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Israeliane e palestinesi per pace Una manifestazione insieme fra Gerico e Gerusalemme

TEL AVIV, 08 OTT – Alcune migliaia di donne israeliane e palestinesi hanno dato vita oggi ad una manifestazione per la pace nella zona compresa fra la oasi di Gerico (Cisgiordania) e la citta’ di Gerusalemme dove hanno poi eretto una ‘Tenda della pace’ che nei prossimi giorni ospitera’ dibattiti e tavole rotonde. L’iniziativa e’ giunta da una organizzazione denominata ‘Donne fanno la pace’ che ha iniziato il mese scorso una marcia a tappe verso Gerusalemme partendo da Sderot (la citta’ del Neghev colpita a ripetizione in passato da razzi palestinesi lanciati dalla vicina Gaza) per passare poi dagli insediamenti beduini del Neghev, e raggiungere quindi anche citta’ della Galilea, come Nazareth e Tiberiade. Una manifestazione si è svolta anche in un insediamento ebraico della Cisgiordania, Gush Etzion. Per questa ragione ieri associazioni palestinesi hanno invocato un boicottaggio della manifestazione. Ma, secondo le organizzatrici, oggi a Gerico si e’ egualmente avuta una spiccata presenza di attiviste palestinesi.

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Barcellona, dai giovani di tutta Europa un appello per la pace

“Dopo l’orrore degli attacchi terroristici in Barcellona noi vogliamo mostrare la nostra volontà di pace e il nostro impegno per lavorare alla costruzione di una società di coesistenza”. L’appello alla pace dei giovani della Comunità di Sant’Egidio risuona in tante lingue diverse, forte e commovente, oggi sulla Rambla, accanto i fiori, ai lumini e ai peluche che ricoprono i punti dove sono
cadute 15 vittime nell’attentato terroristico del 17 agosto.

Sono 500, sono giovani e forti e determinati a non cedere alle ragioni del male i ragazzi provenienti da tutta Europa che si sono radunati a Barcellona, la città ferita dall’attentato del 17 agosto, per il settimo incontro internazionale dei Giovani per la Pace Europei. L’incontro del movimento dei giovani della Comunità di Sant’Egidio presente in Europa e in altri continenti, dopo Cracovia, Roma, Berlino, Anversa e Parigi si è aperto oggi presso il Museo del Mare di Barcellona per una tre giorni di incontri, riflessioni, scambi e visite anche nei luoghi più poveri e svantaggiati della città catalana.

A chiudere domenica l’incontro con il presidente della Comunità Marco Impagliazzo e la preghiera della sera. Il tema è “More Youth, More Peace” (Più giovani, più pace) e vedrà a confronto ragazzi che tutto l’anno si occupano di costruire “quotidianamente” la pace operando a favore dei bambini dei quartieri più svantaggiati, degli anziani, dei senza tetto e dei rifugiati.

I ragazzi di Sant’Egidio hanno deciso di lanciare un forte messaggio di pace proprio dalla città ferita dagli attentati. Oggi dalle 18 i giovani hanno sfilato in silenzio sulla Rambla, dal mare sino al punto dove il mezzo degli attentatori ha terminato la sua folle corsa, depositando lì 15 bouquet di fiori, uno per ogni vittima, portati da 15 ragazzi di nazionalità diverse leggendo poi il loro manifesto per la pace dedicato le vittime degli attentati di Barcellona e Cambrils.

“Ancora una volta abbiamo scelto il dialogo e la solidarietà con i più poveri e i più deboli della nostra società per costruire un futuro di pace e di coesistenza in Europa e nel mondo – dicono fieri e pieni di speranza – Noi siamo convinti che solo il dialogo e l’integrazione aprono la via alla pace. Noi vogliamo sconfiggere il male col bene, far trionfare il perdono sulla vendetta. Per questo noi vogliamo contribuire attivamente a creare un’Europa dove tutti possano vivere insieme: un mondo senza razzismo”.

Al termine dell’appello per la pace è seguito un invito a scambiare un gesto di pace. I ragazzi e la gente comune sulla Rambla hanno cominciato ad abbracciarsi e a stringersi le mani, augurandosi “pace”.

Un messaggio che verrà portato domani, sabato, dai 500 giovani che, guidati dal presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo e dai rappresentanti della Comunità in Spagna, si uniranno a partire dalle 18 alla grande manifestazione contro il terrorismo organizzata dalla Città di Barcellona e dalla Generalitat, presente anche il re Felipe VI di Spagna.

da Avvenire

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Iraq. Patriarca Sako alla marcia della pace: sminare menti e cuori

Arriverà domani nella città irachena di Alqosh la marcia interreligiosa partita daErbil domenica scorsa. Oltre 140 chilometri percorsi a piedi attraverso la martoriata Piana di Ninive per lanciare un messaggio di pace per il Paese e tutto il Medio Oriente. Ieri il patriarca di Babilonia dei Caldei, Louis Raphaël I Sako, ha celebrato la Messa in Coena Domini presso il villaggio di Mella Baruan.Massimiliano Menichetti lo ha intervistato per Radio Vaticana

