Un argine alle guerre

guerra

settimananews

I termini “guerra” e “pace” evocano una galassia di significati (e di emozioni) che devono essere per quanto possibile chiariti; un passo necessario per aprire un dialogo ed essere “costruttori di pace” nella realtà in cui ci tocca di vivere.

Sgombriamo subito il campo da un possibile fraintendimento: quando parliamo di “guerra” non indichiamo genericamente il male presente nella realtà, la conflittualità potenziale o reale che esiste nelle vicende umane. La guerra è un fenomeno storicamente determinato. Nasce nel momento in cui il conflitto passa da fatto privato/familiare di contenuto socio-economico (in questo caso si chiama “razzia”) a fatto collettivo e in qualche misura pubblico, capace di coinvolgere tutti coloro che fanno parte di una determinata comunità, al servizio di un progetto di dominio (o contrapponendosi al progetto di dominio altrui).

Ma anche se si accetta questa delimitazione, è evidente che la parola “guerra” è stata ed è usata per indicare un insieme di comportamenti di sconcertante variabilità: la qualità e la quantità delle persone coinvolte, i fini che ci si propone, i modi di combattimento, gli armamenti e i campi di battaglia sono variati e variano in modo tale che non basta aggiungere un aggettivo o una specificazione per chiarire di che cosa si sta parlando. Chiunque guardi anche solo superficialmente alla storia umana degli ultimi tre millenni non può che trovare insoddisfacente perfino la definizione del generale von Clausewitz (1780-1831), che definiva la guerra “atto di forza che ha lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà”.

Con le guerre nascono anche i tentativi di arginarle e di porvi termine. Un “argine” denominato con termini diversi, che comunemente consideriamo intercambiabili ma che invece hanno significati profondamente diversi. Di fronte a un evento che rischia di essere di lunga durata o addirittura permanente c’è l’eirene: la tregua, lo spazio tra le guerre, variamente sacralizzato e celebrato (dai giochi olimpici alla “pace di Dio”). Di fronte alla necessità di porre fine al conflitto prima che esso assuma carattere distruttivo c’è la pax: il trattato (imposto dal vincitore, ma accettato dallo sconfitto) che esprime l’ordine che la guerra ha permesso di raggiungere e che alla guerra mette fine. E poi – ma su tutt’altro piano – c’è lo shalom, che è l’“avere a sufficienza”, l’appagamento, la pienezza, la risposta alle domande più profonde dell’uomo; nella rivelazione biblica si tratta di un dono che l’uomo può solo ricevere da Dio e non conquistare; non ha dunque a che fare – in linea di principio – con la guerra, che è invece azione solo umana.

Il serissimo problema della guerra giusta

Agostino scrive quando l’Impero romano ha ormai da tempo assunto come proprie le insegne cristiane e discute seriamente il problema di come e quando la guerra possa essere considerata accettabile, “giusta”. Parte da una definizione di pace che è ancora la pax in senso romano: pace è tranquillitas ordinis, è ordinata concordia. Questa pace è l’obiettivo che lo Stato deve avere; anzi, il fatto che il governante si ponga questo obiettivo o meno diviene criterio critico del potere stesso. Si deve fare la guerra solo per raggiungere la pace; solo l’ottenimento della pace giustifica la guerra («esto ergo etiam bellando pacificus»), e l’obiettivo condiziona anche le modalità di conduzione del conflitto.

Il concetto di “guerra” si sposta in questo modo al livello giuridico: non è uno scontro tra avversari ma il confronto tra giudice e imputato, volto al ristabilimento di un ordine violato, perché solo l’avvenuta violazione di tale ordine giustifica l’intervento armato. Un giudice non può però scendere sullo stesso piano dell’imputato: a un’azione ingiusta che viola l’ordine deve contrapporsi un’azione giusta e ben regolata. Per Agostino una guerra giusta deve avere: (a) una causa iusta (il fatto che la pace sia stata turbata); (b) una recta intentio (non devono esserci il piacere di recare danno, il desiderio di vendetta, l’odio, la sete di conquista); (c) una auctoritas legitima (a proclamare e condurre la guerra non può che essere colui che Dio ha posto a capo della comunità umana).

