i 19 anni è vicina al 60 percento. E aumentarla nella fascia 12-14».

Persiste poi una serie di protocolli già nota a tutti…

«Il distanziamento interpersonale, l’uso delle mascherine, l’igienizzazione delle mani, l’importanza dell’areazione compatibilmente alla situazione climatica, l’opportunità che i genitori tengano a casa i figli in presenza di febbre o sintomatologia suggestiva per infezione da Sars-CoV-2».

Le mascherine saranno obbligatorie anche in aula?

«Sono obbligatorie dai 6 anni in su e d’imprescindibile utilità quando non c’è la possibilità di mantenere la distanza interpersonale di un metro. Toglierla? È una possibilità considerabile in presenza di una completa copertura vaccinale all’interno della classe».

Eppure la riapertura delle scuole spaventa.

«Un po’ di nuovi casi ci saranno, ma non dobbiamo farci intimorire. Vanno evitate situazioni come lo scorso anno con regioni che hanno scelto autonomamente politiche di chiusura della scuola. Serve una strategia nazionale, con una condivisione delle scelte tra Governo centrale e istituzioni regionali per tutelare la presenza degli studenti a scuola».

Se in classe c’è un positivo, che fare?

«Va gestito dal preside con le autorità sanitarie territoriali. L’eventuale adozione della quarantena già adesso prevede la riduzione della durata a sette giorni per chi è stato vaccinato rispetto ai 10 giorni per chi non lo è».

Qualche consiglio antipanico?

«Vaccinarsi prima di tutto, e questo vale per adulti e ragazzi dai 12 anni, per proteggere sé stessi e gli altri, soprattutto coloro a rischio di non rispondere alla vaccinazione, e per limitare la circolazione virale e l’associato rischio che emergano varianti del nuovo coronavirus. No ad assembramenti e affollamenti anche al di fuori dell’orario scolastico; sì ad atteggiamenti responsabili, anche sui mezzi pubblici, evitando di andare a scuola con febbre, tosse o raffreddore e indossare la mascherina ogni volta in cui è indicato. Così facendo possiamo augurarci una continuità nell’attività didattica in presenza che resta la priorità».
Famiglia Cristiana

Attraverso una favola illustrata il libro “Il cavaliere la principessa e il virus invisibile” affronta le paure e le domande dei più piccoli. E aiuta anche i genitori a confrontarsi con la pandemia senza ansie

Famiglia Cristiana

Una favola, un ragazzo, anzi due, che affrontano il male. Spiegare il coronavirus ai bambini è semplice. Se hai la matita di Franz Pagot e un modo chiaro di raccontare. Il libro Il cavaliere, la principessa e il virus invisibile (a cura di Cinzia De Martin e i cui proventi andranno all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze) risponde alle domande più ricorrenti e mette in guardia dalle insidie che potrebbero farci ammalare di Covid  Con l’ausilio di virologi, psicologi ed esperti, l’autore, attraverso una favola ben strutturata, veicola messaggi rassicuranti su come affrontare il pericolo. L’igiene delle mani, il contatto con gli animali domestici, la distanza tra le persone sono spiegate in modo da non creare ansia, ma anche senza nascondere il male della pandemia. D’altra parte, come ricorda l’autore con le parole di Chesterton all’inizio del testo (che può anche essere scaricato in versione animata al link https://youtu.be/jr7u-IcBLVM) «Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono.Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi»

I cattolici e il ruolo in politica nell’era di Papa Francesco


Un 2020 che sarà difficile dimenticare, un anno di sofferenza e di riflessione che ha segnato la società civile, la politica. Partendo da questo assunto sin dalla dedica ai figli, il giornalista di Rai Vaticano Massimo Enrico Milone racconta con efficacia la Pandemia della politica, Guida Editori, in un saggio che è un focus sui cattolici nell’era di Papa Francesco.