R. – Mella Baruan è un villaggio dove si trovano 100 famiglie venute da Mosul. Il loro villaggio era stato distrutto durante la guerra: ora sono tornate, hanno restaurato le loro case e hanno anche ricostruito una bella Chiesa. Lì ho celebrato la Messa e ho lavato i piedi a dodici persone: alcuni del gruppo della marcia, tra cui un francese, uno yazida e un musulmano e all’assistente del rappresentante del segretario generale dell’Onu a Baghdad. In questo villaggio c’erano cristiani, musulmani, yazidi, dei rifugiati, ma anche persone provenienti dall’Occidente, e il rappresentante dell’Onu. E io ho detto: “Qui, simbolicamente c’è quasi tutta l’umanità”. Ho ribadito che senza il dialogo e senza la pace non c’è futuro. Tutti adesso dicono che bisogna sminare i villaggi, i campi, ma io ho detto che bisogna sminare anche la mente e il cuore.

D. – Per quale motivo? C’è odio?

R. – Sì, c’è questa ideologia fondamentalista che è come un cancro, che è diffuso un po’ ovunque: in Iraq, in Siria, in Occidente… Questa gente è cieca! Io penso che sono i musulmani a dover affrontare questo problema, ma con l’aiuto di tutti. Prima di tutto bisogna combattere questo sedicente Stato Islamico, questi gruppi, ma bisogna anche cambiare tutto il sistema dell’educazione religiosa e nazionale; presentare un messaggio religioso moderato, moderno, comprensibile, che dia un senso alla vita. E bisogna poi accettare gli altri, che sono diversi da noi: l’altro, il diverso, non è un obiettivo, è un fratello. Ho detto anche questo.

D. – La marcia in Iraq lancia un segnale forte, ma tutto intorno, e non solo, ci sono guerre e tensioni: come far arrivare questo messaggio di pace al mondo?

R. – Questo messaggio deve essere compreso prima di tutto dai leader politici e religiosi. Le persone sono le vittime. La politica deve essere positiva: deve aiutare a realizzare la pace, la convivenza, il progresso, la prosperità: rendere la gente felice, renderla fratelli e sorelle, tutti. Coloro che creano le guerre cercano di perseguire solo interessi economici: questo è un peccato mortale. Il mondo intero deve muoversi contro queste guerre e questi attacchi.

D. – Quale la testimonianza che viene dall’Iraq?

R. – Noi abbiamo sperimentato la guerra, la morte, la distruzione, l’emigrazione. Aspettiamo la Risurrezione! La Risurrezione è possibile quando c’è una conversione della mente e del cuore verso il bene e verso l’altro che è un fratello.

D. – Lei personalmente, per questa Pasqua, cosa vuole augurare?

R. – La pace in Iraq, in Siria, in Libia… nel Medio Oriente. Per me è cruciale. Dobbiamo tutti collaborare per realizzare questa pace che sarà una vera redenzione di questo mondo orientale e di questa povera gente: sono come Cristo, muoiono ogni giorno.

 

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Papa Francesco annuncia il tema del Messaggio per la 50° Giornata Mondiale della Pace che si celebrerà il 1° gennaio 2017

«È il traffico illegale delle armi a sostenere non pochi conflitti nel mondo. La non violenza come stile politico può e deve fare molto per arginare questo flagello». È stato annunciato il tema del messaggio per la 50° Giornata Mondiale della Pace, la quartacelebrata da Papa Francesco: «La non violenza: stile di una politica per la pace».

«La violenza e la pace – si legge nel comunicato diffuso dalla Sala Stampa vaticana – sono all’origine di due opposti modi di costruire la società. Il moltiplicarsi di focolai di violenza genera gravissime e negative conseguenze sociali». Il Papa «coglie questasituazione nell’espressione “terza guerra mondiale a pezzi”».

«La pace, al contrario – continua la nota – ha conseguenze sociali positive e consente di realizzare un vero progresso; dobbiamo, pertanto, muoverci negli spazi del possibile negoziando strade di pace, anche là dove tali strade appaiono tortuose e persino impraticabili.In questo modo, la non violenza potrà assumere un significato più ampio e nuovo: non solo aspirazione, afflato, rifiuto morale della violenza, delle barriere, degli impulsi distruttivi, ma anche metodo politico realistico, aperto alla speranza».

Si tratta «di un metodo politico fondato sul primato del diritto. Se il diritto e l’uguale dignità di ogni essere umano sono salvaguardati senza discriminazioni e distinzioni, di conseguenza la non violenza intesa come metodo politico può costituire una viarealistica per superare i conflitti armati. In questa prospettiva, è importante che si riconosca sempre più non il diritto della forza, ma la forza del diritto».