Si tratta dunque di una dottrina che nasce non per giustificare la guerra (come talvolta superficialmente si dice), ma per condannare quegli atti di violenza che si pongono al di fuori di questo quadro; una dottrina che contesta la prospettiva imperiale e si pone invece, anche nel momento in cui intende servirsi della violenza, al servizio della pacifica convivenza.

La riflessione di Tommaso, nel XIII secolo, si pone in questo solco, ma porta due significativi cambiamenti. Cambia l’ordine di elencazione: al primo posto c’è ora (a) l’auctoritas principis, in un’epoca che sta ancora lentamente superando la fase anarchica dei secoli centrali del medioevo (nessuno, dunque, può farsi giustizia da solo). Seguono poi (b) la causa iusta e (c) la recta intentio; a queste tre Tommaso aggiunge (d) il debitus modus, il “come” si conduce una guerra. Tommaso condanna infatti il saccheggio, la rappresaglia, il tradimento (il teologo non conosceva le armi da fuoco!).

Fermo restando questo scenario, durante l’età moderna vi sono alcune significative evoluzioni. Per cominciare, svanisce l’istanza che avrebbe almeno teoricamente potuto pronunciarsi sulla “giustizia” di una guerra: dopo le guerre di religione del Cinquecento, la funzione arbitrale delle Chiese diviene problematica. Nasce invece un embrione di diritto internazionale che teoricamente si fonda sul diritto naturale (etsi Deus non daretur) e che di fatto è basato sul “concerto” tra le principali potenze, che si contrappongono via via le une alle altre per garantire l’equilibrio delle forze. Nella dottrina della “guerra giusta”, due questioni acquistano rilievo, e sono quelle due che già Tommaso aveva messo in evidenza: l’auctoritas principis (la decisione di farla spetta solo al sovrano) e il debitus modus (le guerre che si susseguono tra il 1648 e il 1790 sono infatti relativamente “limitate”), mentre passano in secondo piano la iusta causa e la recta intentio; il giudizio su questi aspetti è di fatto affidato, a posteriori, ai vincitori.

È al termine di questo periodo che si colloca la più ampia riflessione sul tema, quella di Immanuel Kant, per il quale la pace perpetua è ragionevolmente necessaria e ragionevolmente possibile; dato che l’umanità è una comunità giuridica posta al di sopra degli Stati, si può uscire dalla barbarie ed entrare in un’epoca che non conosca più la guerra.

La Nazione prima di tutto

Ma nell’età degli Stati nazionali, soprattutto nel XIX e nel XX secolo, l’orizzonte ultimo non sono certo la comunità umana sopranazionale o la federazione dei popoli: l’unica fonte della sovranità (e l’unico motivo per vivere e per morire) è il corpo collettivo nazionale. Il campo internazionale diviene l’agone in cui quest’ultimo lotta per la supremazia o per la sopravvivenza; e per tali fini qualunque mezzo è considerato lecito.

Anche le scienze che pretendono di descrivere la natura umana ritengono che il conflitto sia innato (si pensi a una certa volgarizzazione dell’evoluzionismo); la guerra diventa evento naturale, etico, persino poetico (si pensi al Futurismo). Il conflitto diviene allora potenzialmente totale e si pone al di là di qualunque tentativo di dettargli legge; lo stesso “concerto delle nazioni” serve solo a garantire periodi di pace che sono “tregue”, utili alla preparazione di nuovi scontri. E dal momento che la guerra è legittima o inevitabile, gli aspetti più crudi del conflitto suscitano meno orrore.

Così descriveva questa nuova fase, nel 1932, Benedetto Croce, scrivendo la Storia d’Europa nel secolo XIX: «La guerra, il sangue, le stragi, le durezze, la crudeltà non erano più oggetto di deprecazione e di ripugnanza e di obbrobrio, ma come cose necessarie ai fini da conseguire, si facevano accettevoli e desiderabili, e si rivestivano di una certa attrazione poetica, e perfino davano qualche brivido di religioso mistero, per modo che si parlava della bellezza che è nella guerra e nel sangue e dell’eroica ebbrezza che solo per quella via all’uomo è dato celebrare e godere». Chi in quel contesto voleva essere operatore di pace doveva rovesciare la prospettiva e rifiutare l’omologazione nazionale: cosa tutt’altro che facile o indolore. Ma se non si riconosce un supremo interesse dell’umanità, ogni orrore diviene lecito.