Una bandiera fattasi mascherina la copertina di questa attenta disamina che vuole in ultima analisi spronare i cattolici italiani a fornire le risposte all’emergenza e a dimostrarsi all’altezza della straordinarietà del momento. “Lo slancio solidale dei cattolici, vissuto nei giorni difficili, potrebbe più che mai ‘servire’ al Paese – scrive nella prefazione Milone – . E per i cattolici si aprirà ancora una volta l’inderogabile quesito su come uscire dalla irrilevanza e marginalità politica “sporcandosi” le mani e dando risposte al Paese alla luce di una storia prestigiosa e di testimoni autorevoli”.

Nato come block notes nei giorni più duri della pandemia, il testo di 120 pagine affronta con stile semplice e divulgativo tra l’altro, più di un nodo, emerso da inizio anno ad oggi: la necessità del recupero delle competenze in una politica profondamente trasformata da internet e dai social. “Non si può – scrive Milone – oggi pensare che possa nascere un soggetto politico contenitore di cattolici, ma per il futuro prossimo emerge l’esigenza di un soggetto autonomo di ispirazione cristiana, che lavori per poter immaginare nuove forme di lavoro, di trasporto, di consumo culturale, di apprendimento, di cura personale e sanitaria, di accoglienza. Con forme di governo che esaltino la prossimità ed il ravvicinamento della decisione politica alla vita dei cittadini”.

Il cattolicesimo dell’Italia di oggi

Consapevoli che il cattolicesimo dell’Italia di oggi – si chiede Milone – è profondamente diverso da quello, ad esempio, dell’Italia di Sturzo, dove devono guardare i cattolici? Ritrovare unità pare essere l’obiettivo, sia per quelli “che investono nel PD, erede di due grandi tradizioni culturali e politiche, per quelli che hanno scelto il centrodestra e per quelli che innalzano la bandiera della anticasta per rivoluzionare un sistema collassato da tempo”.

Il premier Conte

E Conte? Richiamando un discorso dal premier tenuto ad Avellino ad ottobre 2019, nel ricordo di Fiorentino Sullo, Milone non nasconde il richiamo del Presidente del consiglio attuale ai valori del necessario primato della persona, nel rispetto della laicità che – ha detto Conte – non esclude gli interessi cattolici. Una risposta ancora non la individua l’autore, a stretto giro, in una situazione ancora troppo fluida a causa della crisi sanitaria, ma è ottimistica la visione conclusiva di Milone. “La grande crisi – scrive – potrà essere una grande opportunità. Proprio il necessario investimento sulla persona umana e sulle sue potenzialità chiama infatti necessariamente i cattolici impegnati oggi nella società ad avere un ruolo primario da dire alla politica. Guardare al cielo – chiosa Milone – lavorare per la terra”.

ilsole24ore

Anestesisti, i casi di Covid non sono meno gravi di marzo: Vergallo, stanno aumentando i ricoveri in terapia intensiva

“La curva epidemica si sta alzando, e così anche il numero di persone ricoverate in terapia intensiva. E i malati di Covid-19 che vengono ricoverati in questi reparti non sono meno gravi di quelli arrivati a marzo o aprile”. A dirlo è Alessandro Vergallo, presidente nazionale di Aaroi-Emac (Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani ). “Non ci convince quanto detto da alcuni in questi mesi che il virus sia diventato meno aggressivo. La curva epidemica sta risalendo, così come i casi in terapia intensiva, che hanno un’età media più bassa. Per fortuna siamo lontani dal livello di allarme rosso dei mesi di marzo e aprile, grazie – rileva – al contenimento sociale”. (ANSA).

Che cosa ha imparato la Chiesa dalla pandemia? O, meglio: abbiamo appreso qualcosa nel periodo del lockdown?

La seconda puntata del convegno “La Chiesa alla prova della pandemia” tenutasi nel monastero di Camaldoli dal 24 al 28 agosto 2020 non ha voluto eludere tale interrogativo scomodo, anche rileggendo esperienze pastorali, provvedimenti assunti e fecondità inespresse (per la prima parte si veda SettimanaNews).