Con questo nuovo messaggio Francesco «intende indicare un passo ulteriore, un cammino di speranza adatto alle presenti circostanze storiche: ottenere la risoluzione delle controversie attraverso il negoziato, evitando che esse degenerino in conflitto armato.Dietro questa prospettiva c’è anche il rispetto per la cultura e l’identità dei popoli, dunque il superamento dell’idea secondo la quale una parte sia moralmente superiore a un’altra. Nello stesso tempo, però, questo non significa che una nazione possa essereindifferente alle tragedie di un’altra. Significa, invece, riconoscere il primato della diplomazia sul fragore delle armi».

Infine, il comunicato ricorda che «il traffico mondiale delle armi è così vasto da
essere in genere sottostimato. È il traffico illegale delle armi a sostenere non pochi conflitti nel mondo. La non violenza come stile politico può e deve fare molto per arginare questo flagello».

La Giornata Mondiale della Pace è stata voluta da Paolo VI e viene celebrata ogni anno il primo gennaio. Il messaggio del Papa viene inviato alle cancellerie di tutto il mondo e segna anche la linea diplomatica della Santa Sede per il nuovo anno.

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Appello del Papa per l’Ucraina: risolvere conflitto e liberare ostaggi

Dopo il Rosario, salutando i tanti pellegrini presenti in Piazza San Pietro, il Papa ha lanciato un nuovo appello per l’Ucraina e ha rinnovato la sua preghiera per la Francia. Ce ne parla Sergio Centofanti

radio vaticana

In Ucraina si continua  a combattere e in queste ultime settimane gli osservatori internazionali – ha detto il Papa – hanno espresso preoccupazione per il peggioramento della situazione nelle regioni orientali del Paese:

“Oggi, mentre quella cara Nazione celebra la sua festa nazionale, che coincide quest’anno con il 25° anniversario dell’indipendenza, assicuro la mia preghiera per la pace e rinnovo il mio appello a tutte le parti coinvolte e alle istanze internazionali affinché rafforzino le iniziative per risolvere il conflitto, rilasciare gli ostaggi e rispondere all’emergenza umanitaria”.

Alla vigilia della festa di San Luigi, ha quindi pregato “per il popolo di Francia e per i suoi governanti” invitando alla speranza nonostante i timori. Ha rivolto poi un saluto agli atleti che si accingono a celebrare i prossimi giochi paralimpici a Rio de Janeiro e ai partecipanti all’assemblea generale promossa dalla Conferenza mondiale degli Istituti secolari e al Congresso che celebra i 50 anni di attività dell’Associazione teologica italiana per lo studio della morale.

Tutti ha esortato ad andare incontro alle necessità del prossimo:

“Noi tocchiamo Gesù quando usciamo ad aiutare i fratelli e le sorelle nel bisogno, e toccando Cristo nostro salvatore rinnoviamo la nostra vita. Dio benedica tutti”.

Infine, ricordando l’odierna festa dell’Apostolo San Bartolomeo, ha rivolto un pensiero ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli:

“Cari giovani, imparate da lui che la vera forza è l’umiltà. Cari ammalati, non stancatevi di chiedere nella preghiera l’aiuto del Signore. E voi, cari sposi novelli, gareggiate nello stimarvi e aiutarvi a vicenda”.

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Vescovo di Dallas sulla strage: la violenza si supera con la pace

“La violenza non si supera con altra violenza. La violenza si supera con la pace”: scrive così mons. Kevin Farrell, vescovo di Dallas, in una nota diffusa dopo la strage avvenuta giovedì in città. Una manifestazione di protesta contro le recenti uccisioni di afroamericani da parte di alcuni poliziotti, infatti, è finita tragicamente: alcuni cecchini, forse quattro, hanno aperto il fuoco contro la polizia, uccidendo cinque agenti e ferendone altri dodici. Anche due civili sono rimasti feriti.

Ogni vita umana è preziosa, siamo tutti figli di Dio
“È sconcertante l’entità di tali violenze – scrive il vescovo – Siamo stati travolti da un’escalation di violenza che oramai ha toccato in profondità sia noi, sia tutto il nostro Paese ed il resto del mondo”. “Tutte le vite contano – ribadisce mons. Farrell – neri, bianchi, musulmani, cristiani o indù siamo tutti figli di Dio ed ogni vita umana è preziosa”.

Dialogare per promuovere pace e riconciliazione
Di qui, l’appello ai fedeli a “non perdere il rispetto l’uno per l’altro” ed il richiamo ai leader civili a “dialogare e lavorare insieme per trovare una soluzione ragionevole per questo incremento della violenza”. Elevando, quindi, una preghiera a Dio affinché “tocchi le menti ed i cuori delle persone, spingendole ad operare insieme per la pace e la comprensione”, il vescovo di Dallas auspica che tutti provino “un autentico desiderio di dialogo e riconciliazione”. Infine, il presule si dice vicino alle famiglie delle vittime e prega per la guarigione dei feriti. (I.P.)