Dopo Hiroshima: fuori dall’età del ferro?

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, di fronte al rischio nucleare, una guerra di distruzione totale divenne tecnicamente possibile e, insieme, “impossibile”, nel senso di “contraddittoria” rispetto a qualunque fine imperialista ci si volesse proporre. Nacque l’equilibrio del terrore e, con esso, la teoria della guerra giusta divenne insensata. L’umanità fu costretta a pensare come limitare la forza distruttrice che aveva a disposizione.

Fu una trasformazione epocale: l’idea della guerra come fatto totale, permanente e “naturale” perse plausibilità perché era divenuta equivalente alla distruzione totale. Le organizzazioni internazionali si diedero lo scopo di «proteggere le generazioni future dal flagello della guerra»; nacque un’opinione pubblica che, su scala planetaria, elaborò vari progetti di futuro che non prendevano in considerazione la prosecuzione della contrapposizione nazionale. Per qualche decennio sembrò possibile indicare uno scenario di uscita dall’“età del ferro”: padre Zanotelli giunse a prefigurare la nascita di un tabù della guerra simile al tabù dell’incesto (come spariscono i popoli che non rifiutano il matrimonio tra consanguinei, così è destinata alla rovina una civiltà che non è capace di superare il conflitto indiscriminato).

Gli ultimi decenni hanno reso evidente che la strada da percorrere è ancora lunga. Aver accantonato la prospettiva della guerra di distruzione totale non ha portato dovunque la pace; le guerre si contano ancora a decine, anche se non sono certamente riconducibili alla stessa categoria, né possono essere facilmente assimilate a quelle del passato.

Tra le novità c’è l’indebolimento non solo delle nazioni, ma degli Stati stessi, e conseguentemente la difficoltà di individuare quale sia il princeps che con la sua auctoritas potrebbe garantire almeno la pace interna: è quasi un riaffacciarsi di un certo “ordinamento signorile” di stampo medievale, che rende la situazione fluida e di difficile leggibilità. Novità assoluta è la possibilità – almeno teorica – di porre sotto i riflettori della cronaca i fatti che avvengono, anche se ciò non sempre e necessariamente contribuisce a limitare e circoscrivere i conflitti.

Di volta in volta i costruttori di pace devono chiedersi quali siano i mezzi per operare, senza potersi rifare alle esperienze di un passato che aveva altri capisaldi. Di giorno in giorno si pone il problema di come proclamare una eirene, di come stabilire una pax. Dopo di che, lo shalom è sempre dono di Dio.

Pubblicato su “Il Margine”, n. 8/2015

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Conflitto israelo-palestinese: vescovi cattolici Terra Santa, «Chiese e leader spirituali indichino un altro cammino»


Gerusalemme


SIR – Toscana Oggi 

Forse è giunto il tempo in cui «le Chiese e i leader spirituali indichino un altro cammino, insistano sul fatto che tutti, Israeliani e Palestinesi, sono fratelli e sorelle in umanità». Lo affermano i vescovi cattolici di Terra Santa al termine della loro assemblea, constatando i fallimenti nella risoluzione del conflitto

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Speranze di pace tra Oriente e Occidente. Convegno internazionale in Cattolica