Le giornate – dedicate rispettivamente a tematiche ecclesiologiche, liturgiche e comunicative – hanno evidenziato l’importanza di una riflessione critica sul momento pandemico, che ha fatto emergere problematiche e potenzialità che già c’erano, come ha premesso il monaco camaldolese Matteo Ferrari, organizzatore dell’incontro, introdotto dal priore Alessandro Barban e dal vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro Riccardo Fontana.

Chiesa

Nella sua prolusione, Giuseppe Angelini – già preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – ha segnalato come in questo periodo si sia riproposta la frattura tra coscienza e società, espressa soprattutto dalla cancellazione dell’interrogativo morale in ambito pubblico, sostituito da soluzioni tecnico-scientifiche che segnerebbero il trionfo di una mentalità clinico-terapeutica.

La presenza della Chiesa, anziché dar voce alle coscienze personali, è stata declinata «in forme molto ripetitive, litaniche, sostanzialmente gregarie rispetto al dibattito pubblico» come se «non avesse nulla di proprio da dire in proposito»; sarebbe invece di estrema importanza una mediazione nelle profondità culturali della società odierna per trasformare la pandemia in occasione di evangelizzazione.

L’ecclesiologo Dario Vitali (Pontificia Università Gregoriana) ha scelto la categoria paolina di “corpo di Cristo” per indagare gli effetti della pandemia sullo stato di salute della Chiesa; un corpo già «debole, debilitato, sfibrato» ha visto ulteriormente compromesse le proprie capacità di rigenerarsi: come un paziente anziano, ora necessita di una lunga convalescenza, nutrendosi di soluzioni condivise che riattivino le connessioni interne e di consapevolezza di ciò che ha diviso il corpo ecclesiale.

È intervenuto anche il pastore Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia, a proposito dell’irrilevanza sistemica della Chiesa. Essa, più che inseguire i criteri di legittimazione della sua presenza sociale sul piano laico che la valorizzano solamente in quanto erogatrice di servizi sociali di prima necessità, potrebbe ripensarsi nella categoria del “non necessario”: non in quanto superfluo, bensì nell’ordine del “più che necessario”, della gratuità che non può essere imposta ma solamente riconosciuta liberamente.

Di fronte alla pandemia, cattolici romani e protestanti hanno fatto ricorso alle rispettive “specialità della casa”: da un lato, la pietà sacramentale senza accesso diretto ai sacramenti, dall’altro, la predicazione della Parola con eventi domenicali su piattaforme digitali. Tuttavia proprio in questa fase si sono posti nuovi interrogativi: in campo riformato inusuali nostalgie del sacramento sino a proposte di consacrare via webcam, in quello cattolico la consapevolezza che il Vangelo può giungere anche attraverso molteplici canali, pure telematici.

Nella mia relazione ho mostrato la convergenza dei sondaggi degli ultimi mesi – uno dei quali, condotto dall’associazione “Nipoti di Maritain” da me diretta e già presentato in sintesi anche su SettimanaNews – su un aumento complessivo di un terzo, tra gennaio e aprile, delle pratiche religiose dei cattolici italiani. Non solamente quindi “messe in streaming” – le cui riprese audio/video necessitano di inedite attenzioni di estetica liturgica – e che comunque persino sommate insieme non riescono a raggiungere gli ascolti di papa Francesco, ma pure meditazioni del vangelo quotidiano e occasioni di riflessione, soprattutto da parte dei più giovani, sul senso della propria vita.

Inoltre, si è notata la divergenza di letture proprio sulle dirette social delle celebrazioni dei presbiteri: criticate come manie di protagonismo clericale da parte di altri preti che non hanno voluto farle, invece generalmente sono state molto apprezzate dal fedele medio che in esse ha trovato un’espressione di vicinanza e di cura pastorale, dato dal quale partire prima di considerazioni di altro tipo.