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Santa Sede: promuovere sport per la pace, troppi interessi economici

E’ necessario promuovere lo sport per la pace e la fraternità nel mondo, depurandolo di tanti interessi economici: è quanto ha ribadito l’arcivescovo Ivan Jurkovič, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra, nel corso della 32.ma sessione ordinaria del Consiglio dei diritti umani in corso nella città elvetica. Il servizio di Gioia Tagliente (Radio Vaticana)

Mons. Ivan Jurkovič ha sottolineato l’impegno incessante della Santa Sede a promuovere lo sport come linguaggio universale capace di incoraggiare valori positivi. Per questo il prossimo ottobre si terrà in Vaticano la prima conferenza mondiale su fede e sport, un’iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio della Cultura.

In particolare, come ha affermato Papa Francesco, è importante ricordare il valore della Carta Olimpica per lo sviluppo armonioso del genere umano e l’educazione dei giovani attraverso lo sport, praticato senza discriminazioni di alcun tipo. Il presule ha inoltre sottolineato come le prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro siano una importante occasione per rafforzare i “principi etici” dello sport che al giorno d’oggi è troppo spesso associato ad un aspetto economico, all’eccessiva competitività e alla violenza.

A questo proposito, i Giochi Paraolimpici dimostrano come lo sport sia espressione di talento anche per le persone con disabilità. Infine, la Santa Sede incoraggia gli Stati membri, il Comitato Olimpico Internazionale e il Comitato Paraolimpico Internazionale a continuare i loro sforzi per promuovere l’ideale olimpico e il rispetto della dignità umana in tutto il mondo e in ogni sport.

 

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“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio “(Matteo 5: 9)

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio “(Matteo 5: 9): è partito da questa citazione evangelica il discorso di Karekin II, Supremo Patriarca e Catholicos di Tutti gli Armeni, in occasione dell’incontro ecumenico di Yerevan con Papa Francesco. Un appuntamento – ha ricordato – a cui partecipano anche vittime di guerre, terrorismo e violenza, rifugiati provenienti da Azerbaijan, Siria e Iraq. Attendevamo – ha detto – “un mondo pacifico e giusto. Eppure ogni giorno ci giungono notizie preoccupanti di un aumento delle attività di guerra e di atti di terrorismo, un indicibile sofferenza umana” che colpisce bambini, adolescenti, donne e anziani in tutto il mondo.

Karekin II rievoca il genocidio armeno con un milione e mezzo di martiri innocenti, un secolo fa, ma parla anche dell’attuale difficile situazione che vive l’Armenia, “una guerra non dichiarata” – afferma – per difendere il diritto del popolo del Nagorno-Karabakh, in maggioranza armena, a vivere in libertà. A questo proposito parla delle tensioni e dei contrasti con l’Azerbaigian, di villaggi armeni bombardati e distrutti, di civili uccisi.

Parla con partecipazione delle vittime dei conflitti in Medio Oriente e degli atti di terrorismo che si sono verificati nelle principali città europee, in Russia, negli Stati Uniti, in Asia e in Africa, dei luoghi sacri profanati in Siria, Iraq e altri Paesi. La missione delle Chiese cristiane e dei leader religiosi – ha aggiunto – non si può limitare a consolare e aiutare le vittime: occorre prevenire il male, favorendo lo spirito di amore, la solidarietà e la cooperazione nelle società attraverso il dialogo ecumenico e interreligioso.

Auspica un miglioramento delle relazioni con la Turchia con la fine dei contrasti di ieri e di oggi. Ma la pace – osserva – non può essere realizzata senza la giustizia, le vite umane non possono diventare oggetto di speculazioni e non possono essere trascurate. Solo la giustizia che affonda le sue radici nella tutela dei diritti degli individui e delle nazioni, può diventare una solida base per la prevenzione dei crimini commessi contro l’umanità e la risoluzione completa dei conflitti.

Karekin II ha così concluso il suo discorso: possa il nostro Signore misericordioso purificare il mondo dalle tragedie del male e concedere pace e protezione, come dicono le parole profetiche: forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra (Isaia 2: 4).

Radio Vaticana

 

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Papa Francesco: la guerra mondiale a pezzi si vince con la misericordia

L’incontro tra persone, la riconciliazione tra popoli, l’impegno per la giustizia: sono le strade per risolvere la terribile “guerra mondiale a pezzi” che l’umanità vive. Lo ricorda il Papa nel messaggio inviato ai partecipanti alla conferenza di Pax Christi International in corso a Roma in collaborazione con il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, sul tema “Non violenza e pace giusta: contribuire alla comprensione cattolica e l’impegno alla nonviolenza”. Da Francesco, il rinnovato appello per l’abolizione della pena di morte, la possibilità di un’amnistia, e la revisione del debito internazionale degli Stati poveri. Il servizio di Gabriella Ceraso da Radio Vaticana

“Grande è, nel nostro mondo complesso e violento, il compito che attende coloro che operano per la pace vivendo l’esperienza della non violenza”: “Conseguire il disarmo integrale, combattere la paura, portare avanti un dialogo aperto e sincero”, cercando il bene comune, è “un lavoro arduo”. Per dialogare occorre cercare dare e ricevere, partire dalla nostre differenze cercando il bene comune e trovato un accordo mantenerlo fermamente.