Italia
unicatt.it 

Martedì 14 maggio si celebrano i dieci anni dalla fondazione dell’Istituto Confucio. Tra i relatori il Segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin e il vescovo di Pechino.L’Università Cattolica luogo di confronto culturale, diplomatico e geopolitico. Frutti importanti della nuova fase nelle relazioni tra Santa Sede e Pechino, dopo l’accordo del 22 settembre 2018, si vedono in questo incontro nell’ateneo dei cattolici italiani, con un dialogo in sintonia con gli orientamenti del pontificato di Papa Francesco. 
Martedì 14 maggio i chiostri di largo Gemelli ospiteranno il convegno internazionale: 1919-2019. Speranze di pace tra Oriente e Occidente, in programma dalle 9.30 nell’Aula Pio XI dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (largo Gemelli, 1 – Milano). All’evento prenderanno parte il Segretario di Stato Vaticano, cardinal Pietro Parolin, e due vescovi cattolici cinesi: monsignor Li Shan, vescovo di Pechino, e monsignor Huang Bingzhang, vescovo di Shantou, che per la prima volta dopo l’Accordo provvisorio tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese sulla nomina dei vescovi parteciperanno a un evento fuori dalla Cina. Con loro saranno presenti illustri studiosi, tra cui Andrea Riccardi, Adriano Roccucci, Morris Rossabi, Guido Samarani, Liu Guopeng.
L’iniziativa sarà aperta dai saluti istituzionali del Rettore dell’Università Cattolica Franco Anelli, di Anna Scavuzzo, Vicesindaco di Milano, di monsignor Claudio Giuliodori, Assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo, di Liu Li, Rettore della Beijing Language and Culture University, di Agostino Giovagnoli, Direttore del Centro di Ricerca di World History dell’Università Cattolica, di Dong Lijun ed Elisa Giunipero, Direttori dell’Istituto Confucio dell’Università Cattolica.
Il convegno si articolerà in tre sessioni. La prima (ore 10.00), dedicata al tema “Verso un nuovo sistema internazionale”, sarà avviata dall’intervento del cardinal Pietro Parolin sull’impegno della Chiesa Cattolica per l’unità della famiglia umana da Benedetto XV a Papa Francesco. Andrea Riccardi parlerà di Umanesimo spirituale tra nazionalismo e globalizzazione, analizzando i rapporti tra le confessioni cristiane dopo il 1919 in una nuova chiave ecumenica. Agostino Giovagnoli si occuperà di Oriente e Occidente: la riscoperta della Via della seta, concentrandosi sui diversi approcci alla globalizzazione tra XX e XXI secolo, in un’ottica europea, americana e asiatica. Adriano Roccucci terrà la relazione Nazioni, imperi e nazionalismi, durante la quale si soffermerà sui problemi irrisolti nel passaggio dagli imperi agli Stati nazionali e di cui i nazionalismi sono ancora oggi espressione.
La seconda sessione, dal titolo “Cina: il Movimento del 4 maggio e il cristianesimo”, si terrà a partire dalle ore 14.30 nella Cripta Aula Magna. In particolare Morris Rossabi e Guido Samarani rifletteranno sulla posizione della Cina nel mondo dopo la prima guerra mondiale. Seguiranno, poi, le relazioni di monsignor Li Shan, La Chiesa cattolica e l’inculturazione del Vangelo in Cina, e di Elisa Giunipero sulla lettera apostolica Maximum Illud del 1919. Liu Guopeng e Laura De Giorgi prenderanno in esame rispettivamente Gli intellettuali cinesi e il cristianesimo e Il ruolo delle donne cinesi.
La terza e ultima sessione (ore 16.45) sarà incentrata sul “Nuovo internazionalismo”. Ne discuteranno Luciano Tosi, Daniela Preda, Teodoro Tagliaferri. Le conclusioni sono affidate ad Agostino Giovagnoli.

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Pace in Terra Santa passa dal dialogo della vita

I frati minori francescani della Custodia di Terra Santa lungo le strade di Gerusalemme (foto Custodia)da Avvenire

I frati minori francescani della Custodia di Terra Santa lungo le strade di Gerusalemme (foto Custodia)

La bandiera con la croce rossa della Terra Santa sventola sui tetti della città vecchia di Gerusalemme. La terrazza panoramica che la ospita è quella di Casa Nova, la struttura d’accoglienza per i pellegrini a due passi dalla Basilica del Santo Sepolcro. La croce color cardinale è il simbolo della Custodia di Terra Santa, la provincia dei frati minori francescani che nel 2017 ha celebrato i suoi 800 anni di vita e d’«amore» per i luoghi di Cristo, come ripetono i “figli” del Poverello d’Assisi. E che adesso, nel 2019, si appresta a festeggiare gli otto secoli dall’incontro di san Francesco con il sultano d’Egitto, Melek-el-Kamel, nella cittadina di Damietta. Un gesto di pace fra l’Occidente cristiano e l’Oriente islamico nel segno di quello che oggi può essere definito il dialogo interreligioso. «Ecco perché il modo più significativo per fare memoria di questo evento è continuare a coltivare tutte quelle iniziative di confronto e amicizia che vanno nella direzione opposta rispetto allo scontro fra civiltà», spiega il custode di Terra Santa, fra’ Francesco Patton. Trentino d’origine, 55 anni compiuti lo scorso 23 dicembre, guida dal 2016 la Custodia. La “casa madre” si trova fra le viuzze del quartiere cristiano, vicino alla Porta Nuova.