A partire da questa constatazione di teologia fondamentale – è vero comunque, come aveva studiato Dario Vitali, che il sensus fidei è in larga parte dipendente dall’impostazione ricevuta – è possibile poi educare il cammino dei fedeli ad una consapevolezza più matura della realtà ecclesiale e sacramentale.

lockdown chiesa

Liturgia

Ma tale apprezzamento laicale per le “messe in streaming” può anche denotare, come ha rilevato nella seconda giornata la liturgista sr. Elena Massimi, docente presso gli istituti “Auxilium” di Roma e “S. Giustina” di Padova, la fatica della recezione dell’ecclesiologia del concilio Vaticano II e l’incomprensione dello statuto stesso della liturgia, opera di Cristo e del suo corpo che è la Chiesa tutta che fa l’eucaristia, la quale a sua volta costituisce la Chiesa.

L’intervento ha sottolineato alcune criticità dei decreti liturgici adottati in tempo di Covid-19, maggiormente preoccupati per la validità canonica dei sacramenti, e si è interrogata sulla rinnovata attualità di alcune pratiche discutibili come le indulgenze, le messe celebrate dal solo sacerdote e la cosiddetta “comunione spirituale”, nate in ben altri contesti; ad ogni modo si auspica che l’interesse significativo che ha investito recentemente la liturgia non venga sprecato.

Lorenzo Voltolin, presbitero della diocesi di Padova, è partito da un interrogativo: che tipo di comunità si costituisce quando i corpi non possono incontrarsi? Nel suo paradigma interpretativo i new media sono un’estensione del nostro corpo e come esso iniziano a funzionare, attivando anche dal punto di vista chimico gli stessi meccanismi percettivi inter-corporei, con la pompa sodio-potassio e i successivi effetti sulla corteccia cerebrale.

Inoltre funzionano sul corpo e permettono esperienze significative intra-corporee, nella realtà virtuale; sebbene questa non vada confusa con la realtà stessa, si tratta di un ulteriore spazio esistenziale, una realtà a pieno titolo fondata sui sensi corporei, e non sull’immaginazione.

Ciò che permette di verificarne l’autenticità è il collegamento con il proprio referente fisico: in altre parole, se vi è un legame biologicamente reale – per esempio quello tra un parroco e la propria comunità – tale percezione performativa può creare partecipazione comunitaria; se invece non vi è alcun nesso con una realtà conosciuta fisicamente la celebrazione si fa spettacolo.

Morena Baldacci, responsabile della pastorale battesimale della diocesi di Torino, ha parlato di preghiera “in casa” (anziché di preghiera “in famiglia”, per poter includere un maggiore numero di esperienze anche di single e di conviventi) portando esempi, più che di sussidi, di pratiche concrete. Tali liturgie domestiche hanno permesso a una pur sempre esigua minoranza di fedeli già assidui di riscoprire gesti e parole del quotidiano; non un mero “trasloco” dalle chiese alle case, ma piuttosto una piccolezza scelta in cui sperimentare una pluralità di servizi e di ministeri.

In seguito, è stata proposta l’esperienza della Tenda della Parola animata dal parroco parmense Guido Pasini che, in tempo di pandemia, ha inviato a una mailing list un breve sussidio con tracce audio lette e cantate per pregare il vangelo domenicale.

Linguaggi

Nel terzo giorno dedicato alla comunicazione sono intervenuti due presbiteri della diocesi di Bergamo.

In primis Manuel Belli, che ha rilevato gli sforzi da parte delle Chiese per apprendere come stare su un web abitato da nativi digitali che hanno sempre vissuto in tempo di crisi e che possono essere sensibili, più che a spiegazioni causali o a illusori ottimismi, a una pastorale della prossimità al singolo individuo.

Giuliano Zanchi è entrato nel rapporto tra fede e arte, anche a proposito della riproducibilità tecnica dei sacramenti nell’“infosfera” in cui si è inevitabilmente immersi, dell’eloquenza (quasi sacramentale) di alcune immagini circolate durante la pandemia e dell’esigenza della ritualizzazione della vita, nel momento in cui si inventano nuovi riti alternativi personali perché quelli della liturgia non vengono percepiti più come espressivi, a causa di un sostanziale isolamento della Chiesa dal mondo culturale in cui avvengono novità.