Dialogo, incontro, riconciliazione: vie di soluzione della guerra mondiale a pezzi
Il Papa si rivolge ai partecipanti alla Conferenza di Pax Christi, incoraggiandoli: occorre rinnovare il vostro “positivo contributo”, scrive, come tutti gli strumenti a disposizione per concretizzare l’aspirazione alla giustizia e alla pace degli uomini di oggi. Lo “sforzo sapiente” della diplomazia va infatti sostenuto con ogni mezzo. Chi fondò nel secolo scorso Pax Christi e il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace si impegnò per favorire l’incontro tra persone, la riconciliazione tra popoli di diverse ideologie e la lotta per la giustizia politica sociale ed economica. E queste sono le strade oggi per risolvere la guerra mondiale a pezzi che vive l’umanità.

I conflitti non possono essere ignorati o dissimulati
Ai partecipanti, Francesco rammenta tre aspetti che ritiene importanti: “abolire la guerra è lo scopo ultimo della persona umana e della comunità”. E’ inutile “negare o dissimulare i conflitti”, bensì occorre “accettarli per non rimanervi intrappolati perdendo la prospettiva generale”. Solo così li si potrà “risolvere”, osserva, trasformandoli in un “anello di collegamento di quel nuovo processo che gli operatori di pace mettono in atto”.

Fraternità e lotta all’indifferenza
Ma come cristiani, ricorda Francesco, solo “considerando fratelli i nostri simili” possiamo superare guerre e conflittualità. L’ostacolo più grande oggi, sottolinea, è il “muro dell’indifferenza”, una “triste realtà” che investe non solo gli uomini ma anche l'”ambiente naturale, con conseguenze nefaste”. L’impegno a superare l’indifferenza, sostiene il Papa, avrà successo “solo se, ad imitazione del Padre, saremo capaci di usare misericordia”, misericordia che, in politica, si chiama “solidarietà”. E così nell’anno giubilare, come già fatto con i leader degli Stati, il Papa invita tutti i partecipanti a sostenere due richieste: l’abolizione della pena di morte, là dove essa è ancora in vigore, assieme alla possibilità di un’amnistia, e la cancellazione o la gestione sostenibile del debito internazionale degli Stati più poveri.

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Pace / Assisi: a settembre nuovo incontro tra i leader mondiali delle religioni

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“A ciò che sta accadendo non possiamo rispondere con il silenzio. È in atto la ‘terza guerra mondiale’ e l’Europa, colpita al cuore e sfidata ripetutamente, non può più rimanere alla finestra a guardare quello che accade nell’Asia medio orientale, in Africa o in altri Paesi apparentemente lontani. Non può nemmeno limitarsi ad aggiornare programmi e convenzioni per l’accoglienza dei profughi”. Lo afferma padre Mauro Gambetti, custode Sacro Convento di Assisi. In una nota diffusa ieri, ripresa dall’agenzia Sir, Gambetti spiega: “Il terrorismo trasversale, infuocato dai proclami di una ‘guerra santa’, costringe i governi e i cittadini a prendere posizione: nascondersi come topi o uscire allo scoperto. Guerra santa? Misericordia”.

Da Assisi una preghiera corale e una parola unanime
Padre Gambetti cita Giovanni Paolo II che nel 1986, in piena guerra fredda, convocò ad Assisi i leader mondiali delle religioni per invocare la pace nel mondo. “Quest’anno – aggiunge – corre il trentennale di quel primo incontro e i frati francescani di Assisi, insieme alla Comunità di Sant’Egidio e alla diocesi, escono allo scoperto e spalancano le porte per un nuovo incontro tra i leader mondiali delle religioni. Una preghiera corale e una parola unanime, frutto di una riflessione condivisa, questa la risposta che vorremmo suscitare”. L’appuntamento è dal 18 al 20 settembre: “Due giorni di tavole rotonde e una giornata di preghiera. Con i leader religiosi sono invitati uomini politici, esponenti del mondo scientifico e della cultura, operatori di pace e tutti gli uomini di buona volontà”.

Contro la violenza  le religioni devono donare al mondo un messaggio convergente
“Insieme ci domanderemo: quali sono i principi riconosciuti da tutte le religioni per una coesistenza pacifica? Quale contributo la politica, la scienza, le culture in genere possono proporre per la definizione di un decalogo dell’umana convivenza? Davanti all’insensata violenza che imperversa, le religioni devono donare al mondo un messaggio convergente. La politica deve compiere lo sforzo di tracciare un percorso verso l’obiettivo della giustizia e della pace tra i popoli, coniugando ogni progetto con la sostenibilità ambientale”.