Il custode di Terra Santa, fra' Francesco Patton (foto Custodia)

Il custode di Terra Santa, fra’ Francesco Patton (foto Custodia)

Una melodia ancora da ritoccare echeggia nel complesso. Viene dall’istituto “Magnificat”, la scuola di musica promossa dai francescani. «Qui il dialogo fra le tre grandi fedi monoteiste è quello della vita – racconta Patton –. E passa anche dalla nostra piccola accademia, affiliata al conservatorio di Vicenza, dove professori e studenti sono cristiani, ebrei e musulmani. Non è compito nostro imbastire dibattiti a carattere teologico. Ci sono le apposite commissioni. Ciò a cui siamo chiamati è favorire la cultura dell’incontro dal basso, attraverso le relazioni. Il nostro non è un dialogo “con” l’ebraismo, “con” l’islam o anche “con” le altre confessioni cristiane. È uno scambio quotidiano fra persone, è fare un tratto di strada gli uni accanto agli altri». Come accade ad Ain Karem, la frazione alle porte di Gerusalemme dove è nato Giovanni Battista e dove Maria ha intonato il Magnificat. Un luogo diventato laboratorio di fraternità con l’ebraismo. «Da due anni abbiamo avviato un percorso legato alla figura del Battista anche per volontà della locale comunità ebraica – dice il ministro provinciale –. Ciò mostra come la cultura possa essere un interessante terreno d’incontro. E lo sono anche i nostri santuari. L’essere accoglienti, aperti a chiunque, corrobora la riconciliazione e la collaborazione».

La bandiera con la croce della Terra Santa sopra i tetti di Gerusalemme (foto Gambassi)

La bandiera con la croce della Terra Santa sopra i tetti di Gerusalemme (foto Gambassi)

Con i musulmani il “dialogo della vita” si sviluppa soprattutto attorno alle scuole della Custodia che solitamente hanno metà alunni di religione islamica, anche se in alcuni casi si arriva al 90% come a Gerico. «Ci sforziamo di offrire un’educazione di qualità che alimenti lo “spirito di Damietta”, cioè dell’incontro vissuto da san Francesco e dal sultano in piena quinta Crociata. Certo, è necessario il rispetto. Della nostra identità cristiana, anzitutto. Ma anche di quelle degli altri. Ciò significa che nelle aule c’è sempre il crocifisso o che a Natale vengono allestiti il presepe e l’albero. Al contempo si tiene conto, per citare un caso, del Ramadan in modo che la giornata scolastica degli allievi musulmani sia scandita guardando a questo loro tempo particolare». Nessuna paura dei simboli religiosi in Terra Santa. Una lezione per l’Occidente che spesso annulla qualsiasi richiamo al sacro negli ambianti pubblici? «Qui – chiarisce il guardiano del monte Sion e del Santo Sepolcro – abbiamo adottato una soluzione opposta rispetto alla cosiddetta “laicità alla francese” che impone il silenziatore alle identità religiose. In Israele e Palestina le identità religiose sono rumorose e chiedono di esprimersi. Naturalmente questo esige il rispetto ma preservando in modo chiaro il proprio volto, la propria tradizione. D’altro canto il pensiero occidentale potrebbe aiutare il Medio Oriente a capire il valore della libertà di coscienza che in questo angolo resta piuttosto limitata».