Nel pomeriggio si è avuta l’occasione di ascoltare la testimonianza video del salesiano Alfio Pappalardo, autore di Un minuto per pregare sul social dei giovanissimi TikTok, oltre a quella del 23enne Emmanuele Magli (canale Religione 2.0 su YouTube) docente di IRC a Bologna e di Marco Scandelli, parroco di Borgo Maggiore a San Marino, che quotidianamente offre un video di #2minutiDiVangelo.

lockdown chiesa

Responsabilità e vulnerabilità

La mattinata conclusiva, dopo l’esperienza del “pellegrino rosso” Matteo Bergamelli – che con entusiasmo, creatività e ironia testimonia la sua fede soprattutto su instagram – ha visto l’intervento del filosofo Stefano Biancu, docente alla LUMSA e vicepresidente del MEIC.

In quest’ultima relazione si sono rivissute le domande della filosofia morale in tempo di pandemia: abbiamo una conoscenza più limitata di quanto pensassimo anche delle realtà fisiche, non tutto è sotto il nostro controllo, eppure abbiamo una certa responsabilità – rispondere a qualcuno di qualcosa – su ciò che invece dipende da noi, senza temere quella vulnerabilità che, esponendoci al rischio di poter essere feriti dagli altri, consente di accedere a esperienze più grandi.

Entra così in gioco una dinamica di beni “supererogatori”, cioè non esigibili (come il perdono, l’amore, l’accoglienza) eppure vissuti con la coscienza che siano tali: è il “massimo necessario”, per esempio, del personale sanitario che ha compiuto come atto dovuto il proprio servizio, definito invece da altri nei termini di “eroismo”.

Insomma, dopo la puntata di giugno più “a caldo”, anche con quella di agosto questo convegno ha voluto, su temi più specifici, offrire un aiuto per comprendere l’attuale delicata fase ecclesiale, senza offrire alcuna ricetta preordinata, ma ripensando alle ricchezze e alle debolezze che questo tempo ha fatto scoprire, al fine di investire energie e lavorare con pazienza sui punti nodali affinché i frutti vengano da cammini condivisi, e non da scorciatoie.

Settimna News

Sanità “selettiva”: anziani scartati

di: Jesús Martínez Gordo

anziani covid

«Oltre a pagargli le pensioni, a sorbirci tre mesi di confinamento e dover vivere “paramilitarizzati”, ora in piena estate ci proibiscono di divertirci per non contagiarli. Meglio che muoiano in fretta e ci lascino in pace…».

Questo crudo commento – un misto di crudeltà, alcol e visceralità – fu pronunciato alcuni giorni fa, sul far del mattino, dopo che alcuni locali di drink erano stati chiusi. Lo trascrivo come me l’ha riferito un vacanziere sulla costa della Cantabria. Mentre lo ascoltavo, mi sono detto che era tempo di pensare a voce alta su questo “scartare gli anziani” nella società e, specialmente, nelle case di riposo in cui sembra ci sia stata la prima fase della pandemia.

A tutt’oggi non disponiamo ancora di dati affidabili sul numero preciso dei morti. E nemmeno di resoconti sul perché è accaduto quel che è accaduto e come si sarebbe potuto evitare. Così lo riconoscono, per esempio, le Giunte Generali di Biscaglia, quando chiedono alla Deputazione (Consiglio distrettuale) un’informazione al riguardo. E anche lo stesso Ministero della Sanità, quando indica che, secondo le fonti allora disponibili, il totale dei morti nelle case di riposo oscillava, al 20 giugno, tra 27.359 e 32.843.

Una tale mancanza di dati e di diagnosi ha rafforzato la convinzione che sta accadendo qualcosa di molto serio: e non in bene.

Forse per questo è opportuno raccogliere alcune valutazioni e proposte che si sono ascoltate da alcune settimane. Ne riprendo un paio.