La risposta da dare è la fraternità umile tracciata da san Francesco
​“Nelle principali piazze del mondo, da Oriente a Occidente – si legge nel testo del custode del Sacro Convento di Assisi – faremo conoscere il pensiero che scaturirà dagli incontri e dai dialoghi di Assisi. E coltiviamo un sogno: che l’Italia assurga ad esempio di integrazione delle culture, assumendo il decalogo che verrà scritto in Assisi nell’ordinamento legislativo e nei decreti attuativi. Forse, si potrà estendere tale modello agli Stati europei e poi a tutti gli Stati membri dell’Onu”. “Crediamo che la strada di Assisi, quella della fraternità umile tracciata da Francesco, vissuta sulla strada prima ancora che nei conventi, caratterizzata dalla ‘reciproca sottomissione’, sia la risposta da dare”. (R.P.)

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La Libia, l’Italia, la pace possibile Costruire l’alternativa alla guerra

Noi rappresentanti di movimenti, associazioni e gruppi del mondo della pace e della nonviolenza siamo preoccupati delle pressioni esercitate sul nostro governo perché assuma un ruolo guida nell’intervento militare in Libia a fianco di altre potenze occidentali. Il presidente del Consiglio ha detto che «non è in programma una missione militare italiana in Libia». Ne prendiamo atto. Ma i problemi restano: 1) il contrasto all’espansione del terrorismo del sedicente Stato islamico; 2) una minaccia alla sicurezza del nostro Paese; 3) la stabilizzazione della nazione nordafricana. La guerra non è il mezzo adeguato per sconfiggere il terrorismo né tantomeno per portare stabilità alla Libia. Basterebbe guardare alla storia di questi ultimi anni per capire che gli interventi militari non hanno risolto i problemi, li hanno invece aggravati.
A partire dalla dissennata guerra lanciata dalla Nato nel 2011 contro il regime di Gheddafi che avrebbe dovuto inaugurare un’era nuova di pace e democrazia. Invece la Libia è precipitata nel caos e nella guerra intestina. Non solo. Quella guerra ha posto le basi per altri conflitti. È ormai risaputo e documentato che il saccheggio di vasti arsenali di armi del colonnello durante l’operazione della Nato ha alimentato la guerra civile in Siria, rafforzato gruppi terroristici e criminali dalla Nigeria al Sinai e destabilizzato il Mali. Di fatto nessuno dei conflitti iniziati dal 1991 a oggi – Iraq, Somalia, Balcani, Afghanistan, Siria – ha risolto i problemi sul campo, che anzi sono tragicamente aggravati. Il fallimento di tali operazioni è sotto gli occhi di tutti: milioni di profughi abbandonati al loro destino che fuggono a causa delle nefaste conseguenze delle recenti guerre. Oggi poi, un eventuale secondo intervento armato in Libia avrebbe gravi ripercussioni anche sulla vicina Tunisia che teme il debordare della crisi libica oltre i suoi confini, mettendo a repentaglio il suo fragile equilibrio politico e il faticoso cammino verso la democrazia avviato in questi ultimi anni.
Inutile e ovvio dire che saranno i civili a pagare il prezzo più alto di imprese militari, anche nel caso di attacchi effettuati dai droni. Per quanto si voglia far credere che la precisione di tale velivoli a pilotaggio remoto non causerà vittime tra la popolazione, i fatti dimostrano l’esatto contrario. Indagini condotte su una lunga serie di attacchi hanno messo in evidenza che per un terrorista colpito i droni uccidono altre trenta persone circa, tra cui donne e bambini.
Se un intervento armato di polizia internazionale in Libia ci dovrà essere, sarà da considerarsi come extrema ratio, fatta nell’ambito delle Nazioni Unite e in seguito alla esplicita richiesta del governo unitario libico. Senza la quale – ammoniscono le autorità del governo di Tripoli – «qualsiasi tipo di operazione militare si trasformerebbe da legittima battaglia contro il terrorismo a palese violazione della nostra sovranità nazionale». Va aggiunto che la lotta al terrorismo dello Stato islamico non potrà mai essere vinta con un dispiegamento di forze militari. Anche la macchina bellica più potente è inefficace di fronte al fanatismo e alla capacità di mimetizzarsi dei terroristi in grado di colpire ovunque nel mondo cittadini inermi con attentati sanguinari. La nostra Penisola è in una posizione particolarmente vulnerabile perché è la più esposta per la sua vicinanza geografica alle coste libiche.
Per i motivi esplicitati qui sopra, ci rivolgiamo al governo italiano perché assuma un ruolo guida per indicare alla comunità internazionale la ricerca paziente e perseverante di una soluzione politica alla grave crisi libica. A tale scopo proponiamo con urgenza che l’Italia si impegni: 1) a ricostruire l’assetto statuale della Libia, sostenendo con la diplomazia e la politica l’iniziativa per un accordo tra le controparti e la formazione di un governo unitario tra i governi di Tobruk e di Tripoli; 2) a coinvolgere gli Stati membri della Lega araba e dell’Unione Africana anche al fine di bloccare i finanziamenti ai movimenti terroristici islamici che provengono da Arabia Saudita e Qatar, dal commercio di petrolio e di droga; 3) a valorizzare lapartecipazione della società civile della Libia nel processo di ricostruzione della loro nazione; 4) a garantire da parte dell’Europa l’apertura delle frontiere per accogliere e assistere i profughi, mettendo in campo un’operazione di salvataggio in mare.
Sulla base della nostra Carta costituzionale che sancisce che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», chiediamo al governo di adoperarsi con determinazione e concretamente al fine di promuovere e restituire pace e giustizia al popolo della Libia. Lavoro al quale partecipano da tempo schiere di cittadini che, a vario titolo e in diverse organizzazione, operano per la promozione della pace e della giustizia tramite l’educazione nelle scuole, con corsi di formazione alla nonviolenza attiva, con la disseminazione di informazione, con la ricerca, il monitoraggio e la denuncia di vendita illegale di armi e con una variegata gamma di iniziative e progetti.
Infine desideriamo rivolgere un appello ai a papa Francesco che negli anni del suo pontificato non si è stancato di dichiarare la propria ferma opposizione alla guerra. Che anche in questo caso levi la sua voce profetica per denunciare l’assurdità e l’immoralità di un intervento armato in Libia, sollecitando la comunità internazionale a cercare soluzioni pacifiche e giuste.

Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia;
Mao Valpiana, direttore di Azione nonviolenta;
Alex Zanotelli, direttore di Mosaico di Pace;
Mario Menin, direttore di Missione Oggi;
Filippo Rota Martir, direttore di Cem Mondialità;
Marco Fratoddi, direttore di La nuova ecologia;
Riccardo Bonacina, direttore di Vita;
Pietro Raitano, direttore di Altreconomia;
Claudio Paravati, direttore di Confronti;
Michele Boato, direttore di Gaia;
Pier Maria Mazzola e Marco Trovato, direttori di Africa;
Silvia Pochettino, direttrice di Volontari per lo sviluppo;
Redazione di Mondo e Missione;
Antonio Vermigli, direttore di In dialogo;
Luca Kocci, direttore di Adista;
Luigi Anataloni, direttore di Missioni Consolata e segretario della Federazione Stampa Missionaria Italiana
Avvenire
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Sabato 30 marzo Marcia per la pace Recanati-Loreto

“Vinci l’indifferenza e conquista la pace”: questo il motto scelto per la 16.ma edizione della Marcia della giustizia e della pace Recanati-Loreto, in programma domani, 30 gennaio. Ad illustrare l’evento – riferisce l’agenzia Sir – sono stati Mario Vichi, direttore della Commissione regionale della Conferenza episcopale Marche per il Lavoro e la Pastorale sociale, don Rino Ramaccioni, parroco della Chiesa di Cristo Redentore di Recanati e ideatore della marcia nel Duemila, e Antonio Mastrovincenzo, presidente del Consiglio regionale, ente che patrocina l’iniziativa.

Presenti anche don Patriciello e don Ciotti
“Obiettivo della marcia – hanno spiegato gli organizzatori – è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi delle ingiustizie e dei grandi conflitti che ci sono nel mondo”. Il tragitto, lungo 9 chilometri, vedrà la presenza di due sacerdoti simbolo della lotta alla mafia: alle 17, ora della partenza da Recanati, sarà presente don Maurizio Patriciello, mentre all’arrivo a Loreto ci sarà don Luigi Ciotti.

Lungo il percorso, inoltre, saranno accesi cinque falò che illumineranno le testimonianze di due siriani e due sacerdoti in prima linea nelle guerre in corso in Burundi e Siria. “Ottocentomila morti in dieci anni solo in Burundi”, ha ricordato don Ramaccioni, annunciando l’invio di una lettera a Papa Francesco affinché si parli della delicata situazione presente in Africa.

Non dimenticare i popoli in conflitto: indifferenza uccide più delle armi “È importante che si parli di quanto sta accadendo – ha ricordato don Rino – affinché l’indifferenza non uccida più di quanto già fanno le armi”. “Questi fatti meritano risonanza – ha aggiunto Vichi – perché l’indifferenza sta diventando uno dei mali di questi nostri Paesi occidentali”.

Numerose famiglie e molti giovani prenderanno parte alla marcia, alla quale sono stati abbinati diversi progetti di solidarietà in favore delle popolazioni colpite dalle guerre. In tal modo, ognuno potrà dare il proprio supporto in maniera concreta: da Recanati è già partita per la Siria una prima missione con beni di prima necessità, mentre è in preparazione una seconda spedizione. Per questo, gli organizzatori della marcia auspicano che l’evento possa “diventare il microfono e la cassa di risonanza di questi popoli martoriati”.