La processione quotidiana dei frati francescani nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme (foto Gambassi)

La processione quotidiana dei frati francescani nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme (foto Gambassi)

La parola “pace” è quella che più ricorre quando si fa riferimento alla terra di Cristo. «Sono un sostenitore della teoria dei sistemi – sottolinea Patton –. Ogni contributo alla pace che giunga da qualsiasi parte è un impulso alla pace globale. E ogni singola offesa alla pace è un danno alla pace nel mondo. Pertanto, quando si alimenta la violenza anche fuori dei confini della Terra Santa, non si contribuisce alla pace di Gerusalemme». Il superiore fa una pausa. «In un’ottica cristiana la radice della discordia è nel peccato. Ciascuno di noi, finché non si aprirà a un trasfigurante cambiamento interiore, continuerà con le proprie cadute a ostacolare la pace globale. Un’esagerazione? Non lo penso. Proprio da Gerusalemme, dal Calvario, Gesù offre all’uomo di ogni tempo il vero dono di riconciliazione. Con la sua morte e risurrezione propone una logica “altra” rispetto a quella imperante: è la logica non del togliere la vita ma del donarla; è la logica del non spargere mai il sangue altrui ma di essere disposti a versare fino all’ultima goccia del proprio sangue. In Cristo immolato per amore sulla croce c’è il seme della pace. Ogni volta che assecondiamo il peccato in tutte le sue forme, a cominciare dal nostro egoismo, rallentiamo il processo di pace».

La chiesa di Santa Caterina a Betlemme (foto Gambassi)

La chiesa di Santa Caterina a Betlemme (foto Gambassi)

Pace a Gerusalemme è anche una questione politica. E va a braccetto con lo status quo della città da preservare, oltre gli eventi divisivi che hanno costellato lo scorso anno: il trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, la controversa legge sullo Stato ebraico, la fallita riconciliazione inter-palestinese, i razzi lanciati contro Israele, le proteste e i morti a Gaza. «Forse più che parlare dello status quo dovremmo avere il coraggio di sognare Gerusalemme come una città-modello per il mondo – avverte Patton –. E di realizzare il sogno di Dio descritto in numerose profezie del Primo Testamento. Quando si legge in Isaia “Venite, saliamo sul monte del Signore”, si tratta di un invito a tutta l’umanità ad abitare Gerusalemme. La città vecchia conserva la memoria fisica di momenti cruciali per le tre religioni nate da Abramo. E quindi vuol dire che appartiene a tutti. Il fatto che continuino a esserci tensioni è la riprova dell’unicità di Gerusalemme».

Il campo dei pastori a Betlemme, santuario della Custodia di Terra Santa (foto Gambassi)

Il campo dei pastori a Betlemme, santuario della Custodia di Terra Santa (foto Gambassi)

I trecento frati minori che oggi appartengono alla Custodia non sono solo “guardiani” di pietre e di cinquanta santuari. «Da otto secoli la nostra missione è di rendere vive queste pietre – sostiene il ministro provinciale –. San Francesco ha sempre avuto a cuore l’Incarnazione. Per questo amava la Terra Santa. Per noi frati amare questa regione significa amare Gesù». Il religioso spiega che le sfide per la Custodia si evolvono, seppur nella fedeltà al mandato del santo umbro. «Il primo compito resta quello di preservare i luoghi santi. Il che contempla anche l’accompagnamento spirituale di chi li visita. E dobbiamo dire grazie a Paolo VI, oggi santo, che volle la colletta per la Terra Santa ogni Venerdì Santo nelle parrocchie di tutti i continenti. Un segno concreto di attenzione per consentire di immergersi ora e in futuro nel “quinto Evangelo”, come questa terra è stata chiamata». Poi c’è il fronte sociale: le scuole, le case per le famiglie, l’assistenza medica. A questo si aggiunge l’impegno dei francescani nelle parrocchie. «È urgente aiutare i cristiani locali a restare in Terra Santa. Più che un sostegno economico, serve far comprendere loro che essere cristiani in Terra Santa è una vocazione e una missione che indica la rotta ai fedeli del mondo». E i pellegrinaggi possono essere un elemento di vicinanza. «Si tratta di un supporto tangibile. Ma suggerisco sempre a chi li organizza di prevedere un momento d’incontro con le realtà locali: una parrocchia, una scuola, un presidio sociale. Da cui magari può scaturire anche un gemellaggio».