Dal mondo degli anziani

Nella prima – tratta da Atrio, un blog che conta una notevole presenza di persone anziane – ho ascoltato un contributo che ci provoca. Di fronte all’estrema saturazione ospedaliera e alla scarsità, tra gli altri materiali, di ventilatori e al grido di “si salvi chi può” – ricorda uno dei suoi membri – gli (ir-) responsabili sanitari optarono per la disattenzione verso gli anziani.

Lo prova la raccomandazione, fatta a bassavoce, di non ricoverare in ospedale coloro che avevano una prognosi sfavorevole, e anche l’invio di circolari alle case di riposo affinché non inviassero i contagiati ai centri sanitari. Il risultato è quello già noto: una percentuale molto alta di anziani morti a cui non solo sono state negate le dovute attenzioni mediche o, per lo meno, le cure palliative e la vicinanza dei loro cari, ma anche le onoranze funebri.

Questa prassi (dis-)umana risulta – secondo quanto sostiene un altro – dal fatto di sacralizzare i famosi protocolli di interventi presieduti da un darwinismo sociale (il pesce forte mangia il pesce debole), anche se non sono mancati anziani disposti a sacrificarsi per i propri figli e nipoti: «È bene che, prima, vengano curati i bambini e i giovani. Noi abbiamo già vissuto a sufficienza, anche se non sarebbe male se prima ci consultassero».

È devastante e gela il sangue sapere che questi protocolli sono stati applicati. Ma è ancora più grave che non ci sia stata, nei media, una sola voce dissenziente tra coloro che sono stati invitati ad applicarli.

Qui – ha affermato un’altra persona – non siamo davanti alla vittoria della morale stoica, ma al trionfo di un cinismo brutale che affonda le sue radici in un feroce pragmatismo economicista: un giorno in UCI (terapia intensiva) – ha sottolineato – costa alla sanità pubblica tra 1.600 e 1.800 euro. Un ricovero da Covid-19 di circa 30 giorni, 51.000 euro.

Se ci fossero stati, più o meno, 19.000 ingressi in terapia intensiva ospedaliera, avremmo speso 969 milioni di euro. Dal momento che questo non si è verificato, li abbiamo risparmiati. Ad essi si devono aggiungere 19.000 pensionati in meno rispetto al tasso pensionistico medio annuo di € 14.000, vale a dire che la Sicurezza Sociale ha risparmiato 266 milioni di euro.

Come siamo giunti a dare il primo posto a queste considerazioni?

La Comunità di Sant’Egidio

La seconda valutazione la prendo dalla Comunità di Sant Egidio (Italia), un movimento che, tra le altre iniziative, ha avviato i corridoi umanitari: la crisi ha dimostrato che gli anziani (e non altri gruppi) sono i più fragili della nostra società.

Se il progresso umano si gioca sulle politiche di solidarietà – sostiene quella Comunità – non è accettabile l’istituzionalizzazione degli anziani. Per questo essa dichiara che «vivere è stare con la famiglia» e nella propria casa, non in una casa di riposo. Gli anziani trattati in questo modo vivono quattro volte di più di quanti sono ospitati nelle case di riposo, e vivono meglio; semplicemente perché le residenze sono autentiche prigioni d’oro.

Inoltre – secondo questo criterio – Sant’Egidio denuncia il sacrificio delle loro vite a beneficio di altre (cf. l’appello Senza anziani non c’è futuro). Dissentono in maniera radicale da una “sanità selettiva” che, in considerazione della loro maggiore vulnerabilità e dell’età avanzata, considera la loro esistenza “residuale”, a beneficio dei più giovani e dei più sani; qualcosa di inaccettabile non solo dal punto di vista religioso ma anche da quello dei diritti umani e della deontologia professionale.

Nessuno «stato di necessità» – affermano – giustifica una tale «barbarie». E, meno ancora, che essa «venga proposta da un’imposizione, sia dello Stato sia delle autorità sanitarie». Urge una «ribellione morale», ovviamente, in termini di solidarietà. Nel frattempo, esso continua con i suoi programmi di intervento. 