(I.P. Radio Vaticana)

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Papa a Rohani: «Spero nella pace»

Nel congedarsi dal presidente dell’Iran Rohani, che si avviava verso la prima loggia del Palazzo Apostolico per il colloquio con il segretario di Stato Pietro Parolin, il Papa ha detto al presidente: «La ringrazio tanto per questa visita e spero nella pace». Uno scambio di battute che testimonia il clima cordiale dell’incontro e indica anche il tono di un colloquio tra due personalità mondiali che sono entambi leader religiosi.

Rohani è arrivato in Vaticano con qualche minuto di ritardo ed è salito alla seconda Loggia del Palazzo Apostolico con un seguito di 12 persone. L’incontro nella Biblioteca privata è così iniziato alle 11,12 ed è finito alle 11,52. E nei 40 minuti sono stati presenti due interpreti: un sacerdote per il Papa e una donna velata, impiegata dell’ambasciata iraniana presso la Santa Sede, per il presidente. Al termine Rohani ha presentato al Papa i suoi collaboratori, ad iniziare dal ministro degli esteri Javad Zarif. C’erano anche l’ambasciatore presso al Santa Sede e il suo vice.

C’è stato poi lo scambio dei doni e Rohani ha presentato al Papa un tappeto lungo un un metro e largo circa 60 centimetri: «Questo è stato fatto a mano nella città santa di Qom», gli ha detto. L’altro dono giunto da Teheran e presentato a Francesco era un grande volume con una raccolta artistica di miniatura. Francesco ha risposto con un medaglione di san Martino, spiegando che «il Santo si toglie il cappotto per coprire il povero: un segno di fratellanza gratuita».

«Grazie davvero», gli ha risposto il presidente al quale il Papa ha consegnato poi una copia dell’enciclica Laudato si’ con la spiegazione: «è il mio documento sulla protezione del creato, ma non esiste in lingua farsi, allora le dò una copia in inglese e, mi permetta, anche in arabo».

Alla fine il Papa lo ha accompagnato verso la porta dicendo «mi ha fatto un vero piacere la sua visita, e le auguro buon lavoro».

Avvenire

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Siria pace possibile

«La pressione va concentrata su due fronti: coinvolgere il regime nell’apertura di corridoi umanitari e, con l’avvio del negoziato, ottenere cessate il fuoco che possano attenuare la tragedia in corso». E chiaro il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sul fatto che la crisi siriana, l’assedio delle città, il dramma della popolazione che non riceve aiuti e muore di fame, siano problemi davanti ai quali la comunità internazionale non può fuggire.

«In queste settimane – dice riferendosi all’attività dell’Italia – abbiamo partecipato alle operazioni quando si sono create le condizioni per aprire corridoi umanitari. È successo in questo inizio d’anno in un paio di occasioni e noi siamo stati tra i Paesi più presenti. Anche se purtroppo, va detto, negli ultimi mesi la disponibilità del regime siriano ad aprire vie d’entrata si è rivelata piuttosto limitata. A Madaya, però, si è riusciti ad arrivare anche grazie alla mediazione della Russia. Il dramma umanitario è però lì, davanti agli occhi di tutti: non solo le vittime e il dramma degli sfollati. Sei anni fa quasi 3 milioni di ragazzi andavano a scuola, oggi c’è una generazione perduta. Quindi il primo imperativo è far crescere l’aiuto umanitario».

Riguardo all’alleggerimento delle sanzioni internazionali aggiunge: «In Siria si muore per la guerra. Le sanzioni possono essere discutibili e noi italiani siamo sempre stati prudenti nel considerarle risolutive. Ma qui stiamo parlando, purtroppo, di una delle guerre più feroci e che infuria da cinque anni, che ha prodotto oltre 100mila morti e milioni di rifugiati. Attenzione quindi a non spostare il bersaglio da chi le responsabilità di questa situazione le ha il regime di Bashar al-Assad, Daesh, al-Nusra, i terroristi». Sul negoziato rinviato a Ginevra di qualche giorno è però fiducioso. Anzi è convinto che «se parte il tavolo del negoziato a Ginevra l’obiettivo di porre fine alla guerra entro quest’anno diventa realistico».

Per quanto riguarda la crisi libica ribadisce invece l’appoggio al nuovo governo libico e la necessità dell’approvazione dell’esecutivo Sarraj da parte dei Parlamento. In caso di fallimento l’Italia però non tollererà un Paese in mano alla criminalità e al terrorismo. Non è concepibile, conclude, «una Somalia a due-trecento chilometri da casa allora l’Italia ha il diritto e il dovere di difendersi e valutare come farlo. Ma non è oggi nella nostra agenda: la comunità internazionale oggi è impegnata per la stabilizzazione del Paese».

avvenire

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