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Mai bere dalla coppa dell’odio (90 anni fa la nascita di Martin Luther King, il 15 gennaio 1929)

Stati Uniti

L’Osservatore Romano

La principale via per la pace.  Il valore dell’«instancabile» battaglia, condotta con spirito di abnegazione da Martin Luther King in favore dei diritti civili dell’uomo, fu sottolineato da Paolo VI durante l’udienza del 20 gennaio 1969 alla vedova Coretta King. Nel rinnovarle le condoglianze per la morte del marito — assassinato a Memphis il 4 aprile 1968 — il Papa ribadiva che l’impegno profuso da Martin Luther King per il riconoscimento e l’affermazione in ogni luogo dei diritti fondamentali della persona costituisce «la principale via» per la conquista della pace. All’indomani dell’assassinio, che provocò in tutto il mondo commozione, sdegno e costernazione, «L’Osservatore Romano» pubblicò in prima pagina un commento (qui riproposto integralmente) scritto dal direttore Raimondo Manzini, il quale richiamò il senso e la forza di una testimonianza morale «tesa ad animare e a unificare, non a lacerare e ferire».

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Papa a Pax Christi: proseguire sulla via del disarmo nucleare

Vaticano – Vatican News
(Cecilia Seppia) Il Papa ha ricevuto in Vaticano, in udienza privata, i consiglieri di Pax Christi. Al centro del dialogo, l’educazione alla pace, e la messa al bando delle armi nucleari. La storia e l’impegno di Pax Christi al servizio della pace, l’educazione alla pace nelle scuole, nelle carceri, soprattutto minorili, e poi il tema del disarmo, la preoccupazione per la reticenza dell’Italia a firmare l’accordo sulla messa al bando delle armi nucleari, i vari contesti di guerra dalla Siria alla Palestina e le sofferenze patite dai bambini: è stato un dialogo aperto e schietto quello dei consiglieri di Pax Christi con il Papa che oggi li ha ricevuti in udienza privata in Vaticano. Il presidente del movimento, mons. Giovanni Ricchiuti ha parlato di piena sintonia con le parole e i gesti del Pontefice.

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Da Minozzo un inno alla pace

laliberta.info

La parola più bella – che esprime con le sue poche lettere i concetti di Perdono, Amore, Carità, Esistenza – è Pace. E quando la preghiera è canto, diventa anche un inno al Signore forte e profondo, inno che Emanuele Milani, classe 1989, di Minozzo, ha saputo cogliere e tramutare in una composizione. Basandosi sulle lettere comuni alle parole “Salam” “Shalom” e “Pacem” è nato “A-M.”, canto plasmato in occasione di “Alif, Aleph, Alfa”, incontro interculturale avvenuto il 16 dicembre a Reggio.

Il giovane compositore (foto) ha diretto personalmente il gruppo di cantori con rappresentanti delle tre religioni monoteiste, in una sinfonia di voci dove si volevano sottolineare i punti che accomunano le tre professioni.

 

Continua la lettura su “La Libertà” del 9 gennaio

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“Pace a questa casa!” il Messaggio per la 52ª Giornata Mondiale della Pace, che sarà celebrata il 1° gennaio 2019

Pace

“La casa di cui parla Gesù è ogni famiglia, ogni comunità, ogni Paese, ogni continente, nella loro singolarità e nella loro storia; è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni. È anche la nostra casa comune: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine”.

Così Papa Francesco spiega l’augurio – ripreso dalle parole di Gesù riportate da Luca (10, 5-6) – con cui si apre >>> il Messaggio per la 52ª Giornata Mondiale della Pace, che sarà celebrata il 1° gennaio 2019 sul tema “La buona politica è al servizio della pace”.

Il testo, che si sofferma sulle virtù umane necessarie per realizzare una politica al servizio dei diritti umani e della pace e stigmatizza i vizi della politica, termina con un fermo “no” alla guerra e alla politica della paura. “La pace – conclude Francesco – è una conversione del cuore e dell’anima, ed è facile riconoscere tre dimensioni indissociabili di questa pace interiore e comunitaria: la pace con se stessi, la pace con l’altro, la pace con il creato”.

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