Settimana News

In ascolto di Dio. Iniziativa del Lay Centre di Roma per valorizzare il silenzio durante la pandemia

«In questo tempo c’è tanto silenzio. Si può anche sentire il silenzio. Che questo silenzio, che è un po’ nuovo nelle nostre abitudini, ci insegni ad ascoltare, ci faccia crescere nella capacità di ascolto». Il 24 aprile scorso, nei giorni più duri della pandemia in Italia, quelli del lockdown, Papa Francesco apriva la messa mattutina a Santa Marta con questa preghiera-riflessione dedicata al silenzio e all’ascolto. La città vuota e taciturna per la quarantena e, di contro, l’esplosione di parole sul web di quei primi giorni di paura, hanno ispirato anche un’iniziativa ecumenica del Lay Centre di Roma, l’istituto cattolico internazionale creato nel 1986 per offrire accoglienza e formazione agli studenti laici delle università pontificie dell’Urbe.

Dal 24 luglio e per cinque settimane, registrandosi al sito laycentre.org, sarà possibile ricevere ogni venerdì, via mail, un testo di meditazione in lingua inglese dedicato al silenzio, accompagnato da un’immagine e da un brano musicale. «Wellsprings of silence» (“Sorgenti di silenzio”), s’intitola la serie nata per favorire la riscoperta della ricchezza della preghiera e della meditazione silenziosa. «Durante la pandemia — spiega Heather Walker, coordinatrice della comunicazione e dei programmi di studio del Lay Centre — qui a Roma, quando uscivamo per andare al lavoro o a fare la spesa, scoprivamo le strade vuote e silenziose. Dietro le mura delle abitazioni c’erano invece una vita e una comunicazione frenetica. Ora che l’Italia è uscita dal lockdown abbiamo pensato ai nostri amici di tutto il mondo, ai nostri studenti che vivono in Paesi ancora in piena pandemia e offerto loro dei testi che aiutino, nel silenzio, a riflettere, ascoltare la voce di Dio e a trovare risposte. La preghiera silenziosa nel mondo cristiano è abbastanza diffusa fra i religiosi — nota ancora Walker — ma non lo è altrettanto fra i laici. Ecco perché abbiamo voluto proporre testi non solo di autori religiosi».

La prima meditazione pubblicata è di padre John Keating, religioso irlandese, docente a Dublino. Un esperto di silenzio che nel 1990 ha trascorso un anno di ritiro in solitudine sulle coste del lago Lough Derg nel suo Paese. Seguirà quella della teologa Karen Petersen Finch, ministro della chiesa presbiteriana, e, nelle settimane successive, quelle di laici e religiosi esponenti di altre confessioni cristiane, a sottolineare il carattere ecumenico delle meditazioni.

Chiuderà il ciclo la dottoressa Donna Orsuto, cofondatrice del Lay Centre e docente di spiritualità alla Pontificia università Gregoriana.

Nel suo testo padre Keating cita in apertura il capitolo 10 del Libro dei Proverbi: «Un fiume di parole non è mai senza colpa, chi frena le labbra è saggio». Ricorda poi quanto sia frequente oggi ascoltare parole che non costruiscono pace: un linguaggio divisivo, aspro che sembra distruggere ciò che abbiamo di più caro e prezioso. Il religioso invita a trovare l’antidoto in un equilibrio fra suono e silenzio, che possa generare gentilezza, tenerezza e compassione. Sottolinea il bisogno urgente che avvertono in molti di curare questo bilanciamento e di concentrarsi sulle piccole cose, non su quelle grandi. «Stare in disparte in silenzio — nota padre Keating — ci dà la possibilità di ritrovare noi stessi e crescere anche nelle relazioni con gli altri».

Come ricorda insomma il Salmo 23 è solo presso le «acque tranquille» che possiamo rinfrancare il nostro spirito. Solo uno specchio d’acqua fermo e silenzioso può riflettere la nostra anima.

di Fabio Colagrande

Osservatore Romano